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In totale sono novantuno, e tu devi eliminarne esattamente sei in tutto, il che significa ancora tre, perciò adesso che fai? Continui a riflettere, a pianificare, ecco quello che fai. Rifletti, rifletti, rifletti, questo è ciò che fai.
Perché tutto si basa sulla riflessione. Devi essere più abile di loro, delle vittime e degli investigatori. Schiere su schiere d'investigatori, che s'infoltiscono sempre di più. Agenti locali, agenti statali, l'FBI, gli specialisti di cui il Bureau si avvale. Nuove prospettive, nuovi approcci. Sai bene che sono là fuori, che ti stanno dando la caccia, che faranno il possibile per scovarti.
Gli investigatori sono un osso duro, ma con le donne è facile, facile come ti aspettavi. Non hai sovrastimato il problema, nient'affatto. Le vittime crollano, proprio come te l'eri immaginato. L'hai progettato a lungo, con cura, e il piano si è rivelato perfetto. Vengono ad aprire, ti fanno entrare, cadono in trappola. Sono maledettamente pronte a cadere in trappola, quasi lo desiderassero, come cagnoline con la lingua penzolante. Sono tanto stupide, se lo meritano. E non è difficile, no, non è per nulla difficile.
È meticoloso, ecco cos'è. È come qualsiasi altra cosa: se la pianifichi con precisione, se ci rifletti attentamente, se prepari tutto, se fai un paio di prove, è facile. È un processo tecnico, proprio come supponevi. Una scienza. Del resto, non può essere altrimenti. Fai questo, fai quello, fai quell'altro ancora, e poi hai finito e te ne vai, insospettabile. Ancora tre, non oltre. Basteranno. La parte più difficile è superata. Ma continui a riflettere.
Rifletti, rifletti, rifletti. Ha funzionato una volta, due, tre, ma sai bene che nella vita non ci sono garanzie. Lo sai meglio di chiunque altro. Perciò continui a riflettere perché l'unica cosa che ti può tradire ora è l'autocompiacimento.
«Non lo sapete?» ripeté Jack.
L'agente Lamarr trasalì. Fissava la strada davanti a sé, stanca, concentrata, le mani aggrappate al volante. Guidava come un automa.
«Cosa non sappiamo?»
«Come sono morte.» Lei sospirò e scosse il capo. «No, non esattamente.» Reacher le lanciò un'occhiata in tralice. «Si sente bene?»
«Le sembra forse che non stia bene?»
«Ha l'aria esausta.» La donna sbadigliò. «Sono un po' stanca. È stata una lunga notte.»
«Be', faccia attenzione.»
«Si preoccupa per me, ora?» Jack scosse la testa. «No, mi preoccupo per me. Potrebbe addormentarsi e finiremmo entrambi fuori strada.» Lei sbadigliò di nuovo. «Non è mai successo.» Reacher distolse lo sguardo e si ritrovò a giocherellare con lo scomparto dell'airbag di fronte a lui.
«Mi sento bene», ripeté la Lamarr. «Stia tranquillo.»
«Perché non sapete come sono morte?» Lei si strinse nelle spalle. «Lei era un investigatore, avrà visto qualche cadavere.»
«E allora?»
«Allora quali indizi cercava?»
«Ferite, lesioni.»
«Certo», commentò la donna. «Se un corpo è crivellato di proiettili, si conclude che la vittima è stata ammazzata con un'arma da fuoco. Se ha la testa spappolata, si parla di trauma da corpo contundente.»
«E invece?»
«Quelle tre donne erano in una vasca piena di vernice che si stava già seccando, giusto? I ragazzi della scientifica le hanno tirate fuori, i patologi le hanno pulite e non hanno trovato niente.»
«Niente di niente?»
«Niente di ovvio, non al primo esame. Poi, naturalmente, hanno guardato con maggiore attenzione, ma il risultato è stato lo stesso. Sanno che non sono annegate. Quando le hanno sottoposte ad autopsia, non hanno trovato né acqua né vernice nei polmoni. Allora sono andati alla ricerca di eventuali lesioni esterne, a livello microscopico: niente.»
«Nessun segno ipodermico? Contusioni?» Lei scosse il capo. «Niente di niente. Ma non se lo scordi: sono state ricoperte di vernice. E presumo che quella roba militare non debba superare molti controlli di sicurezza: contiene sostanze chimiche di ogni genere, ed è piuttosto corrosiva. Danneggia la cute, dopo il decesso. I suoi effetti potrebbero aver mascherato eventuali segni minuscoli. Ma qualsiasi cosa le abbia uccise, è molto piccolo. Niente di macroscopico.»
«Lesioni interne?» La Lamarr scosse di nuovo la testa. «Nessuna. Niente ecchimosi sottocutanee, niente danni agli organi, niente di niente.»
«Tracce di veleno?»
«No. Il contenuto gastrico era normale. Non hanno ingerito la vernice. I risultati del tossicologico sono assolutamente chiari.» Reacher assentì con un lento cenno del capo. «Suppongo che non sia nemmeno un caso di violenza sessuale, perché Blake era più che sicuro che la Callan e la Cooke sarebbero venute a letto con me, se solo l'avessi voluto. Il che significa che l'assassino non prova nessun risentimento di natura sessuale, e ciò esclude lo stupro. Altrimenti dareste la caccia a qualcuno che, nel passato, sia stato respinto da loro.» L'agente Lamarr annuì. «Proprio questo è il profilo del nostro omicida. Il sesso non c'entra. A quanto crediamo, la nudità è una forma di umiliazione, di punizione. L'intera faccenda è una sorta di punizione, di castigo o qualcosa del genere.»
«Strano», osservò Reacher. «Questo fa pensare che l'omicida sia sicuramente un soldato. Ma non è da soldato uccidere qualcuno in quel modo. I soldati sparano o pugnalano, picchiano o strangolano. Non mettono in atto piani sottili.»
«Non sappiamo esattamente che cos'abbia fatto.»
«Ma nell'atto non c'è rabbia, giusto? Se questo tizio vuole infliggere un castigo, dov'è la rabbia? C'è una componente troppo distaccata in tutto ciò», considerò Jack.
La donna sbadigliò e assentì, nello stesso tempo. «È una questione che tormenta anche me. Ma consideri la tipologia delle vittime. Quale altro movente potrebbe avere? E se concordiamo sul movente, chi altri se non un soldato infuriato potrebbe essere l'assassino?» Entrambi rimasero in silenzio per un po', mentre l'auto macinava chilometri su chilometri. La Lamarr stringeva il volante, i tendini sottili dei polsi in rilievo, come corde. Reacher osservò la strada che scivolava via e cercò di reprimere la felicità che ciò gli procurava. Poi l'agente sbadigliò di nuovo, e vide Jack lanciarle un'occhiata severa.
«Sto bene», esclamò.
Lui la scrutò a lungo, lo sguardo duro.
«Sto bene», ripeté ancora la donna.
«Dormirò per un'oretta. Cerchi di non uccidermi», le disse Jack.
Quando si risvegliò, erano ancora nel New Jersey. L'auto era silenziosa e comoda. Il rumore del motore era un ronzio lontano, e i pneumatici emettevano un suono alto, tenorile. Soffiava un debole vento, e il cielo era grigio. L'agente Lamarr era irrigidita per la stanchezza, aggrappata al volante, seguiva la strada con gli occhi fissi, arrossati.
«Dovremmo fermarci a mangiare qualcosa per pranzo», osservò Jack.
«È troppo presto», tagliò corto lei.
Reacher guardò l'orologio. Erano le tredici. «Non faccia l'eroina. Ha bisogno di una buona tazza di caffè.» La Lamarr esitò, pronta a ribattere, ma infine cedette. Il suo corpo si rilassò all'improvviso, e lei sbadigliò per l'ennesima volta. «D'accordo. Ci fermeremo», assentì.
Proseguì ancora per un chilometro e mezzo, poi si diresse in un'area di sosta situata in una radura tra gli alberi, oltre il ciglio stradale. Parcheggiò, spense il motore, e rimasero entrambi seduti in quell'improvviso silenzio.
Quel posto era identico a molti altri che Reacher aveva visto: edifici bassi, in stile federale anni '50, colonizzati da fast food dai banconi discreti, ma attorniati da vistosi cartelloni pubblicitari.
Jack scese per primo e si stirò il corpo indolenzito nell'aria umida, mentre il rombo del traffico autostradale si levava alle sue spalle. La Lamarr giaceva inerte nell'auto, perciò Reacher si allontanò lentamente e andò alla toilette. Poi, dato che l'agente non si era ancora fatta vedere, entrò nel locale e si mise in coda per ordinare un sandwich. Lei lo raggiunse in un baleno.
«Non può farlo», affermò.
«Cosa?»
«Sparire dalla mia vista.»
«Perché no?»
«Perché abbiamo delle regole per la gente come lei.» Lo disse senza la minima traccia di dolcezza né di umorismo. Lui si strinse nelle spalle. «D'accordo, la prossima volta che andrò in bagno, la inviterò a restare al mio fianco.» Lei non sorrise. «Basta che me lo dica, l'aspetterò fuori della porta.» La fila avanzò, e Jack cambiò idea sul ripieno del sandwich: invece di ordinarne uno al formaggio ne avrebbe preso uno alla polpa di granchio, che supponeva fosse più costoso, dato che presumibilmente avrebbe pagato lei. Aggiunse un bicchierone di caffè nero e una ciambella semplice.
Mentre Julia Lamarr armeggiava con la borsetta, lui trovò un tavolo libero.
Poi la donna lo raggiunse, al che Reacher sollevò ironicamente il caffè, come se volesse brindare.
«Ai pochi giorni felici che trascorreremo insieme», esclamò.
«Non saranno tanto pochi», replicò lei. «Tutti quelli che occorreranno.» Reacher sorseggiò il caffè, pensando alla tempistica. «Che senso ha il ciclo di tre settimane?» domandò.
La Lamarr aveva scelto un sandwich di pane integrale al formaggio, e adesso col mignolo ne stava recuperando una briciola dall'angolo della bocca.
«Non ne siamo del tutto certi», rispose. «Tre settimane è un lasso di tempo strano. Non è un ciclo lunare. Non è legato al calendario.» Jack fece mentalmente un paio di calcoli. «Novantuno bersagli, uno ogni tre settimane, ci vorrebbero cinque anni e tre mesi per portare a termine l'intera opera. Un piano spaventosamente lungo.» Lei annuì. «Pensiamo che il ciclo sia dettato da fattori esterni. Forse, se potesse, procederebbe più spedito. Noi presumiamo che agisca ogni tre settimane; magari nelle prime due lavora e nella terza è libero: la impiega per fare appostamenti, per organizzarsi, e infine colpire.» Reacher considerò la possibilità, poi assentì. «Potrebbe essere.»
«Allora, che tipo di soldato opererebbe in quel modo?»
«Con tanta regolarità? Forse uno in forza a un reparto d'intervento rapido: due settimane di servizio e una di libertà.»
«Quali sono i corpi di intervento rapido?» volle sapere la Lamarr.
«I marines, alcuni reparti di fanteria.» A quel punto, Jack deglutì. «E alcuni delle Forze Speciali.» Poi attese che lei abboccasse all'amo.
La donna assentì. «Le Forze Speciali conoscono tecniche sottili per uccidere, giusto?» Lui abbassò lo sguardo sul sandwich. La polpa di granchio avrebbe potuto essere tranquillamente tonno. «Tecniche silenziose, senza armi, improvvisate, suppongo, ma di tecniche sottili non sono a conoscenza. Qui si tratta di dissimulazione, vero? Le Forze Speciali sono certamente interessate a uccidere i loro bersagli, ma non si curano di nascondere le tecniche che usano.»
«Che intende dire?» Jack posò il sandwich. «Dico che non ho idea di chi sia, che cosa faccia, dove e come. E non vedo come potrei averne. Lei è la grande esperta, qui.
Lei è quella che ha studiato architettura dei giardini all'università.» L'agente rimase muta per un istante col sandwich a mezz'aria. «Da lei abbiamo bisogno di molto di più, Reacher. E sa che faremo se non l'otterremo», disse poi.
«So quello che dite di voler fare.»
«Dubita forse delle nostre intenzioni?»
«Se solo le fa del male, sa quello che le capiterà, vero?» Lei sorrise. «Mi sta minacciando, Reacher? Sta minacciando un'agente federale? Ha appena infranto la legge, per l'ennesima volta. Articolo 18, paragrafo A-3, sezione 4702. Sta accumulando un capo d'accusa dopo l'altro, questo è certo.» Lui distolse lo sguardo senza rispondere.
«Si dia da fare, e tutto andrà bene», affermò la donna.
Jack terminò il caffè e, sollevando lo sguardo poco al di sopra del bicchiere, la fissò, un'aria risoluta negli occhi.
«Ha forse qualche riserva di carattere etico?» gli domandò l'agente.
«Perché, c'è qualcosa di etico in tutto questo?» replicò Jack.
Al che il viso della Lamarr mutò espressione, rivelando un lieve imbarazzo. Appariva quasi addolcito. Con un cenno d'assenso, disse: «Lo so, dava fastidio anche a me. Al termine dell'accademia, non ci potevo credere. Ma il Bureau sa quel che fa. L'ho imparato, molto presto. È questione di praticità: ottenere il bene maggiore per il maggior numero di persone. Abbiamo bisogno di collaborazione: all'inizio la chiediamo, ma stia certo che alla fine la otteniamo comunque».
Reacher non parlò.
«È una politica in cui credo, adesso», proseguì la donna. «Ma voglio che lei sappia che usare la sua ragazza per minacciarla non è stata una mia idea.» Jack continuò a tacere.
«Ma di Blake», precisò lei. «Non ho intenzione di criticarlo per questo, ma io non avrei scelto quella via.»
«Perché no?»
«Perché in questa storia non abbiamo bisogno di altre donne in pericolo.»
«Allora perché ha lasciato che Blake la scegliesse?»
«Lasciarlo? È il mio capo. Inoltre, qui dobbiamo tutelare la legge. E sottolineo tutelare. Tuttavia desidero che lei sappia che questi non sono i miei metodi, in quanto credo sia importante collaborare.»
«Mi sta chiedendo scusa?» Lei non disse nulla.
«Me lo sta chiedendo? Dopo tutto quello che è successo?» La Lamarr fece una smorfia. «È il massimo che potrà avere da me come richiesta di scuse.» Reacher si strinse nelle spalle. «D'accordo, comunque sia.»
«Siamo amici, ora?»
«Non saremo mai amici. Questo, se lo può scordare», replicò Jack.
«Io non le piaccio», osservò lei.
«Vuole che sia onesto con lei?» La Lamarr alzò le spalle. «Non proprio. Voglio solo che mi aiuti a risolvere il caso.»
«Io farò da mediatore», promise Jack. «È ciò che abbiamo concordato.
Ma lei deve dirmi che cosa vuole.» Lei annuì. «Le Forze Speciali mi sembrano una pista interessante. Saranno le prime che controllerà.» Reacher distolse lo sguardo e serrò i denti per non sorridere. Fin lì, nessun problema.
Trascorsero un'ora intera nell'area di sosta. A poco a poco, Julia Lamarr aveva cominciato a rilassarsi e pareva riluttante a riprendere la strada.
«Vuole che guidi io?» chiese Reacher.
«È un'auto del Bureau. Non è autorizzato», rispose lei.
Quella domanda l'aveva fatta tornare coi piedi per terra. La donna prese la borsa e si alzò dal tavolo. Jack buttò i rifiuti nell'apposito bidone e la raggiunse in prossimità della porta. Tornarono alla Buick in silenzio. Lei l'avviò, uscì dal posteggio e s'immerse nuovamente nel traffico dell'autostrada.
Il ronzio del motore riprese, e con esso il flebile rumore dell'asfalto e il sibilo attutito dell'aria; dopo pochi istanti fu come se non si fossero mai fermati. La Lamarr aveva assunto la stessa posizione, dritta e tesa al volante, e Reacher sedeva scomposto alla sua destra, intento a osservare il paesaggio che gli sfilava davanti.
«Mi dica di sua sorella», la sollecitò.
«La mia sorellastra.»
«Chiunque sia, mi parli di lei.»
«Perché?» Jack si strinse nelle spalle. «Se vuole che l'aiuti, devo conoscere i fatti pregressi. Dov'è stata in servizio, che cosa le è successo, cose del genere.»
«È una donna ricca che ama l'avventura.»
«Per questo si è arruolata?»
«Ha creduto agli annunci pubblicitari. Li ha notati, sulle riviste? Te la presentano come un'esperienza dura ma affascinante.»
«È una donna dura?» La Lamarr assentì. «Ama molto tutto ciò che ha a che fare col fisico, capisce? Ama tutta quella roba, l'alpinismo, la bicicletta, lo sci, il trekking, il windsurf. Pensava che nell'esercito si sarebbe calata da pareti rocciose col coltello tra i denti.»
«E non è andata così?»
«Sa bene che non è così. Non allora, non per una donna. L'hanno messa in un battaglione di trasporto, a guidare un camion.»
«Perché non ha mollato, se è ricca?»
«Perché non è una che molla. Si era distinta nell'addestramento di base.
Voleva qualcosa di più.»
«E?»
«Ha incontrato un imbecille di colonnello per cinque volte, per cercare di migliorare la propria posizione. Lui ha insinuato che, se fosse rimasta nuda per tutta la durata del sesto colloquio, la cosa avrebbe giovato.»
«E?»
«Lo ha denunciato. Dopodiché ha avuto il trasferimento che desiderava.
Unità operativa di supporto alla fanteria, il massimo cui una donna amante dell'azione potesse ambire.»
«Ma?»
«Sa cosa succede, vero? Le voci: non c'è fumo senz'arrosto, e via dicendo. La supposizione che se lo fosse scopato, anche se in realtà lo aveva denunciato e lui era finito al fresco, il che rendeva quell'idea del tutto illogica. Alla fine non è più riuscita a sopportare le chiacchiere e se n'è andata.»
«E ora che fa?»
«Niente. Si commisera un po'.»
«Lei le sta vicino?» La Lamarr tacque per un istante. «Non molto, a essere onesta», rispose.
«Non come forse vorrei.»
«Alison le va a genio?» L'agente fece una smorfia. «Che cosa potrebbe non andarmi a genio? È una persona molto gradevole. Anzi, meravigliosa. Ma io ho commesso diversi errori, fin dall'inizio. Ho gestito male la situazione. Ero giovane, mio padre era morto, eravamo davvero povere, e quest'uomo ricco s'innamora di mia madre e finisce per adottarmi. Ero piena di risentimento, suppongo per il fatto di essere stata salvata. Perciò, pensai, non devo innamorarmi di lei, lei è solo la mia sorellastra.»
«Non l'ha mai superato?» L'agente scosse il capo. «Non del tutto. È colpa mia, lo ammetto. Mia madre è morta presto, e io mi sono sentita in certo qual modo isolata, strana. Non ho reagito bene. Perciò ora la mia sorellastra è solo una donna piacevole che conosco. Una conoscente stretta. Penso che il sentimento sia reciproco, anche se andiamo d'accordo, per quel poco che ci vediamo.» Jack assentì. «Se loro sono ricchi, lo è anche lei?» La Lamarr gli lanciò un'occhiata di traverso, poi sorrise. I suoi denti storti luccicarono per un istante. «Perché?» domandò. «Le piacciono le donne ricche? O forse pensa che le donne ricche non dovrebbero lavorare?
O magari le donne in genere?»
«Era solo per fare conversazione.» Lei sorrise di nuovo. «Sono più ricca di quanto non creda. Il mio patrigno ha un sacco di soldi. E con noi è equo, anche se io non sono la sua vera figlia, mentre lei sì.»
«Buon per lei.» L'agente tacque. Poco dopo proseguì: «E fra poco saremo ancor più ricche. Purtroppo, è molto malato. Da due anni lotta contro il cancro. È un vecchio molto forte, ma ormai sta morendo. Riceveremo una grossa eredità».
«Mi spiace sia malato», commentò Jack.
Lei annuì. «Sì, anche a me. È triste.» Tra i due calò il silenzio, rotto solo dal ronzio dei pneumatici che macinavano chilometri su chilometri.
«Ha avvertito sua sorella?» domandò Reacher.
«La mia sorellastra.» Lui la guardò. «Perché ogni volta sottolinea che è la sua sorellastra?» Lei scrollò le spalle, sempre concentrata sul volante. «Perché Blake mi rimuoverebbe dall'incarico se mi pensasse troppo coinvolta. E io non voglio che accada.»
«Non vuole?»
«Certo che no. Se qualcuno che ti è vicino si trova nei guai, tu desideri aiutarlo in prima persona, giusto?» Reacher distolse lo sguardo. «Sarà meglio che ne sia ben convinta», commentò.
La Lamarr non parlò per alcuni istanti. «Per me, la famiglia è un problema», affermò pochi attimi dopo. «Tutti quegli errori mi perseguitano.
Quando mia madre morì, avrebbero potuto scacciarmi, ma non lo hanno fatto. Mi hanno sempre trattata esattamente come prima, con molto amore, generosità, in modo estremamente equo e giusto, e quanto più fanno per me, tanto più mi sento colpevole per essermi considerata una Cenerentola all'inizio.» Reacher non disse nulla.
«Penserà che mi stia di nuovo comportando in modo irrazionale», ipotizzò la Lamarr.
Jack rimase ancora in silenzio. Lei continuò a guidare, gli occhi fissi sul parabrezza.
«Cenerentola!» esclamò. «Anche se lei probabilmente mi definirebbe la sorella cattiva.» Reacher non replicò nemmeno in quell'occasione, e si limitò a guardare la strada.
«A ogni modo, l'ha avvertita?» chiese di nuovo.
Lei gli lanciò un'occhiata di traverso, e Jack notò che stava tornando nel presente.
«Sì, certo che l'ho avvisata», rispose. «Non appena è stato individuato lo schema, dopo la Cooke, l'ho chiamata diverse volte. Dovrebbe essere abbastanza al sicuro. Passa molto tempo all'ospedale col padre, e quand'è a casa le ho detto di non fare entrare nessuno. Nessuno, non importa chi sia.»
«Sarà cauta?»
«Ho fatto in modo che lo sia.» Lui annuì. «Bene, lei è abbastanza al sicuro. Ce ne sono solo altre ottantasette di cui preoccuparsi.»
Superato il New Jersey, i centotrenta chilometri di Maryland richiesero un'ora e venti minuti di viaggio. Pioveva di nuovo, e l'oscurità era calata precocemente. Poi costeggiarono il Distretto della Columbia ed entrarono in Virginia, preparandosi ad affrontare gli ultimi sessantacinque chilometri che li separavano da Quantico sull'interstatale 95. Si lasciarono alle spalle gli edifici cittadini, andando incontro ai dolci boschi della zona. La pioggia cessò di nuovo e il cielo si rischiarò. La Lamarr procedeva veloce, poi rallentò all'improvviso e lasciò l'autostrada, imboccando una strada non segnalata che s'insinuava tortuosa tra gli alberi. Il fondo era buono, ma le curve erano strette. Dopo circa ottocento metri, si ritrovarono in una radura in cui erano parcheggiati vari mezzi militari e si stagliavano alcune baracche verde scuro.
«Marines», annunciò l'agente. «Ci hanno dato sessanta acri di terra.» Jack sorrise. «Loro non la vedono esattamente così. Pensano che ve ne siate appropriati.» Altre curve, altri ottocento metri e un'altra radura. Stessi automezzi, stesse baracche, stessa vernice verde.
«Vernice mimetica da prima mano», osservò Reacher.
Lei confermò con un gesto. «Dà i brividi.» Altre curve, altre due radure, altri tre chilometri e mezzo nei boschi. Reacher si protese sul sedile e si fece attento. Non era mai stato a Quantico ed era curioso. L'auto superò una curva stretta, uscì dagli alberi e si fermò a un posto di controllo. La strada era bloccata da una sbarra a strisce bianche e rosse; a lato c'era la guardiola della sentinella, dotata di vetri antiproiettile. Una guardia armata fece un passo nella loro direzione. Alle sue spalle, in lontananza, si scorgeva un agglomerato di edifici lunghi e bassi di pietra, di colore ambrato, fra i quali spiccavano due alti e massicci palazzi. Si ergevano su prati ondulati, immacolati, e il modo in cui le costruzioni più basse si estendevano sul terreno denotava che l'architetto non si era di certo posto molti problemi di spazio. Il luogo aveva un'aria molto tranquilla, ricordava un piccolo campus universitario o il quartier generale di una ditta, tranne che per la recinzione perimetrale e la guardia armata.
La Lamarr abbassò il finestrino e frugò nella borsetta in cerca del distintivo. L'uomo chiaramente la conosceva, ma le regole erano regole, e doveva per forza vedere il badge. Annuì non appena lei estrasse la mano dalla borsa. Dopodiché spostò lo sguardo su Reacher.
«Dovrebbe avere un pass per lui», affermò la donna.
L'uomo assentì di nuovo. «Sì, se n'è occupato il signor Blake.» Entrò nella guardiola e ne uscì con un badge di plastica munito di una catenella. Attraverso il finestrino, lo porse alla Lamarr che lo diede a Reacher. Esso recava il suo nome e una sua vecchia foto da militare. Sull'intera superficie era stampata una V in rosso chiaro.
«V sta per visitatore», spiegò la Lamarr. «Dovrà portarlo sempre.»
«Altrimenti?» domandò Reacher.
«Altrimenti le sparano. Non sto scherzando.» L'uomo era tornato nella guardiola per alzare la sbarra. La Lamarr chiuse il finestrino ed entrò, accelerando. La strada risaliva il terreno ondulato, rivelando i parcheggi ricavati nei vari avvallamenti. Reacher sentì un rumore di armi da fuoco, spari sordi di pistole pesanti, forse a duecento metri di distanza.
«Il poligono. Il rumore è costante», lo informò l'agente.
La donna era sveglia e vigile, come se la vicinanza con la nave madre l'avesse rianimata. Jack ne comprese la ragione: quel luogo era incredibile.
Situato in una conca naturale, nel cuore della foresta, a chilometri da qualsiasi centro abitato, aveva un'aria isolata e segreta. Era facile capire come infondesse un senso di risolutezza e lealtà negli individui che avevano la fortuna di esservi ammessi.
L'agente guidò lentamente per superare i rallentatori stradali, poi s'infilò in un posteggio davanti all'edificio più grande. Vi entrò di muso, spense il motore e guardò l'orologio.
«Sei ore e dieci minuti», osservò. «È davvero tanto. Il cattivo tempo, e poi ci siamo fermati troppo a pranzo.» Nell'auto calò il silenzio.
«E adesso?» chiese Reacher.
«Adesso ci mettiamo al lavoro.» Le porte di vetro a specchi dell'edificio si aprirono, e Poulton uscì all'esterno. L'uomo coi baffi e i capelli biondicci. Indossava un abito pulito, blu scuro, con una camicia button-down bianca e una cravatta grigia. Quel nuovo colore lo rendeva meno insignificante, più formale. Rimase in piedi per un attimo a scrutare il parcheggio, poi si avviò verso l'auto. Jack rimase seduto, immobile, in attesa. Poulton aspettò che la Lamarr prendesse la valigia dal bagagliaio. Era un portabiti di similpelle nera, come la ventiquattrore.
«Andiamo, Reacher», esclamò lei.
Jack chinò il capo e s'infilò la catenella con il badge identificativo al collo, poi aprì la portiera e scese. Faceva freddo, e tirava vento. Si udiva il rumore delle foglie secche scosse e degli spari.
«Prenda la sua borsa», gli disse Poulton.
«Non ho borse», ribatté Jack.
Poulton guardò la collega, e lei gli lanciò un'occhiata come per dirgli: è tutto il giorno che lo sopporto. Poi, insieme, si voltarono e si diressero verso l'edificio. Reacher guardò il cielo e li seguì. A ogni passo il terreno ondulato gli offriva una nuova vista. A sinistra delle palazzine il terreno finiva, ed egli vide alcune squadre di reclute che camminavano a passo deciso, correvano in gruppi o si allontanavano verso i boschi armati di fucili a pallini. L'uniforme standard pareva essere una tuta blu scuro, con la scritta FBI ricamata in giallo sul petto e sulla schiena, quasi fosse una griffe o il nome di un'importante federazione sportiva. Ai suoi occhi di militare aveva un tocco irrimediabilmente civile; poi, con un lieve senso di vergogna, si accorse di aver provato tale sensazione in parte per il fatto che una buona percentuale delle reclute era di sesso femminile.
Julia Lamarr aprì le porte a specchio ed entrò. Poulton lo attese sulla soglia.
«Le mostrerò la sua stanza», disse. «Lì potrà riporre la sua roba.» Da vicino, alla luce del giorno, appariva più vecchio. Il suo volto era segnato da sottili rughe, quasi invisibili, come se fosse un quarantenne con la pelle di un ventenne.
«Non ho bagaglio», ribadì Jack. «Gliel'ho già detto.» Poulton esitò. C'erano chiaramente un itinerario e un orario da rispettare.
«Gliela mostrerò comunque.» La Lamarr si allontanò con la sua valigia e Poulton condusse Reacher a un ascensore. Insieme salirono al terzo piano e sbucarono in un corridoio silenzioso, il pavimento ricoperto da una moquette sottile e le pareti da una tappezzeria consunta. Poulton si diresse verso una porta anonima, estrasse una chiave dalla tasca e l'aprì. All'interno era come una comune stanza di motel: ingresso stretto, bagno a destra, armadio a sinistra, letto queen size, tavolo con due sedie e decorazióni sobrie.
Poulton rimase in corridoio. «Sia pronto tra dieci minuti.» La porta si richiuse con un risucchio. All'interno non c'erano maniglie: non era proprio come una stanza di motel. Dalla finestra si vedevano i boschi, ma i vetri non si aprivano: il telaio era saldato e la maniglia era stata rimossa. Sul comodino c'era un telefono. Jack prese il ricevitore e sentì il segnale di linea. Digitò il nove e compose il numero diretto d'ufficio di Jodíe. Lo lasciò squillare diciotto volte prima di tentare con il numero di casa. Lì scattò la segreteria telefonica. Tentò allora col cellulare: spento.
Appese la giacca nell'armadio, tolse lo spazzolino dalla tasca e lo mise in un bicchiere nell'armadietto del bagno. Si sciacquò la faccia e si pettinò in qualche modo i capelli. Poi si sedette sul bordo del letto e attese.