12
Il mattino seguente, non ci fu nessuna riunione a colazione. La giornata era iniziata molto presto. L'agente Harper aveva aperto la porta prima ancora che Jack avesse finito di vestirsi. Indossava i pantaloni e stava cercando di togliere le pieghe della camicia spianandola con la mano sul letto.
«Mi piacciono quelle cicatrici», esclamò lei. Poi, avanzando di un passo, gli osservò l'addome con palese curiosità. «Quella come se l'è procurata?» domandò, indicando il fianco destro di Reacher.
Lui abbassò lo sguardo. La parte destra dell'addome era deturpata dalle profonde cicatrici dei punti di sutura, che formavano una sorta di stella contorta. Sporgevano dalla parete muscolare, bianche e rabbiose.
«Me l'ha fatta mia madre», rispose Jack.
«Sua madre?»
«Sono stato allevato dai grizzly. In Alaska.» La Harper alzò gli occhi al cielo, poi spostò lo sguardo sul lato sinistro del torace di Reacher. Lì spiccava un vecchio foro di proiettile di una calibro 38, penetrato con forza nel pettorale. L'area circostante era glabra. Era un foro grosso. Avrebbe potuto infilarvi dentro il mignolo, fino alla prima articolazione.
«Chirurgia esplorativa», spiegò Jack. «Volevano controllare se avessi un cuore.»
«È allegro stamattina», replicò lei.
Lui assentì. «Sono sempre allegro.»
«È riuscito a sentire Jodie?» Jack scosse il capo. «Non ho più tentato da ieri.»
«Perché no?»
«È solo una perdita di tempo. Non c'è.»
«È preoccupato?» Reacher si strinse nelle spalle. «È una ragazza in gamba.»
«La informerò se saprò qualcosa.» Lui annui. «Sarà meglio.»
«Come se le è procurate veramente?» domandò la Harper. «Le cicatrici?» Jack si abbottonò la camicia. «Quella al ventre è di uno shrapnel», spiegò. «Per quanto riguarda il petto, mi hanno sparato.»
«Una vita piena d'emozioni.» Reacher prese il cappotto dall'armadio. «No, non proprio. Abbastanza normale, non crede? Per un soldato? Un soldato che pensa di evitare la violenza è come un contabile che pensa di evitare le addizioni.»
«Per questo non si preoccupa per quelle donne?» Lui la guardò. «Chi dice che non mi preoccupo?»
«Pensavo sarebbe stato più coinvolto.»
«Farsi coinvolgere non risolve nulla.» L'agente tacque per un istante. «E che cosa bisogna fare, allora?»
«Lavorare sugli indizi, come sempre.»
«Non abbiamo indizi. Non ne lascia nemmeno uno.» Jack sorrise. «Questo è di per sé un indizio, non crede?» Lisa prese la chiave e aprì la porta dall'interno. «È come parlare per indovinelli», commentò.
Reacher fece spallucce. «Sempre meglio che sparare cazzate come fanno di sotto.»
Lo stesso addetto alle auto portò la stessa macchina davanti all'ingresso, ma questa volta rimase seduto al volante, impettito, come un rispettoso chauffeur, e li condusse a nord, lungo l'interstatale 95 fino al National Airport. Non era ancora l'alba. Circa cinquecento chilometri a est si scorgeva, fino all'oceano Atlantico, un debole bagliore nel cielo. Le uniche altre luci erano costituite da un'infinità di fari di automobili dirette a settentrione, ai luoghi di lavoro. Erano perlopiù auto vecchie, perciò di scarso valore, di proprietà di impiegati modesti, che cercavano di arrivare in ufficio un'ora prima del dovuto in modo da fare una buona impressione sul capo ed essere promossi, per potersi comprare una macchina nuova e in futuro andare al lavoro un'ora più tardi. Reacher sedeva immobile e osservava i loro volti nell'oscurità mentre l'autista del Bureau li superava, uno dopo l'altro.
Il terminal dell'aeroporto era abbastanza affollato. Uomini e donne con addosso impermeabili scuri si spostavano rapidi da un punto a un altro.
L'agente Harper ritirò due biglietti di classe turistica dal banco della United e si diresse al check-in.
«Avremmo bisogno di un po' più di spazio per le gambe», disse all'addetto dietro il banco. Quale documento identificativo usò il pass dell'FBI.
Lo posò come un giocatore di poker che completa un colore.
L'uomo digitò qualcosa sulla tastiera e assegnò loro dei posti migliori.
La Harper sorrise, come se fosse rimasta sinceramente sorpresa.
La business class era semivuota. Lisa prese un posto di corridoio, bloccando Reacher contro il finestrino, come un prigioniero, poi si allungò. Indossava un terzo vestito, a quadrettini, color grigio spento. I lembi della giacca si aprirono, rivelando la vaga sagoma di un capezzolo sotto la camicia. Non portava la fondina.
«Ha lasciato la pistola a casa?» domandò Reacher.
Lei chiarì. «Non ne vale la pena. Le compagnie aeree richiedono troppe autorizzazioni. Ci verrà a prendere un agente di Seattle. Secondo la prassi, porterà una pistola di riserva, nel caso ne avessimo bisogno. Ma oggi non sarà così.»
«Se lo auguri.» Lei annuì. «Sì, me lo auguro.» Rullarono puntuali e decollarono con un minuto di anticipo. Reacher prese la rivista di bordo e iniziò a sfogliarla, mentre l'agente Harper abbassò il tavolino, in attesa della colazione.
«Che intendeva quando ha detto che è di per sé un indizio?» gli chiese.
Jack si concentrò, sforzandosi di ricordare ciò che aveva detto un'ora prima.
«Pensavo ad alta voce, nient'altro», rispose.
«A che cosa?» Lui si strinse nelle spalle. Doveva ingannare il tempo. «Alla storia della scienza, e cose simili.»
«È pertinente?»
«Pensavo alla registrazione delle impronte. A quando risale?» La donna fece una smorfia. «A molto tempo fa, credo.»
«All'inizio del secolo scorso?» Lei annuì. «Forse.»
«Bene, a cent'anni fa», proseguì Jack. «È stato il primo importante test medico-legale, giusto? Nello stesso periodo hanno probabilmente iniziato a usare anche il microscopio. E da allora hanno inventato di tutto: il DNA, la spettrometria di massa, la fluorescenza. L'agente Lamarr ha detto che disponete di test che mi lascerebbero a bocca aperta. Suppongo che siano in grado di identificare la fibra di una coperta, di rivelare dove e quando sia stata comprata, quale tipo di pulce l'abbia infestata e da quale cane questa sia arrivata. E probabilmente anche di risalire al nome del cane e alla marca di cibo che mangia a colazione.»
«E allora?»
«Si tratta di test stupefacenti, giusto?» Lei assentì.
«Roba da fantascienza, non è così?» Lei annuì di nuovo.
«Bene. Test stupefacenti, da fantascienza, ma il nostro uomo ha ucciso Amy Callan ed è riuscito a evitarli tutti, giusto?» continuò Jack.
«Giusto.»
«Come definirebbe un individuo simile?»
«Come?»
«Un uomo molto in gamba, ecco cos'è.» L'agente fece una smorfia. «Tra l'altro.»
«Certo, tra l'altro, ma, al di là di tutto, è un uomo molto in gamba. Poi lo ha rifatto, con la Cooke. A questo punto come lo chiameremmo?»
«Come?»
«Un uomo molto, molto in gamba. La prima volta potrebbe essere stato fortunato, la seconda è stato maledettamente bravo.»
«Perciò?»
«Poi lo ha rifatto una terza volta, con la Stanley. Adesso come lo definiremmo?»
«Un uomo molto, molto, molto in gamba?» Reacher assentì. «Esattamente.»
«Quindi?»
«Quindi questo è l'indizio. Cerchiamo un uomo molto, molto, molto in gamba.»
«Questo, lo sapevamo già.» Reacher scosse la testa. «Non penso. Non lo afferrate.»
«In che senso?»
«Ci rifletta. Io sono solo un galoppino. Voi del Bureau sbrigate il vero lavoro.» La hostess uscì dalla cambusa col carrello delle colazioni. Erano in business class, perciò il cibo era ragionevolmente buono. Jack sentì un odore di pancetta, uova e salsicce. E di caffè forte. Abbassò il tavolino. La cabina era semivuota, perciò indusse facilmente la ragazza a consegnargli due vassoi. Due pasti da aereo erano per lui un delizioso snack. La hostess intuì subito il suo desiderio e gli riempì la tazza del caffè sino all'orlo.
«In che senso, non lo afferriamo?»
«Lo scopra da sola», replicò Jack. «Non sono dell'umore di aiutarla.»
«Forse perché non si tratta di un soldato?» Reacher si voltò a guardarla. «Davvero fantastico. Concordiamo sul fatto che è un uomo molto in gamba, e lei conclude: certo, allora ovviamente non è un soldato. Grazie mille, Harper.» Lei distolse lo sguardo, imbarazzata. «Mi spiace. Non intendevo dire questo. È solo che non capisco in che senso non lo afferriamo.» Jack non disse nulla. Tracannò semplicemente il caffè e la scavalcò per andare alla toilette. Quando tornò, la donna aveva ancora l'aria mortificata.
«Me lo dica», gli chiese.
«No.»
«Dovrebbe farlo, Reacher. Blake mi chiederà del suo atteggiamento.»
«Del mio atteggiamento? Gli dica, a proposito del mio atteggiamento, che, se a Jodie torceranno un solo capello, gli staccherò le gambe e le userò per pestarlo a morte.» Lei annuì. «Parla sul serio, vero?»
«Ci può scommettere.»
«Per questo non capisco. Perché non prova nemmeno l'ombra di tali sentimenti per quelle donne? Amy Callan le piaceva, giusto? Non come Jodie, ma le piaceva.»
«E io non capisco lei. Blake voleva usarla come una battona, e lei si comporta ancora come se fosse il suo migliore amico.» Lei scrollò le spalle. «Era disperato. Gli capita spesso. È sottoposto a un forte stress. Ha un caso come questo, e vuole disperatamente risolverlo.»
«E lei lo ammira?» Lei assentì. «Certo. Ammiro la dedizione.»
«Ma non la condivide. Altrimenti non gli avrebbe detto di no. Mi avrebbe sedotto davanti alla telecamera per amore della causa. Perciò, forse è lei a non preoccuparsi molto per quelle donne.» Lisa rimase in silenzio per un attimo. «Era immorale. La cosa m'infastidiva.» Jack annuì. «Anche minacciare Jodie era immorale. E la cosa ha infastidito me.»
«Ma io non lascio che i miei fastidi interferiscano con la giustizia.»
«Ebbene, io sì. E se l'idea non le va, sono cavoli suoi.»
Non parlarono più fino a Seattle. Cinque ore senza dire una sola parola.
A Reacher andava bene. Non era d'indole particolarmente socievole, e preferiva non parlare. Non ci vedeva nulla di strano, e non gli costava nessuna fatica. Rimase seduto lì, senza parlare, come se viaggiasse da solo.
L'agente Harper, invece, si sentiva maggiormente a disagio, Jack lo percepiva. Era come la maggior parte delle persone: mettila accanto a qualcuno che conosce, e si sente in obbligo di fare conversazione. Per lei era innaturale non farlo. Ma Reacher non desistette, e rimase cinque ore senza dire una sola parola.
Cinque ore che, per il fuso orario della costa occidentale, si ridussero a due. Quando atterrarono, era di nuovo ora di colazione. I terminal di Seattle-Tacoma pullulavano di gente che iniziava la giornata. Agli arrivi c'era il consueto scaglione di autisti muniti di cartelli. Tra questi spiccava un uomo con un abito scuro, una cravatta a righe e i capelli corti. Non aveva cartelli, ma era il loro uomo: avrebbe potuto tranquillamente avere la scritta FBI tatuata sulla fronte tanto era riconoscibile.
«Lisa Harper?» chiese. «Sono dell'Ufficio operativo di Seattle.» I due si strinsero la mano.
«Questo è Jack Reacher», indicò quindi Lisa.
L'agente di Seattle lo ignorò completamente, e Jack sorrise tra sé. Touché, pensò. Ma quell'uomo lo avrebbe ignorato anche se fossero stati grandi amici, perché era ben più interessato a scoprire che cosa ci fosse sotto la camicetta della Harper.
«Andremo a Spokane in aereo», annunciò. «La compagnia di aerotaxi ci deve qualche favore.» Aveva un'auto del Bureau parcheggiata nella corsia di rimozione forzata.
La usò per condurli per un chilometro e mezzo lungo la strada perimetrale fino alla General Aviation, un'area recintata di cinque acri di macadam piena di aerei parcheggiati, tutti minuscoli, mono e bimotori. Si notava un agglomerato di baracche con modeste insegne che pubblicizzavano trasporti aerei e lezioni di volo. Un uomo li accolse davanti a una di esse. Indossava un'uniforme generica da pilota e li portò a un Cessna bianco, immacolato, da sei posti. Fu una camminata di media durata attraverso l'area di stazionamento. Nel Nord-ovest l'autunno era più luminoso che nel Distretto della Columbia, ma altrettanto freddo.
La cabina del velivolo era quasi delle stesse dimensioni della Buick della Lamarr, ma molto più spartana. Sembrava però pulita e ben tenuta, e i motori si accesero al primo colpo. L'aereo rullò sulla pista, dando a Reacher la stessa sensazione che gli aveva procurato il Lear alla McGuire. Si mise quindi in coda dietro un 747 diretto a Tokyo, come un topolino a un elefante. Poi accelerò e dopo pochi secondi si era già staccato dal suolo e aveva fatto rumorosamente rotta verso est, stabilizzandosi a una velocità di crociera, a trecento metri dal suolo.
L'indicatore della velocità segnava più di centoventi nodi, e il velivolo proseguì il suo viaggio per due ore. Il sedile era stretto e scomodo, e Reacher iniziò a pensare che avrebbe fatto meglio a escogitare un altro modo per ammazzare il tempo. Forse sarebbe dovuto restare a esaminare i dossier con la Lamarr. S'immaginò una stanza tranquilla, da qualche parte, simile a una biblioteca, una pila di carte, una poltroncina di pelle. Poi s'immaginò la Lamarr, lanciò un'occhiata alla Harper e concluse in fondo di aver fatto la scelta giusta.
L'aeroporto di Spokane era semplice e moderno, più grande di quanto Jack non pensasse. Sulla pista, in attesa, c'era un'auto del Bureau, riconoscibile anche da trecento metri d'altezza: una berlina scura e pulita con un uomo in giacca e cravatta appoggiato al parafango.
«Dall'ufficio satellite di Spokane», gridò loro costui.
La macchina si avvicinò all'aereo parcheggiato e, venti secondi dopo che i motori dell'aereo si erano spenti, erano già per strada. L'agente locale aveva annotato l'indirizzo su un blocco fissato al parabrezza mediante una ventosa di gomma. Pareva sapere dove si trovasse. Guidò per una quindicina di chilometri a est, verso la lingua di terra dell'Idaho, poi si diresse a nord, imboccando una strada stretta fra le colline. Il terreno non era impervio, ma non molto lontano si stagliavano montagne gigantesche, dalle cime luccicanti di neve. A ogni chilometro e mezzo circa si ergeva una casa, separata dalle precedenti da un fitto bosco e da ampie praterie. La densità della popolazione non era di certo incoraggiante.
La casa stessa dov'erano diretti avrebbe potuto essere l'edificio principale di un vecchio ranch, venduto molto tempo prima e ristrutturato da un proprietario che, pur sensibile al fascino del mondo rurale, non desiderava rinunciare all'estetica cittadina. Sorgeva su un piccolo pezzo di terra cintato da uno steccato nuovo, al di là del quale si estendeva un ampio pascolo.
All'interno dello steccato l'erba era stata invece curata e tagliata, come in un giardino. Il perimetro era contornato d'alberi, deformati dal vento. Si scorgevano un piccolo fienile con un portone da garage ricavato sul fianco e un sentierino che, dal vialetto d'accesso, conduceva alla porta principale.
L'intera struttura era situata vicino alla strada e allo steccato, proprio come una villetta di periferia il cui terreno confini con quello delle altre villette.
L'unica differenza era però che quella casa confinava col nulla: la più vicina traccia di civiltà si trovava almeno a un chilometro e mezzo di distanza in direzione nord o sud, e forse una trentina di chilometri a est od ovest.
Gli agenti locali rimasero in macchina, mentre Reacher e la Harper scesero e si stiracchiarono sul ciglio della strada. Poi il motore si spense alle loro spalle, e il silenzio assordante della campagna deserta li sommerse come un'onda, ronzando, sibilando, riecheggiando loro nelle orecchie.
«Mi sentirei più tranquillo se vivesse in un appartamento in città», commentò Reacher.
Lisa annuì. «Con un portiere.» Non c'erano cancelli. Lo steccato del ranch terminava in prossimità del vialetto. Si diressero insieme verso la casa. La stradina era di scisto e almeno essa emetteva un rumore rassicurante sotto i loro passi. C'era una leggera brezza, Reacher l'aveva udita sibilare tra i fili elettrici. L'agente Harper si fermò davanti alla porta d'ingresso. Non c'erano campanelli, solo un grosso battente di ferro a forma di testa di leone, che stringeva tra i denti un pesante anello. Sopra di esso si notava uno spioncino. Installato da poco. Là dove il trapano aveva scheggiato la vernice si scorgevano alcuni riccioli di legno grezzo. L'agente afferrò il battente e bussò due volte. L'anello batté contro il legno, producendo un suono forte, sordo, che si diffuse per le praterie e tornò poco dopo, rimandato dall'eco.
Nessuna risposta. L'agente Harper bussò di nuovo, e il suono si propagò ancora una volta, come un tuono. I due rimasero in attesa. Dall'interno si udì uno scricchiolio d'assi.
«Chi è?» domandò una voce. Una voce di donna, preoccupata.
L'agente Harper infilò la mano in tasca ed estrasse il distintivo, inserito in una custodia di pelle, simile a quello dorato che la Lamarr aveva sbattuto contro il finestrino dell'auto di Reacher, con l'aquila in cima, la testa voltata a sinistra. Lo tenne sollevato a una quindicina di centimetri dallo spioncino.
«FBI, signora», annunciò. «L'abbiamo chiamata ieri, per fissare un appuntamento.» La porta si aprì con uno scricchiolio dei vecchi cardini e lasciò intravedere un atrio, nel quale stava in piedi una donna, la mano sulla maniglia, un sorriso di sollievo sulle labbra.
«Julia mi ha innervosita a tal punto!» esclamò.
Lisa Harper ricambiò il sorriso, comprensiva, e presentò se stessa e Reacher.
«Alison Lamarr. Sono veramente lieta di conoscervi.» La donna fece loro strada all'interno. L'atrio era quadrato, ampio come una stanza, le pareti e il pavimento ricoperti di assi di vecchio pino scortecciato e cerato, di un colore dorato lievemente più scuro di quello del distintivo della Harper. Le tende erano di percalle giallo a quadretti. I divani avevano cuscini di piume, e le antiche lampade a olio erano state adattate per l'impianto elettrico.
«Posso offrirvi un caffè?» domandò Alison Lamarr.
«Io per il momento sono a posto», rispose l'agente Harper.
«Sì, grazie», esclamò invece Jack.
Alison li condusse in cucina, che occupava un buon quarto del pianterreno, sul retro. Era un ambiente piacevole, il pavimento incerato e lucidato fino a brillare, mobiletti nuovi di legno semplice, una grande cucina economica, una fila di elettrodomestici scintillanti per lavare biancheria e piatti, vari aggeggi elettrici sui banconi e altre tende di percalle giallo alle finestre. Una ristrutturazione costosa, stimò Jack, ma a beneficio esclusivo della proprietaria.
«Panna e zucchero?» domandò lei.
«Nero, grazie», rispose Jack.
Alison era di media statura, scura, e i suoi movimenti rivelavano il vigore di una donna muscolosa e bene allenata. Aveva un volto schietto e cordiale, abbronzato, come se vivesse sempre all'aria aperta, e le mani rovinate, come se avesse costruito da sola l'intero steccato del ranch. Odorava di limone e indossava abiti puliti di denim, stirati con cura. Ai piedi portava un paio di stivali da cowboy dalle suole pulite. Sembrava quasi avesse voluto vestirsi bene per gli ospiti.
Riempì una tazzona di caffè inserendola sotto una caffettiera elettrica e la porse a Jack con un sorriso. Un sorriso che comunicava un insieme di sentimenti. Forse denotava solitudine, ma non di certo un legame di parentela con la sorellastra. Era un sorriso gradevole, interessato, amichevole, un sorriso che Julia Lamarr non sapeva nemmeno esistesse. Contagiava persino i suoi occhi scuri, dallo sguardo liquido. Reacher era un grande conoscitore di occhi, e giudicò quelli di Alison più che accettabili.
«Posso dare un'occhiata in giro?» domandò.
«Controllo di sicurezza?» chiese lei.
Lui annuì. «Sicuro.»
«Faccia pure.» Jack si portò dietro il caffè, mentre le due donne rimasero in cucina. La casa aveva quattro stanze al pianterreno, l'atrio, la cucina, una saletta e il soggiorno. L'intero edificio, di buon legno, aveva un'aria solida. Il restauro era stato effettuato con estrema cura. Tutte le finestre erano nuove, antintemperie, con robusti telai di legno. Lassù faceva tanto freddo che le zanzariere erano state rimosse e riposte altrove. Ogni finestra aveva una chiave. La porta d'ingresso era originale, di pino antico, spessa cinque centimetri e invecchiata a tal punto da sembrare d'acciaio. Era munita di grossi cardini e di una serratura da abitazione cittadina. C'era un corridoio posteriore che conduceva a una porta sul retro, altrettanto vecchia e dello stesso spessore, con un'identica serratura.
All'esterno la casa era circondata da piante fitte e spinose, che Reacher immaginò fossero state scelte in quanto resistenti al vento, ma che erano anche ottime quale deterrente per chiunque avesse avuto la bella pensata di entrare da una finestra. Vi era, inoltre, la porta d'acciaio della cantina, le cui maniglie erano bloccate da un grosso lucchetto. Il garage era un vecchio e decoroso fienile, in peggiori condizioni rispetto alla casa, ma non certo sul punto di cadere a pezzi. Dentro si scorgevano una jeep Cherokee nuova e una pila di scatole di cartone, a indicare che la ristrutturazione era recente. C'erano anche una lavatrice nuova, ancora inscatolata e sigillata, un banco da lavoro e, sopra di esso, una mensola su cui erano ordinatamente disposti diversi trapani e seghe elettrici.
Jack rientrò in casa e salì le scale. Le finestre erano identiche alle precedenti, e anche sopra vi erano quattro stanze. La camera di Alison era chiaramente quella sul retro, a sinistra, rivolta a ovest, su una prateria che si perdeva a vista d'occhio. Era probabilmente buia il mattino, ma da lì i tramonti dovevano essere spettacolari. C'era un bagno principale nuovo, che aveva sottratto abbastanza spazio alla stanza accanto, con un water, un lavandino, una doccia. E una vasca.
Reacher scese in cucina. L'agente Harper era in piedi accanto alla finestra, intenta a guardare fuori. Alison Lamarr sedeva al tavolo.
«Tutto a posto?» domandò.
Jack confermò. «Mi sembra vada tutto bene. Tiene le porte chiuse a chiave?»
«Adesso sì. Julia mi ha fatto una testa così. Chiudo a chiave le finestre, le porte, uso lo spioncino, ho inserito il 911 tra i numeri a chiamata rapida nella memoria del telefono.»
«Allora dovrebbe essere al sicuro», commentò Reacher. «Il nostro uomo, a quanto risulta, non forza le porte. Non apra a nessuno, e tutto filerà liscio.» Lei annuì. «È quello che penso. Ora dovrà farmi qualche domanda, vero?»
«Mi hanno mandato qui per questo.» Jack si sedette di fronte a lei e si concentrò sugli apparecchi elettrici scintillanti all'altro lato della stanza, cercando disperatamente qualcosa di intelligente da chiedere.
«Come sta suo padre?» domandò.
«È questo che vuol sapere?» Lui si strinse nelle spalle. «Julia ha accennato alla sua malattia.» Alison assentì, sorpresa. «È malato da due anni. Un cancro. Ormai sta morendo, anzi se n'è già quasi andato. Si trascina, giorno dopo giorno. È in ospedale a Spokane. Vado da lui ogni pomeriggio.»
«Mi spiace molto.»
«Julia dovrebbe venire a trovarlo. Ma, con papà, lei si sente in imbarazzo.»
«Non ama volare.» La donna fece una smorfia. «Potrebbe benissimo superare la sua paura, per una volta in due anni. Ma è fissata con quest'idea della famiglia adottiva, come se fosse davvero importante. Per quanto mi riguarda, lei è mia sorella, punto e basta. E due sorelle si occupano l'una dell'altra, giusto?
Dovrebbe saperlo. È l'unica parente che ho. Santo cielo, sarà il legame più stretto che mi resterà!»
«Be', mi spiace anche per questo.» Alison scrollò le spalle. «Adesso non ha molta importanza. Come posso esserle d'aiuto?»
«Ha idea di chi potrebbe essere l'assassino?» Lei sorrise. «È una domanda alquanto sostanziale.»
«È un problema sostanziale. Ha qualche sospetto?»
«È un uomo che pensa sia lecito molestare le donne. O, forse, non proprio. Potrebbe semplicemente essere convinto che i panni sporchi si lavino in famiglia.»
«È un'ipotesi plausibile?» domandò l'agente Harper, sedendosi accanto a Reacher.
Alison la guardò. «A dire la verità, non lo so. Non so se ci siano vie di mezzo: o ingoi il rospo o la faccenda diventa di pubblico dominio.»
«Lei ha cercato una via di mezzo?» La donna scosse il capo. «Io ne sono la prova vivente. Sono andata su tutte le furie. Non ci sono state vie di mezzo, allora. O, almeno, io non ne ho viste.»
«Chi era lui?» chiese Reacher.
«Un colonnello di nome Gascoigne», rispose Alison. «Ti raggirava, dicendoti di rivolgerti a lui per qualsiasi problema. Io lo feci per chiedergli un trasferimento. Lo incontrai cinque volte. Non avevo rivendicazioni femministe o cose simili, non era una questione politica. Volevo solo fare qualcosa di più interessante. E, francamente, pensavo che l'esercito avrebbe perso un buon soldato. Perché io ero un buon soldato.» Reacher annuì. «E che cos'è successo con Gascoigne?» Alison sospirò. «Non me n'ero accorta. All'inizio credevo scherzasse», spiegò. Poi tacque per un istante, distogliendo lo sguardo. «Mi disse di tentare la volta successiva senza l'uniforme», proseguì. «Pensavo mi chiedesse un appuntamento, di vederci in città, in un bar, fuori servizio; in borghese. Ma dopo fu più chiaro: no, intendeva proprio lì, nel suo ufficio, senza vestiti.» Jack assentì. «Che proposta simpatica.» Alison fece un'altra smorfia. «Be', ci è arrivato lentamente, e all'inizio ci scherzava molto sopra. Era come se flirtasse. Io non me n'ero quasi accorta, capite? Lui era un uomo, io ero una donna, non c'era poi nulla di strano, giusto? Ma lui aveva capito che non coglievo il messaggio, perciò all'improvviso mi fece una proposta oscena. Mi descrisse quello che avrei dovuto fare: un piede su un angolo della sua scrivania, l'altro sull'angolo opposto, le mani dietro la testa, lì immobile, per trenta minuti. Poi avrei dovuto chinarmi, capite. Come in un film porno. E allora scoppiai, piena di rabbia, e persi il controllo.»
«E lo denunciò?»
«Certamente.»
«Come reagì?» Alison sorrise. «Restò più che altro perplesso. Sono sicura che lo avesse già fatto molte volte, cavandosela in ogni occasione. Credo sia rimasto sorpreso che le regole fossero cambiate.»
«Potrebbe essere lui il nostro uomo?» Lei scosse il capo. «No, il vostro uomo uccide. Gascoigne non era così.
Era un uomo vecchio e triste. Stanco e inutile. Julia mi ha detto che l'assassino è un tipo decisamente particolare. Non credo che Gascoigne abbia quel genere d'iniziative, mi spiego?» Reacher annuì ancora. «Se il profilo di sua sorella è esatto, si tratta probabilmente di un uomo che resta nell'ombra.»
«Sì», convenne Alison. «Forse non è legato a nessun episodio specifico.
Forse è un osservatore che si teneva a distanza, trasformatosi in vendicatore.»
«Se il profilo di Julia è esatto», sottolineò Jack.
Ci fu un breve istante di silenzio.
«Con un grosso se», aggiunse la donna.
«Ha qualche dubbio?»
«Sa bene che ne ho», replicò lei. «Come io so che lei ne ha. Perché conosciamo entrambi le stesse cose.» L'agente Harper si protese sulla sedia. «Che intende dire?» Alison tacque per un momento, poi disse: «Non vedo semplicemente come un soldato possa prendersi la briga di fare tutto questo, per un motivo simile. Le cose non funzionano così. L'esercito cambia continuamente le regole. Cinquant'anni fa era lecito molestare i neri, adesso non lo è più.
Un tempo era lecito sparare ai bambini nord-vietnamiti, ora non lo è più. Ci sono milioni di casi simili. Centinaia di uomini sono stati sbattuti in galera per qualche nuovo crimine. Truman ha abolito le distinzioni razziali nell'esercito, ma nessuno ha iniziato a uccidere i neri che sporgevano querela.
Questa è una reazione del tutto nuova, non la capisco».
«Forse con le donne la questione ha radici più profonde», commentò la Harper.
Alison annuì. «Forse è così. Davvero, non lo so. Ma, alla fin della fiera, come sostiene Julia, i bersagli sono tanto specifici che deve per forza trattarsi di un soldato. Chi altri riuscirebbe a identificarci? Forse si tratta di un soldato molto particolare. Diverso da tutti quelli che ho conosciuto.»
«Sul serio?» domandò la Harper. «Non ricorda nessun soldato particolare? Che abbia minacciato o fatto commenti in quell'occasione?»
«No, non c'è stato niente di importante. Niente di diverso dalle solite stronzate. Niente che mi abbia colpito. Sono andata persino a Quantico e mi sono fatta ipnotizzare da Julia, per vedere se il mio inconscio nascondeva qualcosa, ma lei mi ha detto che non è emerso nulla.» Ci fu un altro momento di silenzio. L'agente Harper fece un gesto, come per raccogliere alcune briciole dal tavolo, poi annuì. «Bene, abbiamo perso tempo, a quanto pare.»
«Mi spiace», si scusò Alison.
«Niente è mai perso», commentò Jack. «Anche gli elementi negativi possono essere utili. E il caffè era squisito.»
«Ne vuole un altro po'?»
«No, non ne vuole», intervenne Lisa. «Dobbiamo rientrare.»
«D'accordo.» Alison si alzò e li seguì mentre uscivano dalla cucina. Attraversò l'atrio e aprì la porta.
«Non faccia entrare nessuno», le disse Reacher.
La donna sorrise. «Non ne ho l'intenzione.»
«Parlo sul serio», proseguì Jack. «Non sembra usare la forza. Pare che il nostro uomo entri semplicemente dalla porta. Perciò potrebbe conoscerlo.
Oppure è un imbroglione, che si avvale di qualche pretesto credibile. Non ci caschi.»
«Non ne ho l'intenzione», ripeté Alison. «Non si preoccupi per me. E mi chiami se ha bisogno di qualsiasi cosa. Di pomeriggio sarò all'ospedale, finché sarà necessario, ma in ogni altro momento va bene. E buona fortuna!» Reacher seguì l'agente Harper all'esterno, sul vialetto di scisto. Udirono la porta richiudersi alle loro spalle, poi il rumore forte della serratura che scattava.
L'agente locale del Bureau fece loro risparmiare un paio d'ore di volo, suggerendo che sarebbero potuti andare da Spokane a Chicago, e lì prendere un volo per il Distretto della Columbia. La Harper si occupò dei biglietti e scoprì che il viaggio era più costoso, il che spiegava probabilmente la ragione per cui Quantico non avesse scelto quel tragitto. Autorizzò lei stessa l'ulteriore esborso e decise di rimandare ogni discussione sull'argomento.
Reacher l'ammirò per quel gesto. Era impaziente e non smaniava di passare altre due ore sul Cessna. Perciò rimandarono indietro l'agente di Seattle da solo e s'imbarcarono sul Boeing per Chicago. Questa volta non beneficiarono del cambio di classe, perché tutti i posti dell'aereo erano di classe turistica. Si sedettero vicini, gomiti e cosce a contatto per tutto il viaggio.
«Allora, che ne pensa?» domandò la Harper.
«Non sono pagato per pensare», ribatté Jack. «Anzi, non sono pagato affatto. Sono un consulente, perciò lei mi faccia le domande e io risponderò.»
«Le ho fatto una domanda, le ho chiesto che ne pensa.» Lui si strinse nelle spalle. «Penso che la categoria bersaglio sia vasta e che tre di loro sono morte. Voi non potete proteggerle, ma se le altre ottantotto fanno quello che fa Alison Lamarr, non dovrebbero correre pericoli.»
«Crede che chiudere a chiave le porte basti a fermarlo?»
«Lui sceglie il suo modus operandi. A quanto risulta, non tocca niente.
Se non gli aprono la porta, che potrebbe fare?»
«Forse cambiare modus operandi.»
«Nel qual caso lo prenderete, perché inizierà a lasciare importanti indizi dietro di sé.» Jack si voltò per guardare fuori del finestrino.
«E questo è quanto?» insistette la Harper. «Dovremmo limitarci a dire a tutte di chiudersi a chiave in casa?» Lui assentì. «Sì, credo dobbiate avvertirle.»
«Non ci aiuterà a prenderlo.»
«Non siete in grado di prenderlo.»
«Perché no?»
«Perché tutti i vostri profili sono stronzate. Non capite minimamente quanto sia abile.» Lei scosse il capo. «Sì, invece, lo capiamo. Ho letto il profilo. Sostiene che sia molto in gamba. E i profili servono, Reacher. Hanno permesso di raggiungere successi incredibili.»
«Rispetto a quanti fallimenti?»
«Che intende dire?» Jack si girò a guardarla. «Supponga che io sia Blake. È un detective della Omicidi noto a livello nazionale, giusto? Viene a sapere quasi tutto.
Supponga allora che io sia lui e che venga informato di ogni omicidio commesso in America. Supponga che ogni volta io dichiari che il sospetto omicida sia un maschio bianco, di trent'anni, con una gamba di legno, figlio di genitori divorziati e proprietario di una Ferrari blu. Ogni volta. Prima o poi, ci azzeccherei. Il calcolo delle probabilità mi aiuterebbe. Nel qual caso griderei ai quattro venti che avevo ragione. Fintantoché taccio sulle diecimila volte in cui ho avuto torto, do l'impressione di essere molto bravo, non le pare? Capace di brillanti deduzioni.»
«Blake non agisce in questo modo.»
«Davvero? Ha letto i rapporti della sua unità?» Lei assentì. «Certo che li ho letti. Per questo ho fatto domanda per entrarvi. Esistono libri e articoli di ogni tipo, a questo proposito.»
«Anch'io li ho letti. Capitolo primo, caso risolto con successo. Capitolo secondo, idem, e così via. Ma non ci sono capitoli sui casi in cui si sono sbagliati. Il che m'induce a chiedermi quante volte sia capitato. Immagino, molte. Troppe per essere menzionate.»
«Che vuole dire?»
«Dico che la tecnica dello sparare a caso sembra sempre dare buoni frutti, fintantoché ci si concentra sui successi e si nascondono i fallimenti.»
«Non agiscono in questo modo.» Lui concordò. «No, è vero. Non va esattamente così. Non tirano semplicemente a indovinare. Cercano di capire. Ma non è una scienza esatta, non è rigorosa. E sono un'unità tra le tante, costretta a lottare per mantenere reputazione, finanziamenti e posizione. Sa bene come funzionano le organizzazioni. Proprio in questo periodo ci sono le udienze per i budget. Il loro primo, secondo e terzo dovere è pararsi il culo dai tagli alle spese, sbandierando i successi e celando i fallimenti.»
«Perciò crede che il profilo sia inutile?» Reacher annuì. «So che è inutile. Ha un difetto intrinseco, afferma due concetti incompatibili.»
«Quali concetti?» Lui scosse la testa. «Niente da fare, Harper. Non finché Blake non si sarà scusato per aver minacciato Jodie e non avrà tolto il caso a Julia Lamarr.»
«Perché dovrebbe farlo? È la nostra migliore esperta di profili.»
«Proprio per questo.»
L'addetto alle auto li attendeva al National Airport del Distretto della Columbia. Quando tornarono a Quantico, era tardi. Julia Lamarr andò loro incontro, da sola. Blake era impegnato in una riunione per il budget, e Poulton aveva timbrato il cartellino ed era andato a casa.
«Come sta?» domandò.
«Sua sorella?»
«La mia sorellastra.»
«Bene», rispose Jack.
«Com'è casa sua?»
«Sicura», rispose ancora Jack. «Blindata come Fort Knox.»
«Ma isolata, non è vero?»
«Molto isolata», affermò lui.
L'agente Lamarr sospirò, e Reacher restò in attesa.
«Allora sta bene?» ripeté la donna.
«Vorrebbe che andasse a trovarla», disse Jack.
Lei scosse la testa. «Non posso. Mi ci vorrebbe una settimana per arrivare lassù.»
«Suo padre sta morendo.»
«Il mio patrigno.»
«Come preferisce. Alison pensa che dovrebbe andarci.»
«Non posso», ripeté l'agente. «È sempre la stessa?» Reacher si schermì. «Non so come fosse prima. L'ho incontrata oggi per la prima volta.»
«Vestita da cowboy, abbronzata, carina e sportiva?»
«Esatto.» Lei sospirò ancora, l'espressione vaga. «Diversa da me.» Lui la esaminò. Il suo abito nero da pochi soldi era impolverato e spiegazzato, il suo volto pallido, sottile e duro, la bocca piegata all'ingiù, lo sguardo assente.
«Sì, è diversa da lei.»
«Gliel'ho detto. Io sono la sorella cattiva», replicò Julia.
Dopodiché si allontanò senza dire altro. Lisa condusse Jack alla mensa dove, anche se era ormai tardi, cenarono insieme. Poi lo scortò fino in camera e lo chiuse dentro senza parlare. Jack udì i suoi passi che si allontanavano nel corridoio, si svestì e fece una doccia. Poi si stese sul letto, a pensare, a sperare. In attesa. Soprattutto, in attesa.
In attesa del mattino.