28.
Digitale debole e digitale forte
Il tema di fondo di questo libro è il rapporto fra scuola, mondo del libro e mondo digitale, e la tesi principale che ho cercato di sostenere è che il più importante bisogno formativo al quale il nostro sistema scolastico dovrebbe oggi rispondere è costituito dalla capacità di garantire anche nel nuovo ecosistema comunicativo le competenze legate alla comprensione, alla ricerca, alla selezione, alla valutazione, alla produzione, alla conservazione nel tempo di oggetti informativi verticalmente complessi e strutturati. Competenze che nel passato erano state affidate soprattutto al libro e alla forma-libro e sulle quali la cultura del libro resta punto di riferimento fondamentale, ma che oggi si allargano anche alla considerazione di altre forme e tipologie di contenuti digitali.
La sfida che questo nuovo bisogno formativo pone al mondo della scuola non è certo facile. Come abbiamo visto, ci sono problemi ancora non risolti legati alle infrastrutture, alle competenze, alle stesse scelte politiche e di indirizzo di chi dovrebbe orientare e gestire il sistema.
Tra questi problemi, uno dei più delicati e difficili è causato dal pregiudizio, diffuso, che vede granularità e frammentazione come caratteristiche essenziali dell’ecosistema digitale. Questo pregiudizio porta molti fra i difensori della tradizione a rifiutare pregiudizialmente metodi, strumenti e contenuti che sono visti come inevitabilmente destinati a produrre una scuola depotenziata, vittima di tecnologie che non controlla e che non ha scelto, incapace di garantire la formazione di una volta, e incapace di offrire modelli chiari per una formazione di tipo nuovo. E porta d’altro canto molti fra i difensori dell’innovazione a proporre modelli che vorrebbero essere arditi e rivoluzionari, e che però alla prova dei fatti non funzionano affatto, perché basati sull’uso prevalente o esclusivo di risorse granulari e frammentate e sul ricorso a pratiche e metodologie a loro volta poco elaborate e spesso più o meno occasionali, troppo dipendenti dalle mode del momento, da situazioni particolari e non facilmente generalizzabili, o dalle capacità e competenze individuali del singolo docente.
Il risultato è una scuola in parte sclerotica e ingessata, con riti e pratiche didattiche totalmente incapaci di coinvolgere e motivare gli studenti (e anche i docenti), e in parte schizofrenica e ipercinetica, con una moltiplicazione degli stimoli, dei contenuti e delle attività a cui non corrisponde alcun disegno complessivo dell’apprendimento.
Per uscire da questa falsa alternativa occorre riconoscere che la prevalenza di contenuti granulari e frammentati non è affatto una caratteristica essenziale del mondo digitale: è legata a una sua fase di sviluppo che è importante superare, e la scuola deve contribuire a fornire le competenze necessarie perché le studentesse e gli studenti di oggi possano contribuire domani alla creazione di un ecosistema dell’informazione più complesso e sviluppato, più robusto, meno dispersivo, capace di produrre e gestire complessità verticale e non solo complessità orizzontale.
Per farlo occorre conoscere, frequentare e rivisitare con strumenti nuovi le pratiche di costruzione di complessità del passato, a partire dalla forma-libro. Occorre disegnare e predisporre le sedi in cui svolgere questo lavoro, a partire da una nuova generazione di biblioteche scolastiche. Occorre selezionare con accortezza i contenuti di apprendimento usati, affiancando risorse e contenuti strutturati, curricolari e di cornice, che offrano insieme forza autoriale ed editoriale e sapiente organizzazione narrativa (basata anche su un uso consapevole e professionale dello storytelling digitale), a risorse e contenuti granulari e integrativi, selezionati (e a volte autoprodotti) sulla base delle necessità e opportunità che emergono nelle singole situazioni didattiche, sulla base delle tipologie di attività svolte, delle scelte del docente, delle esigenze di approfondimento. Le risorse di primo tipo devono garantire l’inquadramento e la contestualizzazione delle risorse di secondo tipo, offrendo loro il necessario filo conduttore e rispondendo alle esigenze di ragionevole uniformità fra percorsi formativi almeno in parte analoghi. Le risorse di secondo tipo rappresentano invece un prezioso strumento di personalizzazione e flessibilità dei percorsi, delle scelte e delle pratiche didattiche.
Il digitale a scuola è stato spesso presentato anche come uno strumento di decostruzione della didattica tradizionale. Ma una decostruzione priva di buone strategie di ricostruzione e di design è improduttiva e velleitaria: un digitale debole, orientato solo alla decostruzione e alla granularizzazione dei contenuti, produce a sua volta una scuola debole e persa nella frammentazione. L’esatto contrario di quello di cui abbiamo bisogno.
Il buon funzionamento del nostro sistema scolastico e formativo dipende da una pluralità di soggetti: studenti, insegnanti (e speriamo, in futuro, anche bibliotecari scolastici!), genitori, personale tecnico e amministrativo, decisori politici, autori ed editori di contenuti di apprendimento e degli strumenti necessari al loro uso. L’auspicio è che questo libro possa contribuire a convincere almeno alcuni fra loro che l’incontro fra scuola e mondo digitale è positivo e ricco di potenzialità, ma a condizione di riconoscere che quello di cui abbiamo bisogno è un digitale che sia anche forte e strutturato, e non solo o non prevalentemente debole e destrutturato.
Se nei prossimi anni riusciremo a indirizzare la scuola italiana verso un uso più organizzato, meno dispersivo, meno occasionale di contenuti formativi e di apprendimento più strutturati e complessi e di migliore qualità, avremo dato un contributo importante alla crescita non solo del nostro sistema formativo, ma anche del paese.