11

 

L'eliporto della Guardia Costiera di Brooklyn si trovava al confine orientale di Floyd Bennet Field, di fronte a un'isola di Jamaica Bay chiamata Ruffle Bar, esattamente novantasei chilometri in linea d'aria a nord-est della base McGuire. Il pilota dei marines procedette spedito e compì il tragitto in trentasette minuti. Atterrò in un cerchio con una lettera H gigantesca dipinta all'interno e mise il motore in folle.

«Ha quattro ore», lo avvisò. «Un solo minuto in più, e noi ce ne andremo. E lei dovrà arrangiarsi, d'accordo?»

«D'accordo», rispose Reacher, che si slacciò la cintura, si tolse la cuffia e scese dalla scaletta non appena questa si aprì. Sulla pista c'era una berlina blu scuro con le insegne della Marina, il motore acceso e la portiera del passeggero aperta.

«Lei è Reacher?» gridò l'autista.

Jack fece un cenno di conferma e si sedette accanto a lui. L'uomo premette l'acceleratore.

«Sono un riservista della Marina», lo informò. «Diamo una mano al colonnello. Un po' di collaborazione 'intercorpo'.»

«L'apprezzo molto», commentò Reacher.

«Non lo dica due volte», replicò l'uomo. «Allora, dove siamo diretti?»

«A Manhattan. Punti su Chinatown. Sa dov'è?»

«Io? Mangio lì tre volte la settimana.» L'autista imboccò la Flatbush Avenue e il Manhattan Bridge. Il traffico era scorrevole, ma il trasporto su strada sembrava spaventosamente lento in confronto al Lear e all'elicottero. Ci vollero trenta minuti buoni prima che Reacher si avvicinasse alla zona desiderata. Un ottavo del tempo che aveva a disposizione, bruciato. L'uomo uscì dallo svincolo del ponte e si fermò davanti a un idrante.

«L'aspetterò proprio qui. Rivolto nella direzione opposta, esattamente fra tre ore da adesso. Perciò non tardi, d'accordo?» Reacher annuì. «Non tarderò», promise.

Scese dall'auto e batté due volte sul tetto, poi attraversò la strada e si diresse a sud. Faceva freddo a New York, ed era umido, ma non pioveva. Il sole non si vedeva: si scorgeva solo un vago chiarore là dove avrebbe dovuto essere. Jack si fermò e rimase immobile per un attimo. Si trovava a una ventina di minuti dall'ufficio di Jodie. Riprese a camminare. Quella ventina di minuti, lui non l'aveva. Precedenza alle priorità era il suo motto. Inoltre, l'ufficio di lei era probabilmente sorvegliato, e quel giorno non poteva di certo farsi vedere a New York. Scosse il capo e continuò a camminare, cercando di concentrarsi. Guardò l'orologio. Era tarda mattinata, e iniziò a temere che fosse troppo presto. I tempi, d'altronde, potevano anche essere giusti, non c'era modo di saperlo. Non aveva esperienza.

Dopo cinque minuti, si fermò di nuovo. Se qualsiasi strada poteva andar bene, quella avrebbe fatto al caso suo, costeggiata com'era su entrambi i lati da ristoranti cinesi, l'uno dietro l'altro, le facciate sgargianti, vistose, rosse e gialle. C'era una selva di scritte orientali, sagome di pagoda dappertutto. I marciapiedi erano affollati. I camion delle consegne erano parcheggiati in doppia fila, rasenti alle auto. Casse di verdura e bidoni d'olio erano impilati sui bordi dei marciapiedi. Jack percorse l'intera via due volte, su e giù, esaminando attentamente la zona, studiandola. Scrutando i vicoli. Poi toccò la pistola nella tasca e riprese a camminare, alla ricerca dei suoi bersagli. Erano senz'altro nei paraggi, da qualche parte. Sempre che non fosse troppo presto. Si appoggiò a un muro e attese. Sarebbero stati in coppia. Due, insieme. Osservò a lungo: c'erano molte coppie di persone, ma mai quelle giuste. Non erano loro. Nessuno lo era. Era arrivato troppo presto.

Guardò l'orologio e si accorse che il tempo stava volando. Si scostò dal muro e ricominciò a passeggiare. Mentre passava, guardava nei vani delle porte. Niente. Controllava i vicoli. Niente. Il tempo correva veloce. Si diresse un isolato più a sud e uno più a ovest e tentò in un'altra strada. Niente. Attese a un angolo. Ancora niente. Percorse un altro isolato in direzione sud e uno a ovest, si appoggiò a un albero scheletrico e attese, mentre il ticchettare dell'orologio al polso era ormai diventato un martellio. Niente.

Tornò nel primo punto, si appoggiò al muro e osservò la folla di persone che andavano a pranzo aumentare come un'onda, e poi scemare. All'improvviso dai ristoranti uscivano più clienti di quanti non ne entrassero. E il tempo si dileguava con loro. Si spostò alla fine della strada e controllò di nuovo l'orologio. Aspettava ormai da due ore, gliene restava una sola.

Non accadde nulla. La folla del pranzo era svanita e la strada era tornata tranquilla. Arrivarono vari camion, si fermarono, scaricarono la merce e ripartirono. Iniziò a cadere una pioggerella, che poco dopo cessò. Nubi basse correvano nella sottile striscia di cielo. Il tempo volava sempre più.

Reacher si diresse a est e a sud. Niente. Tornò indietro e risalì la strada lungo un marciapiede, per ridiscenderla su quello opposto. Aspettò all'angolo. Controllò l'orologio, più volte. Gli restavano quaranta minuti. Trenta.

Venti.

Poi li vide. E all'improvviso capì perché li aveva visti in quel momento, e non prima. Avevano atteso che gli incassi dei pranzi fossero ben riposti negli scomparti delle casse. Erano in due. Cinesi, naturalmente, giovani, capelli neri e lucidi, lunghi sin oltre il colletto. Indossavano pantaloni neri, giubbotti leggeri e una sciarpa attorno al collo, come fossero un'uniforme.

Erano inconfondibili. Uno portava una borsa a tracolla, l'altro un notes con una penna infilata nella spirale. Entravano in ogni ristorante, a turno, con fare lento e noncurante, e ne uscivano poco dopo, il primo intento a chiudere la zip della borsa, il secondo ad annotare qualcosa sul blocco. Un ristorante, due, tre, quattro. Passarono altri quindici minuti. Reacher osservava. Attraversò quindi la strada, si portò davanti a loro e si mise in attesa dinanzi alla porta di un locale. Li vide entrare, avvicinarsi a un vecchio alla cassa e rimanere lì, senza dire nulla. Il vecchio infilò la mano nella cassa e ne estrasse un rotolo di banconote. La somma pattuita, pronta, in attesa di essere riscossa. L'uomo con il notes prese il rotolo, lo porse al compagno e, mentre i soldi scomparivano nella borsa, scrisse qualcosa sul taccuino.

Reacher avanzò sino a un punto in cui uno stretto vicolo separava due edifici. Vi si nascose e attese, la schiena contro il muro, là dove non l'avrebbero visto finché non fosse stato troppo tardi. Controllò l'orologio.

Aveva meno di cinque minuti. Cronometrò mentalmente i due uomini, visualizzò la loro andatura indolente, compiaciuta. Ne seguì mentalmente il ritmo. Attese, e attese ancora. Poi spuntò dal vicolo e se li trovò di fronte. I due gli finirono addosso. Jack li afferrò per il giubbotto, uno per mano, si piegò all'indietro e, con un brusco movimento semicircolare, li sbatté di schiena contro il muro del vicolo. L'uomo che stringeva con la destra seguì la traiettoria più ampia, perciò cozzò e rimbalzò con più violenza dell'altro.

Mentre si staccava dal muro, Jack lo colpì duramente col gomito, e questi si accasciò a terra, senza più rialzarsi. Era il cinese con la borsa.

L'altro lasciò cadere il notes e fece per infilare la mano in tasca, ma Reacher estrasse per primo la Beretta di Trent. Gli era molto vicino, e la puntò a un'angolazione bassa, all'altezza dell'orlo del cappotto, verso la rotula del cinese.

«Sii furbo, d'accordo?» ringhiò.

Allungò la mano sinistra e fece scattare l'otturatore. Il rumore fu attenuato dalla stoffa della giacca, ma al suo orecchio esperto suonò spaventosamente vuoto. Nessun clic del caricatore che s'agganciava. Il giovane, tuttavia, non se ne accorse. Era troppo stordito, troppo sconvolto. Si appiattì contro il muro, come se volesse attraversarlo, e caricò tutto il peso su un piede, preparandosi inconsciamente a ricevere il proiettile che gli avrebbe maciullato la gamba.

«Stai facendo uno sbaglio, amico», sussurrò.

Reacher scosse il capo. «No, noi stiamo facendo una mossa, coglione.»

«Noi chi?»

«Petrosian», rispose Jack.

«Petrosian? Stai scherzando?»

«Per niente», ribatté Reacher. «Sono serio. Molto serio. Questa strada è di Petrosian, ora. Da oggi. Da questo momento. Tutta quanta. L'intera strada. Capito?»

«Questa strada è nostra.»

«Non più. È di Petrosian. La rileva lui. Vuoi perdere una gamba a discuterne?»

«Petrosian?» ripeté il cinese.

«Certo», esclamò Reacher e lo colpì con la sinistra allo stomaco. L'uomo si piegò in avanti e Jack lo picchiò leggermente sopra l'orecchio con il calcio della pistola, al che costui cadde esattamente sopra il compagno. Reacher fece scattare il grilletto per sganciare l'otturatore e infilò l'arma in tasca, poi afferrò la borsa e se la cacciò sotto braccio. Uscì dal vicolo e si diresse a nord.

Era già in ritardo. Se il suo orologio fosse stato un minuto indietro, e quello del riservista della Marina uno avanti, l'appuntamento era già saltato. Eppure, non corse. Correre in città dava troppo nell'occhio. Si allontanò il più velocemente possibile, compiendo un passo di lato ogni tre passi in avanti, facendosi strada sul marciapiede. Svoltò infine un angolo e vide l'auto blu, la scritta USRN dipinta discretamente sulla fiancata. La vide allontanarsi dal marciapiede, immettersi nel flusso del traffico. A quel punto corse.

Arrivò lì dov'era parcheggiata sino a quattro secondi prima. Adesso era tre auto avanti a lui, e stava accelerando per approfittare del semaforo verde. Questo divenne rosso, e la macchina accelerò ancor di più. Poi però l'autista desistette e inchiodò. L'auto si arrestò di colpo, occupando per una trentina di centimetri il passaggio pedonale, e la gente sciamò di fronte a essa. Reacher riprese fiato, corse sino all'incrocio e aprì la portiera del passeggero, per poi accasciarsi, ansante, sul sedile. L'autista lo salutò con un cenno, senza dire una parola né scusarsi in nessun modo per non aver atteso. Né, d'altronde, Jack s'aspettava che lo facesse. Quando la Marina dice tre ore, intende tre ore. Centottanta minuti, non un secondo in più, non uno in meno. Il tempo e la marea non aspettano nessuno. La Marina si fondava su quel genere di stronzate.

Il viaggio di ritorno all'ufficio di Trent a Fort Dix si svolse perfettamente all'inverso dell'andata. Trenta minuti di macchina attraverso Brooklyn, l'elicottero in attesa, il volo assordante fino alla base McGuire, il tenente con la Chevrolet dell'esercito che lo attendeva sulla pista. Reacher passò il tempo in elicottero a contare il denaro nella borsa. In totale erano milleduecento dollari, sei rotoli da duecento l'uno. Li diede agli ufficiali di carico, per la prossima festa della loro unità. Strappò la borsa lungo le cuciture e ne gettò i pezzi attraverso il portello dei razzi d'emergenza, seicento metri d'altezza sopra Lakewood, nel New Jersey.

A Dix stava ancora piovendo. Il tenente lo condusse al vicolo. Jack si avvicinò alla finestra di Trent e picchiò delicatamente sul vetro. Il colonnello l'aprì e lui rientrò nell'ufficio.

«Tutto a posto?» chiese Jack.

Trent annuì. «È restata seduta là fuori, muta come una sfinge, per tutto il giorno. Dev'essere rimasta davvero colpita dal nostro zelo. Abbiamo lavorato per tutta la pausa pranzo.» Reacher ammiccò con fare complice e gli restituì la pistola scarica. Poi si tolse la giacca e si sedette sulla poltroncina. Si rimise il badge al collo e prese un dossier. Trent aveva spostato la pila di documenti da destra a sinistra, sul tavolo, come se fossero stati attentamente esaminati.

«Ha avuto successo?» domandò Trent.

«Penso di sì. Sarà il tempo a dirlo, non le pare?» Il colonnello assentì e guardò fuori. Dava segni di irrequietezza, bloccato com'era nel suo ufficio sin dal mattino.

«La faccia pure entrare, se vuole», concesse Reacher. «Lo show è terminato, ormai.»

«Lei è completamente fradicio», replicò il militare. «Lo show non termina finché lei non si asciuga.» Occorsero venti minuti perché s'asciugasse. Jack usò il telefono del colonnello e chiamò Jodie. Il numero privato d'ufficio, quello dell'appartamento, il cellulare. Nessuna risposta al primo e al secondo, il terzo era spento. Fissò quindi la parete, dopodiché iniziò a leggere un dossier non secretato sui metodi proposti per consegnare la posta ai marines di stanza nell'oceano Indiano. Mentre leggeva, sprofondò a poco a poco nella poltroncina e assunse un'espressione vitrea. Quando infine Trent aprì la porta e la Harper poté dare la sua seconda sbirciatina della giornata, Jack sedeva scomposto, inerte. Proprio come un uomo che ha passato una dura giornata di lavoro sulle carte.

«Qualche progresso?» chiese l'agente.

Lui sollevò lo sguardo al soffitto e sospirò. «Forse.»

«Sei ore suonate, dovrà pur aver trovato qualcosa.»

«Forse», ripeté lui.

Per un attimo ci fu silenzio.

«Bene, allora andiamo», tagliò corto la donna.

Si alzò dalla scrivania e si stirò. Allungò le braccia ben oltre il capo, i palmi piatti, come per toccare il soffitto. Una specie di esercizio yoga. Poi sollevò il viso in alto e inclinò la testa, al che i capelli le ricaddero sulla schiena. I tre sergenti e il colonnello la fissarono.

«Allora, andiamo», convenne Reacher.

«Non si scordi gli appunti», esclamò Trent.

E gli porse un foglio di carta. Conteneva un elenco stampato di una trentina di nomi, probabilmente i membri della squadra di football delle superiori del colonnello. Reacher se lo infilò in tasca, si mise il cappotto e gli strinse la mano. Poi si diresse verso l'anticamera, uscì e si fermò a respirare un po' d'aria fresca, come qualcuno che è rimasto seduto tutto il giorno.

Allora la Harper gli diede un colpetto col gomito, indicandogli l'auto del tenente che li avrebbe riportati al Lear.

Blake, Poulton e la Lamarr li aspettavano allo stesso tavolo della mensa di Quantico. Fuori era buio, come il mattino, ma adesso il tavolo era apparecchiato per la cena, non più per la colazione. C'erano una caraffa d'acqua con cinque bicchieri, sale e pepe, e condimenti per bistecche. Blake ignorò Reacher e lanciò un'occhiata alla Harper, che lo salutò con un cenno, quasi per rassicurarlo. Blake assunse un'aria soddisfatta.

«Allora, ha trovato il nostro uomo?» domandò.

«Forse», rispose Jack. «Ho una trentina di nomi, potrebbe essere uno di loro.»

«Vediamoli.»

«Non ancora. Devo saperne di più.» Blake lo fissò. «Che stronzate sono che deve saperne di più? Dobbiamo metterli sotto sorveglianza.» Reacher scosse il capo. «Non si può. Questi uomini si trovano in posti cui non avete accesso. Anche solo per un mandato dovreste rivolgervi al segretario della Difesa subito dopo aver interpellato il giudice. E la Difesa si rivolgerà al comandante in capo che, a quanto mi risulta dall'ultima volta, era il presidente in persona. Perciò dovrete saperne un po' di più di quello che posso dirvi io ora.»

«Allora che suggerisce?»

«Suggerisco che lasciate che riduca ulteriormente l'elenco.»

«Come?» Reacher si strinse nelle spalle. «Voglio incontrare la sorella dell'agente Lamarr.»

«La mia sorellastra», non mancò di puntualizzare la donna.

«Perché?» chiese Blake.

Jack avrebbe voluto rispondere: perché sto solo ammazzando il tempo, coglione, e preferisco farlo a zonzo piuttosto che chiuso qui dentro, invece assunse un'espressione seria e scrollò di nuovo le spalle.

«Perché dobbiamo pensare in modo trasversale», spiegò. «Se il nostro uomo uccide per categoria, dobbiamo sapere perché. Non può essere infuriato con un'intera categoria, e basta. Una di queste donne deve averlo scatenato, la prima volta, e lui in seguito ha probabilmente trasferito la sua rabbia dal livello personale a uno più generale, non crede? Chi era questa persona? La sorella dell'agente Lamarr potrebbe essere una buona pista da cui iniziare. È stata trasferita, passando a un'unità molto diversa. Il che raddoppia i suoi potenziali contatti, e risponde al profilo che avete tracciato.» Era un approccio alquanto professionale.

Blake annuì. «D'accordo. Organizzeremo l'incontro. Ci andrà domani.»

«Dove vive?»

«Nello Stato di Washington», rispose la Lamarr. «Vicino a Spokane, credo.»

«Crede? Non lo sa?»

«Non ci sono mai stata», spiegò la donna. «Non ho certo tante vacanze da poter guidare fin laggiù e tornare indietro.» Reacher assentì e si voltò verso Blake. «Dovrebbe proteggere quelle donne», affermò.

Blake emise un profondo respiro. «Faccia un paio di calcoli, santo Dio.

Ottantotto donne, e non sappiamo quale sarà la prossima, diciassette giorni di tempo se rispetta il ciclo, tre agenti per ventiquattr'ore, significa più di centomila ore di lavoro, in luoghi a caso, in tutto il Paese. Non possiamo, non abbiamo agenti. Abbiamo avvertito i dipartimenti di polizia locali, naturalmente, ma loro che possono fare? Nei dintorni di Spokane, nello Stato di Washington, per esempio, il dipartimento di polizia locale è probabilmente composto da un uomo e un pastore tedesco. Passano di tanto in tanto a controllare, suppongo, ma questo è quanto si può fare.»

«Avete avvertito anche le donne?» Blake apparve imbarazzato, poi scosse la testa. «Non possiamo. Se non siamo in grado di proteggerle, non possiamo avvertirle. Perché, che cosa diremmo loro? Siete in pericolo ma, ci spiace tanto, ragazze, dovrete cavarvela da sole? Non è pensabile.»

«Dobbiamo prendere l'assassino», intervenne Poulton. «Questo è l'unico modo sicuro per aiutarle.» La Lamarr annuì. «È là fuori, da qualche parte. Dobbiamo prenderlo.» Reacher li guardò. Tre psicologi. Stavano cercando di premere i bottoni giusti, di trasformarla in una sfida. Jack sorrise. «Afferrato il messaggio.»

«Bene, domani lei andrà a Spokane», affermò l'agente Lamarr. «Nel frattempo io esaminerò più attentamente i dossier. Lei li valuterà dopodomani. In questo modo avremo le informazioni forniteci da Trent, più le informazioni che otterrà a Spokane e quelle che già sono in nostro possesso.

A quel punto ci attenderemo da lei un notevole progresso.» Reacher sorrise di nuovo. «Ai suoi ordini, agente Lamarr.»

«Bene, adesso mangi qualcosa e vada a letto», ordinò Blake. «È un lungo viaggio fino a Spokane. Partirà domattina presto. L'agente Harper verrà con lei, naturalmente.»

«A letto?» Blake apparve di nuovo imbarazzato. «A Spokane, idiota.» Jack annuì. «Ai suoi ordini, Blake.»

Il problema era che si trattava davvero di una sfida. Lui era rinchiuso lì, nella sua stanza, steso a letto, da solo. Fissava l'occhio cieco della telecamera nascosta, ma non lo vedeva. Il suo sguardo, come spesso accadeva, era focalizzato su una macchia indistinta. Una macchia verde, come se l'intera America fosse scomparsa, tornando a essere una distesa di praterie e foreste, senza più edifici, senza strade, senza rumori, senza popolazione, ma con un solo uomo, che stava da qualche parte. Reacher fissava quella macchia silenziosa, a cento chilometri, mille chilometri, tremila chilometri, e il suo sguardo si spostava da nord a sud, da est a ovest, alla ricerca di un'ombra lieve, di un improvviso movimento. È là fuori, da qualche parte.

Dobbiamo prenderlo. In quel momento era probabilmente in giro, o dormiva, oppure pianificava, si preparava, credendosi l'uomo più in gamba sulla faccia della terra.

Be', questo si vedrà, pensò Reacher, e si mosse. Doveva impegnarsi seriamente. Oppure non farlo affatto. Era una decisione importante, che andava presa ma che era ancora in sospeso. Jack si girò e chiuse gli occhi. Ci avrebbe pensato più in là. L'avrebbe presa il giorno seguente, o quello dopo ancora. O quando avesse voluto.

La decisione è presa. In ordine ai tempi. Basta col solito ciclo. È il momento di accelerare un po' la procedura. Tre settimane sono un'attesa troppo lunga, ormai. In questo genere di cose lasci che l'idea s'impadronisca di te, la valuti, la consideri, ne cogli il valore, ne percepisci il fascino, e la decisione è lì pronta per te, non ti pare? Non puoi ricacciare il genio nella lampada, non dopo che è uscito. Dopo che è uscito completamente.

Ed è in piena attività. Perciò, assecondalo.