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Appena furono scomparsi aprii la bocca e rimasi in ascolto. Dovevo avere l’assoluta certezza che si fossero allontanati prima di rimettermi a indagare su come cazzo avevo fatto a ficcarmi in quel casino.
Non ricominciai a contare all’indietro. Non ne avevo voglia. Iniziai a contare in avanti quando non sentii più né passi né voci. Molto più facile. E mi aiutava a misurare il tempo e la distanza. Non potevo muovermi senza la certezza che fossero a distanza di sicurezza.
Arrivai a trenta. Ero quasi certo di non aver saltato nessun numero.
Raggiunsi sessanta. Era un lavoro lento, ma ero piuttosto soddisfatto di me stesso. Un ridicolo sorrisetto mi attraversava le guance.
Mi spinsi fino a cento. Ero euforico. Il mio cervello non andava ancora a pieni giri, però non era bruciato del tutto.
Afferrai lo zaino per controllarne il contenuto. L’avevo già fatto? Forse sì. Per scoprirlo c’era soltanto un modo. Stavo per posare la Sphinx a terra accanto a me quando sentii un’altra di quelle voci. «Le pistole devono stare sempre a contatto col corpo, zucconi. O addosso o in mano. Dovete tenerle sotto controllo…» L’accento non era russo. Scozzese forse. Un istruttore.
Sotto controllo. Cazzo. Se quella voce mi avesse visto adesso…
Mi alzai e infilai la canna della pistola nel davanti dei jeans perché l’impugnatura in polimero fosse facilmente raggiungibile in caso di bisogno. Questi aggeggi non hanno più la sicura. Sono a doppia azione, quindi, a meno di non fare qualcosa di particolarmente stupido, non correvo il rischio di perdere le palle insieme alle rotelle.
Mi sfilai il giubbotto, lo stesi a terra e ci vuotai sopra il contenuto dello zaino.
Camicia pulita e boxer. Calzini.
Binocolo Pentax 10x50, compatto, con tracolla.
Penna di titanio con UZI inciso sulla canna. Sembrava fatta apposta per dirottare un aereo o per essere sparata da un cannone Rarden. L’estremità, sopra la clip, era progettata per aprire buchi nel vetro rinforzato.
Accendino usa e getta.
Bussola Silva in plastica trasparente. Non un aggeggio a prova di bomba con mirini pieghevoli, ma uno da appoggiare direttamente sulla cartina.
Bottiglia piccola di acqua minerale.
Due cellulari Nokia di seconda mano, dieci sim card e quattro confezioni di batterie.
Ma nessun documento di identità.
Avevo sempre di più l’impressione di essere l’Uomo Invisibile, ma era tutto troppo strano. Anche se fossi stato nel bel mezzo della vacanza della vita mi sarebbe servito un documento.
E se fossi stato nel bel mezzo della vacanza della vita, non mi sarebbe servita una Sphinx 9mm con un caricatore di scorta.
Scrollai per bene lo zaino, poi tastai la fodera e trovai una tasca chiusa con la cerniera lampo. Ficcato dentro c’era un rotolo di euro, un passaporto britannico e una patente di guida con foto, entrambi a nome Nicholas Head. Nick ci stava, ma Head? Nickhead. Era il mio vero nome o alludeva a un doppio senso?
Svitai il tappo della bottiglia e me la scolai tutta. Non riuscivo a ricordare quando mi ero idratato l’ultima volta. E la mia bocca aveva bisogno di tutto l’aiuto possibile.
Gettai tutto quanto nello zaino, bottiglia vuota inclusa, lo misi a tracolla e mi incamminai verso il sentiero.
Prima di lasciare il riparo degli alberi feci un giro completo su me stesso. La testa mi girava un po’, ma forse era colpa del sole. Guardai a destra verso la collina, immagine nitida, nessun movimento tranne l’ondeggiare lieve degli abeti che si protendevano verso la striscia di cielo.
Su entrambi i lati del sentiero c’era una scia di rami spezzati, di tronchi lacerati e chiazzati di vernice azzurra di automobile. Il terreno in mezzo agli alberi era stato torturato da pneumatici. Alla mia sinistra due solchi paralleli zigzagavano per circa otto metri e terminavano in un breve tratto di terra smossa e rocce dove il sentiero si restringeva. Poi il nulla.
Raggiunsi il ciglio di uno strapiombo di quattrocento metri, se non di più.
Una poiana volava nell’aria sotto di me.
Poi rocce.
E ancora rocce.
Un pascolo.
Un fiume che serpeggiava nella valle.
Da un cumulo di rottami saliva del fumo. Socchiusi gli occhi e li riparai con la mano. Un’automobile distrutta al punto da essere irriconoscibile. Ma all’improvviso ebbi la certezza che si trattasse di una Nissan. Una 4x4. E che Hesco e il suo compare fossero convinti che io mi trovassi ancora al volante.
Ottimo, forse si erano rilassati e avevano abbandonato la questione. Forse loro si sarebbero distratti, ma io di certo non potevo.
Mi voltai e seguii i solchi lasciati nell’erba dagli pneumatici della Nissan. La pendenza aumentava mentre salivo. Per fortuna non ricordavo niente della mia discesa verso lo strapiombo. Ero ancora cosciente? Doveva essere stata una scena impressionante.
Mi fermai ai margini della fascia priva di alberi e mi nascosi. Dovevo stabilire la mossa successiva prima di compierla. Questo lo sapevo, così come sapevo le regole dell’occultamento. Le cose che ti fanno scoprire sono: la sagoma, il riflesso, l’ombra, il profilo, la distanza e il movimento. Altre due lezioni che evidentemente erano state inculcate così a fondo dentro di me da diventare una seconda natura.
Mi inoltrai per venti o trenta passi nel bosco fino a che trovai una posizione privilegiata da cui vedevo chiaramente i trecentocinquanta metri di salita.
Feci scorrere lo sguardo da destra a sinistra e poi di nuovo nella direzione opposta. Affioramenti di roccia nuda, che sembravano teste di neonati senza capelli, spuntavano qua e là dal terreno. Per un attimo apparve una piccola creatura pelosa che annusò l’aria e poi fuggì.
Nessun altro animale, nessun segno di vita nel tratto che mi separava dal punto in cui iniziavano le tracce degli pneumatici. Paletti a strisce bianche e nere, a distanza regolare si stagliavano fieri su entrambi i lati della vetta.
Immaginai che delimitassero una strada.
Restai in attesa, ascoltando e guardandomi intorno.
Ancora niente.
Avanzai accovacciato, la testa mi dondolava sulle spalle come quella di un giocattolo a molla.
Saliti cinquanta metri, mi piegai in due e vomitai di nuovo. Non c’era più quasi niente ma sembrò impiegare un’infinità a uscire. Non proprio il massimo, lì, all’aperto.
Quando finalmente i conati si placarono, aspettai che mi si snebbiasse la vista. Le chiazze di vomito acquoso vicino ai miei scarponcini erano molto diverse dalle esplosioni multicolore che si vedono all’esterno dei pub e accanto ai chioschi di kebab: erano trasparenti, lucide e striate di marrone. Cancellai comunque le tracce con i piedi.
Dopo altri cento metri, ebbi una visione più chiara del mio obiettivo. Un tratto di muro di contenimento più avanti, a sinistra, pietre fissate con una gran quantità di malta per impedire all’asfalto di precipitare lungo il pendio. Avanzai in parallelo ai solchi degli pneumatici e poi girai a sinistra. Quando fui più vicino mi resi conto che il muro mi arrivava ai fianchi, sufficiente a fornirmi copertura. Mi abbassai e mi misi in ascolto, cercando di cogliere rumore di motori di automobili, o di passi sulla ghiaia.
Sentii soltanto una sirena. Da qualche parte dietro di me, pochi chilometri più in giù nella valle. Il suono non si faceva più intenso.
Sollevai di pochissimo la testa oltre il parapetto e guardai attraverso il guardrail. Nel mio campo visivo non c’era anima viva in nessuna direzione. Solo una strada scura a due corsie intagliata in una parete rocciosa che incombeva su di me. Mi trovavo al vertice di una curva. Frammenti di vetro brillavano al sole sul lato opposto della carreggiata.
Costeggiai il muro per un metro o due e poi lo scavalcai. Alla mia destra, segni violenti di sbandata deviavano bruscamente oltrepassando la linea bianca centrale, verso un punto, poco oltre la barriera e accanto a un altro gruppo di alberi, dove il margine dell’asfalto si sbriciolava nel manto erboso.
Da lì doveva essere iniziato il mio giro sulle montagne russe.
Un improvviso flashback…
Sono alla testa di un convoglio di due automobili. Dietro di me c’è un SUV nero lucido con finestrini oscurati. Lo vedo nello specchietto retrovisore. Poi delle luci rosse riempiono lo schermo nella mia testa. Un gigantesco autoarticolato mi frena di colpo davanti.
Un gigantesco autoarticolato con un nome sulla fiancata posteriore e il logo di un’aquila impressa sui due paraurti.
Il genere di aquile che immagini aggrappate a una svastica.
Sento lo stridore degli pneumatici, vedo il fumo uscire dai cerchioni. Avverto l’odore di bruciato del liquido dei freni e della gomma sull’asfalto…
Percepii il sudore pizzicarmi le ascelle, l’inguine e il taglio all’attaccatura dei capelli. Sentii i muscoli delle spalle irrigidirsi. Ma non volevo lasciar andare quell’immagine.
Dovevo sapere cos’era successo dopo.