12
Non c’era niente di sbagliato nella mente di Stefan, tranne il fatto di essere una replica ridotta di quella di suo padre, ma la sua caviglia smise di funzionare dopo pochi passi. Lo sollevai e ripresi a camminare.
Persi subito la consapevolezza di quanta strada avessimo percorso, ma non era importante. L’unica cosa che contava era allontanarsi il più possibile, e il terreno in costante discesa era di grande aiuto. Non sapevo se saremmo sbucati in territorio Bulgari o in mezzo al nulla. Ogni tanto mi fermavo per sentire se qualcuno ci stava seguendo. Niente. A meno che gli uomini in blu non avessero scoperto il passaggio segreto di Frank e avessero indossato le scarpe più silenziose del mondo.
Dopo un lungo tratto nell’oscurità ci apparve una lucente porta di metallo. Ad altezza testa brillava uno spioncino. Sbirciai. Vidi un garage illuminato dai neon. Premetti il pulsante di apertura e mi trovai catapultato dal pianeta del lusso immacolato a uno in cui mi sentivo più a mio agio, fatto di unghie sporche, sudore e macchie di unto per terra.
Due vecchie biciclette penzolavano dal soffitto. Le mensole alle pareti erano stracolme di quel genere di roba inutile che nemmeno la gente comune ha il coraggio di buttare. Un disordine voluto, e infatti una volta chiusa la porta non restava il minimo indizio di ciò che si trovava dall’altra parte.
Parcheggiata su un lato c’era una Volkswagen Polo verde scuro, con targhe francesi, e l’adesivo della tassa di circolazione svizzera aggiornata nell’angolo in basso a sinistra del parabrezza. Niente di appariscente ma affidabile, perfetta per passare inosservati.
Non vidi traccia di navigatore satellitare, e lo apprezzai molto. Avevo impiegato le ultime ore a chiedermi dove cazzo fossi, ed ero ancora curioso di scoprire come ero finito lì, ma non avevo dubbi: avrei passato il resto della vita impegnando ogni energia per rendermi irreperibile.
L’unica concessione alla tecnologia era una piccola scatoletta di plastica nera sul sedile del guidatore che immaginai essere il telecomando per far alzare la saracinesca che ci separava dal mondo esterno. La chiave di avviamento era lì vicino.
Quando misi a terra Stefan lui si avvicinò alla portiera del passeggero, ma io gli indicai il portellone posteriore e gli dissi di accovacciarsi nel bagagliaio. «È più sicuro. Nessuno fa caso a uno stronzo sporco e malconcio che viaggia da solo su una macchina come questa…» Il suono di quelle parole mi piacque. Mi augurai che fossero la verità.
Capì il messaggio e si raggomitolò senza lamentarsi su una cosa che aveva l’aspetto e l’odore di una vecchia coperta da cani, accanto a un triangolo chiuso e a un contenitore di plastica trasparente pieno di lampadine di scorta. Non mi sentivo troppo in colpa. Nonostante tutti i coccodrilli che strisciavano sui suoi vestiti, sapevo che era stato in posti più schifosi. E lo sapevo perché io ero lì con lui.
Prima di chiudere il portello gli chiesi chi conoscesse quella sistemazione.
«Soltanto io e mio padre.»
«E l’uomo di colore no?»
Scosse la testa.
Misi in moto la Polo, inserii la marcia e premetti il pulsante sulla scatoletta nera. Come previsto, una lucina verde lampeggiò e la saracinesca salì per poi richiudersi subito dopo il nostro passaggio.
Immediatamente a sinistra c’era un deposito di sabbia per l’inverno, e a destra il cortile di un’officina. Nessuno avrebbe badato a quel posto, che salisse o scendesse dalla montagna. E se arrivavi all’altiporto con l’elicottero da Ginevra non avresti nemmeno sospettato che potesse esistere.
Avanzai per quindici metri sulla strada sterrata, poi svoltai a destra, nella direzione opposta rispetto al cartello che indicava il centro città. Sarei dovuto tornare per recuperare lo zaino, ma in quel momento dovevo allontanarmi dal luogo della tragedia e studiare la mossa successiva.
Proseguii fino a Moriond, dove, nonostante non fosse molto lontano da Courchevel 1850, era ancora possibile trovare kebab da asporto e non soltanto costosissimi pranzi a tre portate. Mi fermai in un parcheggio all’esterno di un condominio che necessitava di una mano di pittura, e spensi il motore.
Qualcuno aveva distrutto l’unico lampione, rendendo il luogo tranquillo e buio. Abbassai un po’ i finestrini anteriori per ridurre la condensa, e osservai il traffico che scorreva sulla strada principale in entrambe le direzioni.
Per prima cosa, mi domandai chi avesse messo in azione il GIGN. Anche se qualcuno ci aveva visto entrare, non avrebbero certo inviato la squadra speciale per un’effrazione. Quella era gente tosta. Sicurezza nazionale. Allora chi cercavano? Me? Gli assassini di Frank? O la sua morte era soltanto la punta di un iceberg molto più grosso e minaccioso? Qualunque fosse la risposta, la dovevo scoprire a modo mio, e non dall’interno di una sala interrogatori di polizia.
Adesso che ci eravamo forse allontanati dal pericolo immediato, potevo mettermi d’impegno per scoprire chi aveva fatto pressione su Mr Loverman al punto da convincerlo a uccidere il suo capo. Perché, scoperto quello sarei stato più vicino a neutralizzare la minaccia su Stefan. E quella su di me.
Nell’ora successiva il traffico fu scarso. Qualche automobile, un autobus di turisti e la corriera di linea. Mi stava bene, mi lasciava il tempo di unire qualche puntino.
A un tratto Stefan tossì e sussurrò: «Posso uscire adesso?»
«No.» Tenni fissi gli occhi sulla strada. «Ma nel frattempo puoi dirmi delle cose. Prima domanda: quanto tempo siete stati allo chalet, tu e tuo padre?»
Un paio di ragazzi in moto con adesivi fluorescenti sulle fiancate rombarono su per la salita, poi frenarono di colpo al passaggio di una Land Cruiser del GIGN che sfrecciava nella direzione opposta. A bordo erano in quattro, senza lampeggianti e senza sirene. Immaginai che la squadra dei cecchini fosse stata ritirata. Altre tre auto passarono alla spicciolata.
«Due giorni.»
Quindi passò l’unità di comando, e poi più niente.
«E la tua GdC?»
«GdC?»
La voce mi arrivava attutita, ma era chiaro che non sapeva di cosa stavo parlando.
«Sì che lo sai, la tua guardia del corpo…»
«È stato sempre lì. Tranne una volta.»
«Quando?»
«La notte scorsa… mentre eri con mio…»
«Padre?»
Sussultò impercettibilmente.
«Ha parlato con qualcuno? Ha incontrato qualcuno? Qualcuno che conosci?»
«No, Nick…» ebbi la sensazione che stesse soffrendo. «Era un mio amico. Non lo spiavo…»
«Il mio incontro con tuo padre, nella stanza verde…»
«Siete rimasti dentro per… secoli.»
Secoli… Quindi non era stato solo un breve aggiornamento con un caffè al volo.
«Era preoccupato. Sai per caso di cosa si trattava?»
«No…» emise un lunghissimo sospiro. «Sapevo che era agitato … lui pensava che non si vedesse, ma io lo sapevo.»
Tempo di una pausa. Il sussulto e il sospiro mi dissero che stavo insistendo troppo. E cominciava a fare freddo.
Chiusi i finestrini e avviai il motore.
Dopo quindici minuti e qualche tornante ero al centro della cittadina. Dalla stazione di risalita di Verdons i due cavi gemelli si allungavano su per la valle alla mia destra. Una donna poliziotto dirigeva il traffico alla rotatoria, ma quando ripassai di lì dopo aver fatto tutto il giro non c’era più. Parcheggiai davanti al cinema. Non vidi traccia dei suoi compari delle forze speciali.
La cartina delle piste sotto la fila di cabine ferme mi disse dov’ero e dove dovevo andare. Tornai alla Polo e serpeggiai lungo la risposta di Courchevel a Rodeo Drive, passando davanti agli alberghi di lusso dove scaldavano anche la tavoletta del bagno, non solo gli scarponi da sci.
Superai di cento metri l’hotel Le Strato, mi fermai nella piazzola successiva e attesi un’altra mezz’ora prima di scendere dall’auto per raggiungere con un lungo giro il mio nascondiglio. Durante il percorso non incontrai nessuno: la quiete era scesa sul quartier generale dell’oligarchia planetaria.
Il mio zaino era dove l’avevo lasciato. La Honda ATV anche. Strappai le targhe e lungo il tragitto di ritorno le lanciai in mezzo a un folto gruppo di cespugli. Prima o poi le avrebbero trovate e collegate alla Honda di Claude, ma non volevo comunque facilitargli troppo la vita. Più tempo passava senza che riuscissero a connettere le due cose, meglio era.
Buttai lo zaino a terra davanti al sedile del passeggero e infilai la Sphinx sotto la coscia destra. Mr Loverman sapeva che era inoffensiva, ma poteva servirmi per impedire a qualcuno di avvicinarsi troppo. E poi potevo sempre lanciargliela contro se le cose si mettevano proprio male.
Percorsi una serie di strade a senso unico, evitando il centro, e svoltai a destra verso Le Praz, passando davanti a un trampolino da sci illuminato che fungeva da luogo d’incontro anche quando la neve non c’era. Un gruppetto di persone gironzolava attorno a una fila di tende allineate sulla pista di atterraggio.
Non avevo smesso di frugare nella mia memoria alla ricerca di qualcosa di significativo che Frank potesse avermi detto. Ma non avevo ottenuto nulla. La mia unica certezza era che non ero riuscito a proteggerlo e lui non era riuscito a proteggere se stesso.
Mi fermai lungo la strada e presi la guida dallo zaino. Uscirono fuori anche alcune banconote, che svolazzarono a terra. Mi piegai a raccoglierle ma mi bloccai a metà strada.
Soldi…
Soldi della droga messicana…
Frank li aveva ripuliti e poi aveva depositato la mia parte nella banca di Zurigo che mi aveva fornito la mia magica carta di credito.
Afferrai un Nokia e ci infilai dentro la batteria e una sim. «Amico, scendo un attimo. Ma non andrò lontano. Resta dove sei.»