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«Ho preso qualche scorciatoia, questo dovete tenerlo presente, d'accordo? Voi avete una gran fretta, e presumiamo di trovarci di fronte a un modus operandi costante, perciò tutto quello che ho fatto è stato riesaminare gli interrogativi che i primi tre casi hanno lasciato irrisolti. Voglio dire, sappiamo tutti che cosa escludere, giusto?»

«Per quanto ne sappiamo, tutto», osservò Poulton.

«Certo. Niente traumi chiusi, ferite d'arma da fuoco, coltellate, veleni, strangolamento.»

«E allora di che si tratta?» Stavely aggirò il tavolo e si sedette su una sedia vuota, isolato, a tre posti da Poulton e a due da Reacher.

«È annegata?» chiese Poulton.

Il patologo scosse il capo. «No, come le prime tre. Ho dato un'occhiata ai polmoni: erano completamente liberi.»

«Allora?»

«Come vi ho detto, si deve fermare il cuore o privare il cervello dell'ossigeno», proseguì Stavely. «Perciò, per prima cosa, ho controllato il cuore.

È perfetto, assolutamente privo di lesioni. Come nelle altre tre. E parliamo di donne in ottima forma, con un cuore robusto. È più facile identificare eventuali danni in un cuore sano. Una persona più anziana potrebbe avere un cuore malandato, con danni preesistenti, sapete, placche o cicatrici risalenti a disturbi cardiaci precedenti, capaci di mascherare lesioni più recenti. Ma questi sono cuori perfetti, come quelli di atleti. Qualsiasi trauma sarebbe subito saltato all'occhio. Non ce n'era traccia. Perciò il nostro uomo non causa un arresto cardiaco.»

«E come fa?» domandò Blake.

«Le priva dell'ossigeno», spiegò Stavely. «È l'unica possibilità che resta.»

«Come?»

«Be', questo è il grosso problema. In teoria, avrebbe potuto sigillare il bagno, estrarvi l'ossigeno con una pompa e sostituirlo con un gas inerte.» Blake scosse il capo. «È assurdo.»

«Certo che lo è», ammise il patologo. «Avrebbe avuto bisogno di apparecchiature, pompe, bidoni di gas. E avremmo trovato tracce residue del gas nei tessuti. Di sicuro nei polmoni. Non esistono gas non identificabili, con i mezzi a nostra disposizione.»

«Quindi?»

«Quindi ne ha bloccato le vie respiratorie. È l'unica possibilità.»

«Ha detto che non ci sono segni di strangolamento.» Stavely assentì. «No, non ce ne sono. E proprio questo ha suscitato la mia curiosità. Lo strangolamento comporta di solito un trauma massivo al collo. Contusioni di tutti i tipi, emorragie interne. È palese come il sole. Lo stesso vale per lo strangolamento con cavi metallici.»

«Ma?»

«Esiste lo strangolamento delicato.»

«Delicato? Che espressione spaventosa!» esclamò l'agente Harper.

«Di che si tratta?» domandò Poulton.

«Un uomo con un braccio grosso. O una manica imbottita», rispose il medico. «Una pressione delicata ma costante sarebbe sufficiente.»

«Allora si tratta di questo?» chiese Blake.

Stavely scosse il capo. «No. In quel caso non ci sono segni esteriori, ma per riuscire a uccidere qualcuno devi causare lesioni interne. L'osso ioide si fratturerebbe, per esempio, o, quanto meno, s'incrinerebbe. Si verificherebbero inoltre danni dei legamenti. È un'area molto delicata, quella in cui è situata la laringe.»

«E ora immagino che mi dirà che non ci sono danni», osservò Blake.

«Niente di macroscopico», confermò Stavely. «Era raffreddata quando l'avete incontrata?» L'uomo guardò la Harper, ma fu Jack a rispondere: «No».

«Aveva mal di gola?»

«No.»

«La voce roca?»

«Mi è sembrata in ottima salute.» Stavely annuì, l'aria compiaciuta. «C'era un edema molto, molto lieve nella gola. Come quello che insorge quando si sta guarendo dalla sinusite.

Può essere causato dal muco che cola o da uno streptococco scarsamente patogeno. Novantanove volte su cento lo ignorerei. Ma il fatto è che anche le altre tre lo avevano. Il che per me non è del tutto casuale.»

«E che significa?» domandò Blake.

«Che le ha spinto qualcosa in gola», rispose il patologo.

Nella stanza ci fu silenzio.

«In gola?» ripeté l'agente.

Stavely annuì. «Questa è la mia ipotesi. Qualcosa di morbido, qualcosa che possa scivolar giù e quindi espandersi lievemente. Forse una spugna.

Nei bagni ce n'erano?»

«A Spokane non ne ho viste», disse Jack.

Poulton si gettò di nuovo sulle sue scartoffie. «Negli inventari non compaiono.»

«Forse le ha portate via», suggerì la Harper. «Con i loro vestiti.»

«Un bagno senza spugne... È come un cane che non abbaia», considerò lentamente Blake.

«No», replicò Jack. «Quello che intendo io è che prima non c'era una spugna.»

«Ne è certo?» Reacher annuì. «Assolutamente sì.»

«Forse la porta con sé», ipotizzò la Harper. «Del suo tipo preferito.» Blake distolse lo sguardo e fissò nuovamente Stavely. «Ma allora come fa? Infila loro una spugna in gola?» Il patologo si osservò le grandi mani appoggiate sul tavolo. «Probabilmente sì», rispose. «Usa spugne o qualcosa di simile. È come in Sherlock Holmes, non credete? Prima eliminate l'impossibile, poi quello che vi resta, per quanto improbabile, deve per forza essere la risposta. Il nostro uomo le soffoca infilando loro qualcosa di morbido in gola, qualcosa di abbastanza morbido da non causare un trauma chiuso, ma abbastanza denso da bloccare il flusso d'aria.» Blake assentì, lentamente. «Bene, ora lo sappiamo.» Stavely scosse il capo. «Be', no, non è così. Perché è impossibile.»

«Perché?» Il medico si limitò a stringersi nelle spalle, sconsolato.

«Venga qui, Harper», esclamò Reacher.

Lei lo guardò, sorpresa, poi abbozzò un debole sorriso e si alzò. Dopo aver spinto la sedia all'indietro, si avvicinò a Jack e domandò: «Fatti, non parole, giusto?»

«Si stenda sul tavolo, vuole?» La Harper sorrise ancora, si sedette sul bordo della scrivania e si mise in posizione.

Reacher prese la pila di carte di Poulton e gliela mise sotto la testa.

«Comoda?» Lisa annuì, si sistemò i capelli e si stese come se fosse dal dentista, chiudendosi la giacca sulla camicetta.

«Bene», commentò Jack. «Lei è Alison Lamarr nella vasca.» Estrasse il primo foglio del pacco da sotto la testa di Lisa e lo guardò: era l'inventario del bagno di Caroline Cooke, e lo appallottolò.

«Questa è una spugna», esclamò. Poi, fissando Blake, precisò: «Non che nel bagno ce ne fossero».

«La porta con sé», osservò questi.

«Se lo facesse, sarebbe una perdita di tempo», replicò Jack. «Perché, guardi qui.» Avvicinò la palla di carta alle labbra dell'agente Harper, che le strinse forte.

«Come faccio a indurla ad aprire la bocca?» domandò. «Quando lei sa con certezza che ciò che voglio fare la ucciderà?» Si chinò ulteriormente e le mise una mano sotto il mento, dita e pollice sulle guance. «Potrei stringere o tapparle il naso per costringerla a respirare con la bocca. Ma lei che farebbe?»

«Questo», rispose Lisa, sferrandogli per finta un gancio alla tempia.

«Esattamente», affermò lui. «In un attimo scoppierebbe una colluttazione, un paio di litri di vernice schizzerebbe sul pavimento, e un altro su di me. Per riuscirci, dovrei entrare nella vasca con lei, dietro di lei o sopra di lei.»

«Ha ragione», assentì Stavely. «È semplicemente impossibile. Avrebbero lottato per sopravvivere. Non c'è modo d'infilare qualcosa in gola a qualcuno contro la sua volontà, senza lasciare lividi sulle guance, sulla mandibola, sul corpo intero. Gli avrebbero lacerato la carne a morsi, le loro labbra sarebbero state tagliate e contuse, forse alcuni dei loro denti si sarebbero spezzati. Avrebbero morso, graffiato e calciato. Avrebbero presentato tracce sotto le unghie, lividi alle nocche, lesioni dovute al tentativo di difesa. Sarebbe stata una lotta all'ultimo sangue, non vi pare? E invece non ci sono tracce di colluttazione. Nemmeno una.»

«Forse dà loro qualcosa», propose Blake. «Le rende passive, sapete, come accade con quella droga dello stupro.» Stavely scosse la testa. «Nessuna è stata drogata», spiegò. «Il tossicologico è assolutamente negativo, in tutti e quattro i casi.» Nella sala calò di nuovo il silenzio, e Reacher aiutò la Harper a sollevarsi. Lei scese dal tavolo e si sistemò il vestito, per poi tornare al suo posto.

«Allora non è giunto a nessuna conclusione?» domandò Blake.

Il patologo scrollò le spalle. «Come ho già detto, ho un'ottima conclusione, ma è impossibile.» Seguì un altro silenzio.

«Ve l'ho detto, è un tipo molto in gamba», affermò Jack. «Troppo in gamba per voi. Quattro omicidi, e voi non sapete ancora come uccide.»

«Allora qual è la risposta, gran genio?» replicò beffardo Blake. «Ci svelerà lei quello che quattro dei migliori patologi del Paese non ci sanno dire?» Reacher non disse nulla.

«Qual è la risposta?» insistette l'agente.

«Non lo so», affermò Jack.

«Splendido. Non lo sa.»

«Ma lo scoprirò.»

«Sì, e come?»

«Facile. Troverò quell'uomo e glielo chiederò», concluse Reacher.

A sessantacinque chilometri di distanza, lievemente a nordest, il colonnello si trovava a circa tre chilometri dal suo ufficio, dopo aver compiuto un tragitto di quindici. Aveva preso la navetta dal parcheggio del Pentagono ed era sceso nei pressi del Campidoglio. Lì aveva fermato un taxi e si era diretto al terminal principale del National Airport, al di là del fiume.

Con l'uniforme piegata in un porta-abiti di pelle, che aveva in spalla, fece la fila al banco della biglietteria in una delle ore di maggior affollamento del giorno, del tutto anonimo in una massa brulicante di gente.

«Portland, Oregon», chiese. «Andata e ritorno aperti, classe turistica.» L'impiegato digitò il codice per Portland e il computer gli comunicò un'ampia disponibilità di posti sul primo volo diretto. «Parte tra due ore», annunciò.

«Bene», rispose il militare.

«Pensa di trovare il nostro uomo?» ripeté Blake.

Reacher annuì. «Devo, non crede? È l'unico modo.» Nella sala conferenze ci furono pochi istanti di silenzio, poi Stavely si alzò in piedi. «Bene, le auguro buona fortuna.» Dopodiché uscì dalla stanza e si chiuse piano la porta alle spalle.

«Lei non lo troverà», insistette Poulton. «Perché si sbaglia su Caroline Cooke. Non è mai stata addetta ai magazzini o al collaudo armi, il che prova che la sua teoria non vale un cazzo.» Jack sorrise. «Io conosco forse tutte le procedure dell'FBI?»

«No di certo.»

«Allora non mi dia lezioni sull'esercito. La Cooke era un'allieva ufficiale. Dalla carriera rapida. Lo era di certo, per essere finita ai Piani di guerra.

Le persone come lei vengono mandate dappertutto, prima, perché si facciano un quadro generale. Quel profilo che avete nel vostro dossier è incompleto.»

«Davvero?» Reacher assentì. «Sicuro. Se avessero menzionato tutti i suoi incarichi, avreste dieci fogli pieni prima di quello che ne indica la nomina a tenente.

Controllate con la Difesa, chiedete i particolari, e scoprirete è che stata assegnata in un luogo in cui è rimasta coinvolta.» Ancora silenzio. Si udiva il lieve sibilo del riscaldamento, il ronzio di un tubo a fluorescenza che stava per rompersi e il fischio acuto dal televisore muto. Nient'altro. Poulton fissò Blake e la Harper fissò Reacher. Blake abbassò lo sguardo, concentrandolo sulle proprie dita che tamburellavano silenziose e grasse sul tavolo.

«Lei è in grado di trovarlo?» domandò infine.

«Qualcuno dovrà farlo e voi siete in un vicolo cieco», rispose Jack.

«Avrà bisogno di mezzi.» Reacher assentì. «Un po' d'aiuto non guasterebbe.»

«Io qui sto rischiando», ci tenne a precisare Blake.

«Meglio che puntare tutto su un perdente.»

«Sto rischiando molto. La posta in gioco è alta.»

«Intende la sua carriera?» chiese Jack.

«Sette donne, non la mia carriera», lo corresse stizzito l'agente.

«Sette donne e la sua carriera.» Blake fece un vago cenno del capo. «Quante probabilità abbiamo?» Reacher si strinse nelle spalle. «Con tre settimane di tempo? Abbiamo la certezza.»

«Lei è un bastardo arrogante, lo sa, vero?»

«No, sono realista, nient'altro.»

«Allora, che cosa le serve?»

«Un compenso», rispose Jack.

«Vuol essere pagato?»

«Certo. Voi lo siete, no? Io faccio tutto il lavoro, perciò è giusto che ne ricavi qualcosa.» Blake annuì. «Lei troverà il nostro uomo, e io parlerò con Deerfield a New York, perché lasci cadere la questione Petrosian.»

«Più un compenso.»

«Quanto vuole?»

«Quello che riterrà giusto.» Blake assentì di nuovo. «Ci penserò. E l'agente Harper verrà con lei, perché per ora la questione Petrosian è tutt'altro che dimenticata.»

«D'accordo, per me è accettabile. Purché anche per lei lo sia.»

«Non ha scelta», replicò secco Blake. «Che altro?»

«Mi metta in contatto con Cozo. Inizierò da New York. Ho bisogno di ottenere informazioni da lui.»

«Lo chiamerò. Lo incontrerà stasera», stabilì Blake.

Reacher scosse la testa. «Domani mattina. Stasera vado da Jodie.»