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La tenuta nera di Elvis si fondeva bene con i sostegni e i pezzi di metallo che lo circondavano, ma la sua testa lucida risaltava come la palla di luce gialla che svettava accanto agli attraversamenti pedonali inglesi. Mi avvicinai di altri due passi e sentii la sua voce. Un sussurro basso.
All’inizio pensai che parlasse con qualcuno che non avevo visto. Forse con l’uomo in jeans sulla barca a remi.
Poi mi resi conto che aveva un cellulare o una ricetrasmittente attaccata all’orecchio, e comunicava con qualcuno che si trovava altrove. Nascosto in città, magari? O su una portacontainer che ancora non riuscivo a vedere?
Tenendo la gru a cavalletto in mezzo a noi, avanzai ancora. Non capivo niente di ciò che diceva, ma percepivo l’entusiasmo delle voci. Quando guardai oltre l’imboccatura del porto capii il perché. Le luci di una nave brillavano in quel lato dell’orizzonte. Un’ora prima là fuori non c’era niente, quindi si stava avvicinando.
Elvis pestò sul pulsante di chiusura e infilò il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni, poi sollevò di nuovo il binocolo.
Mi inginocchiai piano e guardai con attenzione sotto gli scafi. La gru era circondata da barche sospese. Un paio di auto parcheggiate occupavano lo spazio in cui avrebbe fatto manovra al momento di entrare in azione. Pianificai un percorso che mi avrebbe permesso di arrivare quasi a toccarlo restando al coperto. Lui era sempre immobile.
Non vedevo nessun altro.
Se l’avessi colpito in mezzo alle scapole con la chiave inglese sarebbe crollato a terra. Se anche non sapeva dove erano Anna e il bambino, di certo sapeva dove avrei trovato Dijani.
Sbucai da sotto gli scafi non appena potei nascondermi al riparo dell’automobile più vicina. Sempre con le ginocchia e la schiena piegata, rimasi sotto la linea del tetto mentre le aggiravo tutte e due da dietro. Adesso mi trovavo direttamente alle spalle di Elvis.
Mi raddrizzai.
In quel punto il rumore delle onde era più forte e il metallo sferragliava con la brezza. Forte abbastanza da coprire i suoni dei miei passi in avvicinamento.
Stabilizzai il respiro via via che le luci delle barche si facevano più vicine.
Con il peso del corpo sulla punta dei piedi e gli occhi puntati in mezzo alla sua schiena avanzai furtivamente lungo il suo lato del molo.
Elvis era più basso di me, più slanciato e più tonico di Hesco.
Quando fui a due passi da lui con la chiave alzata, abbastanza vicino da poter sentire il suo dopobarba, il sesto senso lo avvertì della mia presenza.
Lasciò cadere il binocolo, girò su se stesso, si abbassò e fece un passo in diagonale verso di me. Affondò la spalla destra contro il mio torace mentre abbassavo l’attrezzo, che lo colpì soltanto di striscio.
Ondeggiò all’indietro, con gli occhi in fiamme, poi infilò la mano destra nei jeans ed estrasse uno stiletto. Premette il pulsante e la lama di quindici centimetri scattò fuori.
Mi venne addosso, gomito sinistro sollevato, braccio piegato, coltello pronto. Feci roteare la chiave, puntando al suo polso. Mi schivò, si chinò e raccolse una piccola ancora con un pezzo di catena e la agitò verso di me come se fosse sul set del Gladiatore. Colpì la visiera del mio berretto da baseball, lo fece volare via, e per poco non mi portò via anche la testa.
Caricai, puntando verso la mano che stringeva il coltello, ma lui con un gesto rapido colpì con l’ancora la chiave e la fece finire a terra distante.
Mi lanciai sul cemento, incurante di ciò che accadeva alle mie spalle. Volevo la mia arma.
Lo sentii avvicinarsi mentre afferravo il manico con entrambe le mani e sollevavo l’arnese disegnando un cerchio dietro di me.
Mentre mi voltavo vidi la chiave inglese colpirgli la gamba e sentii lo scricchiolio del metallo contro l’osso. Lui urlò e lasciò andare la catena. L’ancora sbatté contro una delle barche e lui collassò addosso a me. Non sapevo dove cazzo fosse finito il coltello.
Non potevo fare altro che bloccargli la nuca con il braccio sinistro e spingergli con forza la faccia contro il mio torace, mentre la mano destra cercava veloce la UZI.
Urlava ancora, ma non soltanto per il dolore. Sentivo la forza della sua rabbia sbattere contro il mio corpo. Vidi ricomparire le sue mani. E la lama. Mi voltai a sinistra, cercando di montargli addosso per prendere il controllo, ma lui con la mano libera mi afferrò i capelli. Sapevo bene cosa aveva intenzione di fare. Voleva tenere fermo il suo bersaglio mentre affondava lo stiletto.
Afferrai la penna e gli piantai la punta sulla testa.
All’inizio il rumore fu come quando si cerca di fare un buco nel piano di un tavolo. Il terzo colpo gli incrinò il cranio. E il quinto penetrò l’osso.
Quando la punta fu dentro non la tenni ferma ma la agitai un paio di volte nella cavità cerebrale e il suo corpo si afflosciò.
Lo feci rotolare via, mi misi seduto e respirai a lungo e profondamente.
Cazzo, lo volevo vivo.
Presi il cellulare dalla tasca posteriore dei jeans e le chiavi da quella davanti. Gli lasciai l’anello.
Trovai della corda sfilacciata, gliela annodai attorno al collo e la legai al pezzo di ferro con cui aveva cercato di finirmi. Poi estrassi con forza la UZI dalla sua testa e la pulii sulla sua camicia. Mentre il sangue cominciava a sgorgare dal buco, sollevai Elvis oltre il bordo del molo. La parte più bassa del suo polpaccio sinistro ondeggiò sul cemento come se fosse attaccata con un cordino.
Raccolsi il berretto e lo stiletto e feci rientrare la lama mentre controllavo che il corpo non fosse più visibile.
Vidi le luci della nave sempre più vicine. E il chiarore sul ponte, debole, ma abbastanza intenso e abbastanza alto da far capire che non era a pieno carico.
Ma, cosa ancora più importante, vidi la sagoma. Corrispondeva a quella sulla cianografia.