15.
Smartphone in classe?
Il BYOD e i suoi problemi

Negli ultimi anni, la sigla BYOD è diventata di moda nel mondo dell’istruzione. BYOD, come abbiamo visto, abbrevia l’espressione inglese «Bring Your Own Device», ovvero «porta con te il tuo dispositivo», e fa dunque riferimento a una situazione in cui gli studenti (e spesso anche i docenti...) portano a scuola e utilizzano nell’ambito delle attività didattiche i propri dispositivi digitali (tablet, smartphone, notebook, ecc.)1.

Questo non vuol dire ovviamente che la scuola non debba disporre di strumenti tecnologici o non li debba mettere a disposizione: il modello BYOD presuppone anzi la disponibilità di alcune dotazioni tecnologiche: ad esempio, un buon collegamento a Internet (senza il quale i dispositivi portati da casa sarebbero di fatto inutili), prese elettriche per ricaricare i dispositivi, stampanti, LIM e videoproiettori per le attività comuni, ecc.; insomma: come per ogni modello di uso delle tecnologie didattiche, un buon design complessivo dell’ambiente di apprendimento resta comunque indispensabile.

Come purtroppo accade assai spesso, il dibattito pubblico su questo modello si è concentrato su un singolo aspetto, per di più discusso in forma assai semplificata e spesso poco razionale: l’uso dello smartphone in classe2. E l’apertura (a mio avviso ­assolutamente ragionevole) alla possibilità di usare lo smartphone in classe – ovviamente nell’ambito di attività di apprendimento per le quali quest’uso è sensato – è stata letta in molti casi come una sorta di resa incondizionata all’onnipresenza e all’invasività di dispositivi che senza dubbio possono essere anche distrattivi.

È bene allora chiarire subito che il modello BYOD non si riferisce solo e necessariamente allo smartphone (in molte situazioni, un tablet – magari dotato di stilo o di tastiera bluetooth – sarebbe sicuramente più utile), e – soprattutto – che quando si prevede la possibilità di utilizzare per alcune attività anche dispositivi personali non si immagina affatto una situazione in cui ogni studente è abbandonato a sé stesso e all’uso compulsivo del suo telefonino. Al contrario, i dispositivi vengono usati come strumento di partecipazione a un lavoro comune, ben definito e coordinato dal docente; un lavoro rispetto al quale lo studente è responsabilizzato, non deresponsabilizzato; un lavoro che – se ben indirizzato – contribuisce a costruire competenze di alfabetizzazione informativa legate proprio all’uso produttivo e non dispersivo degli strumenti di accesso alla rete e dei contenuti disponibili online.

Ciò non significa che il modello BYOD sia immune da problemi e criticità. Al contrario: i problemi, come vedremo fra breve, non mancano e sono spesso sottovalutati. La loro analisi richiede però una riflessione ben più articolata e approfondita di quella che ha accompagnato buona parte del dibattito sullo «smartphone in classe». Come per ogni tecnologia, la definizione delle forme, delle metodologie, delle pratiche concrete che riguardano il buon uso a scuola dei dispositivi mobili di docenti e studenti è (o dovrebbe essere) il risultato di un processo di argomentazione e negoziazione razionale, non di una accettazione o di un rifiuto aprioristici ed emotivi.

Si è già detto che il modello BYOD non può essere interpretato come una sorta di ‘abdicazione’ della scuola rispetto alle dotazioni tecnologiche. Al contrario, non solo – come abbiamo appena ricordato – vi sono dotazioni tecnologiche che la scuola deve mettere a disposizione perché il modello possa funzionare, ma l’adozione del modello BYOD di fatto attribuisce alla scuola una responsabilità, sia pure indiretta, anche sui dispositivi portati dagli studenti e di loro proprietà. Per fare solo qualche esempio, devono essere messi a disposizione dei luoghi sicuri in cui riporli quando non sono utilizzati e gli studenti sono impegnati in altre attività; la rete scolastica deve essere ragionevolmente sicura (non possiamo certo permetterci che i dati personali dei nostri studenti vengano rubati o che i dispositivi vengano infettati da virus proprio attraverso la rete scolastica!); vanno inoltre studiati meccanismi per gestire i rischi di danni, sia hardware sia software (è ben vero che uno dei vantaggi del modello BYOD è la maggior attenzione che in genere si dedica a un dispositivo di proprietà rispetto a uno messo a disposizione dalla scuola, ma è anche vero che incidenti sono sempre possibili: cosa succede se un insegnante o un compagno danneggiano per errore un dispositivo di proprietà di uno studente?).

Già questi primi cenni mostrano come il modello BYOD non sia esente da problemi (e altri ne vedremo fra breve) e non sia affatto semplice da gestire. Perché, allora, è adottato sempre più spesso?

La ragione principale è ovvia: i costi. In una situazione ideale, ogni studente dovrebbe avere a disposizione all’interno dell’ambiente di apprendimento scolastico una dotazione di tutto rispetto, che è bene considerare (e – di nuovo – ‘disegnare’) nel suo complesso, non limitandosi alle tecnologie digitali: posti comodi in cui lavorare, differenziati per tipo di attività (si è già notato come i banchi e le sedie tradizionali non siano sempre e necessariamente la scelta migliore), strumenti analogici e/o digitali per prendere appunti (da penna e quaderno tradizionali fino ad app come Evernote, OneNote o simili, che consentono di prendere ‘appunti’ – non solo scritti, ma anche visivi e sonori – da condividere e su cui collaborare anche con altri), strumenti analogici e/o digitali su cui raccogliere e utilizzare contenuti di apprendimento (dai libri – inclusi libri di testo, dizionari, ecc. – a materiali granulari e multimediali come video, audio, learning object, contenuti online, ecc.), l’insieme di attrezzature di aule e laboratori disciplinari (inclusi computer, LIM, videoproiettori, ecc.), strumenti legati a tipi specifici di attività didattiche (anche in questo caso da quelli tradizionali, come righello, compasso e ormai anche la calcolatrice, ad app e programmi specifici per smartphone, tablet o computer).

La formazione, insomma, richiede ambienti attrezzati e differenziati, e ovviamente questo pone il problema di una sorta di ‘negoziazione implicita’ (in alcuni casi, sarebbe forse meglio renderla esplicita e discuterne in forma un po’ più consapevole e articolata) su quali dotazioni debbano essere fornite – e pagate – dalla scuola, e dunque dalla collettività, e quali debbano essere invece pagate individualmente da studenti e famiglie. L’idea dell’istruzione gratuita e obbligatoria suggerisce che debba essere lo stato a farsi carico di tutte queste spese, o almeno della maggior parte di esse. D’altro canto, i costi economici crescenti rappresentati da ambienti di apprendimento funzionali e ben forniti sono in contrasto con la limitata disponibilità economica garantita alle scuole dall’investimento dello stato nell’istruzione; investimento che negli ultimi due decenni, anche – ma non unicamente – a causa della crisi economica, è stato purtroppo tutt’altro che in crescita.

In passato, dando per scontato (e sperando che continui a essere scontato) il fatto che le attrezzature fisiche di aule e ambienti sono a carico della scuola, la dialettica fra queste due prospettive – dotazioni scolastiche e dotazioni individuali – si è manifestata soprattutto sul fronte dei libri di testo: lo stato li garantisce, direttamente o indirettamente, in alcuni casi (scuola primaria, situazioni di difficoltà economica delle famiglie), ma il costo – progressivamente più alto con il procedere del percorso formativo – è ormai prevalentemente a carico delle famiglie.

Inevitabilmente, la stessa dialettica si propone oggi sulle attrezzature informatiche individuali. Progetti come ‘classi 2.0’ hanno sperimentato modelli basati su investimenti statali più consistenti, spesso con l’idea di fornire a ogni studente – a carico della scuola – un notebook o un tablet. Ma il costo di questi modelli, anche considerata la rapida obsolescenza e le spese di gestione delle dotazioni tecnologiche, non sembra compatibile con una diffusione generalizzata. Ecco dunque che il modello BYOD diventa una scelta quasi obbligata. Presentarlo unicamente come grande proposta innovativa è una forzatura un po’ ipocrita: inquadrandolo nel contesto che abbiamo cercato di sintetizzare, se ne capiscono meglio il senso e la necessità.

Dal punto di vista delle indicazioni ministeriali, l’apertura al BYOD è esplicitamente prevista dall’azione 6 del Piano Nazionale Scuola Digitale, nel cui contesto troviamo la seguente indicazione: «la scuola digitale, in collaborazione con le famiglie e gli enti locali, deve aprirsi al cosiddetto BYOD, ossia a politiche per cui l’utilizzo di dispositivi elettronici personali durante le attività didattiche sia possibile ed efficientemente integrato». Si noti l’uso del «deve»: non si tratta di una semplice raccomandazione ma di una indicazione netta, che sottintende, appunto, una necessità. Il che tuttavia non implica, come si è già osservato, che questi dispositivi debbano essere utilizzati in ogni e qualunque attività didattica: cosa che non sarebbe né realizzabile né sensata. Ragionevolmente, a questo proposito si parla di possibilità e non di necessità.

In altri termini: l’uso di dispositivi digitali, inclusi quelli personali, deve essere previsto dalla scuola, in modo che questi dispositivi possano essere utilizzati nelle situazioni e nelle attività in cui è utile e sensato farlo. Ma come rispondere a questa indicazione?

Per capire concretamente come organizzarsi in un contesto BYOD, occorre avere ben chiari i problemi che esso comporta, a fronte del vantaggio rappresentato dalla possibilità di utilizzare in classe (e nelle aule laboratoriali) dispositivi individuali che consentono a ogni studente di lavorare su risorse e contenuti digitali.

Come si è accennato, i problemi da affrontare nelle situazioni BYOD sono diversi; il principale è probabilmente quello di assicurare una ragionevole uniformità negli strumenti a disposizione degli studenti, evitando disparità e diseguaglianze. Va notato che disparità e diseguaglianze esistono comunque, a monte, nella tipologia e nelle caratteristiche degli strumenti disponibili a casa (non solo dei dispositivi digitali, ma anche – per fare un esempio del tutto tradizionale – dei libri: sappiamo bene quanto avvantaggiati siano nel rendimento scolastico gli studenti provenienti da famiglie con una libreria ben fornita e l’abitudine alla lettura).

L’organizzazione di attività BYOD può essere anche un’oc­casione per riflettere su queste disparità – che troppo spesso vengono semplicemente assunte, senza alcun tentativo di tenerne conto nella definizione delle strategie formative e di apprendimento – e sulle modalità migliori per cercare di compensarle.

Anche nel caso dei dispositivi digitali, la prima disparità potenziale è fra gli ‘have’ e gli ‘have not’; nelle scuole secondarie probabilmente quasi tutti gli studenti hanno uno smartphone, ma il ‘quasi’ non basta, né basta il concetto generico di smartphone: dispositivi digitali diversi possono avere caratteristiche e funzionalità diverse (a partire dal sistema operativo), ed è essenziale evitare situazioni in cui studenti con dispositivi di ultima generazione e magari una connessione personale alla rete veloce e generosa in termini di possibilità di download si trovino ingiustamente avvantaggiati rispetto a studenti con dispositivi meno potenti, o addirittura privi di dispositivi personali.

È dunque indispensabile una ricognizione preventiva della situazione, che andrà gestita assicurando la necessaria privacy. Un questionario scritto, da compilare a casa e riconsegnare, può essere la soluzione più semplice per raccogliere alcune informazioni di base: tipologia dei dispositivi personali posseduti (e relativo sistema operativo), disponibilità non solo degli studenti ma anche dei genitori a consentirne l’uso a scuola, esistenza o meno di un piano dati e suoi limiti (sarebbe ovviamente preferibile che un collegamento WiFi veloce e sicuro fosse garantito dalla scuola, e in futuro dovrà esserlo, ma purtroppo in molti casi non è così), competenze relative alla ricerca online. Il questionario di avvio potrebbe essere anche l’occasione per comprendere e valutare altri tipi di disparità, come appunto la disponibilità di libri a casa.

Lo scopo ovviamente non è quello di dividere gli studenti in ‘categorie’ ma quello di progettare con cognizione di causa le necessarie azioni compensative. L’adozione del modello BYOD impone al sistema scolastico non solo una riflessione al riguardo, ma anche l’adozione concreta di politiche compensative che hanno comunque un costo: potrà trattarsi della disponibilità di dispositivi da offrire in prestito nelle situazioni e per gli studenti con maggiori necessità (in molte esperienze estere, questo tipo di prestito a lunga scadenza di dispositivi è gestito dalla biblioteca scolastica, e sarebbe molto opportuno se lo stesso potesse avvenire da noi); potrà trattarsi di convenzioni per acquisti agevolati, associate ad assegni finalizzati per le famiglie sotto un certo livello di reddito; potrà trattarsi del ricorso a sponsorizzazioni, o ancora di modelli ibridi.

Come si accennava, c’è poi il problema di garantire per quanto possibile la sicurezza sia dei dispositivi sia dei collegamenti wireless offerti dalla scuola: procedure di identificazione degli utenti sicure e nel contempo di facile gestione, attenta protezione delle reti (purtroppo, molti dei collegamenti Internet offerti dalle scuole hanno livelli di sicurezza bassissimi: una situazione che rischia di produrre, con la diffusione dell’uso di risorse online da parte di docenti e studenti, problemi anche gravi), impianto elettrico con punti di ricarica a bassa tensione (in sostanza, il trasformatore è interno all’impianto e i cavetti di ricarica vengono collegati direttamente a prese usb, non a prese elettriche potenzialmente più pericolose), box per la conservazione sicura dei dispositivi (ad esempio, durante attività – come alcune tipologie di verifiche – per le quali non sia prevista o opportuna la possibilità di utilizzare il collegamento alla rete), e così via.

Ancora una volta, si tratta insomma di prevedere un lavoro specifico di riflessione e progettazione – e dunque di design – delle modalità concrete di implementazione del modello BYOD, che dovrebbe portare a un vero e proprio documento di policy, in cui siano indicate espressamente le scelte fatte dalla scuola al riguardo e le iniziative intraprese per garantire la riduzione delle ineguaglianze e la sicurezza di dati e dispositivi portati dagli studenti.

Come ogni documento che riguarda la definizione di politiche scolastiche, anche quello relativo all’adozione di modelli BYOD richiede evidentemente negoziazione (sia gli studenti sia i genitori devono concordare sulle forme d’uso di dispositivi e risorse – compresa a volte la connettività – che sono pagate direttamente da loro), definizione di ruoli e competenze, indicazioni chiare e trasparenti sulle risorse (sia umane, sia economiche) impegnate nel progetto. La buona volontà è una gran cosa, ma non basta: soluzioni artigianali e individuali a cura di singoli docenti e in singole classi possono a volte fornire qualche indicazione utile, ma non possono certo essere generalizzate e alla lunga rischiano di creare molti più problemi di quelli che riescono a risolvere.

Oltre alle questioni organizzative, c’è poi naturalmente un problema di metodologia didattica e formativa: quali attività possono essere previste sui dispositivi degli studenti, e in che modo gestirle? Va considerata anche in questo caso la difficoltà rappresentata dalle diverse tipologie di dispositivi, sistemi operativi, applicazioni disponibili: un tablet è comunque strumento diverso da uno smartphone, se non altro per la dimensione dello schermo (e un notebook è diverso da tablet e smartphone); gli ambienti software più diffusi – iOS e Android – offrono certo strumenti abbastanza simili ma prevedono comunque modalità operative spesso diverse; il rischio è che gli studenti e il docente finiscano per perdere molto tempo nel ‘fine tuning’ degli strumenti usati, in istruzioni relative all’uso di un dispositivo ma non applicabili agli altri, ecc.

Anche per questi motivi, la maggior parte delle esperienze BYOD adotta una fra due possibili strategie, che possono essere eventualmente integrate: l’uso di un ambiente software specificamente pensato per il BYOD, o l’uso prevalente di siti e applicazioni web dall’interno del browser.

In sostanza, la prima soluzione prevede una sorta di ‘ambiente operativo’ di secondo livello, disponibile per sistemi operativi diversi, che fornisca agli utenti, nonostante la differenza nelle caratteristiche dei dispositivi usati, gli stessi strumenti da usare in classe. Così, ad esempio, è possibile adottare una piattaforma che funzioni nello stesso modo indipendentemente dal sistema operativo, e che permetta di usare libri di testo elettronici, strumenti di annotazione comuni, aggregatori di risorse (testuali, video, audio), e così via. Si tratta in sostanza di una sorta di ambiente software specifico, che garantisce anche l’indipendenza del lavoro fatto in ambito scolastico rispetto agli altri contenuti personali dell’utente. Piattaforme di questo tipo cominciano a esistere sul mercato e probabilmente si svilupperanno ulteriormente in futuro, sempre più spesso in modalità cloud.

Un’ulteriore possibilità è utilizzare app che offrono funzionalità analoghe anche su sistemi operativi diversi. Un buon esempio (ma ne esistono molti altri) è Kahoot!, che permette al docente di raccogliere in tempo reale risposte a domande o esercizi ‘lanciati’ durante lezioni e attività.

La seconda soluzione parte invece da un lato dal riconoscimento della rilevanza del web per molte delle attività che possono essere svolte in ambito scolastico (e nella maggior parte dei casi le attività su web – ad esempio, una ricerca su Google o su Wikipedia – possono essere svolte in maniera abbastanza simile via browser indipendentemente dal dispositivo o dal sistema operativo usato), dall’altro dalla consapevolezza del fatto che il web stesso non è ormai solo una raccolta di pagine statiche ma integra vere e proprie applicazioni interattive, spesso assai utili, eseguibili all’interno di un browser e dunque, nuovamente, in maniera abbastanza uniforme indipendentemente dal dispositivo e dal sistema operativo usato. Un esempio abbastanza diffuso nelle scuole, anche se non certo l’unico, è rappresentato dal pacchetto G Suite for Education, offerto da Google e composto da applicazioni cloud che attraverso il browser Chrome possono essere utilizzate senza problemi anche partendo da dispositivi diversi.

Tutte e due queste strategie spostano in sostanza sul web la funzione di offrire un ambiente di lavoro comune, e sostituiscono in molti casi il lavoro ‘on the cloud’ a quello basato su software specifici e dedicati presenti sui singoli dispositivi. Ciò significa che una prima risposta alla domanda che abbiamo formulato poc’anzi – quali attività possono essere svolte adottando il modello BYOD? – è abbastanza immediata: sicuramente, queste attività possono includere molte tipologie di ricerca e di lavoro in rete (ad esempio, esercitazioni su Wikipedia).

Vanno poi considerate tutte quelle operazioni che, pur se svolte diversamente su dispositivi diversi, producono risultati facilmente riutilizzabili da tutti o si basano su strumenti interoperabili: ad esempio, la realizzazione di video, di fotografie, di registrazioni audio; lo scambio di messaggi su piattaforme come WhatsApp (la creazione di gruppi, usando strumenti come WhatsApp o Telegram, va certo sempre valutata e gestita con attenzione: i rischi di dispersione e confusione comunicativa sono forti, e lo testimoniano non solo i gruppi fra studenti ma anche quelli fra genitori o fra docenti, in cui è assai facile perdere di vista l’aspetto funzionale a favore della chiacchiera inconcludente e polemica. E tuttavia un gruppo ben regolato e creato con uno scopo preciso può essere assai utile nella gestione di un progetto, e può essere anche un’occasione per imparare a utilizzare correttamente e in maniera non dispersiva questi strumenti: semplicissimi dal punto di vista tecnico, ma il cui buon uso richiede competenze comunicative e relazionali tutt’altro che scontate); l’uso didattico di piattaforme di social network, e così via.

In linea generale, dunque, il BYOD non richiede affatto che tutti gli studenti adottino gli stessi identici strumenti software o svolgano le stesse identiche operazioni: le differenze possono anzi in molti casi arricchire il lavoro comune. A patto però che vi sia chiarezza sugli obiettivi, e che le attività individuali siano ben inquadrate e contestualizzate in un disegno condiviso.

Riassumendo: un buon uso della strategia BYOD è possibile e auspicabile, ma richiede un lavoro impegnativo a livello di infrastrutture, di analisi della situazione, di elaborazione di linee guida, di definizione delle metodologie e degli strumenti da utilizzare, di organizzazione didattica. Un lavoro guidato da un progetto formativo ‘forte’ e non ‘debole’, che eviti i rischi di un’eccessiva frammentazione delle attività, e permetta al contrario di ricondurre la differenziazione dei compiti individuali a una sintesi comune. Anche in questo caso, insomma, vale il principio della ricerca della cornice: occorre la capacità di ricondurre attività e contenuti granulari nella direzione della costruzione consapevole di complessità ben strutturata.

                

1 Il dibattito sul modello BYOD è relativamente recente, dato che presuppone la disponibilità diffusa di smartphone e tablet. Fra le molte risorse disponibili al riguardo, suggerisco in particolare: il documento Bring Your Own Device (BYOD) For Learning disponibile sul sito irlandese PDST Technology in Education, all’indirizzo http://www.pdsttechnologyineducation.ie/en/Technology/Advice-Sheets/Bring-your-own-Device-BYOD-for-Learning.pdf (la seconda parte del documento, che è del 2017, comprende i link ad alcuni filmati disponibili su YouTube che esemplificano situazioni BYOD); il rapporto Bring Your Own Device. Preparing for the Influx of Mobile Computing Devices in Schools sul sito EdTechMagazine (all’indirizzo https://edtechmagazine.com/k12/sites/default/files/111331-wp-k12-byod-df.pdf). Per l’Italia: l’insieme di interventi ed esperienze raccolti nelle pagine BYOD Technologies in Italian Classrooms (https://sites.google.com/a/g.istruzioneer.it/byod/home); il testo dell’intervento di Raffaele Antonio Nardella Il BYOD alla prova, presentato a Didamatica 2017 e disponibile sul sito dell’AICA all’indirizzo http://www.aicanet.it/documents/10776/1476921/Didamatica17_paper_16.pdf. Fra le discussioni di esperienze specifiche nell’ambito della letteratura di ricerca, ha avuto un particolare rilievo l’articolo di Yanjie Song “Bring Your Own Device (BYOD)” for Seamless Science Inquiry in a Primary School, in «Computers & Education», 74, 2014, pp. 50-60.

2 Il dibattito si è sviluppato in forma particolarmente accesa nel settembre 2017, in occasione di un’intervista alla ministra Fedeli (l’intervista – che preannunciava l’insediamento di una commissione ministeriale «per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula» – è stata pubblicata dal quotidiano «la Repubblica» il 12 settembre 2017, ed è disponibile in rete all’indirizzo http://www.repubblica.it/scuola/2017/09/12/news/la_svolta_della_ministra_smartphone_in_aula_dico_si_sono_un_aiuto_-175262917/). L’intervento della ministra Fedeli era peraltro in assoluta continuità rispetto a quanto già previsto dall’azione 6 del Piano Nazionale Scuola Digitale, che come si è ricordato prevede politiche attive per il BYOD. Nel gennaio 2018, quando questo libro era già in bozze, è uscito il ‘decalogo’ predisposto dal gruppo di esperti MIUR incaricati di fornire indicazioni di riferimento sul BYOD. La pubblicazione del decalogo, dal titolo Dieci punti per l’uso dei dispositivi mobili a scuola (lo si trova all’indirizzo https://goo.gl/8tbQNg), ha riacceso polemiche spesso viziate dagli stessi fraintendimenti che ho discusso in questa sede; auspicabilmente, il documento completo che dovrebbe accompagnarlo (non ancora disponibile mentre scrivo) potrà contribuire a superarle. Segnalo nel frattempo come ulteriore risorsa la documentazione raccolta a cura di Antonio Fini, uno dei membri del gruppo, all’indirizzo https://padlet.com/antonio_fini/ebkhnlkntkuq.