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La legge stabilisce che una condanna per droga possa comportare la confisca dei beni, il che significa che la DEA di New York finisce per accumulare più automobili di quelle di cui ha bisogno, e così presta i veicoli eccedenti ad altre agenzie per la tutela dell'ordine. Compreso l'FBI. Il Bureau usa tali mezzi quando ha bisogno di mantenere l'anonimato, di mascherare le missioni che non devono apparire come governative. O quando deve tenere le opportune distanze da qualche azione specifica.
Pertanto James Cozo ritirò la berlina ufficiale con autista e gettò all'agente Harper le chiavi di una Nissan Maxima nera di un anno, parcheggiata nella fila posteriore del posteggio sotterraneo.
«Si diverta», ripeté per la seconda volta.
Lisa si mise al volante. Era la prima volta che guidava a New York, ed era alquanto tesa. Superò alcuni isolati e si diresse a sud, sulla Quinta, molto lentamente, con i taxi che le piombavano addosso per poi schivarla, suonandole dietro.
«Bene, e adesso?» chiese.
Adesso perdiamo un po' di tempo, pensò Reacher. «Bob non si fa vedere fino alle otto», rispose. «Abbiamo l'intero pomeriggio a disposizione.»
«Credo che dovremmo fare qualcosa.»
«Non c'è fretta», replicò Jack. «Abbiamo tre settimane.»
«Allora che facciamo?»
«Prima di tutto mangeremo qualcosa», decise lui. «Ho saltato la colazione.»
Ti fa piacere saltare la colazione perché devi avere la certezza. Secondo le tue previsioni, polizia locale e Bureau divideranno il turno esattamente a metà, con un cambio alle otto di sera e uno alle otto del mattino. L'hai visto accadere ieri sera alle otto, perciò ora sei di ritorno di primo mattino per vederlo accadere di nuovo, alle otto. Perdere una pessima colazione self-service nella lobby di un motel è un piccolo prezzo da pagare rispetto a quel tipo di certezza. Come il lungo, lungo tragitto in auto per raggiungere la postazione. Non sei tanto idiota da affittare una stanza nelle vicinanze.
Né da prendere una strada diretta. Segui un percorso tortuoso tra i monti e lasci la macchina in una piazzola di ghiaia, a ottocento metri dal posto. Là la macchina è abbastanza sicura. L'unica ragione per cui hanno realizzato quella piazzola è che i coglioni ci parcheggiano sempre l'auto quando vanno a osservare le aquile, ad arrampicarsi o a scarpinare di qua e di là. Una macchina presa a nolo, posteggiata correttamente sulla ghiaia, è invisibile come una borsa da sci sul nastro bagagli dell'aeroporto. Fa semplicemente parte dello scenario.
Ti allontani dalla strada e risali una collinetta alta circa una trentina di metri. È interamente ricoperta da alberi scheletrici, un po' più alti della tua spalla. Sono privi di foglie, ma il terreno ti nasconde. Sei in una specie di ampia trincea. Ti sposti a destra e a sinistra per evitare i massi caduti.
In cima alla collina segui la cresta verso sinistra e, non appena il terreno sprofonda dall'altra parte, ti abbassi. T'inginocchi e avanzi a fatica sin dove due gigantesche rocce si appoggiano l'una sull'altra, offrendoti un'inattesa e splendida vista della valle attraverso l'apertura triangolare che hanno creato. Ti appoggi con la spalla destra sulla roccia di destra, e la casa del tenente Rita Scimeca appare nel bel mezzo del tuo campo visivo, a poco più di duecento metri di distanza.
La casa è lievemente a nord-ovest rispetto alla tua posizione, perciò ti trovi esattamente di fronte la strada laterale. È probabilmente una novantina di metri più in basso, quindi l'intero quadro ti appare come in una piantina. L'auto del Bureau è proprio là, parcheggiata all'esterno. Una Buick pulita, blu scuro. Con dentro un agente. Usi il binocolo. L'uomo è ancora sveglio, la testa eretta. Non si guarda molto attorno, si limita a fissare davanti a sé, annoiato a morte. Non puoi certo biasimarlo: dodici ore filate per tutta la notte, in un luogo in cui l'ultimo grande evento è stata la svendita di dolci natalizi.
Fa freddo tra i rilievi, e la roccia ti sta succhiando il calore dalla spalla.
Non c'è il sole, solo fosche nubi ammassate sui picchi giganteschi. Ti giri da un'altra parte per un istante, t'infili i guanti e con la sciarpa ti copri la metà inferiore del volto, in parte per stare più caldo, in parte per evitare la condensa che l'alito sta formando. Ti volti di nuovo, sposti i piedi e ti muovi un po' per trovare una posizione comoda. Poi prendi di nuovo il binocolo.
La casa è circondata lungo tutto il perimetro da una recinzione in fil di ferro, che s'interrompe all'altezza del vialetto d'accesso. Il vialetto è breve e termina di fronte a un portone unico di garage, alla fine della veranda principale. Dal vialetto parte un sentierino che aggira alcune piante alla giapponese e arriva alla porta d'ingresso. L'auto del Bureau è parcheggiata lungo il marciapiede, proprio in corrispondenza dell'apertura del recinto, lievemente più in alto del centro esatto. Col muso all'ingiù, in modo che la traiettoria del guidatore sia sullo stesso piano dell'uscita del vialetto. Una posizione intelligente. Se risali la collina fino alla casa, ti vede fin dall'inizio. Se gli arrivi alle spalle, ti vede probabilmente nel retrovisore e sicuramente quando gli passi accanto. Infine, ti osserva chiaramente di schiena mentre percorri il sentierino. Una posizione intelligente, ma quello sai che è il Bureau.
Vedi un movimento, ottocento metri più a ovest, una sessantina di metri più in basso, lungo la montagna. Una Crown Victoria bianca e nera, che spunta da una curva a gomito e avanza, lenta, guardinga. Arranca sulle curve e imbocca infine la strada. Dal tubo di scarico fuoriesce una nube di vapore bianco. Il motore è freddo. L'auto è rimasta parcheggiata per tutta la notte dietro una tranquilla stazione. Risale la strada, rallenta e si ferma a fianco della Buick. A una trentina di centimetri di distanza. Non riesci a vederlo, ma sai che i finestrini si abbassano. Che c'è uno scambio di saluti, di informazioni. Tutto tranquillo, dice l'agente del Bureau, buona giornata, aggiunge. Il poliziotto locale grugnisce, facendo finta di essere annoiato, mentre è segretamente eccitato all'idea di avere una missione importante. Forse la prima che abbia mai avuto. Ci vediamo più tardi, dice ancora l'agente del Bureau. L'auto bianca e nera prosegue su per la collina e fa inversione sulla strada. Il motore della Buick si avvia, e la macchina balza in avanti mentre l'agente inserisce la marcia. L'auto bianca e nera le si accoda. La Buick si allontana dalla collina, l'auto bianca e nera avanza e si ferma. Esattamente dov'era la Buick. Posizione calcolata al centimetro. Rimbalza un paio di volte sugli ammortizzatori, poi si stabilizza. Il motore si spegne, il vapore bianco si diffonde e scompare. Il poliziotto gira la testa a destra e ha esattamente la stessa visione dell'uomo del Bureau. Forse, dopotutto, non è un idiota.
La Harper entrò con la Maxima in un parcheggio a pagamento della 9th Street, poco dopo che Reacher le aveva detto che la struttura a reticolo delle strade stava per finire e che di lì a poco si sarebbe complicata. Tornarono indietro a piedi, dirigendosi a est e a sud, e trovarono un bistrot con vista sul Washington Square Park. La cameriera aveva una copia di una rivista di filosofia formato compendio, su cui appoggiava il blocco delle ordinazioni. Una studentessa della New York University che sbarcava il lunario. L'aria era fredda, ma splendeva il sole, e il cielo era azzurro.
«Mi piace qui», esclamò Lisa. «È una gran città.»
«Ho detto a Jodie che venderò la casa», la informò Reacher.
Lei gli lanciò uno sguardo obliquo. «L'ha presa bene?» Lui si strinse nelle spalle. «È preoccupata. Non vedo perché. Mi rende una persona più felice, come può preoccuparla?»
«Perché la trasforma in un vagabondo.»
«Non cambierà nulla.»
«Allora perché venderla?»
«È quello che ha detto lei.» La Harper annuì. «Certo. La gente fa qualcosa per una ragione, giusto?
Perciò lei sta pensando: qui qual è la ragione?»
«La ragione è che non voglio possedere una casa.»
«Ma le ragioni hanno più strati. Questo è solo quello superiore. Jodie si sta chiedendo: va bene, perché non vuole possedere una casa?»
«Perché non voglio sobbarcarmene i fastidi. Lei lo sa, gliel'ho detto.»
«I fastidi burocratici?» Lui annuì. «È un'immensa scocciatura.»
«Sì, lo è. È un'immensa scocciatura, ma Jodie pensa che i fastidi burocratici siano una sorta di sintomo di qualcos'altro.»
«Di cosa?»
«Per esempio del voler vivere da vagabondo.»
«Questo, lo ha già detto prima.»
«Le sto solo spiegando come ragiona Jodie.» La studentessa di filosofia portò caffè e brioche, lasciando il biglietto dell'ordine scritto con una calligrafia chiara, accademica.
La Harper lo prese. «Me ne occupo io», disse.
«D'accordo.»
«Dovrà convincerla», proseguì Lisa. «Capisce, persuaderla che rimarrà in zona, anche se vende la casa.»
«Le ho anche detto che venderò l'auto», la informò Reacher.
Lei assentì. «Questo potrebbe essere d'aiuto. Appare come un gesto di chi non ha intenzione di andarsene.» Jack tacque per un istante. Poi disse: «Le ho detto che forse viaggerò un po'».
Lei lo fissò. «Cristo, Reacher, questo non è molto rassicurante, non le pare?»
«Lei lo fa. È stata due volte a Londra, quest'anno, e io non ne ho fatto un caso di Stato.»
«Quanto ha intenzione di viaggiare?» Lui si strinse ancora nelle spalle. «Non lo so. Un po', credo. Mi piace andare in giro. Sul serio. Gliel'ho già detto.» Lisa rimase in silenzio per un attimo. «Sa cosa?» esclamò infine. «Prima di convincere lei che resterà in zona, dovrebbe convincere se stesso.»
«Io ne sono convinto.»
«Sul serio? O pensa di andare e venire, come e quando vuole?»
«Di andare e venire, suppongo, almeno un po'.»
«Finirete per allontanarvi l'uno dall'altra.»
«È quello che ha detto lei.» La Harper fece una risatina. «Be', non mi sorprende.» Lui non disse nulla, si limitò a bere il caffè e a mangiare la brioche.
«È tempo di decidere. O per strada o lontano dalla strada, non può tenere il piede in due scarpe», sentenziò lei.
Questa pausa pranzo sarà il primo grande test. La tua conclusione preliminare. All'inizio ti domandavi come avrebbe risolto il problema del bagno, ma poi lo hai visto entrare in casa e usare quello di lei. È sceso dall'auto dopo circa novanta minuti, il tempo utile perché il caffè del mattino facesse effetto. È rimasto in piedi sul marciapiede a stirarsi, poi ha percorso il sentierino e ha suonato il campanello. Hai messo a fuoco il binocolo e hai ottenuto una buona vista laterale. Non l'hai scorta, è rimasta in casa. Hai colto il linguaggio corporeo di lui, un po' goffo, lievemente imbarazzato. Non ha parlato. Non ha chiesto. Si è solo presentato davanti alla porta. Pertanto c'era un accordo preventivo. È dura per la Scimeca, pensi, dal punto di vista psicologico: una donna violentata, un'intrusione inattesa di un uomo grande e grosso per un chiaro bisogno legato al suo pene. Ma è andata abbastanza bene. Lui è entrato, la porta si è chiusa, è passato un minuto, la porta si è riaperta e lui è uscito. È tornato alla macchina, guardandosi un po' attorno, prestando attenzione. Ha aperto la portiera, è sgusciato dentro e la scena è tornata come prima.
Perciò, niente da fare con la pausa toilette. La prossima occasione sarà la pausa pranzo. Non è possibile che quel tizio resti dodici ore senza mangiare. I poliziotti mangiano in continuazione, questa è la tua esperienza: ciambelle, paste, caffè, uova e bistecche. Mangiano in continuazione.
Lisa Harper voleva visitare la città. Era come una turista. Reacher la condusse a sud, attraverso il Washington Square Park, fino a West Broadway e al World Trade Center. Percorsero quasi tre chilometri e mezzo.
Bighellonarono tranquilli per una cinquantina di minuti. Il cielo era azzurro e freddo, e la città brulicava d'attività. Lisa si stava divertendo.
«Potremmo andare su al ristorante», propose Jack. «Il Bureau potrebbe offrirmi il pranzo.»
«Glielo ha appena offerto, il pranzo», osservò lei.
«No, quella era una colazione tardiva.»
«Ma non fa che mangiare», esclamò la Harper.
«Sono grande e grosso», replicò lui. «Devo nutrirmi.» Lasciarono i cappotti nell'atrio e salirono in cima alla torre. Attesero in fila all'ingresso del ristorante, Lisa appiccicata alle pareti di vetro, incantata a guardare fuori. Mostrò il distintivo e si videro assegnare un tavolo per due proprio accanto a una finestra da cui si vedeva tutta la West Broadway e, oltre ancora, la 5th Avenue, a quattrocento metri d'altezza.
«Splendido», gridò lei, estasiata.
Era davvero splendido. L'aria era limpida e frizzante, e la vista si estendeva per chilometri. La città sotto di loro aveva assunto un color kaki nella luce autunnale. Compatta, intricata, infinitamente affaccendata. I fiumi erano grigi e verdi, e i distretti esterni sfumavano nel Westchester, nel Connecticut e in Long Island. Nella direzione opposta la riva affollata del New Jersey, che curvava fino a svanire.
«Bob è laggiù», esclamò la Harper.
«Da qualche parte», le fece eco Reacher.
«Chi è Bob?»
«Un coglione.» Lei sorrise. «Non che sia una descrizione molto precisa, criminologicamente parlando.»
«È un magazziniere», precisò Jack. «Uno che lavora dalle nove alle cinque, e se ne va al bar ogni sera.»
«Non è il nostro uomo, vero?» Lui non è l'uomo di nessuno, pensò Reacher. «È una nullità», rispose.
«Vende dal bagagliaio dell'auto in un posteggio? Nessuna ambizione.
Niente di abbastanza grosso da giustificare degli omicidi.»
«In che modo ci può essere d'aiuto?»
«Può fare dei nomi. Ha i suoi fornitori, e sa chi sono gli altri coinvolti.
Uno di questi farà altri nomi, e così via.»
«Si conoscono tra loro?» Reacher assentì. «Si spartiscono i compiti, le competenze e le zone, come tutti quanti.»
«Potrebbe volerci molto tempo.»
«In questo caso, sarà utile la geografia», disse Jack.
«La geografia? Perché?»
«È logico. Sei nell'esercito e vuoi rubare delle armi: dove le rubi? Di certo non ti aggiri la notte tra gli alloggi e le sottrai da ogni bauletto. In quel modo avresti solo otto ore di grazia prima che i soldati si alzino e gridino: ehi, dov'è la mia dannata Beretta?»
«Allora dove le rubi?»
«In un posto dove non si accorgono del furto, il che significa da un magazzino. Trovi un magazzino dove stanno ammassate, pronte per la prossima guerra.»
«E dove?»
«Guardi una cartina delle interstatali.»
«Perché le interstatali?»
«Perché crede che siano state costruite? Non certo perché la famiglia Harper potesse andare da Aspen allo Yellowstone Park in vacanza, ma perché l'esercito potesse spostare truppe e munizioni in modo semplice e rapido.»
«Davvero?» Reacher annuì. «Sicuro. Eisenhower le costruì negli anni '50, in piena Guerra Fredda, ed Eisenhower è stato il primo e l'ultimo grande di West Point.»
«Quindi?»
«Quindi cerchi un punto in cui le interstatali s'incrociano. Lì si trova un magazzino, in modo che in qualsiasi momento ciò che serve possa essere spedito in ogni direzione. In genere, i magazzini sono situati a breve distanza dalla costa, perché il vecchio Ike non temeva tanto un lancio di parà sul Kansas quanto un attacco navale dal mare.»
«E il New Jersey è adatto allo scopo?» Reacher annuì di nuovo. «È un'ottima zona strategica. In cui abbondano magazzini e furti.»
«Perciò Bob potrebbe sapere qualcosa?»
«C'indicherà una nuova direzione. Questo è tutto ciò che potremo ottenere da lui.»
L'intervallo del pranzo non va bene. Non va assolutamente bene. Tieni il binocolo incollato agli occhi e osservi l'intera scena. Una seconda auto bianca e nera spunta circospetta da dietro l'angolo e risale lenta la collina. Si ferma fianco a fianco alla prima e resta lì, il motore acceso. Due di quelle dannate macchine, fianco a fianco. Probabilmente l'intero parco del dipartimento di polizia, lì davanti a te.
Hai una vista parziale. Il finestrino del guidatore di entrambe è abbassato. Scorgi un sacchetto di carta marrone e un bicchiere di caffè col coperchio. Il nuovo poliziotto li passa dal finestrino, il gomito ben sollevato per tenerli dritti. Metti meglio a fuoco e vedi il poliziotto in attesa tendere la mano. La scena è piatta, bidimensionale, granulosa, come accade quando uno strumento ottico ha raggiunto il suo limite. L'uomo prende prima il caffè, poi gira la testa e trova il porta-bicchiere all'interno. Quindi afferra il sacchetto. Lo appoggia sulla portiera e ne apre i lembi. Riguarda dentro, sorride. Ha un viso grosso e carnoso. Sta fissando un cheeseburger o qualcosa di simile. Forse due, e una fetta di torta.
Richiude il sacchetto e lo getta all'interno, quasi certamente sul sedile del passeggero. Poi muove la testa. Stanno chiacchierando. Si anima. È un uomo giovane, la pelle della sua faccia è tesa e tonica. È pieno di sé. Estasiato dalla sua missione importante. Lo osservi a lungo, osservi l'espressione felice sul suo viso. Ti chiedi che faccia farà quando busserà per andare in bagno e non avrà risposta. Perché in quel momento decidi due cose: entrerai là dentro, per fare il tuo lavoretto. E lo farai senza uccidere prima il poliziotto, solo perché vuoi veder cambiare quell'espressione.
La Nissan Maxima era stata per un breve periodo l'auto preferita degli spacciatori, perciò Reacher la giudicò adatta per andare al bar del New Jersey. Nel posteggio sarebbe apparsa sufficientemente innocua. Sufficientemente vera. Le macchine governative senza insegne non lo erano mai.
Per una berlina una persona normale spende venti testoni e ordina pure i cerchioni cromati e la vernice metallizzata.
Ma il governo non lo fa mai, perciò le sue auto sono ovvie, falsamente semplici, come se sulla fiancata avessero scritto a grandi lettere:
QUESTA È UN'AUTO DELLA POLIZIA SENZA INSEGNE.
E se Bob avesse visto una macchina simile nel parcheggio, avrebbe cambiato l'abitudine di un'intera vita e trascorso la serata altrove.
Guidò Reacher. Lisa preferì evitare di mettersi al volante col buio, nell'ora di punta. Ed era un'ora di punta particolarmente caotica. Il traffico risaliva lento Manhattan e s'imbottigliava all'ingresso del tunnel. Jack armeggiò con la radio e trovò una stazione in cui una voce femminile annunciava i tempi di attesa: quaranta, quarantacinque minuti. A piedi ci avrebbe messo la metà, inoltre aveva una gran voglia di camminare.
Avanzarono a passo d'uomo sotto il fiume Hudson. Il giardino posteriore della sua casa si trovava un centinaio di chilometri più a monte. Jack rimase seduto lì, e ne ricreò il perimetro nella mente, mettendo alla prova la sua decisione. Era un giardino abbastanza bello, come molti. Sicuramente fertile. Giri la testa e, quando la rigiri, l'erba è già alta un metro. Aveva molti alberi: aceri, assai graziosi all'inizio dell'inverno, cedri, che Leon doveva aver piantato con le sue mani, perché erano disposti in gruppi, ad arte. Gli aceri perdevano le foglie e dai cedri si staccavano piccole bacche viola.
Quando le piante erano prive di foglie, si godeva un'ampia vista della riva opposta del fiume. West Point era proprio là, e aveva rappresentato una parte importante della vita di Jack.
Ma lui non era un nostalgico. Essere un vagabondo significava anche guardare avanti, non indietro, concentrarsi su ciò che ti aspetta. E, a livello viscerale, Jack sentiva che gran parte di questo guardare avanti si traduceva in cercare la novità. Luoghi non visitati e cose non viste. L'ironia della sua vita era che, benché avesse viaggiato in quasi tutto il mondo, non aveva visto molto. Passare l'esistenza al servizio dell'esercito era come correre lungo uno stretto corridoio, gli occhi ben fissi davanti a sé. Ai lati c'erano strade allettanti di ogni sorta, che nella corsa si lasciavano alle spalle e s'ignoravano. Adesso voleva esplorarle, andare pazzamente a zigzag, imboccare qualsiasi direzione lo attirasse, cogliere ogni occasione lo affascinasse.
Ritornare nello stesso posto ogni sera non l'avrebbe aiutato. Perciò la sua decisione era quella giusta. Si disse: vendi la casa. La casa è sul mercato.
La casa è in vendita. La casa è venduta. Si disse quelle parole, e il peso che avvertiva si alleggerì. Non era solo il peso pratico, che pur era ingente.
Basta con i pensieri per i tubi che perdevano, per le bollette che arrivavano per posta, per i rifornimenti di gasolio e le assicurazioni. Era una liberazione. Come se fosse di nuovo nel mondo, libero da ogni fardello. Libero e pronto per partire. Era come spalancare una porta e immergersi nella luce del sole. Jack sorrise tra sé nell'oscurità rumorosa del tunnel, con l'agente Harper seduta al suo fianco.
«Sul serio si diverte?» gli domandò lei.
«È il chilometro migliore della mia vita», rispose lui.
Aspetti e osservi. Ora dopo ora. Un perfezionismo simile non si trova ovunque. Ma tu sei la perfezione in persona e tale devi rimanere. Devi avere la certezza. E per ora la certezza è che il poliziotto è fisso: mangia in macchina, usa il bagno di lei di tanto in tanto e basta. Perciò pensi di sequestrarlo, forse domani mattina, poco prima delle otto, e di calarti nei suoi panni. Di sostituirlo nel suo lavoro. Pensi di restare per un po' nella sua auto, per poi incamminarti verso la porta della Scimeca e bussare, come se avessi un bisogno fisiologico. Ci pensi per un secondo, poi scarti l'idea, naturalmente. La sua uniforme non ti andrebbe. E al cambio delle otto dovresti dire due parole all'agente del Bureau. Capirebbe che sei un finto sbirro, fin dal primo istante. Non ha a che fare con un grande e anonimo dipartimento di polizia, come quelli di New York o di Los Angeles.
Pertanto, o il poliziotto va allontanato oppure devi entrare eludendo la sua sorveglianza. Dapprima ti diletti con l'idea di un diversivo. Che cosa ci vorrebbe per smuoverlo di lì? Forse un grave incidente automobilistico a un incrocio. O un incendio nella scuola. Ma, per quanto tu ne sappia, il paese non ha una scuola. Hai visto gli scuolabus gialli per strada, andare e tornare da Portland. La scuola è probabilmente in un'altra giurisdizione.
E un incidente d'auto è difficile da inscenare. Di certo non hai intenzione di farti coinvolgere in un evento simile. E come puoi indurre altri due guidatori a scontrarsi?
Forse la minaccia di una bomba. Ma dove? Alla stazione di polizia?
Non va bene. Il poliziotto riceverebbe l'ordine di restare dove si trova, lontano e al sicuro, fino a completamento dei controlli. Dove allora? In un luogo dove si raduna molta gente. Dove ci sarebbe bisogno dell'intero dipartimento di polizia per evacuare le persone. Ma il paese è piccolo. Dove si raduna la gente? In chiesa, forse. Vedi una guglia, giù, accanto alla strada. Ma non puoi aspettare fino alla prossima domenica. In biblioteca?
Probabilmente lì non c'è nessuno. Due vecchiette, magari, con i loro lavori all'uncinetto, disinteressate ai libri. L'evacuazione verrebbe gestita dall'altro poliziotto in tre secondi.
E la minaccia di una bomba implicherebbe una telefonata. Inizi a rifletterci. Da dove? Le telefonate possono essere rintracciate. Potresti tornare all'aeroporto di Portland e chiamare da lì. Rintracciare una chiamata da un telefono pubblico dell'aeroporto equivale a non rintracciarla affatto.
Ma ti troveresti a chilometri e chilometri dalla tua postazione nel momento critico. Sarebbe una telefonata sicura, ma inutile. Un problema irrisolvibile. E non ci sono telefoni pubblici nel raggio di chilometri da dove ti trovi, non nel mezzo delle dannate Montagne Rocciose o come cavolo le chiamano. Non puoi usare il cellulare, perché alla fine la telefonata comparirebbe sulla tua bolletta, il che equivarrebbe a confessare tutto in tribunale. E chi chiameresti? Non puoi permetterti che sentano la tua voce. È troppo caratteristica. È troppo pericoloso.
Ma quanto più ci rifletti, tanto più la strategia si focalizza sul telefono.
C'è solo una persona che può tranquillamente udire la tua voce. Ma è una questione di geometria. Quadridimensionale. Spazio e tempo. Devi chiamare proprio da qui, all'aperto, in vista della casa, ma non puoi usare il cellulare. Un vicolo cieco.
Uscirono dal tunnel e si diressero a ovest in mezzo al traffico. La n. 3 piegava lievemente verso nord, in direzione dell'autostrada. Era una sera limpida nel New Jersey, asfalto umido dappertutto, luci al sodio circondate da sottili aloni di nebbiolina, che parevano collane. A destra e a sinistra spiccavano cartelloni pubblicitari illuminati e insegne al neon. Precedute da irregolari spiazzi asfaltati, si scorgevano fabbriche di ogni tipo.
Il locale che cercavano sorgeva nella parte posteriore di un lotto residuo, dove s'incontravano tre strade. Aveva un'insegna al neon che reclamizzava una marca di birra e il suo stesso nome, MacStiophan's, che, per quanto Reacher ne sapesse, significava Stevenson's in gaelico. Era un edificio basso con il tetto piatto, i muri ricoperti da assi marroni, un'insegna al neon a forma di trifoglio verde in ogni finestra. Il parcheggio era male illuminato e per tre quarti vuoto. Reacher posteggiò casualmente la Maxima tra due spazi accanto alla porta, scese e diede un'occhiata attorno. L'aria era fredda. Fece un giro completo su se stesso, scrutando la zona alla luce della strada.
«Non c'è nessuna Cadillac DeVille», annunciò. «Non è ancora arrivato.» La Harper fissò la porta, circospetta. «Siamo un po' in anticipo», osservò. «Credo dovremmo aspettare.»
«Può farlo qui fuori, se preferisce», disse Jack.
Lei scosse la testa. «Sono stata in posti peggiori.» Reacher ebbe difficoltà a immaginare dove e quando. La porta esterna si apriva su un ingresso di due metri per due, con un distributore automatico di sigarette e uno stuoino in fibra d'agave liso e unto. Quella interna conduceva in un ambiente basso e scuro, pregno dell'odore di birra e di fumo.
Non c'era nessun sistema di ventilazione. I trifogli verdi alle finestre illuminavano sia l'esterno sia l'interno, conferendo al locale un bagliore pallido, spettrale. Le pareti erano costituite da assi scure, rese opache e appiccicose da cinquant'anni di fumo di sigarette. Il banco del bar era un mobile lungo di legno, la parte anteriore decorata con alcuni mezzi barili. Di fronte a esso c'erano vari sgabelli alti con il sedile di vinile rosso; altri simili ma più bassi erano sparpagliati nella sala accanto ai tavoli realizzati con barili verniciati, cui era stato inchiodato un piano circolare di compensato.
Dietro il banco c'era il barista, e nel locale otto clienti. Tutti avevano un bicchiere di birra sul tavolo, e tutti erano di sesso maschile. E tutti stavano fissando i due nuovi arrivati. Nessuno di loro era un soldato. Le caratteristiche non corrispondevano: alcuni erano troppo vecchi, altri troppo rammolliti, alcuni avevano i capelli lunghi e sporchi. Erano banali facce di lavoratori. O forse di disoccupati. Ma, in ogni caso, erano tutte ostili. Tacevano, come se nel loro borbottare avessero lasciato una frase a metà. Li fissavano, quasi volessero intimidirli.
Reacher li scrutò a uno a uno, soffermandosi su ogni faccia abbastanza da far capire che non era affatto preoccupato, ma non tanto da dimostrare interesse nei loro confronti. Poi si avvicinò al banco e prese uno sgabello per Lisa.
«Che cos'ha alla spina?» chiese Jack al barista.
L'uomo indossava una camicia da sera non lavata senza colletto, plissettata sul davanti. Aveva uno strofinaccio sulla spalla e una cinquantina d'anni, il volto grigio e una grossa pancia. Non ci fu risposta.
«Che cos'ha?» insistette Jack.
Ancora nessuna risposta.
«Ehi, è sordo?» esclamò Lisa.
Era mezza su, mezza giù dallo sgabello, un piede sul pavimento, l'altro sul piolo. Aveva la giacca aperta e stava girando il busto, i capelli sciolti sulla schiena.
«Facciamo un patto», propose la Harper. «Lei ci dà la birra, noi le diamo i soldi. Cominciamo da qui. Forse potrebbe trasformarlo in un affare: si chiama gestire un locale.» L'uomo si voltò verso di lei. «Non vi ho mai visto prima», osservò.
La Harper sorrise. «No, siamo nuovi. Proprio questo è il punto: aumentare il numero di clienti. Se lo fai bene, diventi il re dei bar del Garden State, in un batter d'occhio.»
«Che volete?» domandò l'uomo.
«Due birre», rispose Jack.
«E poi?»
«Be', ci stiamo già godendo l'ambiente e il cordiale benvenuto.»
«Due come voi non vengono in un posto come il mio se non vogliono qualcosa.»
«Stiamo aspettando Bob», affermò la Harper.
«Bob chi?»
«Bob con i capelli molto corti e una vecchia Cadillac De Ville», rispose Jack. «Bob dell'esercito, che arriva qui ogni sera verso le otto.»
«Lo state aspettando?»
«Sì, lo stiamo aspettando», ripeté Lisa.
L'uomo sorrise, rivelando una fila di denti gialli, alcuni dei quali mancanti. «Allora ne avrete per un bel po'.»
«Perché?»
«Prendete qualcosa da bere e ve lo dirò.»
«Cerchiamo di ordinare qualcosa da cinque minuti», replicò Jack.
«Che volete?»
«Due birre», disse Reacher. «Quello che c'è alla spina.»
«Bud o Bud Lite?»
«Una per tipo, d'accordo?» Il barista prese due bicchieri da una rastrelliera e li riempì. Il locale era silenzioso. Reacher si sentiva otto paia d'occhi puntati alla schiena. L'uomo posò le birre sul banco, ognuna con un paio di centimetri di schiuma in cima. Poi prese due tovagliolini da cocktail da una pila e li gettò sul banco come fossero carte da gioco. La Harper estrasse il portafogli dalla tasca e lasciò cadere un biglietto da dieci tra i due bicchieri.
«Tenga il resto», concesse. «Allora, perché dobbiamo attendere tanto per Bob?» Il barista sorrise di nuovo e afferrò la banconota, la piegò nella mano e infilò quest'ultima in tasca.
«Perché Bob è in prigione, per quanto ne so», rispose poi.
«Per quale ragione?»
«Qualcosa che ha a che fare con l'esercito. Non conosco i particolari, e non voglio conoscerli. Così si fanno affari da queste parti del Garden State, signorina, mi perdoni, al di là delle sue strane idee.»
«Che è successo?» domandò Reacher.
«È arrivata la polizia militare e lo ha beccato proprio qui, in questa sala.»
«Quando?»
«Ce ne sono voluti sei per tenerlo fermo. Hanno rotto un tavolo. Ho appena ricevuto un assegno dall'esercito. Direttamente da Washington DC.
Dal Pentagono. Con la posta.»
«Quand'è accaduto?» chiese ancora Jack.
«Quand'è arrivato l'assegno? Un paio di giorni fa.»
«No, quando l'hanno arrestato?»
«Non ne sono certo», rispose il barista. «C'erano ancora le partite di baseball, questo me lo ricordo. La normale stagione. Un paio di mesi fa, suppongo.»