13
Il mattino arrivò, ma era il mattino sbagliato. Jack lo capì non appena entrò nella mensa. Era sveglio e pronto da mezz'ora quando l'agente Harper venne a prenderlo. La donna aprì la porta della stanza ed entrò inaspettatamente, elegante e riposata, con addosso lo stesso vestito del primo giorno. Aveva, a quanto pare, tre completi e li indossava a rotazione. Tre completi erano un numero giusto, pensò Reacher, alla luce del suo presunto stipendio. Ed erano più di quelli che lui avesse, dato che, a differenza di lui, la Harper poteva contare su uno stipendio.
Scesero insieme in ascensore e passarono tra gli edifici. L'intero campus appariva molto tranquillo, aveva un'aria da fine settimana. Al che Jack si rese conto che era domenica. Il tempo era migliorato: non faceva meno freddo, ma c'era il sole e aveva smesso di piovere. Sperò per un attimo che fosse il segno che quella era la sua giornata, ma non era così. Lo capì non appena mise piede nella mensa.
Blake sedeva al tavolo accanto alla finestra, da solo. Su di esso vi erano un bricco di caffè, tre tazze, un cestino con la panna e lo zucchero, e uno con ciambelle e brioche. La cattiva notizia era la pila di quotidiani domenicali, aperti, letti e sparpagliati, con il Washington Post e lo USA Today e, peggio ancora, il New York Times proprio lì, in bella vista. Il che significava che non c'erano notizie da New York, ovvero che il suo piano non aveva ancora funzionato, e che lui avrebbe dovuto attendere finché ciò non fosse accaduto.
Con tre persone sedute al tavolo invece di cinque c'era più spazio per i gomiti. Lisa Harper si sedette di fronte a Blake, Reacher di fronte al vuoto.
Nelson appariva vecchio e stanco, e molto teso. Ammalato. Era l'immagine di un uomo prossimo all'infarto. Eppure Reacher non provò nessuna pietà per lui, perché Blake aveva infranto le regole.
«Oggi lavorerà sui dossier», annunciò l'agente in comando.
«Come vuole», ribatté Jack.
«Sono stati aggiornati con il materiale su Lorraine Stanley. Avrà bisogno dell'intera giornata per rivederli, e domani mattina a colazione ci riferirà le sue conclusioni. Chiaro?» Reacher non batté ciglio. «Limpido.»
«C'è qualche preliminare che dovrei conoscere?»
«Di quali preliminari parla?»
«Conclusioni. È già arrivato a qualche conclusione?» Jack lanciò un'occhiata alla Harper. A quel punto un agente leale avrebbe informato il suo capo in ordine alle obiezioni di Reacher, ma lei non disse nulla. Abbassò semplicemente lo sguardo e si concentrò sul caffè, mescolandolo.
«Mi lasci il tempo di leggere i dossier», rispose. «È troppo presto per poter dire qualsiasi cosa.» Blake annuì. «Abbiamo sedici giorni. Dobbiamo fare presto qualche progresso concreto.» Jack contraccambiò il cenno del capo. «Afferrato il messaggio. Forse domani riceveremo qualche buona notizia.» Blake e la Harper lo guardarono come se avesse detto una cosa strana, poi presero il caffè, le ciambelle, le brioche e alcune pagine dei quotidiani e si soffermarono a leggerle, come se dovessero ingannare il tempo. Era domenica, e l'indagine era giunta a un punto morto. Era più che evidente.
Reacher riconobbe i segnali. Per quanto urgente sia un problema, si arriva a un punto in cui non ci sono più posti in cui andare. L'urgenza svanisce, e tu resti lì seduto, come se avessi tutto il tempo del mondo, mentre questo impazza attorno a te.
Dopo colazione, Lisa lo condusse in una stanza accogliente, molto simile a quella che si era immaginato mentre era in viaggio sul Cessna. Era in superficie, piena di tavoli di quercia dalla linea slanciata e di poltroncine di pelle imbottite dall'aria confortevole. C'era una parete di finestre, e fuori il sole splendeva. L'unico lato negativo era che su uno dei tavoli vi era una pila di dossier alta quasi una trentina di centimetri, composta da cartelle blu scuro, con la scritta in giallo FBI.
Nella pila si distinguevano tre fascicoli, ognuno fermato da un elastico.
Jack li dispose sulla scrivania, l'uno di fianco all'altro. Amy Callan, Caroline Cooke, Lorraine Stanley. Tre vittime, tre fascicoli. Controllò l'orologio: le dieci e venticinque. Avrebbe iniziato tardi, quel mattino. Il sole stava riscaldando la stanza, e lui si sentì indolente.
«Non ha cercato di contattare Jodie», gli fece notare la Harper.
Jack scosse il capo senza dire nulla.
«Perché no?»
«Non ha senso. È chiaro che non c'è.»
«Forse è andata a casa sua. Dove viveva il padre.»
«Forse», replicò lui. «Ma ne dubito. Non le piace quel posto. È troppo isolato.»
«Ha provato a chiamarla lì?» Reacher scosse la testa. «No.»
«È preoccupato?»
«Non ha senso che mi preoccupi per qualcosa che non posso cambiare.» Lisa non rispose, e la stanza piombò nel silenzio.
Reacher avvicinò a sé un dossier. «Li ha letti?» chiese.
Lei annuì. «Ogni sera. Leggo i dossier e gli estratti.»
«Non c'è niente?» Lei guardò i fascicoli, ognuno spesso una decina di centimetri. «C'è molto, invece.»
«Qualcosa di rilevante?»
«È compito suo stabilirlo», replicò lei.
Lui assentì con riluttanza, tolse l'elastico dal dossier della Callan e lo aprì. L'agente si tolse la giacca e gli si sedette di fronte, arrotolandosi le maniche della camicia. Il sole si trovava esattamente dietro di lei e rendeva il tessuto trasparente. Jack riusciva a scorgere la curva del seno, che sporgeva delicato oltre la cinghia della fondina, per poi lasciare il posto alla vita sottile. Si sollevava lievemente al suo respiro.
«Si metta al lavoro, Reacher», gli intimò la Harper.
Questo è il momento di maggior tensione. Ci passi davanti in auto, né velocemente né lentamente, guardi con attenzione, continui a guidare per un po' lungo la strada, poi ti fermi, fai inversione e torni indietro. Parcheggi lungo il bordo del marciapiede, lasciando l'auto nella direzione giusta. Spegni il motore. Togli le chiavi e le metti in tasca. Infili i guanti.
Fuori fa freddo, perciò i guanti non creeranno sospetti.
Scendi dalla macchina e resti immobile per un attimo, ascolti con attenzione, poi ti volti lentamente, compi un intero giro, e guardi ancora. Questo è il momento di maggior tensione. Il momento in cui devi decidere se rinunciare o procedere. Rifletti, rifletti, rifletti. Devi mantenere la calma.
È solo una valutazione operativa. L'addestramento ti aiuta.
Decidi di procedere. Chiudi l'auto, silenziosamente. Imbocchi il vialetto, ti avvicini alla porta, bussi e resti lì. La porta si apre, lei ti fa entrare, è lieta di vederti. Sorpresa, un po' disorientata all'inizio, poi contenta. Non ti vede da secoli, da una vita. Parli per pochi attimi, continui a parlare, fino al momento giusto. Lo riconosci, quando arriva. E continui a parlare.
Il momento arriva. Resti immobile per un istante, e lo assapori. Poi fai la tua mossa e le spieghi che deve fare esattamente quello che dici. Lei acconsente, ovviamente, perché non ha scelta. Le dici che vorresti sembrasse divertita mentre lo fa. Le spieghi che ciò renderà la cosa più piacevole per te. Lei accetta, contenta, desiderosa di compiacerti. Sorride. Il sorriso è forzato e innaturale, il che rovina in certo qual modo l'atmosfera, ma non puoi evitarlo. Poco è meglio di niente.
Le chiedi di mostrarti il bagno principale. Lei se ne sta lì, come un'agente immobiliare, e te lo mostra, orgogliosa. La vasca va bene. È come molte altre che hai visto. Le dici di portare dentro la vernice, e la controlli passo per passo. Le ci vogliono cinque giri, fuori e dentro la casa, su e giù per le scale. Ce n'è molta. Lei ansima e sbuffa, inizia a sudare anche se il clima autunnale è freddo. Le ricordi il sorriso, e lei lo abbozza, anche se sembra più una smorfia.
Le dici di prendere qualcosa per aprire le latte. Lei annuisce, contenta, e ti parla di un cacciavite in cucina. Tu la segui. Lei apre un cassetto e trova il cacciavite. Tu la segui di nuovo, in bagno. Le dici di aprire i coperchi, uno dopo l'altro. Lei è calma. S'inginocchia accanto alla prima latta, inserisce la punta del cacciavite sotto il bordo metallico del coperchio e lo solleva. Procede circolarmente. Il coperchio si apre con un risucchio.
L'odore chimico della vernice impregna l'aria.
Lei passa a un'altra latta, poi a un'altra ancora. Lavora sodo. Rapida.
Le dici di prestare attenzione. Se combina qualche pasticcio, sarà punita.
Le dici di sorridere, e lei sorride. E lavora. L'ultimo coperchio si apre.
Estrai il sacco per i rifiuti ripiegato dalla tasca e le dici di metterci dentro i vestiti. È perplessa. Quali vestiti? Quelli che indossi, rispondi. Lei annuisce e sorride. Si toglie le scarpe senza usare le mani. Il loro peso distende il sacco. Indossa un paio di calze. Se le toglie e le getta nel sacco.
Sbottona i jeans e saltella prima su un piede, poi sull'altro, per sfilarseli.
Entrano anch'essi nel sacco. Sbottona la camicia, se la toglie e la butta nel sacco. Porta le mani dietro la schiena e armeggia con il reggiseno, se lo toglie. I suoi seni ondeggiano, liberi. Poi si sfila gli slip, li appallottola assieme al reggiseno e li getta nel sacco. È nuda. Le dici di sorridere.
La obblighi a portare il sacco di sotto, alla porta d'ingresso. La segui.
Lei lo appoggia alla porta. Poi la riconduci in bagno e le dici di versare la vernice nella vasca, lentamente, con attenzione, una latta dopo l'altra. Lei si concentra intensamente, la lingua tra i denti. Le latte sono pesanti, difficili da maneggiare. La vernice è densa. Ha un forte odore e scorre lenta nella vasca. Il livello sale a poco a poco, verde e oleoso.
Le dici che ha fatto tutto bene, che apprezzi il suo lavoro. La vernice è nella vasca, e non ci sono gocce da nessuna parte. Lei sorride, lieta del complimento. Poi le dici che la seconda parte sarà più difficile: deve riportare le latte là dove le ha trovate, ma ora è nuda. Perciò deve fare attenzione che nessuno la veda. E deve correre. Lei annuisce. Le dici che ora che le latte sono vuote pesano di meno, perciò ne può portare più d'una a ogni giro. Lei annuisce ancora. Capisce. Ne afferra alcune con le dita, cinque latte vuote per mano. Corre fin laggiù, le rimette a posto. Torna indietro correndo, i seni ondeggianti. Fuori fa freddo.
Le dici di restare immobile e di riprendere fiato, e le ricordi il sorriso.
Lei scuote la testa in segno di scusa, e sul viso le compare di nuovo quella smorfia. La riconduci di sopra, in bagno. Il cacciavite è ancora sul pavimento. Le chiedi di raccoglierlo e di farsi alcuni segni sul viso. Lei è disorientata. Le spieghi. Alcuni graffi profondi andranno bene, le dici. Tre o quattro. Profondi abbastanza da far uscire il sangue. Lei sorride e annuisce, solleva il cacciavite e se lo passa sul lato sinistro del volto, con la lama girata in modo che la punta incida la pelle. Appare una linea di color rosso vivo, di una decina di centimetri. Il prossimo, fallo più profondo, le dici, e lei annuisce. Il graffio successivo sanguina. Bene, esclami. Fanne un altro. Lei esegue. E un altro. Bene, esclami. Adesso fai l'ultimo, ma che sia davvero profondo. Lei annuisce e sorride. La lama incide, la pelle si lacera, il sangue scorre. Brava ragazza, esclami.
Tiene ancora in mano il cacciavite. Le dici di entrare nella vasca, lentamente e con attenzione. Lei vi entra col piede destro, poi col sinistro. È in piedi nella vernice, che le arriva ai polpacci. Le dici di sedersi, lentamente, e lei esegue. La vernice le arriva alla vita, le tocca la parte inferiore dei seni. Le dici di stendersi, lentamente e con attenzione. Lei scivola nella vernice. Il livello si alza, cinque centimetri dal bordo della vasca.
Ora sorridi. Va proprio bene.
Le dici che cosa fare. All'inizio non capisce, perché è una cosa molto strana da chiedere. Gliela spieghi con attenzione, lei comprende. I suoi capelli sono imbrattati di vernice. Lei scivola giù, ora si vede solo la faccia. Reclina il capo, i capelli galleggiano. Usa le dita per aiutarsi. Sono viscide e gocciolanti di vernice. Fa esattamente ciò che le viene detto. Ci riesce al primo colpo. I suoi occhi si spalancano dal terrore, e poi muore.
Aspetti cinque minuti, sopra la vasca, senza toccare nulla. Poi fai l'unica cosa che lei non può fare, e che ti sporca il guanto destro. Le premi la fronte con un dito, e lei scivola sotto la superficie. Ti sfili il guanto destro, rovesciandolo, e controlli il sinistro. È a posto. Infili la mano destra in tasca per sicurezza, e la tieni lì. Questo è l'unico momento in cui le tue impronte sono esposte.
Tieni il guanto sporco nella mano sinistra e scendi di sotto, in silenzio.
Lo getti nel sacco dei rifiuti, con i suoi vestiti. Apri la porta. Ascolti e osservi. Porti fuori il sacco. Ti giri e chiudi la porta alle tue spalle. Scendi lungo il vialetto fino alla strada. Apri il bagagliaio e vi riponi il sacco. Apri la portiera e ti metti al volante. Estrai le chiavi dalla tasca e accendi il motore. Ti allacci la cintura e controlli nello specchietto. Ti allontani, né velocemente né lentamente.
Il dossier della Callan iniziava con un quadro della sua carriera militare, durata quattro anni e riassunta in quarantotto righe dattiloscritte. Il suo nome veniva menzionato una volta, in relazione alla debacle finale. Se la ricordava molto bene: era una donna piccola, rotonda, allegra e felice. Immaginava si fosse arruolata senza sapere esattamente perché. Esiste una tipologia precisa di persone che intraprendono la stessa strada: probabilmente appartengono a una famiglia numerosa, sono inclini alla condivisione, si distinguono nelle squadre sportive delle scuole e anche nello studio, pur senza essere brillanti. La imboccano spontaneamente, perché la considerano un'estensione di ciò che già sanno. Probabilmente non si considerano veri combattenti, ma sanno che per ogni soldato che imbraccia un fucile l'esercito offre una sfilza di altre possibilità per chi vuol apprendere un mestiere e procurarsi una qualifica.
La Callan aveva superato l'addestramento di base ed era stata assegnata direttamente ai magazzini di armi e munizioni. In venti mesi era diventata sergente. Maneggiava carte ed effettuava spedizioni in tutto il mondo, proprio come le sue colleghe a casa, tranne per il fatto che lei spediva fucili e proiettili invece che pomodori, scarpe o automobili. Lavorava a Fort Withe, vicino a Chicago, in un magazzino impregnato del puzzo d'olio per fucili e rimbombante del rumore dei carrelli elevatori. Era contenta, all'inizio. Poi le punzecchiature si erano fatte eccessive, e il suo capitano e il suo maggiore avevano superato i limiti della decenza: le dicevano oscenità e le facevano pesanti avance. Lei non era una mammoletta, ma le palpeggiate e gli sguardi lascivi l'avevano infine condotta da Reacher.
Lasciato l'esercito, la Callan si trasferì in Florida, in una città balneare sull'Atlantico a una settantina di chilometri dalle zone troppo costose. Lì si era sposata e separata, aveva vissuto per un anno ed era morta. Il dossier era pieno di annotazioni e fotografie sul dove, ma non specificava molto sul come. La sua casa era una villetta moderna a un piano, sovrastata da un tetto sporgente di tegole arancione. Le fotografie della scena del crimine non rivelavano danni alle porte né alle finestre, all'interno nulla era in disordine. Si notava solo un bagno di piastrelle bianche con una vasca colma di vernice verde. Dentro vi galleggiava una sagoma viscida, indistinta.
L'autopsia non aveva riscontrato assolutamente nulla. La vernice era di tipo resistente, a prova di intemperie, caratterizzata da una struttura molecolare atta a farla aderire e penetrare in qualsiasi materiale cui fosse stata applicata. Ricopriva interamente la superficie esterna del corpo, si era infiltrata negli occhi, nel naso, nella bocca e nella gola. Rimuoverla implicava dover rimuovere la pelle. Non c'erano segni di contusioni o traumi. Il tossicologico era negativo. Nessuna iniezione di fenolo nel cuore. Nessun embolo gassoso. Ci sono molte tecniche sofisticate per uccidere una persona, e i patologi della Florida le conoscono tutte, ma in questo caso non erano riusciti a identificarne nessuna.
«Allora?» domandò la Harper.
Reacher si strinse nelle spalle. «Aveva le lentiggini, me lo ricordo. Un anno al sole della Florida, doveva essere molto carina.»
«Le piaceva.» Lui annuì. «Era a posto.» L'ultimo terzo del dossier conteneva i dati medico-legali più completi che Jack avesse mai letto. L'analisi era stata, nel vero senso della parola, microscopica: ogni particella di polvere e ogni fibra della casa erano state prelevate con un aspiratore e analizzate, ma non c'era traccia di intrusi.
Nemmeno il più piccolo segno.
«Un tipo molto in gamba», commentò Reacher.
L'agente Harper non replicò. Jack spostò il dossier della Callan di lato e aprì quello della Cooke. Era impostato secondo lo stesso schema conciso.
La Cooke era differente dalla Callan perché fin dall'inizio aveva voluto arruolarsi. Il nonno e il padre avevano servito nell'esercito, il che, in base alla mentalità di molte famiglie, identifica una sorta di aristocrazia militare.
Ben presto, tuttavia, aveva toccato con mano il conflitto esistente tra il sesso cui apparteneva e le ambizioni che nutriva, e alcune annotazioni riferivano le sue richieste di entrare alla scuola dei ROTC. Aveva cominciato presto la sua battaglia.
Era allieva ufficiale e aveva iniziato la carriera col grado di sottotenente.
Era stata inviata direttamente ai Piani di guerra, il luogo in cui i cervelloni perdono tempo a far congetture presupponendo che, al momento dell'offensiva, gli amici restino amici e i nemici, nemici. Era stata promossa a tenente e assegnata alla NATO a Bruxelles, dove aveva intrapreso una relazione col suo colonnello. Poiché non fu promossa a capitano in tempi rapidi, lo denunciò.
Reacher se lo ricordava bene. Non era un caso di molestie, certamente non paragonabile a quello della Callan. Nessuno sconosciuto le aveva messo le mani addosso o le aveva fatto gesti osceni con la canna oliata del fucile. Ma le regole erano cambiate, e dormire con qualcuno che comandavi non era più consentito, perciò il colonnello fu condannato e finì per spararsi in bocca. Lei lasciò il Belgio e tornò a casa, stabilendosi in un cottage vicino a un lago nel New Hampshire, dove un giorno fu trovata morta in una vasca piena di vernice semi-asciutta.
I patologi e i ricercatori medico-legali del New Hampshire giunsero alle stesse conclusioni dei colleghi della Florida, ossia non scoprirono nulla.
Osservazioni e fotografie erano simili, ma non identiche: una casa grigia di legno di cedro circondata da alberi, una porta integra, l'interno dell'abitazione in ordine, un bagno arredato in stile rustico in cui predominava il contenuto denso e verde della vasca. Reacher sfogliò il dossier e infine lo richiuse.
«Che ne pensa?» gli domandò la Harper.
«Penso che la vernice sia un fattore bizzarro.»
«Perché?» Lui si strinse nelle spalle. «È, per così dire, circolare, non le sembra? Elimina le prove sui corpi, il che riduce i rischi, eppure procurarsela e trasportarla comporta vari rischi.»
«Ed è un palese indizio», aggiunse l'agente. «Sottolinea il movente. È la conferma definitiva che si tratta di un soldato. È una specie di provocazione.»
«L'agente Lamarr sostiene che abbia una valenza psicologica. È come se la volesse riabilitare agli occhi dell'ambiente militare.» Lisa annuì. «Per questo, tra l'altro, ne prende gli abiti.»
«Ma se le odia a tal punto da ucciderle, perché desidera riabilitarle?»
«Non lo so. Un individuo simile, chi può sapere quello che pensa?»
«L'agente Lamarr crede di saperlo», replicò Jack.
Il dossier di Lorraine Stanley era l'ultimo dei tre. La sua storia era simile a quella della Callan, ma più recente. Era più giovane, un sergente, l'ultima ruota in una gigantesca fureria dello Utah, nonché l'unica donna della struttura. Era stata importunata fin dal primo giorno, e la sua competenza messa in dubbio. Una notte il suo alloggio fu saccheggiato, e tutte le sue paia di pantaloni vennero rubate. Il mattino seguente, prese servizio con addosso la gonna d'ordinanza. La notte seguente le fu rubata la biancheria, perciò il giorno dopo ancora fu costretta a indossare la gonna senza niente sotto. Il tenente la chiamò nel suo ufficio e la fece stare in piedi al centro della stanza, un piede su ogni lato di un ampio specchio posto sul pavimento mentre la redarguiva per un pasticcio burocratico. Tutti i militari in servizio entrarono e uscirono in continuazione dall'ufficio, godendosi l'immagine riflessa nello specchio. Il tenente finì dietro le sbarre. La Stanley restò nell'esercito ancora per un anno, poi se ne andò. Visse e morì sola a San Diego, nel piccolo bungalow illustrato nelle fotografie della scena del crimine, in cui i patologi e i ricercatori medico-legali californiani non trovarono nulla di nulla.
«Quanti anni ha?» chiese Reacher.
«Io?» domandò la Harper. «Ventinove, gliel'ho detto. È una FAQ.»
«È del Colorado, giusto?»
«Di Aspen.»
«Famiglia?»
«Due sorelle, un fratello.»
«Più giovani o più vecchi?»
«Tutti più vecchi. Io sono la minore.»
«Genitori?»
«Papà è farmacista, la mamma gli dà una mano.»
«Quando eravate bambini andavate in vacanza?» Lei annuì. «Certo. Il Grand Canyon, il Deserto dipinto, un po' dappertutto. Un anno siamo andati in campeggio allo Yellowstone.»
«E ci siete andati in macchina, non è così?» La donna assentì. «Certo. Una grossa familiare piena di bambini, la classica famiglia felice. Ma che c'entra tutto questo?»
«Che cosa ricorda di quei viaggi?» Lei fece una smorfia. «Erano infiniti.»
«Esattamente.»
«Esattamente, cosa?»
«Il nostro è un Paese molto grande.»
«E allora?»
«Caroline Cooke è stata uccisa nel New Hampshire, Lorraine Stanley a San Diego, tre settimane dopo. Si trovano ai due poli opposti, non le pare?
Probabilmente a oltre cinquemila chilometri di distanza l'uno dall'altro, forse anche di più.»
«Si sposta in macchina?» Reacher annuì. «Deve portarsi in giro chili e chili di vernice.»
«Forse ha un deposito da qualche parte.»
«Il che non farebbe che peggiorare le cose. A meno che la sua scorta non si trovi su una traiettoria diretta tra dove ha la base, il New Hampshire e la California meridionale, dovrebbe fare una deviazione per raggiungerlo. Il che aumenterebbe le distanze, forse anche di molto.»
«Quindi?» chiese Lisa.
«Quindi ha dovuto percorrere cinquemila, seimila chilometri, e avere il tempo per sorvegliare Lorraine Stanley. Avrebbe potuto farcela in una settimana?» La Harper si accigliò. «Calcoliamo settanta ore di viaggio a novanta chilometri orari...»
«Che in media non potrebbe mantenere. Dovrebbe attraversare centri abitati e cantieri stradali. E non infrangerebbe mai il limite di velocità. Un individuo tanto meticoloso non correrebbe mai il rischio che un poliziotto ficcasse il naso nella sua auto. Chili e chili di vernice mimetica desterebbero qualche sospetto, no?» le fece notare Jack.
«Ci vorrà un centinaio d'ore di viaggio.»
«Come minimo. Più uno o due giorni di sorveglianza sul posto. In termini pratici significa più di una settimana: dieci o undici giorni, forse dodici», stabilì Reacher.
«E allora?»
«Me lo dica lei.»
«Non è una persona che prende servizio per due settimane e ha la terza libera», mormorò la Harper.
«No di certo», concluse Jack.
Uscirono e, aggirato l'edificio, si diressero verso la mensa. Il tempo si era stabilizzato e aveva assunto le tipiche caratteristiche del periodo autunnale: la temperatura dell'aria era salita di una decina di gradi, ma restava pungente. I prati erano verdi e il cielo di un blu incredibile. L'umidità era stata spazzata via dal vento e il fogliame degli alberi circostanti appariva secco e di un colore molto più chiaro.
«Ho bisogno di stare all'aria aperta», esclamò Reacher.
«Deve lavorare», replicò l'agente.
«Ho letto quei dannati dossier. Rileggerli non mi servirà a niente. Ho bisogno di riflettere.»
«E riflette meglio all'aria aperta?»
«In genere, sì.»
«D'accordo, allora venga con me al poligono. Devo allenarmi con la pistola.»
«Non è già allenata?» Lei sorrise. «Certo che lo sono. Ma dobbiamo farlo tutti i mesi. Sono le regole.» Presero un sandwich alla mensa e lo mangiarono camminando. Il poligono all'aperto, immerso nella tranquillità domenicale, era un ampio spazio, grande quanto un campo da hockey e circondato su tre lati da alti muri di terra. C'erano sei corsie di tiro separate da muretti di calcestruzzo alti fino alla spalla, che conducevano a sei bersagli diversi. I bersagli erano di carta pesante, fissati a telai d'acciaio. Ognuno raffigurava un malvivente in agguato, con i cerchi concentrici dipinti attorno al cuore. La Harper si registrò e consegnò la pistola al responsabile del poligono. L'uomo la caricò con sei proiettili e gliela restituì, insieme con due paia di cuffie.
«Prenda la corsia tre», le disse.
Si trovava in centro e sul pavimento di calcestruzzo era dipinta una linea nera.
«Ventitré metri», osservò l'agente.
Si sistemò esattamente sopra la linea e indossò le cuffie, poi sollevò la pistola, impugnandola a due mani. Teneva le gambe divaricate e le ginocchia lievemente flesse, il bacino in avanti e le spalle all'indietro. Sparò i sei colpi di fila, a mezzo secondo di distanza l'uno dall'altro. Reacher ne osservò i tendini della mano: erano tesi, e facevano oscillare leggermente la bocca dell'arma verso l'alto e verso il basso ogni volta che tirava il grilletto.
«Libero», affermò lei.
Jack la guardò.
«Ciò significa che può andare a prendere il bersaglio», spiegò.
Reacher si aspettava che i fori fossero disposti in una linea retta lunga una trentina di centimetri e, quando raggiunse l'estremità opposta della corsia, constatò che era così. C'erano due fori nel cuore, due nell'anello adiacente e due in quello che collegava la gola con lo stomaco. Staccò la carta e la portò con sé.
«Due cinque, due quattro, due tre. Ventiquattro punti», calcolò lei. «Sono passata, al pelo.»
«Dovrebbe usare di più il braccio sinistro», osservò Reacher.
«Come?»
«Carichi tutto il peso sul sinistro e usi il destro solo per tirare il grilletto.» Lei tacque per un istante. Poi gli chiese: «Mi faccia vedere».
Jack si avvicinò alle sue spalle e tese il braccio sinistro. Lei sollevò la pistola con la destra e lui le prese la mano con la sua.
«Rilassi il braccio», affermò Reacher. «Lasci che io regga il peso.» Le braccia di Jack erano lunghe, ma quelle di lei non erano da meno. Lisa indietreggiò e si premette con forza contro di lui. Al che Reacher si chinò in avanti e posò il mento sulla spalla di lei. I suoi capelli avevano un buon odore.
«Bene, la lasci andare», ordinò lui.
Lei tirò il grilletto a vuoto un paio di volte. La bocca dell'arma rimase immobile.
«Mi sembra buono», esclamò Lisa.
«Prenda altri proiettili.» L'agente si allontanò da lui e tornò alla guardiola dell'addetto al poligono, dove prese un altro caricatore di sei colpi. Jack si spostò nella corsia vicina, dove c'era un nuovo bersaglio. La Harper lo raggiunse, si sistemò nella stessa posizione e sollevò la mano con cui impugnava la pistola. Reacher le afferrò la mano e caricò tutto il peso su di sé. Lei si appoggiò al suo corpo e sparò due volte. Jack vide i fori comparire nel bersaglio, nell'anello centrale, probabilmente a un paio di centimetri di distanza.
«Vede?» esclamò. «Lasci che sia il sinistro a lavorare.»
«Suona come un'affermazione politica.» Lisa rimase dove si trovava, appoggiata a Reacher, che sentiva ogni movimento della sua respirazione. Poi lui si scostò, e la donna provò a sparare da sola. Due colpi, rapidi. I bossoli rimbalzarono sul calcestruzzo, e altri due fori comparvero nell'anello centrale, che adesso ne presentava quattro, tutti raggruppati, a forma di diamante, nello spazio di un biglietto da visita.
Lei assunse un'aria soddisfatta. «Vuole sparare gli ultimi due?» Jack si avvicinò e lei gli porse la pistola, per il calcio. Era una SIG-Sauer, identica a quella che la Lamarr gli aveva tenuto puntata alla testa per tutto il tragitto sino a Manhattan. Lui restò in piedi, la schiena rivolta al bersaglio, e soppesò l'arma con la mano. Poi si girò bruscamente e sparò i due proiettili, ognuno in un occhio del bersaglio.
«Così farei io. Se ce l'avessi veramente con qualcuno, così farei», esclamò Jack. «Non perderei tempo con una dannata vasca e cento chili di vernice.»
Di ritorno in biblioteca, incontrarono Blake. Pareva teso e, nel contempo, senza meta, il volto segnato dalla preoccupazione. Aveva, in effetti, un nuovo fastidio.
«Il padre dell'agente Lamarr è morto», annunciò.
«Patrigno», lo corresse Reacher.
«Comunque sia, è morto, stamattina presto. L'ospedale di Spokane l'ha cercata. Ora dobbiamo telefonarle a casa.»
«Le faccia le nostre condoglianze», lo pregò Lisa.
Blake ammiccò con espressione vaga e si allontanò.
«Dovrebbe toglierle il caso», suggerì Jack.
Lisa annuì. «Forse sì, ma non lo farà. In ogni caso, lei non accetterebbe.
Il lavoro è tutto quello che ha.» Reacher non disse nulla. L'agente aprì la porta e lo ricondusse nella stanza con i tavoli di quercia, le poltroncine di pelle e i dossier. Lui si sedette e guardò l'orologio. Le quindici e venti. Ancora un paio d'ore di castelli in aria, poi avrebbe potuto cenare e si sarebbe rifugiato nella solitudine della sua stanza.
Invece le ore furono tre. E non le passò a fare castelli in aria. Si sedette, a fissare nel vuoto e a riflettere intensamente. Lisa Harper lo osservava, in ansia. Jack prese i dossier e li dispose sul tavolo: il fascicolo della Callan in basso a destra, quello della Stanley in basso a sinistra e quello della Cooke in alto a destra, e li fissò rimuginando ancora una volta sul fattore geografico. Poi si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.
«Progressi?» domandò la Harper.
«Mi serve un elenco delle novantuno donne», rispose.
«Va bene.» Attese con gli occhi chiusi e la udì lasciare la stanza. Si godette il tepore e il silenzio per alcuni lunghi minuti, poi lei tornò. Aprì gli occhi e la vide china accanto a sé, con un altro grosso dossier blu in mano.
«Matita.» Lei arretrò fino a raggiungere un cassetto e trovò una matita, che fece scorrere sulla scrivania. Jack aprì il nuovo fascicolo e iniziò a leggere.
Prima di tutto vi era un rapporto del dipartimento della Difesa, quattro pagine stampate pinzate insieme, novantuno nomi in ordine alfabetico, alcuni dei quali gli erano noti. Dopo Lorraine Stanley era citata Rita Scimeca, la donna di cui aveva parlato a Blake. Poi c'era una lista allegata di indirizzi, ottenuti perlopiù dagli archivi dell'assicurazione sanitaria della Veterans Administration o mediante procedure di inoltro di e-mail. La Scimeca viveva nell'Oregon. E infine vi era un fascio di documenti con informazioni generali: rapporti dell'intelligence post-congedo, talora esaurienti, talaltra succinti, ma in ogni caso sufficienti a trarre conclusioni essenziali. Reacher li sfogliò più volte, poi iniziò a contrassegnarli a matita e, dopo venti minuti, contò i segni.
«Erano undici, le donne», affermò. «Non novantuno.»
«Erano?» domandò la Harper.
Lui ribadì. «Undici. Ne restano otto, non ottantotto», precisò.
«Perché?»
«Per varie ragioni. Novantuno era un numero assurdo. Chi prenderebbe seriamente di mira novantuno donne? Cinque anni e tre mesi? Non è credibile. Un individuo tanto in gamba lo ridurrebbe a una cifra più gestibile, per esempio undici.»
«Ma in che modo?»
«Limitandosi a ciò che è fattibile. Una sotto categoria. Che altro avevano in comune la Callan, la Cooke e la Stanley?»
«Che cosa?»
«Erano sole. Indubbiamente e inequivocabilmente sole. Sposate o separate, vivevano in villette monofamiliari in periferia o in campagna.»
«E questo sarebbe determinante?»
«Certo che lo è. Pensi al suo modus operandi. Ha bisogno di un luogo tranquillo, solitario e isolato. Per evitare interruzioni e testimoni. Deve trasportare tutta quella vernice m casa. Guardi questo elenco: ci sono donne sposate; donne con bambini appena nati; donne che vivono con familiari, genitori; donne in appartamenti e condomini, fattorie, persino comuni; donne che hanno ripreso il college. Lui cerca quelle che vivono da sole, in case indipendenti.» La Harper scosse il capo. «Ce ne sono più di undici di questo tipo. Abbiamo già indagato. Credo siano più di una trentina, quasi un terzo.»
«Ma avete dovuto verificare. Io parlo di donne che sono chiaramente sole e isolate. A prima vista. Perché dobbiamo presumere che il nostro uomo non abbia nessuno che svolga indagini per conto suo. Agisce da solo, in segreto. Tutto quello che ha in mano è quest'elenco.»
«Ma questo è il nostro elenco.»
«Non solo. È anche il suo. Tutte queste informazioni vi sono arrivate direttamente dall'esercito, vero? Lui aveva la lista prima di voi.»
A una settantina di chilometri di distanza, lievemente a nord-est, lo stesso elenco era aperto su una scrivania lucida di un piccolo ufficio senza finestre, nel buio della parte interna del Pentagono. Risaliva a due generazioni Xerox precedenti rispetto alla versione di Reacher, ma per il resto era identico. Conteneva le stesse pagine, e recava gli stessi undici segni accanto a undici nomi. Non erano scarabocchi frettolosi a matita, come quelli di Jack, bensì sottolineature precise realizzate con una stilografica e una riga smussata, tenuta a distanza dalla carta, in modo che l'inchiostro non la macchiasse.
Tre degli undici nomi erano barrati con una seconda linea.
Ai lati dell'elenco, i due avambracci in uniforme della persona seduta alla scrivania. Aderivano alla superficie di legno, i polsi sollevati per tenere le mani lontane dal tavolo. La mano sinistra stringeva una riga; la destra, una penna. La sinistra si mosse e collocò la riga in posizione esattamente orizzontale, lungo la sottolineatura del quarto nome. Poi si spostò lievemente verso l'alto, sul nome stesso. La mano destra si mosse e la penna tracciò una linea spessa su di esso, per poi allontanarsi dal foglio.
«Allora, come ci comportiamo?» domandò la Harper.
Reacher si appoggiò allo schienale e chiuse nuovamente gli occhi. «Credo dobbiate giocare d'azzardo», rispose. «Sorvegliate le otto donne restanti ventiquattr'ore su ventiquattro, e il nostro uomo vi piomberà tra le braccia nel giro di sedici giorni.» L'agente apparve esitante. «Che razza d'azzardo», commentò. «È assurdo. Si basa su ciò che lei suppone lui supponga quando guarda quell'elenco.»
«Mi ritenete rappresentativo della categoria cui quell'uomo appartiene.
Perciò le mie supposizioni sono identiche alle sue, giusto?»
«E se si sbaglia?»
«Rispetto a che cosa? Ai progressi che state facendo?» Lisa Harper pareva ancora esitante, tuttavia disse: «Bene. Credo sia una teoria valida. Vale la pena di tentare. Ma forse ci hanno già pensato».
«Chi non risica non rosica, giusto?» Lei tacque per un istante. «D'accordo: come prima cosa parli all'agente Lamarr, domani mattina.» Jack aprì gli occhi. «Pensa che ci sarà?» La Harper annuì. «Ci sarà.»
«Ma non c'è il funerale del padre?»
«Certo, il funerale ci sarà, ma lei non ci andrà. Mancherebbe anche al suo funerale per un caso come questo.»
«D'accordo, ma si occupi lei di riferire la questione, e parli con Blake.
Lasci perdere l'agente Lamarr.»
«Perché?»
«Perché sua sorella vive da sola, ricorda? Perciò le sue probabilità si sono ora ridotte da otto a uno. Blake dovrebbe toglierle il caso, adesso.»
«Sempre che la veda come lei.»
«Sarà meglio per lui.»
«Forse sì, ma non le toglierà il caso.»
«Sarà meglio per lui.»
«Forse, ma non lo farà.» Reacher si strinse nelle spalle. «Allora non si prenda la briga di dirgli nulla. Io qui sto solo perdendo tempo. Quell'uomo è un idiota.»
«Non dica così. Lei deve collaborare, pensi a Jodie.» Jack chiuse ancora una volta gli occhi e pensò a Jodie. Gli sembrò lontana, molto lontana. La pensò a lungo.
«Andiamo a cena», decise Lisa. «Poi parlerò con Blake.»
A una settantina di chilometri di distanza, lievemente a nord-est, l'uomo in uniforme fissò il foglio, immobile. Sul suo volto, l'espressione di chi fa lenti progressi in un'impresa complicata. Poi qualcuno bussò alla porta.
«Un attimo», gridò.
Posò la riga sul tavolo di legno con un rumore secco, mise il cappuccio alla penna e se la infilò nel taschino. Ripiegò l'elenco, aprì un cassetto della scrivania, ve lo ripose e lo coprì con un libro. Era una Bibbia, versione di Re Giacomo, rilegata in pelle nera di vitello. Vi appoggiò la riga e richiuse il cassetto. Prese quindi un mazzo di chiavi dalla tasca e chiuse a chiave il cassetto. Infilò il mazzo in tasca, si mosse sulla sedia e si sistemò la giacca.
«Entri», ordinò.
La porta si apri e un caporale entrò, facendo il saluto. «La sua auto è qui, colonnello.»
«Bene, caporale», ribatté l'altro.
Il cielo sopra Quantico era ancora terso, ma l'aria frizzante si stava decisamente trasformando in un vero e proprio gelo notturno. L'oscurità avanzava da est, al di là degli edifici. Reacher e la Harper camminarono a passo veloce e le luci del vialetto si accesero l'una dopo l'altra, al loro ritmo, come se loro, passando, girassero un interruttore. Mangiarono da soli, a un tavolo per due in una zona diversa della mensa. Tornarono all'edificio principale quando il buio era ormai totale. Salirono in ascensore e lei gli aprì la porta della stanza con la sua chiave.
«Grazie per il suggerimento», gli disse.
Lui non replicò.
«E per la lezione di tiro», aggiunse Lisa.
Lui annuì. «È stato un piacere.»
«È una buona tecnica.»
«Me l'ha insegnata un vecchio sergente maggiore.» Lei sorrise. «No, non la tecnica di tiro. La tecnica didattica.» Lui annuì ancora, ricordando la schiena di lei premuta contro il suo petto, i fianchi di lei contro i suoi, i suoi capelli sul viso, la sensazione, il profumo di quella donna.
«Una dimostrazione pratica è sempre meglio di una spiegazione teorica, suppongo», osservò.
«Indubbiamente», convenne la Harper.
Poi chiuse la porta, e Jack la udì allontanarsi.