10

 

Jack dormì male e si svegliò prima delle sei del mattino. Si girò verso il comodino, accese la lampada e controllò l'ora esatta sul suo orologio. Aveva freddo. Aveva avuto freddo per tutta la notte. Le lenzuola erano inamidate, e quelle superfici lucide di cotone gli sottraevano il calore dalla pelle.

Raggiunse il telefono e compose il numero dell'appartamento di Jodie.

Scattò la segreteria telefonica. Nessuna risposta in ufficio. Il cellulare era spento. Tenne a lungo il ricevitore all'orecchio, ascoltando il messaggio della compagnia telefonica, ripetuto all'infinito. Poi riagganciò e si alzò dal letto.

Andò alla finestra e aprì le tende. La stanza dava a occidente, e fuori era ancora buio. Forse alle sue spalle o dall'altra parte dell'edificio si scorgevano già i bagliori dell'alba, o forse non ancora. Udiva il rumore lontano della pioggia battente sulle foghe morte. Si girò e si diresse in bagno.

Usò il water e si fece la barba con calma. Passò un quarto d'ora sotto la doccia, regolando l'acqua alla massima temperatura che riusciva a sopportare, per scaldarsi. Poi si lavò i capelli con lo shampoo dell'FBI e li asciugò. Portò i vestiti fuori della stanza piena di vapore e si vestì accanto al letto. Si abbottonò la camicia e si mise la targhetta identificativa al collo.

Immaginò che non vi fosse nessun servizio in camera, perciò si sedette, in attesa.

Aspettò quarantacinque minuti. Quindi udì bussare gentilmente alla porta e una chiave infilarsi nella toppa. La porta si aprì e Lisa Harper comparve sulla soglia, in controluce, le spalle al corridoio illuminato a giorno, un sorriso malizioso sulle labbra. Jack non capì perché.

«Buongiorno», esclamò.

Lui sollevò la mano in risposta, senza dir nulla. L'agente indossava un vestito diverso, grigio fumo, con una camicia bianca e una cravatta rosso scuro, imitazione perfetta della divisa «ufficiosa» del Bureau, pur con un bel po' di stoffa in meno, in modo da adattarsi alla sua corporatura. Portava i capelli sciolti, che le ricadevano sulle spalle e sul petto. Erano molto lunghi e, alla luce del corridoio, sembravano dorati.

«Dobbiamo andare», annunciò. «Riunione di colazione.» Reacher prese il cappotto dall'armadio mentre usciva. Scesero nell'atrio insieme e si fermarono davanti alla porta. Fuori pioveva forte. Jack si tirò su il colletto e la seguì all'esterno. Il cielo da nero era diventato grigio, e la pioggia era fredda. L'agente corse lungo il vialetto, e lui la imitò, a un passo di distanza, osservandola mentre correva. Aveva un passo molto atletico.

La Lamarr, Blake e Poulton li stavano aspettando nella mensa. Erano in tre, seduti a un tavolo da quattro accanto alla finestra, con cinque sedie attorno. Mentre Jack si avvicinava, lo osservarono con attenzione. Al centro del tavolo c'erano una caffettiera bianca con attorno alcuni tazzoni capovolti, un cestino di bustine di zucchero e alcune confezioni di panna. Una manciata di cucchiai, tovaglioli e un cesto di ciambelle. Accanto, una pila di giornali del mattino. La Harper si sedette, e Reacher si fece posto accanto a lei. L'agente Lamarr lo stava osservando, uno strano luccichio negli occhi. Blake aveva un'aria divertita, sardonica.

«Pronto a mettersi al lavoro?» domandò.

Reacher annuì. «Certo, dopo un buon caffè.» Poulton girò le tazze e la Harper versò il caffè.

«Ieri sera abbiamo chiamato Fort Dix», affermò Blake. «E abbiamo parlato col colonnello Trent. Ha detto che le dedicherà l'intera giornata, oggi.»

«Dovrebbe bastare.»

«A quanto pare, la stima.»

«No, è in debito con me, il che è diverso.» La Lamarr annuì. «Bene, sfrutti quest'opportunità. Sa cosa deve cercare, vero? Si concentri sulle date. Trovi qualcuno la cui settimana libera coincida con la nostra tempistica. Io ritengo che agisca verso il fine settimana.

Forse non proprio l'ultimo giorno, perché deve tornare alla base e avere il tempo di calmarsi.» Reacher sorrise. «Deduzione geniale, Lamarr. La pagano per questo?» Lei si limitò a fissarlo e a sorridergli, come se sapesse qualcosa di cui lui non era a conoscenza.

«Che c'è?»

«Si comporti in modo educato», lo riprese Blake. «Ha qualche obiezione sul metodo?» Jack si strinse nelle spalle. «Se procediamo solo per date, troveremo probabilmente un migliaio di nominativi.»

«Allora restringiamoli. Chieda a Trent di fare un controllo incrociato con le donne, di trovare qualcuno che è stato in servizio con una di loro.»

«O con uno dei soldati finiti dietro le sbarre», aggiunse Poulton.

Jack sorrise di nuovo. «Che menti si trovano riunite a questo tavolo. Farebbero paura a chiunque.»

«Ha forse un'idea migliore, gran genio?» domandò Blake.

«So che cosa fare.»

«Be', si ricordi solo quello che è in gioco, d'accordo? Ci sono molte donne in pericolo, e una di loro è la sua.»

«Starò attento.»

«Bene, allora si dia una mossa.» L'agente Harper colse il messaggio e si alzò. Reacher si alzò cautamente dalla sedia e la seguì. I tre al tavolo lo osservarono allontanarsi, con un bagliore negli occhi. Lisa lo stava aspettando alla porta della mensa e, mentre lui avanzava, lo fissava, sorridendogli. Jack le si fermò accanto.

«Perché tutti mi guardano?» domandò.

«Abbiamo verificato il nastro», rispose lei. «Sa, la videocamera di sorveglianza.»

«E allora?» La donna non rispondeva. Jack ripercorse mentalmente le ore passate nella stanza. Si era fatto due docce, aveva camminato un po', tirato le tende, dormito, aperto le tende, camminato un altro po'. Nient'altro.

«Non ho fatto nulla», osservò.

Lei sfoderò un altro sorriso, ancora più ampio. «No, non ha fatto nulla.»

«Allora qual è il problema?»

«Be', sa, a quanto pare, non ha portato con sé il pigiama.»

Un addetto al parco macchine portò un'auto all'ingresso e la lasciò col motore acceso. L'agente Harper osservò Reacher salirvi, poi s'infilò dietro il volante. Partirono sotto la pioggia, superarono il posto di controllo, la zona dei marines e imboccarono l'interstatale 95. La donna si diresse a gran velocità verso nord, tra gli spruzzi d'acqua, e dopo quaranta minuti svoltò a est, attraversando il confine meridionale del Distretto della Columbia. Proseguì, sempre molto veloce, per altri dieci minuti, poi piegò bruscamente a destra e varcò il cancello settentrionale della base aerea Andrews.

«Ci hanno assegnato l'aereo della compagnia», affermò.

Superati altri due controlli, giunsero alla scaletta di un Learjet privo d'insegne. Lasciarono l'auto sulla pista e salirono a bordo. L'aereo prese a rullare prima ancora che allacciassero le cinture di sicurezza.

«Ci vorrà mezz'ora per Dix», disse la Harper.

«McGuire», la corresse Reacher. «Dix è una base del Corpo dei marines.

Noi atterreremo alla base aerea McGuire.» La donna apparve preoccupata. «Mi hanno detto che saremmo andati direttamente lì.»

«Certo. Il posto è lo stesso, ma i nomi sono diversi.» Lei fece una smorfia. «Strano. Credo proprio di non capire i militari.»

«Be', non si demoralizzi. Noi non capiamo voi.» Trenta minuti dopo, erano già in fase di avvicinamento, scossi dai movimenti bruschi e improvvisi che caratterizzano i piccoli jet quando attraversano una turbolenza. C'erano nuvole fin quasi a terra, poi d'un tratto avvistarono il suolo. Nel New Jersey pioveva, e l'atmosfera era cupa e triste.

Le basi dell'aviazione erano già di per sé posti tetri, e quel giorno il tempo non aiutava affatto. La pista della base McGuire era abbastanza grande da consentire il decollo di grossi aerei da trasporto e, quando toccò terra, il Lear si fermò a nemmeno un quarto di essa, come un colibrì posatosi in mezzo a un'interstatale. Virò, rullò e si fermò di nuovo in un angolo remoto della pista. Una Chevrolet di colóre verde opaco sfrecciò sotto la pioggia nella sua direzione. Dopo che fu abbassata la scaletta, il guidatore era già in attesa ai suoi piedi. Era un tenente dei marines, sui venticinque anni, e si stava bagnando completamente.

«Il maggiore Reacher?» domandò.

Lui annuì. «E questa è l'agente Harper, dell'FBI.» Il tenente la ignorò, come Jack immaginava avrebbe fatto.

«Il colonnello la sta aspettando, signore», annunciò il tenente.

«Allora, andiamo. Non possiamo farlo aspettare, giusto?» Reacher si sedette sul sedile anteriore della Chevrolet con il tenente, mentre Lisa prese posto dietro. Uscirono dalla McGuire e raggiunsero Fort Dix, seguendo stradine strette contornate da paracarri bianchi, che costeggiavano gruppi di magazzini e baracche. Si fermarono presso un agglomerato di uffici in mattoni rossi, a un chilometro e mezzo circa dalla pista della McGuire.

«La porta a sinistra, signore», indicò il tenente e attese in macchina, come Jack immaginava avrebbe fatto.

Reacher scese e la Harper lo seguì, standogli accanto, riparandosi dalla pioggia che cadeva di stravento. L'edificio adibito a uffici aveva tre porte prive di targhe al centro di un muro spoglio di mattoni. Reacher prese quella a sinistra e condusse l'agente in un'anticamera spaziosa, piena di tavoli e di schedari metallici. Era asetticamente pulita e ordinata in modo maniacale, illuminata a giorno rispetto al grigiore del mattino. Tre sergenti erano al lavoro a tre scrivanie diverse. Uno di loro sollevò lo sguardo e premette un tasto del telefono.

«Il maggiore Reacher è arrivato, signore», annunciò al microfono.

Ci fu un attimo di silenzio, poi la porta dell'ufficio interno si aprì e ne uscì un uomo alto, di costituzione simile a quella di un levriero, capelli neri corti, brizzolati sulle tempie. Aveva la mano magra tesa, pronta a stringere la loro.

«Salve, Reacher», esclamò John Trent.

Jack annuì. Trent doveva la seconda parte della sua carriera a un paragrafo che Reacher aveva omesso da un rapporto, dieci anni prima. Il militare aveva supposto che fosse già stato scritto, e che fosse sul punto di essere inviato. Era andato a parlare con Jack non per supplicarlo di cancellarlo, non per patteggiare, non per corromperlo, ma solo per spiegare, da ufficiale a ufficiale, come avesse commesso quello sbaglio. Semplicemente perché aveva bisogno che Reacher capisse che si trattava di uno sbaglio, non di dolo o disonestà. Se n'era quindi andato senza chiedere alcunché ed era rimasto in attesa della mannaia, che però non era mai arrivata. Il rapporto era stato reso pubblico, senza quel paragrafo. Ciò che Trent ignorava era che Jack non l'aveva mai scritto. Erano passati dieci anni, e da allora i due non si erano più parlati. Fino al mattino precedente, in cui Reacher aveva fatto la prima delle sue chiamate urgenti dall'appartamento di Jodie.

«Buongiorno, colonnello», lo salutò Jack. «Questa è l'agente Harper, dell'FBI.» Trent fu più educato del tenente, il grado gliel'imponeva. O forse era semplicemente rimasto più colpito da una bionda alta e fradicia, vestita da uomo. Comunque fosse, le strinse la mano. Forse gliela strinse più del necessario, e forse le sorrise, per un breve istante.

«Lieta di conoscerla, colonnello. E grazie fin d'ora», disse la Harper.

«Non ho ancora fatto niente», replicò il militare.

«Be', siamo sempre grati per la collaborazione, ovunque riusciamo ad averla.» Trent le lasciò la mano. «Il che suppongo avvenga in un numero molto limitato di posti.»

«Meno di quelli che vorremmo», ammise lei. «Considerando che stiamo tutti dalla stessa parte.»

«Concetto interessante», osservò il colonnello. «Farò quello che posso, ma la collaborazione sarà limitata, come sono certo lei capirà. Dovremo esaminare cartelle personali ed elenchi di assegnazione, che non sono disposto a mostrarle. Ce ne occuperemo io e Reacher. È in gioco la sicurezza nazionale e militare. Lei dovrà attendere qui fuori.»

«Per tutto il giorno?» domandò l'agente.

Trent annuì. «Finché sarà necessario. D'accordo?» Chiaramente non era d'accordo. La donna fissò il pavimento senza rispondere.

«Lei non mi mostrerebbe dossier riservati dell'FBI», aggiunse il colonnello. «Intendo dire, a voi non piacciamo più di quanto voi non piacete a noi, giusto?» La Harper si guardò attorno nella stanza. «Ho l'incarico di sorvegliarlo.»

«Lo so. Il vostro signor Blake mi ha spiegato il suo ruolo. Ma lei resterà proprio qui, fuori del mio ufficio. C'è solo una porta. Il sergente le assegnerà un tavolo.» Un sergente scattò spontaneamente in piedi e le indicò una scrivania vuota, da cui si vedeva chiaramente la porta dell'ufficio interno. Lei si sedette, esitante.

«Lì starà comoda», commentò Trent. «Potremmo aver bisogno di un po' di tempo. È una faccenda complicata. Sono certo che sappia che cosa significhi aver a che fare con le scartoffie.» Poi condusse Reacher nell'ufficio e chiuse la porta. Era una stanza ampia, con finestre su due pareti, librerie, armadietti a vetro, una pesante scrivania di legno e confortevoli poltroncine di pelle. Jack si sedette di fronte al tavolo e si appoggiò allo schienale.

«Mi dia due minuti, ok?» chiese.

Trent annuì. «Legga questo, faccia finta d'essere impegnato.» Gli porse uno spesso dossier, racchiuso in una cartella verde sbiadita, prendendolo da una pila di documenti. Reacher lo aprì e si chinò per esaminarlo. Dentro c'era un grafico complicato che dettagliava il fabbisogno di carburante per i sei mesi seguenti. Trent si avvicinò alla porta e la spalancò.

«Signora Harper?» chiamò. «Desidera una tazza di caffè?» Reacher si guardò alle spalle e vide che lei lo stava osservando, inquadrando le poltroncine, il tavolo, le pile d'incartamenti.

«Ora sono a posto», replicò lei.

«Bene», commentò il militare. «Se ha bisogno di qualcosa, chieda al sergente.» Dopodiché richiuse la porta e si diresse verso la finestra.

Reacher si tolse la targhetta identificativa e la posò sul tavolo, poi si alzò.

Trent sbloccò la finestra e la spalancò. «Non ci ha dato molto tempo», sussurrò. «Ma credo che ce la faremo.»

«Ci sono caduti subito», mormorò Jack in risposta. «Molto prima di quanto non credessi.»

«Ma come sapeva che avrebbe avuto la scorta?»

«Spera per il meglio e preparati al peggio. Sa com'è.» Trent assentì, mise la testa fuori della finestra e controllò in entrambe le direzioni.

«Bene, vada», esclamò. «E buona fortuna, amico.»

«Mi serve una pistola», sussurrò Reacher.

Il colonnello lo fissò e scosse fermamente il capo.

«No», affermò. «Questo, non posso farlo.»

«Deve. Ne ho bisogno.» Trent tacque per un istante. Era teso, nervoso. «Cristo, va bene, una pistola. Ma niente munizioni. Sto già rischiando il culo per questo.» Aprì un cassetto ed estrasse una Beretta M9, la stessa arma che portavano gli uomini di Petrosian, tranne per il fatto che, come Jack poté vedere, questa aveva ancora il numero di serie. Trent estrasse il caricatore e posò i proiettili nel cassetto, a uno a uno.

«Resterà tra noi», mormorò Jack con tono impellente.

Trent annuì e reinserì il caricatore vuoto, poi porse l'arma a Reacher per l'impugnatura. Questi la prese, la infilò nella tasca della giacca; quindi, sedutosi sul davanzale della finestra, si girò e lanciò le gambe all'esterno.

«Buona giornata», sussurrò.

«Anche a lei. Stia attento», mormorò Trent di rimando.

Reacher si sostenne con le braccia e si lasciò cadere sul terreno. Si ritrovò in uno stretto vicolo, sotto la pioggia. Il tenente stava aspettando nella Chevrolet, a una decina di metri di distanza, il motore acceso. Jack corse verso l'auto, che partì prima ancora che avesse chiuso la portiera. Per percorrere il chilometro e mezzo fino alla base McGuire impiegarono poco più di un minuto. La macchina correva sulla pista e puntò direttamente verso l'elicottero dei marines. Il portello inferiore era aperto e la pala del rotore ruotava veloce, tanto che la pioggia formava spirali nell'aria.

«Grazie, ragazzo», esclamò Reacher.

Scese dall'auto, salì sulla scaletta dell'elicottero e saltò a bordo, nel vano buio. Il portello si chiuse con un ronzio e il rumore del motore si trasformò in un boato. Jack sentì l'apparecchio sollevarsi da terra, e due paia di mani che l'afferravano e lo sistemavano sul sedile. Dopo che si fu allacciato la cintura, gli diedero una cuffia. Reacher se la mise e udì il crepitio dell'interfono non appena le luci interne si accesero. Vide allora che era seduto su un sedile di tela tra due ufficiali dei marines addetti al carico.

«Siamo diretti all'eliporto della Guardia Costiera di Brooklyn», comunicò il pilota. «Il posto più vicino possibile che non richieda la presentazione di un piano di volo. E presentare un piano di volo non rientra esattamente nei programmi di oggi, giusto?» Reacher azionò il pulsante del microfono. «Mi sta bene, ragazzi. E grazie mille.»

«Il colonnello deve avere un grosso debito con lei», commentò il pilota.

«No, gli sono solo simpatico», ribatté Jack.

Il pilota rise e l'elicottero ondeggiò nell'aria per poi assumere, tra il frastuono del motore, una rotta di crociera.