CONCLUSIONI

Abbiamo descritto il processo (o l’evento) emicranico come un ciclo di eccitamento e inibizione di origine centroencefalica, soggetto ad ampie variazioni sia nella forma neurale, sia nella scala temporale. Abbiamo preso in considerazione il ruolo di certi disturbi locali (vascolari) e sistemici (chimici); ma siamo convinti che essi si manifestino in modo incostante – che abbiano, cioè, un ruolo intermedio e siano secondari rispetto al disturbo neurofisiologico primario a livello dell’attività del tronco encefalico.

Avvertendo che una reazione complessa e versatile come l’emicrania difficilmente potrebbe essere insorta ab initio nell’uomo, abbiamo fatto varie congetture sui suoi possibili precursori e analoghi negli animali inferiori. Abbiamo immaginato che le emicranie si siano differenziate, come reazioni, da un’ampia regione di riflessi passivi, protettivi, sostenuti dall’attività parasimpatica, come quelli che molti animali impiegano in risposta a minacce ambientali o interne (freddo, caldo, esaurimento, dolore, malattia, presenza di nemici). Abbiamo visto che tutti questi riflessi, come l’emicrania, sono distinti dalla regressione e dall’inerzia, in contrapposizione a risposte del tipo «combatti-o-fuggi».

Infine, abbiamo considerato le emicranie dal punto di vista dell’esperienza che se ne fa e degli usi, in rapporto alla vita emotiva del paziente. Abbiamo visto che gli attacchi ricorrenti costituiscono una possibile «fuga nella malattia», che può avere motivi vari quanto quelli che sono alla base del comportamento isterico o nevrotico. Abbiamo inoltre considerato, con maggiore diffidenza, l’ipotesi che specifici sintomi dell’emicrania possano essere legati a fantasie o emozioni specifiche.

Abbiamo supposto che tale legame psicosomatico nell’emicrania possa assumere tre forme: in primo luogo, una connessione fisiologica intrinseca fra certi sintomi e certi sentimenti; in secondo luogo, un’equivalenza simbolica costante fra certi sintomi fisici e certi stati d’animo, come nell’impiego delle espressioni facciali; in terzo luogo, un simbolismo idiosincratico e arbitrario che unisce sintomi fisici e fantasie, analogo alla costruzione dei sintomi isterici.

Quale che sia il meccanismo impiegato, l’emicrania si dimostra eloquente ed efficace nel fornire un’espressione indiretta a sentimenti ai quali è altrimenti negata una manifestazione diretta o comunque adeguata. In questo aspetto, essa è analoga a molte altre reazioni psicosomatiche, così come al linguaggio dei gesti e a quello dei sogni. In tutte queste manifestazioni noi facciamo uso di un linguaggio arcaico, che si è evoluto molto prima di quello verbale. Ma perché conserviamo un linguaggio di sintomi vegetativi, di movimenti e di immagini, quando potremmo usare le parole? Perché questo comportamento può essere regressivo, ma non diverrà mai obsoleto. Con le parole di Wittgenstein:

«Ciò che può essere mostrato non può essere detto».

«Il corpo umano è la migliore immagine dell’anima umana».