15

 

L'agente Harper indossava ancora il vestito numero due e portava di nuovo i capelli sciolti sulle spalle, ma quelle erano le uniche analogie con l'ultima volta in cui l'aveva vista. La lentezza di movimento dei suoi lunghi arti era scomparsa, sostituita da una sorta di tensione febbrile, e i suoi occhi erano rossi e stanchi. Jack suppose che fosse sconvolta come mai le era capitato in vita sua.

«Che co...?» cominciò a domandare Reacher.

«L'intera faccenda è sfuggita a ogni controllo», lo interruppe lei.

«Dove?»

«A Spokane.»

«No», esclamò lui.

«Sì», replicò Lisa. «Alison Lamarr.» Tra loro calò il silenzio.

«Merda», sussurrò Jack.

La Harper annuì. «Sì, merda.»

«Quando?»

«Ieri, a un'ora non ancora stabilita. Sta accelerando i tempi. Non ha rispettato il ciclo. La prossima avrebbe dovuto essere tra due settimane.»

«Come?»

«Come le altre. L'ospedale la cercava per via della morte del padre, e lei non rispondeva, perciò alla fine hanno chiamato la polizia, che è andata da lei e l'ha trovata. Morta nella vasca, nella vernice, come tutte le altre.» Ci fu un altro momento di silenzio.

«Ma come diavolo è entrato?» La Harper scosse il capo. «Dalla porta.»

«Merda, non ci posso credere.»

«Hanno isolato il posto. Hanno inviato un'unità della scientifica direttamente da Quantico.»

«Non troveranno niente.» Di nuovo silenzio. L'agente Harper si guardò attorno, nervosa, nella cucina di Jodie.

«Blake la rivuole a bordo», spiegò. «È ormai convinto della sua teoria.

Ora le crede. Undici donne, non novantuno.» Reacher la fissò. «E io che dovrei rispondere? Meglio tardi che mai?»

«La rivuole», ripeté Lisa. «Il caso ci sta sfuggendo di mano. Dobbiamo prendere qualche scorciatoia con l'esercito. E lui crede che lei abbia un vero talento per le scorciatoie.» Era la cosa sbagliata da dirsi, e le sue parole caddero in quella cucina come piombo.

Jodie spostò lo sguardo da lei alla porta del frigorifero. «Dovresti andare, Reacher», disse infine.

Lui non rispose.

«Va' a caccia di scorciatoie. Va' a fare quello per cui sei tagliato», aggiunse la sua fidanzata.

Jack andò. L'agente Harper aveva un'auto che l'attendeva accanto al marciapiede, sulla Broadway. Era un'auto del Bureau, presa a prestito dall'ufficio newyorkese, e l'autista era lo stesso che lo aveva portato via da Garrison, quando gli avevano puntato una pistola alla testa. Ma se costui fosse perplesso per il recente cambiamento di posizione di Reacher, non lo diede di certo a vedere. Si limitò ad accendere la luce rossa e partì verso ovest, in direzione di Newark.

L'aeroporto era un caos totale. A fatica si fecero strada tra la folla sino al banco della Continental. Mentre attendevano, la prenotazione arrivò direttamente da Quantico. Due posti in classe turistica. Corsero al cancello e furono gli ultimi due passeggeri a salire. L'assistente di volo li stava attendendo al termine della passerella e li sistemò in prima classe. Poi, in piedi accanto a loro, prese il microfono e diede il benvenuto a tutti i passeggeri diretti a Seattle-Tacoma.

«Seattle?» si meravigliò Reacher. «Pensavo andassimo a Quantico.» L'agente Harper tastò dietro di sé alla ricerca della cintura di sicurezza e scosse la testa. «Andiamo prima di tutto sulla scena del delitto. Blake ritiene possa essere utile. Abbiamo visto il posto due giorni fa. Possiamo effettuare un confronto pre, e post-delitto. Crede valga la pena tentare. È piuttosto disperato.» Jack assentì. «Come la sta prendendo Julia Lamarr?» Lisa si strinse nelle spalle. «Non è crollata, ma è molto tesa. Vuole avere il controllo assoluto su ogni cosa. Tuttavia non ci raggiungerà lassù. Si rifiuta ancora di volare.» L'aereo stava rullando, disegnando ampi cerchi sul macadam, diretto alla pista di decollo. I motori stavano aumentando i giri fino al massimo, e la cabina vibrava.

«Volare non è un problema», affermò Jack.

Lei era d'accordo. «Lo so, schiantarsi lo è.»

«Non accade quasi mai, statisticamente.»

«Come vincere alla lotteria, ma qualcuno ha sempre un colpo di fortuna.»

«Che cavolo di cosa, non volare. In un Paese di queste dimensioni è una limitazione, non crede? Soprattutto per un'agente federale. Sono stupito che glielo permettano.» Lei scrollò di nuovo le spalle. «È un fattore noto. Lo aggirano», commentò.

L'aereo imboccò la pista di decollo e frenò bruscamente. Il rumore dei motori aumentò fragorosamente e l'aereo avanzò, dapprima lentamente, poi accelerò sempre più. Si staccò dal suolo senza scossoni. Il carrello si ritrasse nel vano, e il suolo s'inclinò bruscamente sotto di loro.

«Cinque ore per Seattle», osservò la Harper. «Tutto daccapo.»

«Ha riflettuto sul fattore geografico?» le chiese Reacher. «Spokane è il quarto angolo, giusto?» Lei annuì. «Undici potenziali località, ora, tutte casuali, e lui sceglie le quattro più lontane per i suoi primi quattro omicidi. Le estremità del gruppo.»

«Ma perché?» Lei fece una smorfia. «Per dimostrare il suo raggio d'azione?» Lui assentì. «E la sua rapidità. Forse per questo ha interrotto il ciclo. Per dimostrare la sua efficienza. Era a San Diego, poi, un paio di giorni dopo, è a Spokane, a sorvegliare un nuovo bersaglio.»

«È un calcolatore.» Reacher rispose con un vago cenno del capo. «Questo è maledettamente certo. Lascia una scena del delitto immacolata a San Diego, poi guida come un matto verso nord e lascia quella che suppongo sia un'altra scena immacolata del delitto a Spokane. Un tipo molto, molto calcolatore. Mi chiedo chi diavolo sia.» La Harper abbozzò un breve e cupo sorriso. «Tutti noi ci chiediamo chi diavolo sia, Reacher. Il trucco è scoprirlo.»

Sei un genio, questo è quello che sei. Un genio assoluto, un prodigio, un talento sovrannaturale. Quattro in meno! Una, due, tre, quattro in meno. E la quarta è stata la migliore di tutte. Alison Lamarr in persona! Lo rivivi all'infinito, lo rivedi come un video nella tua testa, controlli, verifichi, esamini. Ma assapori anche. Perché finora è stato il migliore. Il più divertente, il più appagante. Il più sorprendente. L'espressione del suo volto quando ha aperto la porta! Il graduale riconoscimento, la sorpresa, il benvenuto!

Non ci sono stati errori. Nemmeno uno. È stata una performance immacolata, dall'inizio alla fine. Rivivi le tue azioni nei minimi dettagli. Non hai toccato nulla, non hai lasciato nulla. Non hai portato nulla nella sua casa, se non la tua presenza tranquilla e la tua voce calma. Il terreno è stato d'aiuto, naturalmente, isolato, in campagna, nessuno nel raggio di chilometri. Ha reso l'operazione veramente sicura. Forse avresti dovuto divertirti di più con lei, avresti potuto farla cantare, o ballare! Avresti potuto passare più tempo con lei. Nessuno avrebbe udito nulla.

Ma non lo hai fatto, perché gli schemi sono importanti. Gli schemi ti proteggono. Ti eserciti, lo provi mentalmente, ti affidi a ciò che è familiare. Hai elaborato lo schema per il caso peggiore, che probabilmente è stato quello di quella puttana della Stanley, nel suo piccolo e orrendo quartiere vicino a San Diego. Vicini dappertutto, minuscole casette di cartone, tutte ammassate! Resta fedele allo schema, questa è la chiave. E continua a riflettere. Rifletti, rifletti, rifletti. Pianifica per il futuro. Continua a farlo. Sei ormai alla numero quattro e, certo, hai diritto a rivivertelo ancora, a godertelo per un po', ad assaporarlo, ma poi dovrai metterlo da parte, chiuderti quella porta alle spalle e prepararti per la numero cinque.

Il cibo sull'aereo era consono a un volo decollato a metà tra l'ora di pranzo e quella di cena, e destinato ad attraversare tutti i fusi orari del continente: l'unica cosa certa era che non si trattava di una colazione. Era perlopiù costituito da un fagottino ripieno di prosciutto e formaggio. La Harper non aveva fame, perciò Jack mangiò anche la sua porzione. Poi fece il pieno di caffè e ripiombò nei suoi pensieri.

Si concentrò quasi esclusivamente su Jodie. Ma vogliamo l'uno la vita dell'altra? In primo luogo, definisci la tua vita. La sua era piuttosto semplice da inquadrare: avvocato, proprietaria, residente, amante, appassionata del jazz anni '50 e di arte moderna. Era una persona che voleva avere radici, proprio perché sapeva che cosa significasse non averne. Se qualcuno al mondo desiderava vivere al quarto piano di un vecchio edificio della Broadway, circondato da musei, gallerie e locali sotterranei, quel qualcuno era Jodie.

Ma lui? Che cosa lo rendeva felice? Stare con lei, naturalmente. Su questo non c'era dubbio. Nessun dubbio. Rievocò il giorno di giugno in cui era ricomparso nella sua vita: il solo ricordo gli fece rivivere il secondo esatto in cui aveva posato lo sguardo su di lei e capito chi fosse. Si era sentito travolto da un sentimento potente come una scossa, che lo aveva lasciato stordito. Adesso lo sentiva di nuovo, e stava solo pensando a quel momento. Era qualcosa che aveva provato di rado nella sua vita.

Di rado, ma lo aveva provato. Di tanto in tanto, dopo aver lasciato l'esercito. Ricordava di essere sceso da un pullman in cittadine di cui non aveva mai sentito parlare, in Stati che non aveva mai visitato. La percezione del sole sulla schiena e della terra sotto i piedi, lunghe strade diritte che si estendevano a perdita d'occhio davanti a lui. Ricordava di aver sfilato dal rotolo qualche banconota stropicciata alla reception dei motel solitari, la sensazione delle vecchie chiavi d'ottone, l'odore di muffa delle camere da poco prezzo, il cigolio delle molle mentre si buttava su quei letti anonimi.

Le cameriere curiose e allegre dei vecchi ristoranti, le brevi conversazioni con i guidatori che gli davano qualche passaggio, fugaci contatti casuali tra due dei miliardi di esseri umani che popolavano la terra. La vita del vagabondo. Il suo fascino aveva un forte ascendente su di lui, e Jack ne sentiva la mancanza quando si ritrovava bloccato a Garrison o imbucato in città con Jodie. Una mancanza terribile, come quella che adesso sentiva di lei.

«Progressi?» domandò la Harper.

«Che cosa?»

«Era molto concentrato. Come se io non esistessi.»

«Davvero?»

«A che cosa stava pensando?» Lui si strinse nelle spalle. «A tutto e a niente.» L'agente lo fissò. «Be', questo non ci porterà da nessuna parte. Perciò si concentri su qualcos'altro, d'accordo?»

«D'accordo.» Jack distolse lo sguardo e cercò di scacciare Jodie dalla mente, di pensare ad altro.

«La sorveglianza», esclamò all'improvviso.

«Che c'è?»

«Presumiamo che il nostro uomo prima sorvegli le case, giusto? Almeno per un giorno intero? Forse era già lì, nascosto da qualche parte, quando siamo arrivati noi.» La Harper rabbrividì. «Spaventoso. Ma che cosa concludiamo?»

«Dovreste verificare i registri dei motel, passare al setaccio la zona, andare a fondo. In questo modo ce la farete: lavorando. Non sfornando brillanti idee cinque piani sottoterra in Virginia.»

«Non c'erano zone da setacciare, ha visto lei stesso il posto. Non hanno nulla su cui lavorare, glielo ripeto per l'ennesima volta.»

«E io continuo a ripeterle che c'è sempre qualcosa su cui lavorare.»

«Sì, sì, il fatto che sia molto in gamba, la vernice, il fattore geografico, le scene del delitto ordinate.»

«Certo. Non sto scherzando. Questi quattro elementi vi porteranno a lui, non ci sono dubbi. Blake è partito per Spokane?» Lei assentì. «Lo incontreremo sulla scena del delitto.»

«Allora dovrà fare quello che gli dirò, altrimenti me ne andrò.»

«Non tiri troppo la corda, Reacher. Lei è un contatto dell'esercito, non un investigatore. E Blake è piuttosto disperato. Potrebbe obbligarla a rimanere.»

«È ormai a corto di armi.» Lisa fece una smorfia. «Non ne sia troppo sicuro. Deerfield e Cozo stanno cercando d'implicarla facendo leva su quei cinesi. Chiederanno all'Ufficio immigrazione di verificare quanti siano irregolari e ne scoveranno all'incirca un migliaio solo nelle cucine dei ristoranti. Dopodiché inizieranno a minacciare di espellerli, ma insinueranno anche che con un po' di collaborazione il problema potrebbe risolversi, e a quel punto i pezzi grossi delle bande diranno loro di rivelarci qualsiasi cosa vogliamo. Questo per il bene di tutti, giusto?» Reacher non rispose.

«Il Bureau ottiene sempre quello che vuole», sentenziò l'agente.

Ma il guaio di starsene lì seduti a rivederlo come un video, all'infinito, è che iniziano a sorgere piccoli dubbi. Lo rivedi ancora, e ancora, e non ti ricordi se hai fatto veramente tutto ciò che avresti dovuto. Te ne stai lì, in solitudine, e rifletti, rifletti, rifletti, e tutto si sfuma leggermente. Quanto più svisceri, tanto meno ottieni. Un piccolo, impercettibile dettaglio. L'hai fatto? L'hai detto? Sai di averlo fatto in casa della Callan, lo sai per certo.

E in quella di Caroline Cooke. Sì, ne hai la certezza. Sai che è così, anche in questo caso. E pure in casa di Lorraine Stanley, a San Diego. Ma per quanto riguarda Alison Lamarr? L'hai fatto? O gliel'hai fatto fare? L'hai detto? Davvero?

Hai la certezza assoluta di averlo fatto, ma forse è solo il fatto di riviverlo. Forse è un'interferenza dello schema, che ti fa presumere sia successo qualcosa solo perché è sempre successo prima. Forse stavolta l'hai dimenticato. Ne hai un forte timore. Ora hai la certezza di averlo dimenticato. Rifletti con attenzione. E, quanto più rifletti, tanto più sai di non averlo fatto di persona. Non questa volta. Va bene fintantoché le dici di farlo al posto tuo. Ma l'hai fatto? Gliel'hai detto? Hai pronunciato quelle parole? Forse no. E allora?

Ti scuoti e t'imponi di calmarti. Una persona col tuo talento sovrannaturale insicura e confusa? Ridicolo, assurdo! Perciò scacci l'idea dalla mente, ma questa non se ne va. Ti tormenta, s'ingigantisce sempre più, ti stordisce sempre più. Finisci per startene lì a sedere, in solitudine, hai freddo, il corpo madido di sudore, con la certezza assoluta di aver commesso il tuo primo, piccolo errore.

Il Learjet del Bureau aveva condotto Blake e la sua squadra dalla base aerea Andrews direttamente a Spokane, poi era stato inviato a Seattle-Tacoma a prendere Lisa Harper e Reacher. Il velivolo li attendeva sulla pista proprio accanto ai cancelli della Continental. Lo stesso agente dell'Ufficio operativo di Seattle era stato incaricato di riceverli alla testa della passerella, di condurli giù per le scale e di portarli all'esterno. Piovigginava e faceva freddo, perciò corsero verso la scaletta del Lear e vi si precipitarono dentro. Quattro minuti dopo, erano di nuovo in volo.

La tratta da Seattle-Tacoma a Spokane fu molto più veloce con il Lear che con il Cessna. Lo stesso agente locale con la medesima auto li stava aspettando all'arrivo. Aveva sempre l'indirizzo della Lamarr annotato sul blocco fissato al parabrezza. Li condusse per una quindicina di chilometri verso est, in direzione dell'Idaho, poi svoltò a nord e imboccò la stradina tra i rilievi. Dopo una cinquantina di metri, incontrarono un posto di blocco: due macchine parcheggiate e un nastro giallo teso tra gli alberi. Al di sopra degli alberi, molto lontane, si stagliavano le montagne. Pioveva e il cielo era grigio verso le cime occidentali; a est i raggi del sole penetravano obliqui tra le nubi e illuminavano le sottili strisce di neve nelle gole più alte.

L'uomo al posto di blocco staccò il nastro dagli alberi e l'auto avanzò.

Risalì la strada, superando le abitazioni isolate, distanti un chilometro e mezzo l'una dall'altra, fino alla curva prima della proprietà della Lamarr, dove si fermò.

«Da qui in poi dovete proseguire a piedi», annunciò l'autista.

Mentre lui restava in macchina, Jack e la Harper scesero e si avviarono.

L'aria era umida, pregna di goccioline in sospensione che, pur non costituendo una vera pioggia, rendevano il clima tutt'altro che secco. Superarono la curva e videro la casa sulla sinistra, acquattata dietro lo steccato e le piante deformate dal vento, con la strada che saliva serpeggiando sulla destra. Questa era bloccata da un'accozzaglia di veicoli. C'erano l'auto bianca e nera della polizia locale, con le luci sul tetto che lampeggiavano inutilmente, un paio di berline scure, anonime, un Suburban nero con i vetri fumé, e il furgone del coroner, con i portelloni aperti. Tutti i veicoli erano imperlati di umidità.

I due si avvicinarono, al che la portiera anteriore del passeggero del Suburban si aprì e ne scese Nelson Blake. Indossava un abito scuro, il colletto della giacca sollevato, per proteggersi dall'umidità. Aveva il volto più grigio che rosso, come se lo shock gli avesse abbassato la pressione sanguigna. Era assolutamente freddo e professionale: niente saluti, niente scuse, niente convenevoli. Nessun «io avevo torto e lei ragione».

«Ci resta meno di un'ora di luce quassù», esordì. «Voglio che mi mostriate ciò che avete fatto due giorni fa e che mi diciate se c'è qualcosa di diverso.» Reacher annuì e all'improvviso provò il desiderio di scoprire qualcosa.

Qualcosa d'importante, di essenziale. Non per Blake, ma per Alison. Osservò la recinzione, gli alberi e il prato. Erano ben curati. Erano banali adattamenti di una porzione insignificante della superficie terrestre, ma dettati da un gusto sano e dall'entusiasmo di una donna ormai scomparsa. Realizzati con la sua fatica.

«Chi è entrato finora?» domandò Jack.

«Solamente l'agente locale in uniforme», rispose Blake. «Quello che l'ha trovata.»

«Nessun altro?»

«Nessuno.»

«Nemmeno i suoi o il coroner?» Blake scosse il capo. «Volevo avere prima un suo parere.»

«Allora lei è ancora lì dentro?»

«Sì, mi spiace, ma è così.» La strada era silenziosa. Si udiva solo il sibilo dei cavi elettrici. Le luci rosse e blu dell'auto della polizia si riflettevano sul vestito scuro di Blake, ritmiche e inutili.

«Va bene», acconsentì Jack. «Il poliziotto in uniforme ha toccato qualcosa?» Blake scosse di nuovo la testa. «Ha aperto la porta, si è guardato attorno al pianterreno, è salito di sopra, si è diretto in bagno, ne è uscito subito e ha chiamato la centrale. Il suo capo ha avuto il buon senso di ordinargli di non rientrare in casa.»

«La porta d'ingresso era aperta?»

«Chiusa, ma non a chiave.»

«Ha bussato?»

«Suppongo di sì.»

«Allora ci saranno le sue impronte sul battente. E sulle maniglie interne.» Blake scrollò le spalle. «È inutile. Non troveremo impronte, perché semplicemente non le lascia.» Reacher annuì. «D'accordo.» Poi s'incamminò e, superati i veicoli parcheggiati e l'imboccatura del vialetto, percorse una ventina di metri su per la strada. «Dove porta questa?» L'agente lo seguiva a dieci metri di distanza. «A casa del diavolo, probabilmente.»

«È stretta, non crede?»

«Ne ho viste di più larghe», ammise l'uomo.

Jack tornò indietro e gli si affiancò. «Controllate il fango lungo i bordi, diciamo fino alla prossima curva.»

«A che scopo?»

«Con molta probabilità il nostro uomo è arrivato da Spokane in auto. È passato davanti alla casa, ha continuato a guidare, ha fatto inversione ed è tornato indietro. Parcheggia sempre l'auto nella giusta direzione prima di entrare e di mettersi all'opera. Un uomo del genere pensa sempre alla via di fuga.» Blake annuì. «Va bene, manderò qualcuno. Nel frattempo, mi faccia da guida all'interno.» Mentre Blake dava le istruzioni alla squadra, Jack si unì a Lisa all'inizio del vialetto. Entrambi rimasero lì, in attesa che Nelson li raggiungesse.

«Allora, andiamo», esclamò Blake.

«Ci siamo fermati qui per un secondo», spiegò la donna. «C'era un silenzio inquietante. Poi ci siamo diretti alla porta e abbiamo bussato col battente.»

«La giornata era umida o secca?» le chiese Blake.

Lei diede un'occhiata a Reacher. «Secca, credo. C'era un pallido sole, ma non faceva caldo. In ogni caso, non pioveva.»

«Il vialetto era asciutto», aggiunse Reacher. «Non polveroso, ma i sassolini di scisto erano asciutti.»

«Perciò non si sono attaccati alle vostre suole?»

«Ne dubito.»

«Bene.» Erano ormai all'ingresso.

«Mettetevi questi ai piedi», ordinò Blake, estraendo un rotolo di grossi sacchetti per uso alimentare dalla tasca. Essi ne indossarono uno per scarpa, infilandone i bordi all'interno della calzatura.

«Ha aperto alla seconda bussata», proseguì la Harper. «Le ho mostrato il distintivo attraverso lo spioncino.»

«Era piuttosto tesa», dichiarò Reacher. «Ci ha detto che Julia l'aveva messa in guardia.» Blake annuì, accigliato, e diede un colpetto alla porta con la scarpa protetta dal sacchetto. Questa si spalancò con lo stesso cigolio di vecchi cardini che Jack ricordava.

«Ci siamo fermati tutti qui, nell'ingresso», continuò la Harper. «Poi ci ha offerto un caffè e siamo andati in cucina a berlo.»

«Notate qualcosa di diverso, qui?» Reacher si guardò attorno. Le pareti di pino, il pavimento di pino, le tende gialle di percalle, i vecchi divani, le lampade a olio adattate.

«Niente.»

«Bene, andiamo in cucina», disse Blake.

Entrarono in fila nel locale. Il pavimento era ancora lucidato e brillante.

Gli armadietti erano gli stessi, la cucina economica fredda e vuota, gli elettrodomestici sotto il bancone identici, gli apparecchi elettrici in bella mostra, nella medesima posizione. C'erano alcune stoviglie nel lavello e uno dei cassetti per le posate era aperto di pochi centimetri.

«La vista è diversa», affermò la Harper, accanto alla finestra. «Oggi la giornata è molto più grigia.»

«I piatti nel lavandino», aggiunse Jack. «E quel cassetto era chiuso.» Si avvicinarono tutti e tre al lavandino. C'erano un solo piatto, un bicchiere, un tazzone, un coltello e una forchetta. Tracce d'uovo e briciole di un toast sul piatto, fondi di caffè nel tazzone.

«La colazione?» domandò Blake.

«O la cena?» opinò la Harper. «Un uovo e una fetta di pane tostato possono fare da cena a una donna.» Blake aprì il cassetto con la punta di un dito: dentro c'erano un fascio di posate di poco valore e un assortimento eterogeneo di utensili domestici, piccoli cacciavite, pinze spelafili, nastro isolante, filo per fusibili.

«Bene, proseguiamo», li incitò Blake.

«Io sono rimasta qui con lei», spiegò la Harper. «Reacher ha dato un'occhiata in giro.»

«Mi faccia vedere», ordinò Blake. Poi seguì Jack nell'atrio.

«Ho controllato sala e soggiorno», spiegò quest'ultimo. «Ho esaminato le finestre, erano sicure.» Blake concluse. «Non è entrato da una finestra.»

«Poi sono andato fuori, ho controllato il terreno e il fienile.»

«Be', andiamo prima di sopra», propose l'agente.

«D'accordo.» Reacher fece strada. Era molto consapevole dei propri movimenti, e del fatto che forse una trentina d'ore prima l'assassino aveva fatto le stesse mosse.

«Ho verificato le stanze da letto, lasciando per ultima quella principale.»

«Andiamo», replicò Blake.

Percorsero l'intera lunghezza della stanza da letto, poi si fermarono di fronte alla porta del bagno.

«Coraggio, dobbiamo farlo», si fece forza l'agente.

Guardarono dentro. Il locale era immacolato, nessun segno che vi fosse successo alcunché, se non per la vasca. Era colma quasi fino all'orlo di vernice verde, e la sagoma di una donna piccola e muscolosa galleggiava poco al di sotto della superficie. Questa si era seccata e screpolata sino a formare una pellicola lucida, plastica, che delineava il corpo della donna e la intrappolava là dentro. Ogni suo profilo era visibile: le cosce, il ventre, il seno. La testa, reclinata, il mento, la fronte. La bocca, lievemente aperta, le labbra retratte in una vaga smorfia.

«Merda», esclamò Jack.

«Sì, merda», gli fece eco Blake.

Reacher rimase immobile e cercò d'interpretare i segni. Di individuare i segni. Niente. Il bagno era perfettamente identico a prima.

«Niente?» domandò Blake.

Lui scosse il capo. «No.»

«Bene, usciamo.» Scesero in fila le scale, in silenzio. L'agente Harper li stava aspettando nell'ingresso. Sollevò lo sguardo verso Blake, in attesa, ma lui scosse la testa, come per dirle: niente. O forse: non salga. Reacher lo condusse in giardino attraverso la porta posteriore.

«Ho controllato le finestre dall'esterno», spiegò.

«Non è entrato da una dannata finestra», ripeté Blake per la seconda volta. «Ma dalla porta.»

«Ma come diamine fa?» chiese Jack. «Quando siamo arrivati, l'avevate preavvertita per telefono, l'agente Harper le ha mostrato il distintivo dallo spioncino gridando: FBI, FBI, e c'è voluto un bel po' prima che si convincesse a uscire. E tremava come una foglia quando infine ha aperto. Come ha fatto quest'uomo a indurla ad aprire?» Blake si strinse nelle spalle. «Come le ho detto fin dall'inizio, queste donne lo conoscono, si fidano di lui. È una specie di vecchio amico o qualcosa del genere. Lui bussa alla porta, loro lo vedono attraverso lo spioncino, sfoderano un bel sorriso e gli aprono.»

«La porta della cantina era integra. Il grosso lucchetto che ne bloccava le maniglie, intatto. La porta del garage sul lato del fienile era chiusa, ma non a chiave. Jack condusse l'agente all'interno e si fermò nell'oscurità. La jeep nuova era li, come le pile di scatole di cartone. C'erano anche il grosso scatolone della lavatrice, i lembi lievemente aperti, il nastro adesivo penzolante, e il banco da lavoro, con sopra gli attrezzi elettrici ordinatamente disposti. Le mensole non erano state toccate.

«C'è qualcosa di diverso», affermò Reacher.

«Che cosa?»

«Mi lasci pensare.» Restò lì, aprendo e chiudendo gli occhi, per confrontare la scena che aveva davanti con quella del ricordo, come se esaminasse due foto l'una accanto all'altra.

«L'auto si è mossa», concluse.

Blake sospirò, deluso. «Certo. Dopo che siete partiti, è andata in ospedale.» Reacher annuì. «C'è anche qualcos'altro.»

«Che cosa?»

«Mi lasci pensare.» Poi capì. «Cazzo», esclamò.

«Che c'è?»

«Non me n'ero accorto. Mi spiace, Blake, ma non me n'ero accorto.»

«Di che?»

«Dello scatolone della lavatrice. Lei possedeva già una lavatrice, e sembrava proprio nuova di zecca. È in cucina, sotto il ripiano.»

«E allora? Sarà stata contenuta in quello scatolone, prima dell'istallazione.» Jack scosse la testa. «No, due giorni fa lo scatolone era nuovo, sigillato.

Ora è aperto.»

«Ne è certo?»

«Sì. Lo stesso scatolone, nello stesso posto. Ma era sigillato, e ora è aperto.» Blake si avvicinò a esso, prese una penna dalla tasca e la usò per sollevarne un lembo, poi guardò dentro.

«Questo scatolone era già qui?» Reacher ripeté. «Sigillato.»

«Come se fosse stato spedito?»

«Sì.»

«Bene. Ora sappiamo come trasporta la vernice. La spedisce in anticipo in scatoloni per lavatrici», concluse l'agente.

Te ne stai lì a sedere per un'ora, hai freddo e il corpo madido di sudore, e alla fine sai con certezza di non aver richiuso lo scatolone. Non l'hai fatto tu, e non l'hai fatto fare a lei. È un dato di fatto, non può essere negato, e va affrontato.

Perché richiuderlo ti garantiva un certo margine di ritardo. Sai come lavorano gli investigatori. Uno scatolone di un elettrodomestico appena consegnato nel garage o nello scantinato non attira affatto l'attenzione.

Resta in fondo alla lista delle priorità, perché è solo l'ennesima delle tante cianfrusaglie che si accumulano in una casa. È praticamente invisibile. Sei in gamba. Sai come lavora quella gente. Avevi supposto che i comuni investigatori non l'avrebbero mai aperto: quella era la tua previsione, e hai avuto pienamente ragione per tre volte di fila. Giù in Florida, su nel New Hampshire e in California quegli scatoloni sono stati inclusi in un inventario, ma non aperti. Forse, solo tempo dopo, quando gli eredi fossero venuti a sgomberare la casa, li avrebbero aperti e avrebbero scoperto le latte vuote. E a quel punto sarebbe scoppiato il caos, ma sarebbe stato troppo tardi. Un ritardo garantito, di settimane o addirittura di mesi.

Stavolta però sarebbe stato diverso Avrebbero fatto un'ispezione nel garage, e i lembi dello scatolone sarebbero risultati aperti. Al cartone succede, soprattutto in un clima umido come quello di lassù. I lembi si sarebbero deformati. Vi avrebbero guardato dentro, e non vi avrebbero trovato polistirolo da imballaggio e una superficie lucida di smalto bianco, vero?

Presero le lampade ad arco dal Suburban e le disposero tutt'intorno allo scatolone come se fosse un meteorite arrivato da Marte. Rimasero lì a guardarlo, il busto chino, quasi fosse radioattivo. Lo fissarono, cercando di carpirne i segreti.

Era un normale scatolone per elettrodomestici, di cartone marrone pesante, piegato e punzonato come tutti gli scatoloni di quel tipo. Sopra recava alcune scritte nere: il nome del produttore dominava su tutti e quattro i lati. Era un nome famoso, stampato come un marchio di fabbrica. Sotto si leggeva il numero del modello di lavatrice, e sotto ancora c'era un disegno schematico dell'elettrodomestico.

Anche il nastro adesivo era marrone, tagliato lungo la parte superiore dello scatolone, per consentirne l'apertura. Dentro non c'era altro se non dieci latte da dieci chili di vernice, disposte su due file da cinque. I coperchi erano al loro posto, come se fossero stati riapplicati dopo l'uso. Erano deformati qua e là lungo il bordo, dove erano stati sollevati con un arnese.

L'orlo delle latte aveva una sbavatura secca di vernice, simile a una specie di lingua, là dove questa era stata versata.

Le latte stesse erano semplici contenitori metallici, privi del nome della ditta e del marchio. E di qualsiasi slogan che ne pubblicizzasse la qualità, la durata o le proprietà coprenti. C'era solo una minuscola etichetta stampata con un lungo numero e due scritte minuscole, MIMETICA/VERDE.

«Sono standard?» domandò Blake.

Reacher annuì. «Dotazioni standard da campo.»

«Chi le usa?»

«Qualsiasi unità che abbia dei veicoli. Le portano con sé per piccole riparazioni e ritocchi. Le carrozzerie ricorrerebbero a bidoni più grossi e pistole a spruzzo.»

«Perciò non sono rare?» Jack scosse il capo. «Sono tutt'altro che rare.» Nel garage piombò il silenzio.

«Bene, tiratele fuori», ordinò Blake.

Un tecnico della scientifica con i guanti di lattice si chinò ed estrasse le latte dallo scatolone, a una a una, poi le allineò sul banco da lavoro di Alison Lamarr. Infine chiuse i lembi dello scatolone e dispose una lampada in modo che ne illuminasse l'interno. Il fondo presentava cinque segni circolari abbastanza profondi.

«Le latte erano piene quando sono arrivate», osservò.

Blake fece un passo indietro, togliendosi dal fascio di luce accecante e restando nell'ombra. Voltò le spalle allo scatolone e fissò il muro.

«Bene, come l'ha portato qui?» Reacher si strinse nelle spalle. «Come ha detto lei, è stato consegnato in anticipo.»

«Non dal nostro uomo.»

«No, non verrebbe due volte.»

«E da chi?»

«Da uno spedizioniere. Il nostro uomo l'ha mandato per tempo, con la FedEx o l'UPS o un altro corriere.»

«Ma gli elettrodomestici vengono consegnati dal negozio in cui li comperi. Con un furgoncino del negozio.»

«Non questo», obiettò Jack. «Questo non proviene da un negozio di elettrodomestici.» Blake sospirò, come se il mondo intero fosse impazzito. Poi si girò e avanzò nell'area illuminata, fissando lo scatolone, girandovi attorno. Un lato appariva danneggiato: c'era un'area approssimativamente quadrata in cui la superficie del cartone era strappata. Lo strato sottostante era grezzo e irregolare, e l'angolazione delle lampade ad arco ne metteva in risalto la superficie increspata.

«La lettera di vettura», commentò l'agente.

«Forse una di quelle bustine di plastica», aggiunse Reacher.

«Sa, con la scritta DOCUMENTI ALLEGATI.»

«Dov'è? Chi l'ha staccata? Non lo spedizioniere. Non le staccano mai.»

«Il nostro uomo», rispose Jack. «Dopo, per impedirci di rintracciarlo.» Poi tacque per un istante. Aveva usato il noi, non il voi. Per impedirci di rintracciarlo. Anche Blake lo aveva notato, e aveva sollevato lo sguardo.

«Ma come avviene la consegna?» domandò. «Immaginiamo che lei sia Alison Lamarr, seduta a casa sua, e che l'UPS o la FedEx o un altro corriere le porti una lavatrice che non ha mai ordinato. Non accetterebbe il pacco, giusto?»

«Forse l'hanno consegnata mentre era via», azzardò Jack. «Forse mentre era all'ospedale dal padre. Forse l'autista l'ha semplicemente scaricata in garage e se n'è andato.»

«Ma non ha bisogno di una firma?» Reacher si strinse ancora nelle spalle. «Non lo so. Non mi sono mai fatto consegnare una lavatrice. Immagino che a volte non abbiano bisogno della firma. L'uomo che l'ha spedita probabilmente ha specificato che non era necessaria.»

«Ma la Lamarr l'avrebbe vista, qui dentro, la prima volta che fosse entrata in garage. Non appena, tornata a casa, avesse parcheggiato l'auto.» Jack annuì. «Sì, certo, è piuttosto grande.»

«E allora?»

«Avrà chiamato l'UPS o la FedEx o chi altri, forse ha staccato la busta con le sue mani, l'ha portata in casa, vicino al telefono, per riferire loro i particolari.»

«Perché non ha aperto lo scatolone?» Reacher fece una smorfia. «Pensa che non è suo, perciò perché aprirlo?

Poi dovrebbe richiudere il tutto.»

«Ne ha fatto menzione a lei o all'agente Harper? Ha detto qualcosa di un pacco inatteso?»

«No, ma potrebbe non aver collegato le cose. I disguidi capitano, non le pare? Fanno parte della vita.» Blake assentì. «Be', se i particolari sono nella casa, li scoveremo. Quelli della scientifica passeranno un bel po' di tempo qui, non appena il coroner avrà finito.»

«Il coroner non troverà niente», disse sicuro Jack.

Blake assunse un'aria cupa. «Stavolta dovrà farlo.»

«Allora dovrete agire diversamente», suggerì lui, concentrandosi sul dovrete. «Dovrete prelevare l'intera vasca e portarla in qualche grosso laboratorio a Seattle, forse sino a Quantico, in aereo.»

«Come diavolo facciamo a prelevare l'intera vasca?»

«Buttate giù il muro, scoperchiate il tetto e usate una gru.» L'agente tacque per un attimo, riflettendo sulla proposta. «Penso che si possa fare. Abbiamo bisogno dell'autorizzazione, naturalmente. Ma ora, date le circostanze, questa dovrebbe essere la casa di Julia, giusto? Suppongo sia lei la parente più stretta.» Reacher annuì. «Allora la chiami e si faccia dare il permesso. E le chieda di verificare i rapporti operativi sulle altre tre abitazioni. Questa faccenda della consegna potrebbe essere specifica di questo singolo caso, ma, se non lo è, cambia tutto.»

«Cambia tutto come?»

«Significherebbe che non si tratta di una persona che ha il tempo per trasportare un furgone pieno di vernice da una parte all'altra del Paese, che potrebbe essere chiunque, che usa l'aereo, e va e viene rapidamente come gli pare.»

Blake tornò al Suburban per fare le telefonate, Lisa trovò Reacher e con lui percorse una cinquantina di metri lungo la strada, sino al punto in cui alcuni agenti dell'ufficio di Spokane avevano individuato tracce di pneumatici nel fango lungo i bordi. Era calata l'oscurità, e stavano usando le torce elettriche. C'erano quattro diverse tracce nel terreno. Era chiaro che cosa fosse successo: qualcuno aveva sterzato di muso verso il ciglio sinistro, aveva fatto retromarcia lungo la strada sterzando di nuovo fino a toccare con i pneumatici posteriori il ciglio opposto, ed era ripartito verso la direzione da cui era arrivato. I segni delle gomme anteriori avevano una forma a ventaglio, a causa della sterzata, ma quelli delle gomme posteriori erano abbastanza nitidi. Né larghi né stretti.

«Probabilmente una berlina di medie dimensioni», affermò uno degli agenti di Spokane. «Pneumatici radiali piuttosto nuovi, forse 195/70, forse un cerchione da trentasei centimetri. Risaliremo al pneumatico esatto in base al battistrada, e misureremo la larghezza tra le scanalature: forse scopriremo persino il modello esatto dell'auto.»

«Crede sia lui?» gli domandò la Harper.

Reacher annuì. «Deve esserlo, non le pare? Ci rifletta. Chiunque cerchi quest'indirizzo vede la casa da un centinaio di metri di distanza, rallenta per controllare la cassetta della posta e si ferma. E, anche se non lo facesse, andrebbe avanti solo per un paio di metri, poi tornerebbe indietro. Non percorrerebbe una cinquantina di metri, per invertire la marcia nascosto dietro una curva. Questo era un uomo che scrutava il posto, lo controllava, con cautela. Era lui, non ci sono dubbi.» Lasciarono gli agenti di Spokane intenti a coprire le tracce con minuscole tende idrorepellenti e tornarono alla casa. Blake era in piedi accanto al Suburban, in attesa, illuminato da dietro dalla luce sul tetto dell'abitacolo.

«Ci sono scatoloni di elettrodomestici in tutte e tre le case», annunciò.

«Nessuna informazione sul contenuto. Nessuno ha pensato di guardarci dentro. Abbiamo mandato gli agenti locali a controllare. Ci vorrà forse un'ora. Julia dice che possiamo procedere e prelevare la vasca. Credo servirà un ingegnere.» Jack assentì, l'espressione vaga, poi si bloccò, colpito da un nuovo pensiero.

«Dovreste verificare anche un altro elemento», esclamò. «Prendete l'elenco delle undici donne, chiamate le sette su cui non ha ancora messo le mani e controllate.» Blake lo fissò. «Controllare cosa? Che siano ancora vive e vegete?»

«No, se hanno ricevuto pacchi inattesi, elettrodomestici mai ordinati.

Perché, se il nostro uomo sta accelerando i tempi, forse per la prossima vittima è già tutto pronto.» L'uomo lo fissò ancora per qualche istante, poi annuì e si chinò di nuovo all'interno del Suburban, per prendere il telefono.

«Lo faccia fare a Poulton», consigliò Jack. «Per Julia Lamarr sarebbe uno shock troppo forte.» Blake si limitò a guardarlo, ma alla fine incaricò Poulton. Gli riferì ciò che voleva e dopo poco riagganciò. «Adesso aspettiamo.»

«Signore?» chiamò il caporale.

L'elenco stava nel cassetto, e il cassetto era chiuso a chiave. Il colonnello sedeva immobile alla scrivania, a fissare il cupo bagliore della luce elettrica nel suo ufficio senza finestre, lo sguardo concentrato sul nulla, assorto a riflettere intensamente, cercando di riprendersi. Il miglior modo per farlo sarebbe stato parlare con qualcuno, lo sapeva bene. Mal comune mezzo gaudio. Così funziona un'istituzione gigantesca come l'esercito. Ma di quella faccenda non poteva parlare con nessuno. Abbozzò un sorriso amaro, fissò la parete e continuò a pensare. Abbi fede in te stesso. A tal punto si sforzava di riprendersi che non udì bussare alla porta. Dopo immaginò che i colpi fossero stati più d'uno, e si rallegrò che l'elenco fosse rimasto chiuso nel cassetto perché, quando il caporale era entrato, non avrebbe potuto nasconderlo. Non avrebbe potuto far niente. Sedeva immobile, il viso palesemente inespressivo, visto che il caporale cominciava ad allarmarsi.

«Signore?» ripeté.

Lui non rispose, né distolse lo sguardo dalla parete.

«Colonnello?» esclamò il caporale.

Questi mosse la testa, come se pesasse una tonnellata, senza dire nulla.

«La sua auto è qui, signore.»

Attesero un'ora e mezzo, rintanati nel Suburban. La sera stava cedendo il passo alla notte, e il freddo era aumentato notevolmente. Fuori, il parabrezza e i finestrini erano ricoperti da una densa patina di brina; nell'abitacolo l'alito si condensava. Nessuno parlò. Il mondo circostante divenne silenzioso. Ogni tanto si udiva un verso lontano di qualche animale, trasportato fino a loro dal vento di montagna. Nient'altro.

«Che diavolo di posto per vivere», borbottò Blake.

«O per morire», sottolineò la Harper.

Alla fine ti riprendi, e ti rilassi. Hai molto talento. Tutto ha un dispositivo di salvataggio, una doppia, tripla sicurezza. Hai ideato un sistema a più strati. Sai come lavorano gli investigatori, sai che non troveranno nulla se non ciò che è ovvio. Non scopriranno da dove viene la vernice, chi se l'è procurata o chi l'ha consegnata. Sai che non ci riusciranno. Sai come lavora quella gente. E sei troppo in gamba per loro. Semplicemente troppo in gamba. Perciò rilassati.

Ma provi delusione. Hai commesso un errore. E la vernice era un'idea proprio divertente. Ora, probabilmente, non potrai più usarla. Ma forse puoi escogitare qualcosa di meglio. Perché una cosa è maledettamente certa: ora non ti puoi fermare.

Il telefono squillò nell'abitacolo del Suburban, un forte suono elettronico che ruppe il silenzio. Blake armeggiò per estrarlo dal supporto e Jack udì una voce indistinta parlare concitata. Una voce maschile, non femminile: era Poulton, non Julia Lamarr. L'agente in comando ascoltò con attenzione, lo sguardo fisso nel vuoto, poi riagganciò e guardò il parabrezza.

«Che c'è?» domandò la Harper.

«Gli agenti locali sono andati a controllare gli scatoloni», spiegò. «Erano tutti ben sigillati, come fossero nuovi. Ma li hanno aperti comunque. Dieci latte vuote. Usate, proprio come quelle che abbiamo trovato noi.»

«Ma gli scatoloni erano chiusi?» chiese Reacher.

«Richiusi», precisò Blake. «L'hanno notato a un esame più attento. Il nostro uomo ha richiuso gli scatoloni, dopo.»

«Un tipo in gamba», commentò la Harper. «Sapeva che uno scatolone richiuso non avrebbe attirato molta attenzione.» Blake annuì. «Un tipo molto in gamba. Sa come ragioniamo.»

«Ma ora non più tanto», replicò Jack. «Altrimenti non si sarebbe dimenticato di richiudere questo, non vi pare? È il suo primo errore.»

«È un tipo geniale», obiettò Blake. «Il che lo rende abbastanza in gamba per il mio standard.»

«C'erano lettere di vettura da qualche parte?» domandò la Harper.

L'agente in comando scosse la testa. «Tutte strappate via.»

«È un calcolatore», osservò lei.

«Davvero?» le domandò Reacher. «E allora perché mai si sarebbe ricordato di strappare la lettera di vettura e non di richiudere lo scatolone?»

«Forse è stato interrotto.»

«In che modo? Qui non siamo a Times Square.»

«Che intende dire? Sta forse sminuendo la sua abilità? Prima sembrava un fattore terribilmente importante per lei. Ma in realtà la usava solo per dimostrare che avevamo tutti torto.» Jack la guardò e assentì. «Sì, avete tutti torto.» Poi si voltò verso Blake.

«Dobbiamo assolutamente discutere del movente del nostro uomo.»

«Più tardi.»

«No, ora. È importante.»

«Più tardi», ripeté Blake. «Non sa ancora la notizia migliore.»

«Quale?»

«L'altra sua idea.» Nel veicolo calò il silenzio.

«Merda», esclamò Reacher. «Una delle altre donne ha ricevuto un pacco, è così?» Blake scosse la testa. «Sbagliato. Tutte e sette l'hanno ricevuto.»