28
Il capitano li condusse in una sala d'attesa al secondo piano. Era uno spazio illuminato da lunghi tubi fluorescenti, il pavimento di linoleum, le sedie di plastica impilabili disposte disordinatamente attorno a tavoli bassi.
Vecchi cerchi di caffè sui tavoli e, nell'angolo, un cestino pieno di bicchieri usati.
«Non è un granché», esordì il capitano. «Ma è tutto ciò che abbiamo.
Qui attendono tutti gli ufficiali superiori.» Attendono tre ore? pensò Reacher, evitando di esprimersi ad alta voce.
Ringraziò l'uomo e raggiunse la finestra che dava sulle piste. All'esterno era tutto tranquillo; la Harper lo affiancò per un secondo, poi si voltò e si sedette su una sedia.
«Dimmi», cominciò lei. «Di che si tratta?»
«Inizia dal movente», le suggerì Reacher. «Chi può avere un movente?»
«Non lo so.»
«Torna ad Amy Callan. Supponi che sia l'unica vittima. Chi sospetteresti?»
«Il marito.»
«Perché il marito?»
«Quando la moglie muore, si pensa subito al marito. Perché i moventi sono spesso personali. E il marito è la persona più vicina alla moglie.»
«In che modo procederesti?»
«In che modo? Nel solito. Lo metterei sotto torchio, smonterei il suo alibi e gli farei pressione finché non confessasse.»
«E lui non reggerebbe, giusto?»
«Prima o poi cederebbe.» Reacher annuì. «Bene, supponiamo che l'assassino sia il marito di Amy Callan. In che modo può evitare d'esser messo sotto torchio?»
«Non può farlo.»
«E invece sì. Può evitarlo cercando un gruppo di donne che abbiano tratti in comune con la moglie e uccidendo anche loro. Potrebbe farlo in una maniera bizzarra che indurrebbe a pensare a un assassino dalle fantasie perverse. In altre parole, potrebbe camuffare il vero bersaglio dietro un sacco di stronzate. Allontanare i riflettori da sé nascondendo il legame personale dietro una schiera di gente. Qual è il luogo migliore per nascondere un granello di sabbia?» La Harper annuì. «La spiaggia.»
«Esatto!»
«Dunque è stato il marito della Callan?»
«No, non è stato lui», rispose Jack. «Ma?»
«Ma basta un movente per una sola delle donne», continuò Lisa. «Non per ognuna. Tranne una, sono tutte unicamente richiami per le allodole.
Sabbia sulla spiaggia.»
«Camuffamento», riprese Reacher. «Fumo negli occhi.»
«E allora, qual è il vero bersaglio?» Jack non rispose. Si scostò dalla finestra e si sedette ad aspettare.
Attendi. Fa freddo, in montagna. Fa freddo e si sta scomodi accucciati tra le rocce. Il vento soffia da ovest ed è umido. Ma tu aspetti: la sorveglianza è importante, la certezza è tutto. Sai che la concentrazione ti permette di fare qualsiasi cosa. Tutto. Perciò attendi.
Osservi il poliziotto nella sua auto e ti diverti a pensare alla sua situazione. Si trova a poche centinaia di metri da te, ma è in un altro mondo.
Tu puoi allontanarti dalla roccia e disporre di un milione di acri di montagna da usare come bagno. Lui è laggiù nella civiltà: strade, marciapiedi, giardini. Non può usarli, lo arresterebbero. Dovrebbe arrestarsi da solo.
E non ha il motore acceso, perciò l'auto dev'essere fredda. Ciò peggiora o migliora la sua situazione? Lo osservi e attendi.
Il capitano tornò un po' prima che scadessero le tre ore. Li condusse da basso e oltre la porta da cui erano entrati. Un'auto di servizio li stava aspettando.
«Fate buon viaggio», augurò loro.
La macchina percorse un chilometro e mezzo lungo il perimetro della pista, poi tagliò verso un Boeing isolato nell'area di stazionamento. Le autocisterne si stavano sganciando, e l'equipaggio di terra formicolava attorno all'aereo, nuovo di zecca e interamente bianco.
«Non lo verniciamo finché non siamo sicuri che funzioni a dovere», li informò l'autista.
Una scala scorrevole era appoggiata al portello della cabina. L'equipaggio di bordo in uniforme era ammassato in cima; in mano, ventiquattrore panciute e raccoglitori zeppi di documenti.
«Benvenuti a bordo», esclamò il secondo pilota. «Dovreste riuscire a trovare qualche posto libero.» Ce n'erano duecentosessanta. Era un normale aereo passeggeri senza fronzoli; niente televisore, niente riviste sui film proiettati a bordo, niente pulsanti per chiamare le hostess. Non vi erano né coperte né cuscini né cuffie. I sedili erano in tinta unita, color kaki, e il tessuto era lindo e odorava di nuovo. Reacher ne occupò tre, sedendosi lateralmente e appoggiando la schiena al finestrino.
«Abbiamo fatto una scorpacciata di voli in questi ultimi giorni», considerò.
La Harper prese posto dietro di lui e si allacciò la cintura. «Puoi dirlo forte», confermò.
«Ascoltate, ragazzi», gridò il secondo pilota lungo il corridoio. «Questo è un volo militare, non della Federal Aviation Administration, perciò vi darò l'annuncio pre-volo militare, ok? Ovvero, non preoccupatevi, perché non precipiteremo... e, se accade, verrete ridotti come carne trita e cenere in ogni caso, perciò perché darsi pensiero?» Reacher sorrise. Lisa lo ignorò.
«Allora qual è il vero bersaglio?» tornò a chiedergli.
«Lo puoi intuire.» Il Boeing fece retromarcia e virò, puntando verso la pista. Un minuto più tardi era in volo, stabile, silenzioso e potente; sorvolò la distesa irregolare del Distretto della Columbia, guadagnando quota, e iniziò la sua crociera verso ovest, in alto, fra le nuvole.
Quel tizio resiste ancora. Non si è mosso dall'auto, che è rimasta sempre davanti alla casa. Hai visto il collega portargli il sacchetto del pranzo, con una tazza grande di caffè. Povero stronzo, tra un po' starà da cani.
Ma ciò non influisce sul tuo piano. Come potrebbe? Sono le due, è tempo di fare la telefonata.
Apri il cellulare rubato. Componi il suo numero. Premi il tasto verde del telefonino. Ascolti la connessione e il primo squillo. Ti acquatti al riparo della roccia e ti prepari a parlare. Là sotto è più caldo, non soffia il vento.
Il telefono continua a squillare. Lei risponderà? Forse no. Una puttana ostinata che non lascia entrare la sua guardia del corpo per usare il bagno potrebbe anche ignorare il telefono. Provi un momentaneo brivido di panico. Che farai? Che cosa accadrà se non alza il ricevitore?
Invece lei lo solleva.
«Pronto?» È stanca, seccata, sulle difensive. Crede che sia il sergente di polizia che si lamenta a causa del suo comportamento. O il coordinatore del Bureau che cerca di farle cambiare idea.
«Ciao, Rita», la saluti.
Lei sente la tua voce. Ti accorgi che si rilassa.
«Sì?» domanda.
Tu le dici ciò che vuoi che faccia.
«Non la prima», escluse la Harper. «La prima potrebbe essere stata scelta a caso, per depistarci. Forse nemmeno la seconda. La seconda fissa lo schema.»
«Concordo», disse Reacher. «La Callan e la Cooke erano rumori di sottofondo. Hanno dato il via alla cortina di fumo.» Lisa annuì, poi si fece silenziosa. Si era spostata dai sedili posteriori e adesso se ne stava seduta scompostamente nella fila opposta a quella di lui nell'aereo deserto. Era una sensazione strana; familiare, ma strana. Attorno a loro solo file uguali e linde di sedili vuoti.
«Ma non lascerà che le cose precipitino», mormorò lei. «Ha un obiettivo e vuole raggiungerlo prima che qualcosa vada storto, giusto?»
«Concordo», ripeté lui.
«Perciò è la terza o la quarta.» Jack annuì e tacque.
«Ma quale?» chiese la Harper. «Qual è la chiave?»
«Ogni cosa è la chiave. Come sempre», ribatté Reacher. «Gli indizi. La geografia, la vernice, l'assenza di violenza.»
Il pranzo fu una mela fredda e raggrinzita, e un quadratino di formaggio svizzero, che era quanto il frigorifero era in grado di offrirle. Mangiò il tutto su un piatto, per preservare una parvenza di ordine; poi lo lavò, l'asciugò e lo ripose nella credenza. Attraversò il corridoio e aprì la porta d'ingresso.
Per qualche secondo rimase immobile nel freddo e poi si avviò verso l'auto della polizia che era ancora parcheggiata all'entrata del vialetto. L'agente la vide arrivare e abbassò il finestrino.
«Sono venuta per scusarmi», disse Rita, cercando di assumere un tono dolce. «Non avrei dovuto dire ciò che ho detto. Ho perso un po' la pazienza, ecco tutto. Naturalmente può entrare ogni volta che ha bisogno.» L'agente la stava fissando, un po' perplesso, come se stesse pensando: ah, le donne! Rita continuò a sorridere, sollevò le sopracciglia e inclinò il capo, quasi a corroborare le proprie parole.
«Bene, allora entro subito», replicò il poliziotto. «Se è certa che non disturbo.» Lei annuì e attese che l'uomo uscisse dall'auto. Notò che aveva lasciato il finestrino del passeggero abbassato: al suo ritorno l'auto sarebbe stata fredda. La Scimeca lo precedette lungo il sentierino e l'agente si affrettò dietro di lei. Pover'uomo, doveva essere disperato, pensò.
«Conosce la strada», fece la donna e attese fuori.
Il poliziotto uscì dal bagno più sollevato.
Rita gli tenne aperta la porta d'ingresso. «Quando vuole», esclamò. «Basta che suoni il campanello.»
«Va bene, signora. Se ne è sicura.»
«Sono sicura. Apprezzo ciò che state facendo per me.»
«Dovere», affermò l'uomo, fiero e timido.
La donna lo osservò raggiungere l'automobile, poi chiuse la porta e si recò in soggiorno. Rimase in piedi a guardare il pianoforte e decise di esercitarsi per altri quarantacinque minuti. Forse un'ora.
Così va meglio. E la tempistica potrebbe essere quasi perfetta. Non puoi averne la certezza. Hai esperienza in un sacco di cose, ma non di faccende urologiche. Lo guardi mentre torna alla macchina, e pensi che sia troppo giovane per avere disturbi di prostata, dunque ciò che conta è la pienezza della sua vescica rispetto alla naturale riluttanza a disturbare ancora Rita Scimeca. Ora sono le due e mezzo, sicuramente andrà in bagno almeno altre due volte prima delle otto. Forse una volta prima e una dopo che lei sarà morta.
Sul Nord Dakota le nuvole si dissiparono. Il suolo era visibile undicimila metri sotto di loro. Il secondo pilota li raggiunse e indicò il luogo in cui era nato: una cittadina a sud di Bismarck. Il fiume Missouri vi passava attraverso come un sottile filo argenteo. Poi l'uomo tornò in cabina e lasciò Reacher a scervellarsi sul tragitto. Era completamente a digiuno in quella materia. Dalla Virginia all'Oregon lui avrebbe attraversato il Kentucky, l'Illinois, lo Iowa, il Nebraska, il Wyoming e l'Idaho. Non sarebbe di certo salito fino al Nord Dakota. Ma quelle che chiamavano grandi rotte circolari rendevano il viaggio più breve tanto più ci si allontanava dalla via più diretta. Jack lo sapeva, ma non riusciva a capirne la ragione. Come potevano far prima deviando dalla rotta?
«Lorraine Stanley ha rubato la vernice. L'assenza di violenza prova che il nostro uomo la sta simulando», considerò la Harper. «Ma cosa prova la geografia?»
«Ne abbiamo parlato», ribatté Reacher.
«Denota libertà d'azione», disse lei.
Jack annuì. «E velocità.» Lisa assentì di rimando.
«E mobilità», aggiunse Reacher. «Non dimenticare la mobilità.»
Alla fine Rita suonò per un'ora e mezzo. Il poliziotto non si fece vivo e lei si rilassò finché il suo tocco non raggiunse l'apice della perfezione. Le note s'impressero nella sua mente, e lei aumentò sempre più la velocità, fino al punto in cui l'interpretazione divenne in certo qual modo approssimativa. Allora fece marcia indietro e suonò in maniera più lenta rispetto al tempo indicato. Ma, che diamine, il brano era splendido, persino migliore di quando veniva eseguito alla velocità esatta. Era coinvolgente, logico, solenne. Era proprio compiaciuta.
Spinse indietro lo sgabello, intrecciò le dita e le fletté sopra la testa. Poi chiuse il coperchio della tastiera e si alzò. Uscì nel corridoio e salì le scale fino al bagno, dove iniziò a spazzolarsi i capelli davanti allo specchio; dopodiché ridiscese e prese la giacca dall'armadio. Era abbastanza corta da non intralciarla in auto e sufficientemente calda per la temperatura esterna.
Si cambiò le scarpe e optò per un paio più pesante. Aprì la porta del garage e usò il telecomando appeso al portachiavi per aprire l'auto. All'interno dell'abitacolo si accese la luce. Rita azionò il pulsante della saracinesca, s'infilò in macchina e accese il motore mentre la porta del garage si apriva rumorosamente.
Si portò sul sentierino e premette il pulsante per chiudere la saracinesca.
Si voltò sul sedile e vide la volante della polizia che le intralciava la strada.
Allora lasciò il motore acceso, scese dall'auto e s'incamminò nella sua direzione. Il poliziotto la stava guardando e aprì il finestrino.
«Vado al supermercato», lo informò la donna.
L'agente la fissò per un istante, come se quel fatto esulasse da tutti gli scenari previsti.
«Quanto ha intenzione di star via?» le chiese.
Rita scrollò le spalle. «Mezz'ora, forse un'ora», rispose.
«Al supermercato?» mormorò l'agente.
Lei annuì. «Mi servono alcune cose.» L'uomo continuò a guardarla, poi prese una decisione. «Bene, ma io aspetto qui», concluse. «Stiamo tenendo sotto controllo la casa, non lei personalmente. Crimini a sfondo domiciliare, questo è ciò di cui ci occupiamo.» La Scimeca annuì di nuovo. «Va bene. Nessuno mi rapirà al supermercato.» Il poliziotto assentì a sua volta e rimase in silenzio. Poi avviò l'auto e fece marcia indietro in salita, lasciandole spazio sufficiente per manovrare.
La guardò scendere lungo il pendio, poi tornò nella posizione originaria.
Vedi aprirsi la porta del garage, vedi uscire la sua auto, vedi la porta chiudersi alle sue spalle. La osservi mentre si ferma sul sentierino e la guardi scendere dall'auto. Noti la conversazione al finestrino della Crown Vic. Osservi il poliziotto che fa marcia indietro e lei che fa manovra sulla strada. L'agente riporta la macchina dov'era, Rita discende il pendio. Sorridi fra te e te e retrocedi sotto la copertura delle rocce. Ti alzi in piedi.
Vai al lavoro.
Ai piedi del rilievo la Scimeca svoltò a sinistra e poi a destra, verso Portland. Faceva freddo. Un'altra settimana di temperature rigide, e sarebbe caduta la neve. A quel punto la sua auto avrebbe iniziato a sembrare un mezzo futile. Tutti gli altri disponevano di veicoli con quattro ruote motrici, jeep o pick-up, mentre lei aveva optato per una berlina bassa e veloce, quattro volte più lunga che alta. Vernice dorata, ruote cromate, interni in pelle color panna. Sembrava un'auto da un milione di dollari, ma aveva solo la trazione anteriore. La distanza dal terreno era sufficiente a malapena per schivare una palla di neve di grandi dimensioni, ma nulla di più. Per il resto dell'inverno, Rita sarebbe andata a piedi o avrebbe implorato passaggi dai vicini.
Ma viaggiava liscia e silenziosa, come in un sogno. Percorse tre chilometri in direzione est, poi rallentò e svoltò a sinistra nel centro commerciale. Attese il passaggio di un camion che avanzava lento, poi s'infilò nel parcheggio. Fece una curva stretta e aggirò il braccio destro dell'edificio, per lasciare l'auto isolata nella fila di posteggi aggiuntivi. Tolse le chiavi e le lasciò cadere nella borsa. Scese e si diresse nell'aria fredda verso il supermercato.
All'interno faceva più caldo. Prese un carrello e percorse tutte le corsie, senza fretta. Non acquistava secondo un metodo preciso, semplicemente prendeva tutto quello che pensava le mancasse. In verità, non molto, perché il negozio non vendeva le cose cui lei era davvero interessata. Niente libri di musica, niente piante da giardino. Alla fine si ritrovò nel carrello un numero sufficientemente esiguo di prodotti da poter usufruire della cassa rapida.
La commessa ripose tutto in un sacchetto di carta, Rita pagò in contanti e uscì col sacchetto tra le braccia. Svoltò a destra sullo stretto marciapiede e guardò la serie di vetrine mentre camminava, il respiro sospeso nell'aria.
Si fermò fuori del negozio di ferramenta, un luogo all'antica, che vendeva un po' di tutto. C'era entrata altre volte, per acquistare sacchi di farina d'ossa e di fertilizzante a base di ericacee per le sue azalee.
Spostò il sacchetto della spesa su un braccio e aprì la porta; si udì il suono di un campanello. Dietro la cassa, un uomo anziano con un grembiule marrone ammiccò verso di lei in segno di saluto. Lei avanzò tra le corsie stipate; oltrepassò gli attrezzi e i chiodi, e si ritrovò nella sezione dedicata alla decorazione. Vi erano rotoli di tappezzeria economica e confezioni di colla, pennelli e rulli da imbianchino. E latte di vernice, disposte su uno scaffale alto come lei. I campioni di colore erano esposti in rastrelliere fissate agli scaffali. La Scimeca appoggiò il sacchetto di carta sul pavimento, prese un prospetto informativo da una di esse e lo aprì. All'interno c'era un nastro di colori, simile a un enorme arcobaleno. Una grande varietà di sfumature.
«Possa aiutarla, signora?» chiese una voce.
Era il vecchio proprietario. L'aveva seguita in silenzio, servizievole e ansioso di vendere qualcosa.
«Questa roba si diluisce con l'acqua?» gli chiese lei.
Il negoziante annuì. «Lo chiamano lattice», spiegò. «Ma significa semplicemente che è a base d'acqua. Lo può diluire, e può pulire il rullo con l'acqua.»
«Voglio un verde scuro», disse Rita. Indicò il prospetto. «Magari questo verde oliva», continuò.
«L'avocado è un bel colore», le suggerì il vecchio.
«Troppo chiaro», ribatté la donna.
«Ha intenzione di diluirlo con l'acqua?» le chiese.
Lei annuì. «Credo di sì.»
«Allora diventerà ancora più chiaro.»
«Credo che prenderò il verde oliva», mormorò Rita. «Voglio un effetto militare.»
«Bene», assentì il negoziante. «Quanta?»
«Una latta», rispose. «Quattro litri.»
«Non ci farà molto», affermò l'uomo. «Ma se l'allunga con l'acqua, durerà di più.» Il negoziante portò la latta alla cassa e batté lo scontrino. Rita pagò in contanti e lui mise la vernice in un sacchetto con una bacchetta per mescolare in regalo, il nome del negozio stampato su un'estremità.
«Grazie», disse Rita.
Prese il sacchetto della spesa con una mano e quello con la latta con l'altra. Ripercorse il marciapiede davanti ai negozi. Faceva freddo. Guardò in alto e scrutò il cielo, nel quale si stavano addensando nuvole nere, provenienti da ovest. Aggirò l'ultimo negozio e si affrettò a raggiungere l'auto.
Scaricò le borse sul sedile posteriore, salì, sbatté la portiera e avviò il motore.
Il poliziotto aveva freddo e questo lo aiutava a mantenere viva la concentrazione. In estate restare seduto a far niente gli metteva sonno, ma con quella temperatura tanto bassa non correva nessun rischio. Perciò vide la figura che si avvicinava quand'era ancora a cento metri di distanza giù dal pendio. Dalla cima della salita vide dapprima la testa, poi le spalle e infine il busto. La figura si stava dirigendo dritta verso di lui, rivelando una porzione sempre maggiore di sé, diventando più grande a mano a mano che si stagliava all'orizzonte. La testa era grigia, la capigliatura folta, ben ordinata e pettinata. Le spalle erano coperte da un'uniforme dell'esercito. Aquile sulle spalline, aquile sui risvolti: un colonnello. Un colletto da ecclesiastico al posto della camicia e della cravatta. Un prete. Un cappellano militare che camminava a passo svelto su per il marciapiede. La testa ballonzolava su e giù a ogni passo, e la fascia bianca del colletto si muoveva sotto di essa. L'andatura rapida dava praticamente l'idea di una marcia.
L'uomo si arrestò all'improvviso a un metro dal faro destro della macchina. Fermo sul marciapiede, allungò il collo e osservò la casa della Scimeca. Il poliziotto abbassò il finestrino del passeggero, ma sul momento non seppe che dire; altre volte aveva richiamato cittadini locali con un signore, venga da questa parte, in un tono di voce tale da far scordare il signore. Ma quello era un prete e un colonnello dell'esercito. Praticamente un gentiluomo.
«Mi scusi», esclamò.
Il militare si guardò attorno e si chinò accanto al finestrino. Era alto. Mise una mano sul tetto della Crown Vic e l'altra sulla portiera. Abbassò la testa e guardò dentro.
«Agente», disse.
«Posso aiutarla?» gli chiese il poliziotto.
«Sono venuto a far visita alla padrona di casa», spiegò il prete.
«Al momento non è in casa», lo informò l'uomo. «E le circostanze sono particolari.»
«Le circostanze?»
«È sotto sorveglianza. Non le posso spiegare il motivo. Ma devo chiederle di entrare in macchina e di mostrarmi un documento d'identità.» Il colonnello esitò un istante, apparentemente confuso. Poi si raddrizzò e aprì la portiera del passeggero. Si raggomitolò sul sedile e infilò una mano nella tasca della giacca. Ne estrasse un portafogli. Lo aprì con un gesto della mano e ne tolse una carta d'identità militare, consunta. La porse all'agente. Questi la esaminò, controllò la fotografia con il volto dell'uomo, poi gliela restituì e annuì col capo.
«Bene, colonnello», disse. «Può attendere qui con me, se desidera. Credo che lì fuori faccia più freddo.»
«Può dirlo forte», ribatté l'uomo, sebbene il poliziotto avesse notato che era lievemente sudato. Probabilmente a causa della camminata veloce su per la collina, pensò.
«Non riesco a capire», si lagnò la Harper.
L'aereo era in fase d'atterraggio. Reacher lo avvertiva dalla pressione nelle orecchie, inoltre sentiva le brusche virate. Il pilota era un militare, perciò stava usando il timone, che i piloti civili evitavano perché fa sbandare l'aereo come un'automobile che slitta, e i passeggeri non gradiscono tale sensazione. Il velivolo viene perciò fatto virare mediante l'accelerazione di un motore da una parte e il rallentamento degli altri dalla parte opposta. In tal modo la manovra è dolce. Ma i piloti militari non si preoccupano certo della comodità dei passeggeri.
«Ricordi il rapporto di Poulton da Spokane?» le domandò Jack.
«Che cosa c'entra?»
«Quella è la chiave. Qualcosa di grande e di ovvio.»
Lasciò la strada principale svoltando a sinistra e poi a destra nella sua via. Il poliziotto era tornato al suo posto; qualcuno sedeva accanto a lui nell'automobile. Rita si fermò sul bordo della strada, pronta a svoltare, sperando che l'agente avesse colto l'invito a spostarsi, ma quello aprì la portiera e uscì, come se le dovesse parlare. Attraversò la strada, rigido per esser stato a lungo seduto, appoggiò le mani sul tetto dell'auto e si chinò. La donna aprì il finestrino e lui sbirciò all'interno, osservando le borse sul sedile posteriore.
«Ha trovato quello che cercava?» le chiese.
Lei annuì.
«Nessun problema?» Rita scosse il capo.
«C'è un uomo che la vuole vedere», continuò il poliziotto. «Un prete, dell'esercito.»
«Quello in macchina?» mormorò lei, come se fosse obbligata a chiederlo, benché la cosa fosse piuttosto ovvia. Il colletto da prete era infatti ben visibile.
«Colonnello qualcosa», chiarì l'agente. «La sua carta d'identità è a posto.»
«Gli dica di andarsene», sbottò la donna.
Il poliziotto rimase sconcertato. «È venuto dal Distretto della Columbia», ribatté. «Il suo documento indica che è di stanza laggiù.»
«Non me ne frega niente di dove sia di stanza. Non lo voglio vedere.» L'agente tacque e si limitò a voltare la testa. Il colonnello aprì la portiera e scese sul marciapiede, rivelandosi in tutta la sua altezza. Poi si avvicinò all'auto. La Scimeca lasciò il motore acceso e aprì la portiera. Uscì e, avvolgendosi nella giacca per il freddo, lo osservò incedere verso di lei.
«Rita Scimeca?» chiese questi quando fu abbastanza vicino.
«Che vuole?»
«Sono qui per assicurarmi che stia bene.»
«Bene?» ripeté la donna.
«Che si sia ripresa», le spiegò. «Dopo i guai che ha passato.»
«Guai?»
«Dopo l'aggressione.»
«E se non stessi bene?»
«Allora forse potrei aiutarla.» La sua voce era calda, profonda e intensa. Infinitamente credibile. Una voce di chiesa.
«L'ha mandata l'esercito?» gli chiese la donna. «È qui in veste ufficiale?» Lui scosse il capo. «No. Ho discusso con loro molte volte.» Rita annuì. «Offrire consulenza significa ammettere la propria responsabilità.»
«Questo è il loro punto di vista», ribatté il colonnello. «Purtroppo. Perciò la mia è una missione privata. Sto agendo contro ordini severi, in segreto. Ma è una questione di coscienza, non crede?» La Scimeca distolse lo sguardo. «Perché proprio io?» gli chiese. «Siamo in tante.»
«Lei è la quinta», affermò il prete. «Ovviamente ho iniziato con quelle che vivono da sole; ho pensato che avessero più bisogno del mio aiuto.
Sono stato in molti posti. Alcuni viaggi sono stati fruttuosi, altri sono andati sprecati. Cerco di non impormi alle persone, ma sento che devo tentare.» La donna rimase in silenzio per un istante. L'espressione molto distaccata.
«Be', ha sprecato un altro viaggio, temo», disse infine. «Declino la sua offerta. Non voglio il suo aiuto.» Il colonnello non rimase sorpreso, né indifferente. «Ne è sicura?» Lei annuì. «Al cento per cento», rispose.
«Davvero? Per favore, ci rifletta. Ho fatto molta strada.» Rita non replicò. Lanciò un'occhiata impaziente al poliziotto, che strascicò i piedi, attirando su di sé l'attenzione del prete.
«Ha chiesto e le è stato risposto», osservò il poliziotto, come un avvocato.
La strada era silenziosa. Solo il rumore del motore della Scimeca al minimo, il ronzio dello scarico e un forte puzzo di sostanze chimiche nell'aria autunnale.
«Ora devo chiederle di andarsene, signore», continuò il poliziotto. «Le circostanze sono particolari.» Il colonnello rimase a lungo immobile, poi annuì. «L'offerta è sempre valida», affermò. «Posso tornare, quando desidera.» Si voltò bruscamente e ridiscese il pendio a passo rapido. Questo lo inghiottì, le gambe, la schiena, la testa. Rita lo guardò scomparire all'orizzonte e salì in macchina. Il poliziotto annuì tra sé e batté due volte sul tetto dell'auto.
«Bella macchina», commentò poco logicamente.
La Scimeca non fiatò.
«Bene», concluse il poliziotto.
Poi tornò alla sua auto e fece retromarcia con la portiera aperta. Rita percorse il sentierino, premette il pulsante sul telecomando e la saracinesca del garage si aprì rumorosamente. Entrò e azionò nuovamente il comando a distanza. Vide l'agente riprendere la posizione prima che la porta si abbassasse e la lasciasse al buio.
Aprì la portiera e la luce dell'abitacolo si accese. Tirò la levetta accanto al sedile e il bagagliaio si aprì con un rumore secco. Rita scese dall'auto, prese le borse dal sedile posteriore e attraversò lo scantinato. Salì le scale fino al corridoio e si diresse in cucina; appoggiò la spesa sul bancone e si sedette su uno sgabello, in attesa.
È un'auto bassa, quindi il bagagliaio, sebbene sia sufficientemente lungo e largo, non è molto alto. Per tale motivo stai su un fianco, in uno spazio ristretto, le gambe raccolte in posizione fetale. Entrare non è stato difficile. Lei ha lasciato l'auto aperta, proprio come le avevi detto. L'hai guardata mentre si dirigeva a piedi verso il negozio, poi hai raggiunto la macchina, hai aperto la portiera del conducente, hai trovato la leva del bagagliaio e l'hai aperto. Hai richiuso la portiera. Tutto bene. Nessuno stava guardando. Una volta dentro, hai richiuso il bagagliaio. È stato facile, c'erano le barre di rinforzo all'interno, nessun problema di presa.
L'attesa è lunga. Ma poi la senti tornare e senti il motore avviarsi. Il rivestimento sotto la coscia si scalda sempre più nel punto in cui i gas di scarico passano sotto il bagagliaio. Il viaggio è tutt'altro che confortevole.
Ti senti sballottare di qua e di là. Segui le curve con la mente e capisci quando lei arriva a casa. Senti il poliziotto parlare. C'è un problema. Poi senti uno stupido prete che la supplica. Dentro di te percepisci la tensione che sale. Cadi in preda al panico. Che diavolo sta succedendo? Che cosa accade se lei lo invita a entrare? Ma Rita se ne sbarazza. Noti il gelo nella sua voce. Sorridi nel buio, apri e chiudi le mani in gesto di trionfo. Capisci che la macchina entra in garage perché l'acustica cambia: il rumore del motore si fa più forte, senti lo scarico che batte contro le pareti e il pavimento. Poi lei chiude la saracinesca e cala il silenzio.
Rita si ricorda di aprire il bagagliaio. Sapevi che l'avrebbe fatto perché le avevi detto di non dimenticarsene. Poi senti i passi che si allontanano, la porta della cantina che si apre e si chiude. Sollevi il portello ed esci. Ti stiri nell'oscurità e ti massaggi la coscia nel punto scottato. Poi ti porti davanti all'auto, ti sistemi bene i guanti, ti siedi sul paraurti e attendi.