17
Un sentierino partiva dal lato sinistro del vialetto e girava attorno a un angolo di giardino alla giapponese, fino ad alcuni scalini di legno, a metà veranda. La Harper li risalì veloce e leggera, invece Reacher col suo peso li fece scricchiolare nel silenzio notturno. Prima che l'eco del rumore tornasse indietro dalle colline, la porta d'ingresso si spalancò e Rita Scimeca comparve sulla soglia. Li osservò, una mano sulla maniglia interna, uno sguardo inespressivo sul volto.
«Ciao, Reacher», esclamò.
«Scimeca. Come stai?» Con la mano libera, Rita si scostò i capelli dalla fronte. «Non c'è male», rispose. «Considerando che sono le tre del mattino e che l'FBI mi ha appena avvisata che sono in una certa hit parade insieme con dieci delle mie compagne, quattro delle quali già morte.»
«Così sai come vengono impiegate le tasse che paghi», osservò Reacher.
«Ma perché diavolo sei finito con loro?» Lui si strinse nelle spalle. «Le circostanze non mi lasciavano molta scelta.» Lei lo fissò, meditabonda. Faceva freddo sulla veranda, e la rugiada notturna imperlava le assi dipinte. Nell'aria c'era una bassa nebbiolina. Alle spalle della donna le luci della casa brillavano, gialle e calde.
Rita si soffermò a guardarlo ancora per un attimo. «Le circostanze?» Jack confermò. «Non mi lasciavano molta scelta.» Lei rispose con un cenno simile del capo. «Be', comunque sia, mi fa piacere rivederti.»
«Anche a me.» Rita era alta, ma meno di Lisa, come del resto la maggior parte delle donne. Era muscolosa, ma non come Alison Lamarr: aveva una corporatura slanciata, da maratoneta. Indossava una felpa sformata, jeans puliti e un paio di robuste scarpe. Aveva i capelli castani, di media lunghezza, con una lunga frangetta che incorniciava due occhi dello stesso colore. La bocca era segnata da profonde rughe d'espressione. Jack non la vedeva da quasi quattro anni, e il suo volto dimostrava chiaramente che erano passati.
«Ti presento l'agente speciale Lisa Harper», continuò lui.
La Scimeca fece un cenno con la testa, circospetta. Reacher ne osservò lo sguardo: se le avessero mandato un uomo, l'avrebbe scaraventato giù dalla veranda.
«Salve», salutò la Harper.
«Bene, entrate», li invitò Rita.
Aveva ancora la mano sulla maniglia, e stava in piedi sulla soglia, riluttante a uscire del tutto. L'agente entrò, e Reacher la seguì, poi la porta si chiuse alle loro spalle. Si ritrovarono nell'ingresso di un'abitazione decorosa, ridipinta da poco e arredata con gusto. Era molto pulita e ordinata in modo quasi maniacale. Si trattava di una vera casa, calda e accogliente, uno spazio intimo. I pavimenti erano coperti da tappeti, e si notavano vari mobili antichi di mogano lucidato, quadri appesi alle pareti e dappertutto vasi di fiori.
«Crisantemi», spiegò la Scimeca. «Li coltivo con le mie mani. Ti piacciono?» Jack annuì. «Sì. Anche se non sapevo come si chiamassero.»
«Il giardinaggio è il mio nuovo hobby», continuò lei. «Mi assorbe molto.» Poi indicò loro un salotto nella parte anteriore dell'edificio. «E la musica. Venite a vedere.» Il locale aveva una carta da parati sobria e il pavimento di legno lucidato. Nell'angolo in fondo c'era un pianoforte a coda, anch'esso lucido e laccato di nero, la marca tedesca intarsiata in ottone. Davanti era posizionato un grosso sgabello di pelle fissata con borchie. Il coperchio del piano era sollevato, sul leggio sovrastante la tastiera spiccavano alcuni spartiti, una fitta massa di segni neri su una carta pesante, color crema.
«Volete che vi suoni qualcosa?» domandò Rita.
«Certo», rispose Jack.
La donna scivolò tra la tastiera e lo sgabello, rimase immobile per un secondo, poi un lamentoso accordo in chiave minore si librò nella stanza. Era un suono caldo e basso, e lei lo modulò nell'ouverture di una marcia funebre.
«Non conosci niente di più allegro?» le chiese Reacher.
«Non mi sento allegra», replicò lei.
Ciononostante, cambiò pezzo e iniziò la sonata Al chiaro di luna.
«Beethoven», spiegò.
L'aria fa pervasa da arpeggi argentini. Rita teneva un piede sul pedale e la melodia era smorzata, sommessa. Jack guardò le piante, fuori della finestra, grigie alla luce lunare. A ovest, a millecinquecento chilometri, c'era l'oceano, vasto e silenzioso.
«Così va meglio», si compiacque Jack.
Rita eseguì l'intero primo movimento, chiaramente a memoria, perché lo spartito sul leggio era di Chopin, e tenne le mani sui tasti finché l'ultimo accordo non si spense nel silenzio.
«Bello», commentò Reacher. «Allora, stai bene?» Lei distolse lo sguardo dalla tastiera e lo fissò negli occhi. «Intendi se mi sono ripresa dopo essere stata stuprata da tre uomini di cui in teoria avrei dovuto fidarmi ciecamente?» Jack assentì. «Più o meno.»
«Credevo di sì», disse lei. «Era quello che prevedevo. Ma ora vengo a sapere che un maniaco ha in mente di farmi fuori perché ho protestato.
Questo cambia un po' le cose, non ti pare?»
«Lo prenderemo», esclamò la Harper, rompendo il silenzio.
Rita si limitò a fissarla, senza ribattere.
«Possiamo vedere la lavatrice nel seminterrato?» domandò a quel punto Reacher.
«Non è una lavatrice, vero?» chiese la Scimeca. «Non che, del resto, nessuno mi abbia detto niente.»
«Probabilmente è vernice. Contenuta in latte, verde mimetico, dell'esercito», le spiegò Jack.
«Per cosa?»
«L'assassino ti uccide, ti getta nella vasca e ti ricopre di vernice.»
«Perché?» Reacher scrollò le spalle. «Bella domanda. C'è una schiera di teste d'uovo che ci sta lavorando per capirlo.» La Scimeca annuì e si voltò verso Lisa Harper. «Lei è una di loro?»
«No, signora, sono solo un'agente.»
«È mai stata stuprata?» La Harper scosse il capo. «No, mai.» Rita mosse il capo. «Be', cerchi di far sì che non accada. Questo è il mio consiglio.» Nella stanza calò il silenzio.
«Le cambia la vita», proseguì la Scimeca. «La mia è cambiata, questo è maledettamente certo. Giardinaggio e musica sono tutto quello che ho, ora.»
«Due hobby interessanti», commentò Lisa Harper.
«Hobby casalinghi», sottolineò Rita. «Passo il tempo in questa stanza o in un punto da cui possa vedere la porta di casa. Non esco molto e non mi piace incontrare gente. Perciò ascolti il mio consiglio, faccia in modo che non le accada.» L'agente assentì. «Cercherò.»
«Il seminterrato», affermò quindi in tono pratico la Scimeca.
Fece loro strada verso una porta sotto le scale: era vecchia, fatta di assi di pino dipinte più volte. Oltre la porta, una scala stretta scendeva in un locale dall'aria gelida, che odorava lievemente di benzina e di pneumatici.
«Dobbiamo passare dal garage», spiegò la donna.
Un'auto nuova occupava l'intero spazio, una berlina lunga e bassa della Chrysler, di color oro. Passarono in fila lungo il fianco della vettura, poi Rita aprì una porta e vennero investiti dal puzzo di muffa tipico degli scantinati. La Scimeca tirò una cordicella, e si accese una lampada gialla, molto luminosa.
«Eccoci», affermò.
La temperatura nel seminterrato era elevata per via della caldaia. Era un ambiente spazioso e quadrato, con mensole a rastrelliera a ogni parete. Tra i travetti faceva capolino il materiale isolante in fibra di vetro, e vari tubi del riscaldamento risalivano i muri, per poi penetrare nelle assi del pavimento. Al centro spiccava uno scatolone solitario, sistemato obliquamente rispetto alle pareti, fuori posto in mezzo all'ordine che regnava sulle scaffalature circostanti. Stesse dimensioni, stesso cartone marrone, stessa scritta stampata in nero, stesso disegno, stessa marca. Era chiuso da nastro adesivo marrone lucido e pareva nuovo di zecca.
«Hai un coltello?» le domandò Reacher.
Rita indicò con un cenno l'area degli attrezzi. Appesa al muro c'era una tavola piena di arnesi disposti in file ordinate. Jack prese un coltello da linoleum con attenzione, perché sapeva per esperienza che di solito con l'attrezzo si staccava anche il piolo. Ma non in quel caso. Notò, infatti, che ogni piolo era fissato alla tavola con un piccolo dispositivo di plastica.
Si avvicinò allo scatolone e tagliò il nastro, poi, girato il coltello, usò il manico per sollevarne i lembi. Sotto vide cinque cerchi gialli, scintillanti.
Cinque coperchi di latte di vernice, che riflettevano la luce sovrastante. Infilò il coltello sotto uno dei manici metallici e sollevò una latta fino ad altezza occhi, ruotandola alla luce. Era una semplice latta di metallo, priva di scritte a eccezione di una piccola etichetta bianca con sopra stampati una stringa di numeri e le parole MIMETICA/VERDE.
«Ne abbiamo viste un po' di queste latte ai nostri tempi. Vero, Reacher?» commentò la Scimeca.
Lui annuì. «Sì, un po'.» Rimise quindi la latta al suo posto, abbassò i lembi dello scatolone e ripose l'attrezzo dove l'aveva preso. Poi lanciò un'occhiata a Rita. «Quand'è arrivato?»
«Non ricordo. Forse un paio di mesi fa», rispose lei.
«Un paio di mesi?» ripeté incredula la Harper.
La padrona di casa annuì. «Penso di sì, non me lo ricordo.»
«Non l'hai ordinata tu, vero?» domandò Jack.
Lei scosse il capo. «Ne ho già una. È laggiù.» Al che indicò l'area della lavanderia, in un angolo: lavatrice, asciugatrice e lavabo. Nel punto più lontano, un tappeto pulito con l'aspirapolvere. Su un bancone, cesti di plastica bianchi e bottiglie di detersivo, disposte in fila, con precisione.
«Una cosa simile, te la ricorderesti», affermò Jack. «Giusto?»
«Ho pensato che fosse per la mia coinquilina», spiegò lei.
«Hai una coinquilina?»
«L'avevo. Si è trasferita, un paio di settimane fa.»
«E hai pensato che fosse sua?»
«Mi è sembrato logico», esclamò la Scimeca. «Sta mettendo su casa, avrà bisogno di una lavatrice, no?»
«Ma non gliel'hai chiesto?»
«Perché avrei dovuto? Ho pensato che non era per me, perciò di chi altri poteva essere?»
«Ma perché l'avrebbe lasciata qui?»
«Perché è pesante, forse aveva bisogno d'aiuto per spostarla. Se n'è andata solo un paio di settimane fa.»
«Ha lasciato altre cose?» La Scimeca scosse la testa. «Questa è l'unica.» Reacher girò attorno allo scatolone e vide l'area quadrata da cui erano stati strappati i documenti di spedizione.
«Ha tolto i documenti», notò Jack.
Rita annuì. «Penso di sì. Deve sempre sistemare tutte le sue cose.» Rimasero in piedi, in silenzio, tre persone attorno a un grosso scatolone, sotto una luce gialla intensa che gettava ombre scure, irregolari.
«Sono stanca», esclamò la Scimeca. «Abbiamo finito? Vorrei che ve ne andaste, ora.»
«Un'ultima cosa», la fermò Jack.
«Quale?»
«Di' all'agente Harper che cosa facevi quand'eri in servizio.»
«Perché? Che ha a che fare con tutto questo?»
«Voglio solo che lo sappia.» Lei si strinse nelle spalle, perplessa. «Collaudavo armi.»
«Spiegale in che cosa consisteva.»
«Collaudavamo le armi nuove che arrivavano dalla fabbrica.»
«E?»
«Se corrispondevano alle specifiche, le passavamo alla fureria.» Ci fu un attimo di silenzio. La Harper lanciò un'occhiata a Reacher, altrettanto perplessa.
«Bene. Adesso ce ne andiamo», disse Jack.
Rita li condusse alla porta che dava nel garage, tirò la cordicella e spense la luce. Fece loro strada accanto all'auto e lungo la scaletta, fin su nell'ingresso. Attraversò la stanza e guardò dallo spioncino, poi aprì la porta principale. L'aria era fredda e umida.
«Addio, Reacher», esclamò Rita. «È stato un piacere rivederti.» Poi si voltò verso Lisa Harper. «Si fidi pure di lui», la rassicurò. «Io lo faccio tuttora, sa. E la mia è proprio un accidente di raccomandazione, mi creda.» La porta si richiuse dietro di loro mentre si allontanavano lungo il vialetto. Udirono lo scatto della serratura a cinque metri di distanza. L'agente locale li vide salire in auto. Dentro, l'abitacolo era ancora caldo. La Harper avviò il motore e mise il riscaldamento al massimo, per mantenere quella temperatura.
«Aveva una coinquilina», osservò lei.
Jack annuì.
«Allora la sua teoria è sbagliata. Sembrava vivesse da sola, ma non era così. Dobbiamo ricominciare da zero.»
«Forse non proprio da zero. È sempre un sottogruppo. Deve esserlo.
Nessuno prende di mira novantuno donne, sarebbe una follia.»
«Rispetto a che cosa? A mettere una donna morta in una vasca piena di vernice?» domandò lei.
Reacher assentì di nuovo. «Ora che facciamo?»
«Torniamo a Quantico», rispose lei.
Il viaggio durò nove ore. Raggiunsero Portland in macchina, lì presero un turboelica per Seattle-Tacoma, un jet della Continental per Newark e uno della United per il Distretto della Columbia. Un agente del Bureau venne a prenderli e li portò a sud, in Virginia. Reacher dormì per la maggior parte del tempo e, nei brevi periodi in cui rimase sveglio, ebbe la mente annebbiata dalla fatica. Quando attraversarono la zona dei marines, si sforzò di tornare vigile. La guardia dell'FBI al cancello gli diede un nuovo pass per visitatori, e l'autista parcheggiò davanti all'ingresso principale. Lisa lo condusse all'interno, dopodiché presero l'ascensore per raggiungere la sala riunioni al quarto piano sotterraneo, con la carta da parati lisa, le finestre finte e le fotografie di Lorraine Stanley appese alla lavagna. Il televisore era acceso, sempre privo di audio, e trasmetteva gli eventi della giornata al Campidoglio. Blake, Poulton e la Lamarr sedevano al tavolo davanti a un cumulo di carte. I primi due avevano l'aria tesa, la donna era bianca come i fogli che le stavano di fronte, gli occhi infossati, segnati dalla tensione.
«Mi lasci indovinare», esclamò Blake. «Lo scatolone della Scimeca è arrivato un paio di mesi fa, e lei è stata in certo qual modo vaga quando le avete chiesto spiegazioni. E non c'erano lettere di vettura.»
«Credeva fosse della coinquilina», spiegò l'agente Harper. «Non viveva da sola, perciò la lista con gli undici nomi non vale.» Blake scosse la testa. «No, vale esattamente come prima», replicò. «Undici donne che sembrano vivere da sole a qualcuno che studia un elenco.
Abbiamo verificato telefonando a tutte le altre: ottantotto chiamate. Abbiamo finto di essere addetti al servizio clienti di uno spedizioniere. Ci sono volute ore, ma nessuna sapeva niente di scatoloni inattesi. Perciò ottantotto donne sono fuori dal gioco, e undici restano in ballo. Pertanto la teoria di Reacher è valida. La faccenda della coinquilina ha colto lui di sorpresa, e sorprenderà anche il nostro uomo.» Jack lo guardò, gratificato e un po' stupito.
«Ehi, riconosciamo i giusti meriti», aggiunse Blake.
La Lamarr annuì, si mosse e scrisse un appunto in fondo a un lungo elenco.
«Mi spiace per la perdita che ha subito», le disse Jack.
«Forse la si sarebbe potuta evitare. Se avesse collaborato fin dall'inizio», replicò lei.
Nella stanza scese il silenzio.
«Così ne restano sette su sette», proseguì Blake. «Niente documenti, spiegazioni vaghe.»
«C'è un altro caso di condivisione dell'alloggio», affermò Poulton. «Inoltre, tre donne hanno ricevuto pacchi che non aspettavano e hanno impiegato un bel po' a mettere a fuoco la questione. Due si sono dimostrate estremamente vaghe.»
«La Scimeca lo è stata alquanto, su questo non ci sono dubbi», osservò Lisa Harper.
«È una donna traumatizzata. È già tanto che riesca a reagire come fa», intervenne Jack.
La Lamarr concordò con un lieve cenno del capo, poi chiese: «A ogni modo, non ci condurrà da nessuna parte, giusto?»
«Che sappiamo degli spedizionieri?» domandò Jack. «State controllando?»
«Non sappiamo chi siano», obiettò Poulton. «Mancano i documenti di tutti e sette gli scatoloni.»
«Non ci sono tante possibilità», dichiarò Reacher.
«Davvero?» replicò l'agente. «UPS, FedEx, DHL, Airborne Express, il maledetto servizio postale americano, più i vari subappaltatori locali.»
«Controllateli tutti», disse semplicemente Jack.
L'uomo si strinse nelle spalle. «E che cosa chiediamo? Tra i milioni di pacchi che avete consegnato negli ultimi due mesi, vi ricordate quello che c'interessa?»
«Ma dovete tentare», insistette Reacher. «Iniziate da Spokane. Di una destinazione sperduta come quella, nel bel mezzo del nulla, l'autista potrebbe ricordarsi.» Blake si protese e annuì. «D'accordo, tenteremo lì, ma solo lì, altrimenti è impossibile.»
«Perché le donne sono state tanto vaghe?» chiese l'agente Harper.
«Per ragioni complesse», spiegò la Lamarr. «Come ha detto Reacher, sono traumatizzate, tutte quante, in misura più o meno grave. Un grosso pacco arriva, inatteso, è una specie d'invasione del loro territorio privato, e la loro mente lo rimuove. Questo io mi aspetto come reazione, in casi del genere.» La sua voce era bassa e tesa, le mani ossute appoggiate sul tavolo davanti a lei.
«Mi sembra strano», obiettò la Harper.
La collega scosse la testa, paziente come una maestra. «No, è quello che io mi aspetterei. Non guardarlo secondo la tua ottica. Queste donne sono state aggredite, fisicamente e psicologicamente. È un'esperienza che cambia le persone.»
«E adesso sono preoccupate», aggiunse Jack. «Metterle sotto protezione ha significato spiegar loro ogni cosa. La Scimeca era indubbiamente molto scossa. E a ragione: lassù è molto isolata. Se io fossi l'assassino, sceglierei lei come mia prossima vittima. Credo che anche lei abbia tratto la stessa conclusione.»
«Dobbiamo prenderlo», disse decisa l'agente Lamarr.
Blake era d'accordo. «Adesso non sarà facile. Ovviamente sorveglieremo ventiquattr'ore su ventiquattro le sette donne che hanno ricevuto lo scatolone, ma lui se ne accorgerà a un chilometro di distanza, perciò non lo coglieremo sul fatto.»
«Scomparirà per un po', finché non toglieremo la sorveglianza», aggiunse la Lamarr.
«Quanto durerà la protezione?» domandò Lisa Harper.
«Tre settimane», rispose Blake. «Di più, diventerebbe un grosso problema.» Lei lo fissò.
«Dev'esserci un limite», affermò il suo superiore. «Che cosa vuole? Una guardia del corpo che le sorvegli ventiquattr'ore al giorno per il dannato resto della loro vita?» Nella stanza piombò di nuovo il silenzio.
Poulton impilò le sue scartoffie. «Quindi abbiamo tre settimane per scovarlo», concluse.
Blake fece un gesto eloquente e posò le mani sul tavolo. «Il piano è che istituiremo dei turni, per ventiquattr'ore al giorno, da ora. Uno di noi dorme mentre gli altri lavorano. Julia, a lei spetta il primo periodo di riposo, dodici ore, da ora.»
«Non voglio riposare.» L'agente assunse un'espressione imbarazzata. «Che lo voglia o no, lo farà.» Lei scosse la testa. «No, devo prendere in mano la situazione, dia il primo riposo a Poulton.»
«Niente discussioni, Julia. Dobbiamo organizzarci.»
«Ma sto bene. Ho bisogno di lavorare. E, in ogni caso, non riuscirei a dormire.»
«Dodici ore, Julia», ribadì Blake. «Ha inoltre diritto a prendersi qualche giorno. Congedo per lutto, lo sa già.»
«Non lo farò», replicò lei.
«Lo farà.»
«Non posso», insistette la Lamarr. «Devo partecipare alle indagini, in questo preciso momento.» Rimase seduta, irremovibile, un'espressione risoluta sul viso.
Blake sospirò e guardò altrove. «In questo momento non può.»
«Perché no?» Lui la fissò direttamente negli occhi. «Perché è appena arrivato il corpo di sua sorella per l'autopsia. E lei non può partecipare anche a questa. Non glielo permetto.» Julia fece un tentativo di replicare qualcosa. Aprì e chiuse la bocca un paio di volte, ma non emise nessun suono. Poi batté le palpebre e distolse lo sguardo.
«Dodici ore, allora», sottolineò Blake.
La Lamarr fissò il tavolo. «Avrò i dati?» chiese.
«Sì, temo proprio di sì», rispose lui.