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Si dice che sapere sia potere. Quanto più sai, tanto più puoi.
Supponi di conoscere i numeri vincenti del lotto. Tutti. Non li hai indovinati e nemmeno sognati, ma sai con certezza quali sono. Che faresti?
Senza dubbio ti precipiteresti dal tabaccaio. Li scriveresti sulla schedina e la vincita sarebbe assicurata.
Lo stesso vale per il mercato azionario. Supponi di conoscere veramente quali azioni saliranno. Non un presentimento o una sensazione, non una tendenza o un gioco di percentuali, e nemmeno una soffiata o un consiglio.
Supponi semplicemente di saperlo. Pura conoscenza. Che faresti in tal caso? Chiameresti il tuo agente, giusto? Compreresti quei titoli, poi li venderesti e guadagneresti una montagna di soldi.
Ciò vale anche per la pallacanestro, per le corse ippiche, per qualsiasi cosa... il football, l'hockey, i campionati mondiali del prossimo anno, per tutti i tipi di sport: se potessi predire il futuro, saresti a cavallo. Così pure per gli Oscar, per il premio Nobel, o per la prima nevicata dell'inverno.
Questo vale per tutto.
Anche per uccidere.
Supponi di voler uccidere qualcuno. Dovresti sapere in anticipo come fare. Ma questa parte non è difficile, esistono molti modi per farlo. Alcuni sono migliori di altri, gran parte presenta svantaggi, perciò usi la tua conoscenza specifica e inventi una nuova tecnica. Rifletti, rifletti, e rifletti ancora, poi d'un tratto, ecco: il metodo perfetto.
Presti molta attenzione al piano, perché il metodo perfetto non è semplice e richiede una preparazione accurata. Ma per te è facile come bere un bicchier d'acqua. Non hai problemi d'organizzazione. Non hai nessun problema. Come potresti, d'altronde, con la tua intelligenza? Grazie a tutto quell'allenamento?
Sai che i problemi maggiori sorgeranno dopo. In che modo puoi assicurarti di farla franca? Usi l'intelligenza, naturalmente. Conosci meglio di chiunque altro come lavora la polizia, l'hai vista in azione più volte, talora da vicino. Sai che cosa cercano, perciò non lasci nulla che possano trovare. Rifletti a lungo, in maniera precisa, minuziosa, attenta. Con la stessa attenzione con cui scriveresti i numeri sulla schedina del lotto che sei certo ti frutterà una fortuna.
Si dice che sapere sia potere. Quanto più sai, tanto più puoi il che ti rende quasi la persona più potente della terra. Quando si tratta di uccidere. E di farla franca.
La vita è un susseguirsi di decisioni, giudizi e supposizioni, e si arriva al punto in cui si è tanto assuefatti a essi che si continua a decidere, a giudicare e a supporre anche quando non è strettamente necessario. Si entra nel circolo vizioso del se, e si inizia a congetturare su ciò che si farebbe se il problema riguardasse noi e non qualcun altro. Diventa una sorta di abitudine.
Un'abitudine ben radicata in Jack Reacher, che quella sera lo aveva indotto a sedersi da solo al tavolo di un ristorante a fissare la schiena di due uomini, a sei metri di distanza, e a domandarsi se sarebbe stato sufficiente dissuaderli dal loro intento o se avrebbe dovuto spingersi oltre e spezzar loro le braccia.
Era questione di dinamiche e, fin dapprincipio, quelle della città prevedevano che un locale italiano nuovo di zecca nel quartiere di Tribeca, come quello in cui si trovava Reacher, rimanesse piuttosto vuoto finché l'esperto di culinaria del New York Times non lo pubblicizzasse o un cronista mondano dell'Observer non vi scovasse qualche celebrità per due sere di fila. Ma fino ad allora nulla di tutto ciò era accaduto e il locale era ancora deserto, il che lo rendeva ideale per un uomo solitario che desiderava cenare vicino all'appartamento della sua ragazza mentre lei era ancora in ufficio. Le dinamiche della città avevano fatto sì che Reacher fosse finito in quel ristorante, insieme coi due uomini che stava osservando. E le stesse dinamiche avevano fatto sì che gli esercizi commerciali nuovi ricevessero, prima o poi, una visita di qualcuno che voleva trecento verdoni a settimana per evitare che i suoi ragazzi spaccassero tutto con mazze da baseball e manici d'ascia.
I due erano appoggiati al bancone del bar e stavano parlando sommessamente col proprietario. Il bar era una struttura realizzata in un angolo del locale e formava un triangolo acuto di circa due metri, due metri e mezzo per lato. Non era un bar nel vero senso della parola, al quale ci si siede a bere qualcosa; era piuttosto un luogo dove tenere le bottiglie dei liquori.
Queste erano disposte in tre file su mensole di vetro, davanti a specchi sabbiati. Il registratore di cassa e l'apparecchio per la carta di credito erano sistemati sulla mensola più bassa. Il proprietario, un uomo piccolo e nervoso, era arretrato sino alla punta del triangolo, il fianco schiacciato contro il cassetto del registratore. Teneva le braccia incrociate, in atteggiamento difensivo. Jack riusciva a scorgerne gli occhi, che avevano un'espressione in parte incredula, in parte terrorizzata e sì muovevano in tutte le direzioni.
Il locale era ampio, forse diciotto metri per diciotto, perfettamente quadrato, e aveva il soffitto alto sei o sette metri, fatto di latta pressata e resa semi opaca dalla sabbiatura. L'edificio aveva più di cent'anni, e l'ambiente era stato probabilmente adibito agli usi più vari. In origine aveva forse ospitato una fabbrica: le finestre erano di certo abbastanza grandi e tanto numerose da illuminare un'attività industriale ai tempi in cui il palazzo più alto della città aveva cinque piani. In seguito era forse diventato un negozio, forse una concessionaria d'auto, lo spazio non mancava. Adesso invece ospitava un ristorante italiano. Non di quelli con le tovaglie a quadri bianchi e rossi che offrivano «salse fatte in casa», bensì il tipo di locale che ha investito trecentomila dollari in oggetti d'arredo d'avanguardia, e che serve sette od otto ravioli fatti a mano su un piatto enorme e lo chiama pasto. Reacher aveva mangiato in quel ristorante una decina di volte nelle quattro settimane successive all'apertura, e si era sempre alzato da tavola con una sensazione di fame. Ma la qualità del cibo era eccellente, tanto che ne tesseva le lodi, un fatto incredibile, visto che Jack non badava molto a certe cose. Il ristorante si chiamava Mostro's, ma lui non era sicuro a che cosa si riferisse quel nome. Alle porzioni, no di certo. E tuttavia aveva una sua risonanza evocativa, e il locale, nell'insieme, coi tavoli in acero chiaro, le pareti bianche e le rifiniture in alluminio opaco, risultava un posto attraente. Il personale era affabile e competente, e altoparlanti di ottima marca, fissati in alto sul muro, diffondevano musica, opere, suonate dall'inizio alla fine. Secondo la modesta opinione di Reacher, quel ristorante era destinato a diventare famoso.
Ma la vera fama è una cosa che si acquisisce col tempo. Le essenziali decorazioni in stile avant-garde giustificavano il numero esiguo di tavoli, una ventina in uno spazio di diciotto metri per diciotto, ma in quattro settimane Reacher non ne aveva visti occupati mai più di tre. In un'occasione era stato addirittura l'unico cliente durante i novanta minuti che vi aveva trascorso. Quella sera, tuttavia, una coppia sedeva a cinque tavoli da lui. I due erano l'uno di fronte all'altra, di fianco rispetto a Jack. Lui era di corporatura media, biondiccio, portava i capelli corti, aveva i baffi biondi, un vestito beige e scarpe marroni. La donna era snella e mora, indossava giacca e gonna. Una ventiquattrore in similpelle era appoggiata alla gamba del tavolo, accanto ai suoi piedi. Entrambi sui trentacinque anni, avevano un'aria stanca, sfinita e lievemente trasandata. Sembravano star bene insieme, ma la conversazione languiva.
I due uomini al bar, invece, parlavano. Su questo non c'erano dubbi. Erano protesi col busto sul bancone, il tono molto concitato, persuasivo. E quanto più si protendevano, tanto più il proprietario, bloccato contro il registratore di cassa, si piegava all'indietro. Era come se sui tre soffiasse un forte vento. I due tizi avevano una corporatura superiore alla media e indossavano cappotti scuri di lana identici, che conferivano loro un'aria ancor più imponente. Reacher ne vedeva il volto negli specchi opachi dietro le bottiglie di alcolici: pelle olivastra, occhi scuri. Non erano italiani, forse siriani o libanesi, la tipica parlata araba cancellata da una generazione immigrata in America. Stavano enfatizzando varie questioni: l'uomo sulla destra fece un ampio gesto orizzontale con la mano, e non era difficile immaginare che imitasse una mazza che spazzava via le bottiglie dalle mensole. Poi la mano si spostò dall'alto in basso, a dimostrare come potessero andare distrutti gli scaffali di vetro. Un colpo basta a mandarli tutti in pezzi, dal primo all'ultimo, era ciò che suggeriva quel movimento. Il proprietario impallidito guardava le sue mensole con la coda dell'occhio.
Poi l'individuo di sinistra sollevò il polsino, picchiettò col dito sul quadrante dell'orologio e si voltò per andarsene. Il collega si raddrizzò e si accinse a seguirlo, non prima però di aver urtato un piatto sul tavolo più vicino e averlo fatto cadere sul pavimento. Il piatto si frantumò con un rumore forte, dissonante rispetto alla musica di sottofondo. Il cliente coi baffi biondi e la donna bruna rimasero in silenzio e distolsero lo sguardo. I due uomini raggiunsero lentamente la porta, la testa alta e un fare presuntuoso. Reacher li guardò finché non uscirono sul marciapiede. Il proprietario spuntò da dietro il bancone, s'inginocchiò e cominciò ad ammucchiare i frammenti del piatto con la punta delle dita.
«Tutto bene?» gli domandò Reacher.
Non appena pronunciò quelle parole, si rese conto di aver fatto una domanda stupida. Il gestore si limitò a scrollare le spalle e ad assumere un'espressione infelice. Appoggiò le mani di taglio sul pavimento per radunare i cocci. Jack si alzò silenziosamente dalla sedia, lo raggiunse, allargò un tovagliolo sul pavimento accanto a lui e iniziò a porvi i frammenti di ceramica. La coppia seduta a cinque tavoli di distanza lo stava osservando.
«Quando torneranno?» chiese Reacher.
«Tra un'ora», rispose l'uomo.
«Quanto vogliono?» Il proprietario del ristorante alzò di nuovo le spalle e sorrise amaramente. «Mi fanno uno sconto iniziale. Duecento a settimana, che diventeranno quattrocento una volta avviato il locale.»
«È disposto a pagare?» L'uomo assunse un'espressione contrita. «Voglio lavorare. Ma pagare due bigliettoni a settimana non mi aiuta affatto.» Il tizio dai capelli biondicci e la donna guardavano la parete opposta, ma ascoltavano. In sottofondo si udiva una melodia in chiave minore, poi la cantante attaccò con una nota bassa e malinconica.
«Chi sono?» chiese Reacher a bassa voce.
«Non sono italiani», rispose l'uomo. «Solo banali teppisti.»
«Posso usare il telefono?» Il gestore annuì.
«Conosce una cartoleria aperta fino a tardi?» gli domandò Jack.
«Sulla Broadway, a due isolati. Perché? Gli affari la attendono?» Jack fece un breve cenno con la testa. «Già, affari.» Si alzò e scivolò dietro il bancone. Un telefono nuovo era appoggiato accanto a un'agenda per le prenotazioni, che sembrava non esser mai stata aperta. Jack sollevò la cornetta, compose un numero e attese due squilli prima che qualcuno gli rispondesse a un chilometro e mezzo di distanza, quaranta piani più in alto.
«Pronto?» disse una voce femminile.
«Ciao, Jodie», esclamò Jack.
«Ciao, Reacher, che c'è?»
«Ne hai ancora per molto?» Si udì un sospiro.
«Credo per tutta la notte. È un caso complesso, e hanno bisogno di un parere come ieri. Mi spiace davvero.»
«Non preoccuparti», affermò Reacher. «Ho qualcosa da fare. Poi penso di tornare su a Garrison.»
«D'accordo, riguardati. Ti amo», sussurrò lei.
Jack udì il fruscio di documenti legali e il clic del ricevitore. Riagganciò, uscì da dietro il bancone e tornò al tavolo. Lasciò quaranta dollari sotto il piattino dell'espresso e si avviò verso la porta.
«Buona fortuna», gridò al proprietario.
L'uomo, ancora accucciato sul pavimento, annuì vagamente e gli unici clienti rimasti lo guardarono uscire. Jack sollevò il colletto, si strinse nel cappotto e uscì, lasciandosi la musica dell'opera alle spalle. Era buio, l'aria era fredda, autunnale. Attorno ai lampioni iniziavano a formarsi piccoli aloni di nebbia. Reacher si diresse a est, verso la Broadway, e scrutò le insegne al neon in cerca della cartoleria. Era un negozio piccolo, pieno zeppo di merce, con i prezzi scritti su cartoncini fluorescenti a forma di stella.
Era tutto scontato e Reacher se ne rallegrò. Comprò una piccola etichettatrice e un tubetto di colla a presa rapida. Poi si strinse nuovamente nel cappotto e si diresse a nord, verso l'appartamento di Jodie.
La sua 4x4 era parcheggiata nel garage sottostante l'edificio. Risalì la rampa e svoltò a sud sulla Broadway, poi a ovest verso il ristorante. Rallentò e guardò attraverso le enormi finestre del locale. Le luci alogene si riflettevano sulle pareti bianche e sul legno chiaro. Nessun cliente. Tutti i tavoli erano vuoti, e il proprietario se ne stava seduto su uno sgabello dietro il bancone. Reacher distolse lo sguardo e fece il giro dell'isolato per parcheggiare, in divieto di sosta, all'imboccatura del vicolo che conduceva alle porte della cucina. Spense il motore, i fari, e si mise in attesa.
Le dinamiche della città. Come sempre, i più forti terrorizzano i più deboli, finché non s'imbattono in qualcuno ancora più forte, spinto a fermarli da un arbitrario motivo umanitario. Qualcuno come Reacher. Jack non aveva nessuna ragione di aiutare un uomo che conosceva appena. Tutto ciò era illogico e insolito, soprattutto in una città di sette milioni di anime in cui individui prepotenti a centinaia, forse a migliaia, intimidivano persone più deboli. Forse proprio in quel preciso momento. Reacher non aveva certo intenzione di scovarli tutti. Non voleva dare vita a una campagna in grande stile, ma, nel contempo, non poteva lasciare che venisse perpetrata un'ingiustizia proprio sotto il suo naso. Non poteva far finta di niente, non l'aveva mai fatto.
Estrasse dalla tasca l'etichettatrice. Spaventare quei due costituiva solo metà dell'opera. Ciò che contava era chi avrebbero ritenuto responsabile dell'intimidazione. Un cittadino solidale che si batte da solo per i diritti di un ristoratore, per quanto efficace potesse sembrare all'inizio, avrebbe fatto poco effetto. Nessuno ha paura di un individuo solo, perché questi può essere sopraffatto da due o più avversari e, in ogni caso, presto o tardi muore, si trasferisce o perde ogni interesse. Ciò che invece colpisce è un'organizzazione. Reacher sorrise, abbassò lo sguardo sulla macchinetta e iniziò a studiarne il funzionamento. Stampò per prova il suo nome, rimosse il nastro e lo esaminò. REACHER. Sette lettere punzonate in bianco su un nastro di plastica blu, per una lunghezza di poco superiore a due centimetri e mezzo. Perciò l'etichetta del primo uomo avrebbe misurato più o meno tredici centimetri, mentre quella del secondo avrebbe avuto una lunghezza approssimativa di dieci. Jack sorrise, poi stampò i due nastri e li depose sul sedile del passeggero. Il retro, protetto da una pellicola di carta, era adesivo, ma Reacher aveva bisogno di qualcosa di più efficace, perciò aveva acquistato la colla. Svitò il tappo del tubetto, forò la stagnola con la punta di plastica e riempì l'ugello, pronto all'uso. Rimise il tappo e s'infilò in tasca tubetto ed etichette. Poi scese dall'auto nell'aria gelida e rimase in attesa, seminascosto nell'ombra.
Le dinamiche della città. Sua madre aveva paura delle città, e tale paura era stata parte della educazione del figlio. Lei affermava spesso che le città sono luoghi pericolosi, pieni di uomini duri e temibili. Jack era lui stesso un ragazzo forte, ma da adolescente non aveva esitato a credere alla madre, e si era accorto che aveva ragione. La gente nelle strade delle città era timorosa, furtiva e diffidente, tutti mantenevano le distanze e cambiavano marciapiede per evitare di avvicinarglisi. Lo facevano in maniera tanto ovvia che Reacher si era convinto che i cattivi fossero sempre dietro di lui, alle sue spalle. Poi un giorno, all'improvviso, capì: no, sono io quello che fa paura. La gente mi teme. Fu una vera rivelazione. Si guardò riflesso nella vetrina di un negozio e capì come ciò fosse accaduto. Jack aveva smesso di crescere a quindici anni, quando aveva già raggiunto una statura di un metro e novantotto e un peso di quasi cento chili. Un gigante. Inoltre, come molti teenager di quegli anni, vestiva come uno straccione e la prudenza che sua madre gli aveva inculcato si manifestava sul suo volto con uno sguardo inespressivo, impassibile. Mi temono. La situazione lo divertiva e cominciò a sorridere, al che la gente iniziò a evitarlo ancor più palesemente. Da quel momento in poi si rese conto che le metropoli erano uguali a qualsiasi altro posto, e che per ogni persona che avrebbe dovuto temere ve n'erano novecentonovantanove impaurite da lui. Iniziò a usare tale consapevolezza a mo' di tattica, e la calma e la sicurezza che essa conferiva alla sua camminata e al suo sguardo non fecero che raddoppiare l'effetto che sortiva sugli estranei. Le dinamiche della città.
A cinque minuti dallo scoccare dell'ora, Jack uscì dall'oscurità e si appostò all'angolo, appoggiandosi al muro di mattoni dell'edificio che ospitava il ristorante. Anche da fuori si udiva l'opera, un suono flebile e sommesso proveniente dal vetro accanto a lui. Le auto sobbalzavano rumorosamente sulla strada dissestata; dal bar all'angolo opposto si udiva il ronzio di una centrifuga e si vedeva del vapore uscire dall'interno del locale, illuminato soffusamente da luci al neon. Faceva freddo e la gente sul marciapiede camminava frettolosa, con la faccia ben protetta dalla sciarpa. Reacher tenne le mani in tasca e, sempre appoggiato con una spalla al muro, si mise a osservare il traffico che avanzava verso di lui.
I due malavitosi tornarono puntuali in una Mercedes nera. L'auto si fermò a un isolato di distanza, con una ruota contro il cordolo del marciapiede, i fari si spensero e le portiere anteriori si aprirono simultaneamente. I due scesero con i lunghi cappotti ondeggianti, aprirono le portiere posteriori e dal sedile presero un paio di mazze da baseball. Le infilarono sotto il cappotto, chiusero gli sportelli con violenza, poi si guardarono attorno e si avviarono verso il ristorante. Dovevano percorrere dieci metri, attraversare la strada, e poi altri dieci metri. Avanzarono con disinvoltura, due figure imponenti e sicure che camminavano con passo lungo e ben disteso.
Non appena salirono sul marciapiede, Reacher si staccò dal muro e andò loro incontro.
«Dentro nel vicolo, ragazzi», ordinò.
Da vicino sembravano ancor più imponenti e, insieme, facevano una certa impressione. Erano giovani, forse non ancora trentenni, e possenti: sotto gli abiti li lardellava uno spesso strato di carne che, pur non essendo pura fibra muscolare, produceva lo stesso effetto. La cravatta di seta attorno al collo taurino, la camicia e il vestito non erano certo quelli di un catalogo di vendite per corrispondenza. Le mazze erano tenute verticalmente sotto la falda sinistra del cappotto, impugnate con la mano corrispondente attraverso la fodera della tasca.
«Chi cazzo sei?» ruggì il tizio alla destra di Jack.
Reacher lo scrutò. Il primo a parlare è sempre l'elemento dominante di qualsiasi coppia e, in una situazione di due contro uno, è il primo da mettere fuori combattimento.
«Chi cazzo sei?» ripeté l'uomo.
Reacher si portò alla sua sinistra e si voltò lievemente, sbarrando il marciapiede e indirizzandoli verso il vicolo.
«Il direttore commerciale. Se volete essere pagati, sono io la persona incaricata», rispose.
Il criminale si fermò. Poi annuì. «Va bene, ma 'fanculo il vicolo. Sistemiamo tutto dentro.» Jack scosse il capo. «Non è logico, amico. Vi paghiamo per rimanere fuori del ristorante, a partire da ora, giusto?»
«Ce li hai, i soldi?»
«Certo. Duecento bigliettoni.» Poi li precedette infilandosi nel vicolo, invaso dai vapori emanati dalle ventole della cucina. Effluvi di cibo italiano. La strada era cosparsa d'immondizia e di sabbia, e lo scricchiolio dei suoi passi riecheggiava contro i mattoni dell'edificio. Jack si fermò, si voltò e assunse l'aria di un uomo impaziente, divertito dalla loro riluttanza a seguirlo. I due tizi si stagliavano contro il bagliore rosso delle luci del traffico che attendeva il verde del semaforo alle loro spalle. Guardarono Reacher, si scambiarono un'occhiata e avanzarono spalla a spalla. Uomini robusti e sicuri di sé, la mazza sotto il cappotto, due contro uno. Jack attese un momento e attraversò la netta linea diagonale di separazione tra la luce e l'ombra, poi si fermò di nuovo.
Fece un passo indietro, come chi desidera che gli altri lo precedano, come a voler far loro una cortesia. I due avanzarono e si avvicinarono.
Reacher sferrò una gomitata sulla tempia all'uomo di destra. Lo fece per varie ragioni d'ordine fisico. Di norma, il cranio umano è più duro di una mano. In un impatto mano-cranio la prima ha la peggio, quindi meglio usare il gomito. Inoltre la parte laterale della testa è preferibile a quella frontale o posteriore, perché il cervello resiste a una dislocazione anteroposteriore dieci volte meglio che a uno spostamento latero-laterale. E questo per una sorta di complicato meccanismo evolutivo. Dunque, gomito e tempia.
Fu un colpo breve, ben assestato, eppure l'uomo rimase in piedi, malfermo sulle gambe. Poi lasciò andare la mazza, che scivolò dentro il cappotto e cadde a terra con un sordo rumore di legno. A quel punto, Jack lo colpì nuovamente. Stesso gomito, stessa parte della testa, stessa velocità.
L'uomo si accasciò come se gli si fosse aperta una botola sotto i piedi.
Il collega non tardò a reagire. Afferrò la mazza con la destra, poi con la sinistra. La estrasse dal cappotto e si preparò a usarla, ma fece lo sbaglio che fanno in molti: la portò troppo indietro e la fece oscillare troppo lentamente. L'intenzione era quella di assestare una forte bastonata allo stomaco di Reacher, ma in questo erano insiti due errori: primo, un colpo con spinta posteriore richiede troppo tempo; secondo, se mirato a metà corpo, è troppo facile da parare. Sempre meglio puntare alla testa o in basso, alle ginocchia. Una botta con la mazza va assestata da vicino, senza indugiare nell'avvicinamento. La sua forza deriva dal peso della mazza moltiplicato per la velocità d'oscillazione. Un semplice calcolo matematico: massa per velocità uguale quantità di moto. E dato che la massa della mazza è una costante, il suo peso non cambia quale che sia il punto che colpisce, perciò bisogna ridurne la velocità. È necessario avvicinarsi e afferrarla al termine della spinta posteriore, quando non è nel pieno dell'accelerazione ed è ancora lenta. Questa è la ragione per cui un colpo forte con spinta posteriore può rivelarsi una pessima idea. Quanto maggiore è la spinta posteriore, tanto più tempo la mazza impiega a portarsi in avanti e a colpire il bersaglio e quindi tanto più tempo si spreca.
Reacher si portò a trenta centimetri dalla mazza prima che l'oscillazione terminasse. Ne osservò il movimento ad arco e l'afferrò a due mani, in basso, davanti al ventre. Trenta centimetri di oscillazione e la bastonata ha un impatto ridotto, solo uno schiaffo sui palmi. Al che la forza che l'aggressore tenta d'imprimere al colpo gli si ritorce contro.
Jack oscillò con lui, poi sollevò il manico e gli fece perdere l'equilibrio.
Dopodiché gli sferrò un calcio alle caviglie, gli tolse di mano la mazza e lo colpì. Una bastonata diretta, senza oscillazione. L'uomo cadde in ginocchio e batté la testa contro il muro del ristorante. Jack gli assestò un calcio alla schiena, poi si chinò e gli bloccò la gola con la mazza, tenendone ferma un'estremità col piede e l'altra con la mano destra. Con la sinistra gli frugò nelle tasche, da cui estrasse una pistola automatica, un grosso portafogli e un cellulare.
«Chi vi manda?» gli chiese Jack.
«Petrosian», ansimò l'uomo.
Quel nome non gli diceva nulla. Aveva udito di un campione sovietico di scacchi e di un generale nazista di cavalleria di nome Petrosian, ma nessuno dei due gestiva il racket delle estorsioni a New York.
Jack sorrise con aria incredula. «Petrosian? Ti va di scherzare, vero?» chiese. Usò un tono beffardo, come se nell'elenco completo dei rivali dei suoi capi immaginari Petrosian si trovasse tanto in basso da risultare una nullità. «Ci stai prendendo in giro, giusto?» insistette. «Petrosian? Ma che cos'è, impazzito?» Il primo uomo si stava riprendendo: gambe e braccia iniziavano a muoversi al rallentatore in cerca di un appiglio. Reacher fece scricchiolare la mazza per un istante, poi la allontanò dalla gola dell'uomo inginocchiato e la usò per sferrare un colpo in testa all'altro. Un secondo e mezzo dopo la mazza era di nuovo al suo posto. Il secondo scagnozzo cominciò a boccheggiare, la gola sotto la pressione del legno. Il primo invece era ancora a terra, privo di sensi; a differenza di quanto accade nei film, in cui, anche dopo aver ricevuto tre botte in testa, si continua a lottare, nella realtà nausea e giramenti di testa durano per una settimana, e a stento la vittima si regge in piedi.
«Abbiamo un messaggio per Petrosian», sibilò Reacher.
«Che messaggio?» ansimò l'uomo.
Jack sorrise nuovamente. «Siete voi il messaggio», rispose. Infilò la mano in tasca e ne estrasse le etichette e la colla. «Ora sta' fermo, immobile», aggiunse.
Lo scagnozzo ubbidì senza fiatare. Mosse una mano per tastarsi la gola, ma niente di più. Reacher tolse la pellicola protettiva dal nastro, applicò una striscia di colla sulla plastica e premette l'etichetta sulla fronte dell'uomo. Poi vi passò sopra il dito, due volte.
Il messaggio diceva: MOSTRO'S HA GIÀ PROTEZIONE.
«Non ti muovere», gli ripeté. Prese la mazza con sé e voltò la faccia del collega tirandolo per i capelli. Poi, usando una gran quantità di colla, gli appiccicò l'altra etichetta sulla fronte. GIRATE AL LARGO DALLA NOSTRA ZONA.
Gli controllò le tasche e ne ricavò un bottino identico al primo: una pistola automatica, un portafogli e un cellulare. In più trovò le chiavi della Benz. Attese finché il tizio non cominciò a muoversi nuovamente. Poi lanciò uno sguardo al secondo che, carponi, tentava di staccarsi l'etichetta dalla fronte.
«Non viene via. Non senza togliere anche un bello strato di pelle», lo avvisò Jack. «Portate i miei saluti al signor Petrosian e poi correte all'ospedale.» Reacher si voltò, svuotò il tubetto di colla sui palmi del primo scagnozzo che aveva atterrato, poi li pressò insieme e contò fino a dieci. Manette chimiche. Sollevò l'uomo per il bavero e lo tenne saldo mentre costui riacquistava il controllo delle gambe. A quel punto lanciò la chiave dell'auto al compare.
«Credo che tocchi a te guidare», esclamò. «Ora sparite.» L'uomo rimase immobile, gli occhi che saettavano a destra e a sinistra.
Reacher scosse il capo.
«Non ci pensare neanche. Altrimenti ti stacco le orecchie e te le faccio mangiare», lo minacciò. «E non tornate. Mai più. O manderanno qualcuno molto più cattivo di me. In questo momento sono il vostro migliore amico, intesi? Avete capito?» L'uomo lo fissò, poi annuì prudentemente.
«Adesso fuori dai piedi!» ordinò Reacher.
L'uomo con le mani incollate aveva difficoltà a muoversi, non si era ancora ripreso. L'altro non sapeva come aiutarlo, perché non riusciva a reggerlo per un braccio. Rimase perplesso per un istante, poi si abbassò davanti al collega, gl'infilò la testa fra le braccia, e lo prese a cavalluccio. Fece qualche passo barcollante e si fermò all'imboccatura del vicolo, una strana sagoma contro il bagliore della strada illuminata. Si chinò in avanti, sollevò il compare sulle spalle e sparì alla vista.
Le pistole erano Beretta M9 da nove millimetri, in dotazione all'esercito.
Reacher aveva portato un'arma identica per tredici lunghi anni. Il numero di serie di una M9 è inciso sul telaio d'alluminio proprio sotto il punto in cui sul carrello si legge PIETRO BERETTA.
I numeri di entrambe le pistole erano stati cancellati. Qualcuno aveva usato una lima a punta tonda, partendo dalla bocca verso il ponticello. Un lavoro poco accurato. Entrambi i caricatori erano pieni di lucenti Parabellum di rame. Reacher smontò le armi al buio e gettò le canne, i carrelli e i proiettili nel bidone situato fuori della porta della cucina. Poi posò i telai per terra, fece entrare del terriccio nei meccanismi e premette più volte i grilletti, finché questo non li inceppò. Infine gettò il tutto nel cestino e spaccò i cellulari con la mazza, lasciandone i pezzi per terra.
I portafogli contenevano carte di credito, patente e contanti. Forse trecento dollari in totale. Reacher arrotolò le banconote, se le intascò e gettò i portafogli in un angolo con un calcio. Dopodiché tornò sul marciapiede, sorridente. Controllò la strada: nessuna traccia della Mercedes nera. Se n'erano andati. Entrò nel ristorante deserto. L'orchestra suonava imperterrita e un tenore stava per affrontare una nota alta ed eroica. Il proprietario era ancora seduto dietro il bancone, perso nei suoi pensieri. Sollevò lo sguardo. Il cantante intonò la nota giusta e violini, violoncelli e bassi lo seguirono appassionatamente. Jack prese dal gruzzolo rubato una banconota da dieci e l'appoggiò sul bancone.
«Per il piatto rotto. Si sono ravveduti», esclamò.
L'uomo si limitò a guardare la banconota e rimase in silenzio. Jack gli voltò le spalle e uscì. Dall'altro lato della strada, vide la coppia del ristorante. I due erano sul marciapiede di fronte a lui e lo guardavano. Il tizio biondiccio coi baffi e la donna con la ventiquattrore. Stavano immobili, rannicchiati nei propri cappotti, e non smettevano di fissarlo. Jack raggiunse la sua 4 x4 e aprì la portiera. Salì e accese il motore. Guardò il flusso di auto alle sue spalle. I due lo stavano ancora osservando. S'immise nella carreggiata e accelerò. A un isolato di distanza guardò nello specchietto retrovisore e vide la donna bruna con la ventiquattrore scendere dal marciapiede e allungare il collo per seguirlo con lo sguardo.
Poi la sua immagine si perse nella luce delle insegne al neon.