27
«Che diavolo succede?» domandò Lisa.
Jack scosse il capo. «Non posso dirlo ad alta voce. Penseresti che sono completamente matto. Mi pianteresti subito in asso.»
«Che intendi per matto? Spiegati.»
«Non posso parlare. In questo momento, è solo un castello di carte. Tu lo faresti crollare. Chiunque lo farebbe. Perciò dovrai vederlo coi tuoi occhi. Cazzo, anch'io dovrò vederlo coi miei occhi. Ma ti voglio là, per l'arresto.»
«Quale arresto? Spiegati.» Lui scosse nuovamente il capo. «Dove hai la macchina?»
«Nel parcheggio.»
«Allora andiamo.»
Rita Scimeca si era svegliata alle sei per tutta la sua carriera militare e aveva mantenuto l'abitudine anche nella sua nuova vita da civile. Dormiva sei ore su ventiquattro, da mezzanotte alle sei, precisamente un quarto della sua vita. Poi si alzava e affrontava gli altri tre quarti.
Una sequenza infinita di giornate vuote. Era tardo autunno e in giardino non c'era nulla da fare. Le temperature ormai invernali erano troppo rigide per consentire ai giovani arbusti di crescere; la semina era limitata al periodo primaverile, la potatura e la pulizia terminavano alla fine dell'estate.
In autunno inoltrato e in inverno le porte della casa restavano serrate e lei rimaneva chiusa dentro.
Quel giorno aveva intenzione di esercitarsi su Bach. Stava tentando di perfezionare le Invenzioni a tre voci. Le adorava. Adorava il modo in cui si srotolavano, avanti, inesorabilmente logiche, fino a terminare nel punto di partenza. Come i disegni delle scale di Maurits Cornelis Escher, che salivano, salivano, salivano fino a ricollegarsi alla base. Magnifiche. Ma erano pezzi molto difficili da eseguire, perciò Rita li suonava lentamente. Il suo scopo era quello di azzeccare le note, l'articolazione, l'espressività e solo in ultimo la giusta velocità; non c'era niente di peggio che eseguire Bach in maniera rapida e approssimativa.
Andò in bagno a farsi una doccia e si vestì in camera, velocemente, perché teneva la casa fredda. L'autunno nel Nord-ovest era una stagione rigida, ma quel giorno il cielo era luminoso. Guardò fuori della finestra e vide le luci dell'alba trafiggere il cielo da est a ovest, come lance d'acciaio lucido. Sarebbe stato nuvoloso, pensò, ma ogni tanto un pallido sole avrebbe fatto capolino. Sarebbe stata come quasi tutte le sue giornate. Né bella né brutta. Semplicemente, vivibile.
La Harper si fermò per un istante nel corridoio sotterraneo, poi condusse Reacher all'ascensore, su, verso la luce del giorno, poi ancora fuori nell'aria gelida e oltre il piazzale, fino all'auto. Era una coupé, piccola e gialla.
Jack si rese conto di non averla mai vista prima. Lisa aprì le portiere, Reacher abbassò la testa e si raggomitolò sul sedile del passeggero. Lei gli rivolse uno sguardo severo, gli lanciò la borsa in grembo e prese posto alla guida. Lo spazio per le spalle era angusto. In mezzo spuntava l'asta del cambio e, quando inserì la marcia, Lisa toccò col gomito quello di Jack.
«Allora come ci arriviamo?»
«Dovremo usare i voli di linea. Dirigerci al National, credo. Hai una carta di credito?» La Harper scosse il capo. «Ho raggiunto il tetto massimo», rispose. «Le rifiuteranno.»
«Tutte quante?» Lei annuì. «In questo momento, sono al verde.» Jack rimase in silenzio.
«E tu?» chiese lei.
«Io sono sempre al verde», ribatté Reacher.
La quinta delle Invenzioni a tre voci di Bach, catalogata come BWV 791, era tra le più difficili del canone, ma era anche la preferita di Rita Scimeca tra tutti i brani del mondo. Dipendeva interamente dal tono, che nasceva dalla mente, scendeva lungo le spalle, le braccia, fino alle mani e alle dita; doveva essere capriccioso, ma deciso. L'intero brano era una composizione assurda e il tono doveva attenervisi, tuttavia, nel contempo, essere molto serio, per produrre un effetto adeguato. Doveva apparire raffinato e, nello stesso tempo, folle. Dentro di sé, Rita era convinta che Bach fosse pazzo.
Il pianoforte le era d'aiuto. Il suono era abbastanza forte da essere sonoro, ma sufficientemente delicato e lieve. La Scimeca eseguì il pezzo due volte sino alla fine, a velocità dimezzata, e rimase ragionevolmente soddisfatta di ciò che udì. Decise di esercitarsi per tre ore, per poi pranzare e svolgere alcune faccende domestiche. Per il pomeriggio non aveva programmi precisi. Forse avrebbe suonato ancora un po'.
Raggiungi presto la tua postazione. Abbastanza presto da esser lì prima del cambio delle otto. Osservi il processo. Si svolge con le stesse modalità di ieri. L'agente del Bureau, ancora sveglio ma non più molto all'erta.
L'arrivo della Crown Vic fredda. Lo scambio di battute. La Buick si avvia e la Crown Vic fa inversione di marcia; la Buick si allontana giù per la collina e la Crown Vic avanza lentamente e parcheggia al suo posto. Il motore si spegne e la testa dell'uomo si volta. Questi sprofonda nel sedile e comincia il suo ultimo turno da poliziotto. Dopo la giornata di oggi non oseranno affidargli nemmeno la direzione del traffico al circolo polare artico.
«E allora, come ci arriviamo?» chiese nuovamente la Harper.
Reacher rimase un istante in silenzio. «Così», esclamò poi.
Frugò nella borsa della donna, estrasse il cellulare e lo aprì con un movimento della mano. Chiuse gli occhi e cercò di ricordare il numero che aveva composto nella cucina di Jodie. Si sforzò di ricostruire la preziosa sequenza di cifre. La compose lentamente, fiducioso; poi premette il tasto d'invio. Udì squillare per un lungo momento, dopodiché qualcuno rispose.
Una voce profonda, lievemente affannata.
«Colonnello John Trent», disse l'uomo.
«Trent, sono Reacher. Mi vuole ancora bene?»
«Cosa?»
«Ho bisogno di uno strappo: due persone, dalla Andrews a Portland, Oregon.»
«Per quando?»
«Adesso, subito.»
«Ha voglia di scherzare, vero?»
«No, stiamo arrivando. Saremo lì fra mezz'ora.» Si udì un secondo di silenzio.
«Dalla Andrews a Portland, nell'Oregon, esatto?» chiese Trent.
«Esatto.»
«Per quando dovete essere là?»
«Prima possibile.» Di nuovo silenzio.
«D'accordo», acconsentì infine Trent.
Poi la linea cadde. Reacher chiuse il cellulare.
«Lo farà?» chiese Lisa.
Jack fece sì col capo. «Mi deve un favore. Andiamo.» La Harper innestò la marcia e uscì dal parcheggio, lungo la corsia d'immissione. La piccola auto sobbalzò violentemente sui rallentatori di velocità; passò accanto alla guardiola dell'FBI, accelerò in curva e sfrecciò oltre il primo posto di controllo dei marines. Con la coda dell'occhio, Reacher vide alcune teste voltarsi, visi sorpresi sotto elmetti verdi.
«Allora, di che si tratta?» chiese Lisa.
«Di verità e bugie», rispose lui. «E di mezzi, moventi e opportunità. La santa trinità della tutela della legge. Tre su tre è la vera combinazione, giusto?»
«Non riesco nemmeno a capire un elemento su tre», replicò lei. «Qual è la chiave?» Superarono la seconda postazione di controllo dei marines, a gran velocità. Altri elmetti si voltarono rapidi a guardarli.
«Spizzichi e bocconi», continuò con enfasi Reacher. «Sappiamo tutto ciò che c'è da sapere. Parte delle informazioni l'abbiamo da giorni. Ma abbiamo fatto una gran confusione, Harper. Errori grossolani e false supposizioni.» L'auto svoltò a sinistra, a nord, sulla 95. Il traffico era intenso, alimentato dagli strascichi dell'ora di punta mattutina del Distretto della Columbia.
La Harper cambiò corsia, ma fu ostacolata dalle auto che la precedevano e dovette frenare bruscamente.
«Merda», imprecò Jack.
«Non preoccuparti», lo rassicurò Lisa. «La Scimeca è protetta. Lo sono tutte.»
«Non a sufficienza. Non finché non arriveremo laggiù. Quest'individuo è molto, molto scaltro.» Lei annuì e si spostò ora a destra ora a sinistra in cerca della corsia più veloce. In tutte si procedeva lentamente; la velocità diminuì da sessanta a cinquanta chilometri orari. Poi l'auto rallentò ulteriormente fino ai venti.
Usi il binocolo e assisti alla prima pausa per il bagno. È in auto da un'ora, a sorseggiare il caffè che ha portato con sé, e adesso deve eliminare i liquidi, ha portiera del conducente si apre, lui si gira sul sedile, appoggia i piedi sull'asfalto ed esce dall'auto. Ha le membra intorpidite per essere rimasto a lungo seduto; si stira, appoggiandosi con una mano al tetto della macchina. Chiude la portiera, aggira il cofano, imbocca il vialetto e risale il sentierino. Lo vedi salire sulla veranda. Osservi la sua mano premere il campanello; lo guardi retrocedere di un passo, in attesa.
Non riesci a vederla sulla soglia, l'angolazione non te lo consente, ma lui annuisce e sorride, poi entra. Mantieni il binocolo puntato e, dopo tre o quattro minuti, eccolo nuovamente sulla veranda, che si allontana pronunciando alcune parole. Poi volta la testa e ripercorre il sentierino e il vialetto. Gira attorno all'auto e risale, le sospensioni si abbassano lievemente dalla sua parte e la portiera si chiude, lui sprofonda nel sedile. Si guarda intorno, osserva.
La minuscola auto si portò sulla destra, nella corsia d'emergenza. Aumentò la velocità fino a cinquanta, cinquantacinque chilometri all'ora e sorpassò a destra il traffico quasi fermo.
«Quali errori?» volle sapere Lisa. «Quali supposizioni sbagliate?»
«È davvero molto ironico, date le circostanze», rispose Reacher. «Ma non è tutta colpa nostra. Penso che ci siamo bevuti anche madornali bugie.»
«Quali bugie?»
«Enormi, bellissime, da togliere il fiato», ribatté Jack. «Tanto madornali e ovvie che nessuno le ha mai viste per ciò che in realtà erano.»
Rita respirò profondamente e cercò di rilassarsi di nuovo dopo che il poliziotto fu uscito. Andava dentro e fuori, dentro e fuori, tutto il santo giorno. Le rovinava la concentrazione: per eseguire adeguatamente quel pezzo era necessario entrare in una sorta di trance, e quello stupido agente continuava a interromperla.
Si sedette e suonò tutto daccapo, dodici, quindici, venti volte, sempre dalla prima all'ultima battuta. Era perfetta in ogni nota, ma non bastava.
C'era espressività nella sua esecuzione? Il suono era carico d'emozione?
D'immaginazione? Nel complesso, Rita decise di sì. Suonò ancora il brano, una, due volte, poi sorrise compiaciuta. Vide il proprio volto riflesso sulla superficie nera e lucida del coperchio della tastiera e sorrise nuovamente; stava migliorando. Adesso tutto quel che doveva fare era aumentare la velocità. Ma non troppo. Rita preferiva un Bach suonato lentamente: una velocità eccessiva lo avrebbe reso frivolo, benché fondamentalmente fosse musica frivola. Ma ciò faceva parte della strategia di Bach, pensò. Il compositore aveva scritto di proposito musica frivola che andava suonata con grande solennità.
Si alzò e si stiracchiò, poi chiuse il coperchio della tastiera e uscì nel corridoio. Il pranzo era il problema successivo. Doveva sforzarsi di mangiare. Forse tutti quelli che vivevano da soli affrontavano la medesima difficoltà. Mangiare in solitudine non era molto divertente.
Sul parquet del corridoio c'erano delle impronte, lunghe e infangate.
Quel dannato poliziotto le stava rovinando tutto: interrompeva la sua concentrazione musicale e le sporcava i pavimenti lucidi. Rimase a osservare il sudiciume e all'improvviso il campanello suonò. Quell'idiota era ancora lì. Che cavolo gli stava succedendo? Non controllava più la vescica? La Scimeca aggirò le impronte e aprì la porta.
«No», protestò.
«Che cosa?»
«No, non le permetto di usare il bagno. Sono stufa.»
«Signora, devo andarci», replicò l'agente. «Questo era l'accordo.»
«Be', ora l'accordo è cambiato», disse secca la donna. «Voglio che non ritorni più. È ridicolo. Mi sta facendo impazzire.»
«Io devo rimanere qui.»
«È ridicolo», ripeté Rita. «Non ho bisogno della sua protezione. Se ne vada e basta, va bene?» Chiuse la porta, risoluta; diede un giro di chiave e si allontanò verso la cucina, il respiro affannoso.
Non entra. Lo osservi attentamente. Rimane immobile sulla veranda, dapprima un po' sorpreso. Poi un po' contrariato: lo si vede dal linguaggio del corpo. Dice tre cose, piegandosi lievemente all'indietro in atteggiamento difensivo, poi la porta gli viene probabilmente chiusa in faccia, perché retrocede in modo brusco. Sembra ferito. Rimane immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, poi si volta e s'incammina lungo il viottolo, venti secondi dopo averlo percorso. Che cosa sarà accaduto? L'uomo aggira il retro dell'auto e apre la portiera. Non sale completamente, ma si siede di lato, i piedi sulla strada; si protende e afferra il microfono della radio. Lo tiene in mano per trenta secondi, lo guarda e riflette. Poi riaggancia. Ovviamente non chiamerà la centrale. Non dirà al sergente: signore, non mi lascia più entrare a pisciare. Che ha intenzione di fare?
Questo cambierà qualcosa?
Arrivarono alla Andrews percorrendo gran parte del tragitto sulla corsia d'emergenza, usandola ogniqualvolta era necessario. La base era un'oasi di calma e tranquillità; c'era un elicottero in volo, abbastanza lontano da essere silenzioso. Trent aveva fornito il nome di Reacher al cancello. Era evidente, dal momento che la guardia li stava aspettando. Sollevò la sbarra e disse loro di parcheggiare davanti all'ufficio trasporti dei marines e di chiedere all'interno.
La Harper affiancò l'auto alle quattro Chevrolet verde oliva e spense il motore. Poi raggiunse Reacher sulla pista e lo seguì verso la porta dell'ufficio. Un caporale la fissò e li indirizzò verso un sergente, che la squadrò e li indirizzò al capitano. Il capitano la guardò dalla testa ai piedi e li informò che il collaudo di un nuovo Boeing da trasporto era stato dirottato su Portland invece che su San Diego. Disse che potevano approfittare di un passaggio, e che sarebbero stati gli unici passeggeri. Infine comunicò loro che il decollo sarebbe avvenuto di lì a tre ore.
«Tre ore?» ripeté Reacher.
«Portland è un aeroporto civile», spiegò il capitano. «È un problema di piano di volo.» Jack rimase in silenzio.
Il militare si limitò a un'alzata di spalle e infine disse: «È il meglio che il colonnello potesse fare».