19
Lasciarono camici e soprascarpe in un mucchio accanto alla porta, poi si diressero a sinistra e, attraversando tutta una serie di passaggi e corridoi, giunsero all'ingresso principale del reparto di patologia. Ripercorsero il lungo tratto esterno, superando i posteggi, fino all'edificio principale, come se una camminata veloce all'aria gelida d'autunno potesse togliere loro di dosso l'odore della vernice e della morte. Presero l'ascensore e scesero al quarto piano interrato, in silenzio. Imboccarono lo stretto corridoio e si riversarono nella sala conferenze, dove trovarono Julia Lamarr seduta da sola alla scrivania, lo sguardo fisso sul televisore muto.
«Non dovrebbe trovarsi qui», osservò Blake.
«Stavely ha concluso qualcosa?» domandò lei.
Il suo superiore scosse il capo. «Non ancora. Sarebbe dovuta andare a casa.» Lei scrollò le spalle. «Gliel'ho detto, non posso andare a casa. Devo continuare a tenere le redini in mano.»
«Ma è sfinita.»
«Intende dire che non sono efficiente?» Blake sospirò. «Julia, mi dia tregua. Devo organizzarmi. Se lei crolla perché è esaurita, non mi sarà utile in nessun modo.»
«Questo non accadrà.»
«Era un ordine, se ne rende conto?» La Lamarr fece un cenno con la mano, come in segno di rifiuto, e la Harper la fissò.
«Era un ordine», ripeté Blake.
«E io l'ho ignorato», ribatté Julia. «Adesso che ha intenzione di fare?
Dobbiamo lavorare. Abbiamo tre settimane per prenderlo. Non è molto.» Reacher scosse la testa. «Invece lo è.» Lisa Harper si voltò a guardarlo.
«Se ora parliamo del suo movente», aggiunse Jack.
Nella stanza calò il silenzio, e la Lamarr s'irrigidì sulla sedia.
«Credo sia chiaro», replicò lei.
«A me no», ribatté Jack.
L'agente si voltò verso Blake, in cerca di sostegno. «Non possiamo ridiscutere l'intera questione. Non ora», si lamentò.
«Invece dobbiamo farlo», disse deciso Reacher.
«Lo abbiamo già fatto», scattò lei.
«Calma, ragazzi», intervenne Blake. «Calma. Abbiamo solo tre settimane e non sprecheremo nemmeno un minuto di tempo in discussioni.»
«Le sprecherete tutte e tre, se continuate su questa strada», osservò Jack.
All'improvviso l'aria si caricò di tensione. La Lamarr abbassò lo sguardo sul tavolo, e Blake rimase in silenzio, poi cedette dicendo: «Ha tre minuti, Reacher. Ci dica quello che ha in mente».
«Sul movente, vi sbagliate», dichiarò Jack. «Questo ho in mente. E la cosa v'impedisce di cercare nei posti giusti.»
«Abbiamo già esaminato la questione», ripeté l'agente Lamarr.
«Sì, ma dobbiamo riesaminarla», insistette Reacher con delicatezza.
«Perché, se cerchiamo nei posti sbagliati, non troveremo il nostro uomo. Il che è alquanto ovvio, non credete?»
«Ce n'è proprio bisogno?» chiese polemica Julia.
«Due minuti e trenta secondi», annunciò Blake. «Ci dica quello che sa, Reacher.» Jack inspirò. «È un uomo in gamba, giusto? Molto in gamba. Particolarmente in gamba. Ha commesso quattro omicidi con una tecnica stravagante, complessa, e non si è lasciato alle spalle la minima traccia. Ha commesso un solo errore: lo scatolone aperto. E si tratta di un errore piuttosto irrilevante, perché non ci porterà da nessuna parte. Perciò abbiamo un uomo che ha gestito con successo migliaia di decisioni, migliaia di dettagli in condizioni di urgenza e di tensione. Finora ha ucciso quattro donne e non sappiamo nemmeno come.»
«Allora?» lo interruppe Blake. «Qual è il punto?»
«La sua intelligenza», rispose Jack. «È speciale: pratica, efficace, legata al mondo reale. È un uomo coi piedi per terra, un pianificatore, un pragmatico. È addestrato a risolvere i problemi, profondamente razionale, affronta la realtà.»
«Allora?» chiese ancora Blake.
«Allora lasci che le faccia una domanda. Lei ha problemi nei confronti dei neri?»
«Che cosa?»
«Risponda alla domanda.»
«No, non ne ho.»
«Ce ne sono di buoni e di cattivi, non è così?»
«Certo, di buoni e di cattivi.»
«E con le donne? Ce ne sono di buone e di cattive, giusto?» Blake assentì. «Giusto.»
«E se qualcuno le dicesse che i neri o le donne sono inferiori?»
«Gli direi che ha torto.»
«Lei direbbe che ha torto perché saprebbe che è così, perché nel profondo del suo cuore sa qual è la verità.» L'agente assentì di nuovo. «Certo. E allora?»
«Allora questo è quello che penso anch'io. I razzisti hanno sostanzialmente torto. E anche i sessisti. Non c'è discussione. Si tratta, essenzialmente, di una posizione del tutto irrazionale. Perciò rifletta: un uomo che se la prende di brutto per questa faccenda delle molestie è un uomo che ha torto. Qualsiasi uomo che incolpi una vittima ha torto. E un uomo che voglia vendicarsi di una vittima ha profondamente torto. Gli manca qualche rotella, ha il cervello che non gli funziona molto bene. Non è razionale, non affronta la realtà e, del resto, non potrebbe nemmeno farlo. Sotto sotto è uno stupido.»
«Quindi?»
«Il nostro uomo non è uno stupido. Abbiamo appena concordato sul fatto che è molto in gamba. Non in modo eccentrico, pazzoide, bensì in modo concreto. È razionale, pragmatico, efficace. Affronta la realtà. Lo abbiamo appena detto.»
«Quindi?»
«Quindi non agisce per rabbia nei confronti di queste donne. Non può essere, non è possibile. Se si vive nel mondo reale, non si può essere in gamba e, nel contempo, stupidi. Non si può essere razionali e irrazionali.
Non si può affrontare la realtà e, nello stesso tempo, non affrontarla.» La stanza piombò nel silenzio.
«Noi conosciamo il suo movente», insistette Julia Lamarr. «Quale altro potrebbe essere? Il gruppo bersaglio è troppo specifico perché sia diverso.» Reacher scosse il capo. «Che vi piaccia o no, dal modo in cui ne descrivete il movente, emerge il quadro di un uomo disturbato. Ma un uomo disturbato non commetterebbe questi crimini.» La Lamarr serrò i denti, e Jack ne udì il colpo secco e lo stridore. La osservò, e lei scosse la testa. I suoi radi capelli ondeggiarono, rigidi, come se fossero pieni di lacca.
«Allora, gran genio, quale sarebbe il suo vero movente?» domandò la donna, la voce bassa e pacata.
«Non lo so», rispose Jack.
«Non lo sa? Vuole scherzare? Mette in dubbio la mia esperienza e non lo sa?»
«Dev'essere qualcosa di semplice. È sempre così, non le pare? Novantanove volte su cento la ragione più semplice è quella giusta. Forse per voi quaggiù le cose sono diverse, ma là fuori, nel mondo reale, funziona così.» Nessuno disse una parola. A quel punto, la porta si aprì e nella sala silenziosa entrò Poulton, biondiccio, un sorrisetto sotto i baffi che svanì non appena percepì l'atmosfera di gelo. Senza parlare, si sedette accanto alla Lamarr ed estrasse un pacco di carte, con atteggiamento quasi difensivo.
Infine domandò: «Che succede?» Blake indicò Jack con un cenno del capo. «Il nostro genio sta mettendo in discussione il movente suggerito da Julia.»
«Cos'ha che non va?»
«Il nostro genio sta per rivelarcelo. È arrivato giusto in tempo per la conferenza dell'esperto.»
«Notizie del cacciavite? Conclusioni?» volle sapere a questo punto Reacher.
Poulton recuperò il sorriso. «Quel cacciavite o uno identico è stato usato per aprire i coperchi delle latte. I segni corrispondono alla perfezione. Ma che storia è questa del movente?» Jack inspirò e guardò le facce che aveva di fronte. Blake, ostile; la Lamarr, bianca e tesa; Poulton, inespressivo.
«Bene, pendiamo tutti dalle sue labbra», esclamò Blake.
«Dev'essere qualcosa di semplice», ripeté Jack. «Qualcosa di semplice e ovvio. Di banale. E di abbastanza lucroso da giustificarne la tutela.»
«Sta tutelando qualcosa?» Reacher annuì. «È quello che penso. Credo che stia eliminando dei testimoni.»
«Testimoni di che?»
«Di un racket di qualche genere, immagino.»
«Che genere di racket?» Jack si strinse nelle spalle. «Qualcosa di grosso, di sistematico.» Di nuovo silenzio.
«All'interno dell'esercito?» domandò la Lamarr.
«Certo», rispose Reacher.
«Bene», commentò Blake. «Un grosso e sistematico racket all'interno dell'esercito. Di che tipo?»
«Non lo so», disse Jack.
Ci fu un altro momento di silenzio. L'agente Lamarr si coprì il volto con le mani, e le spalle iniziarono a tremarle. Poi prese a dondolare avanti e indietro. Reacher la fissò: stava singhiozzando, come se avesse il cuore spezzato. Se ne accorse con un attimo di ritardo, perché era assolutamente silenziosa.
«Julia?» esclamò Blake. «Si sente bene?» Lei si tolse le mani dal viso e gesticolò disperata, come per dire: si, no, un momento. Aveva il volto bianco, contorto, angosciato, gli occhi chiusi.
La stanza era silenziosa, si udiva solo il rantolo del suo respiro.
«Mi spiace», ansimò.
«Non si preoccupi. È lo stress», la rassicurò il suo superiore.
Lei scosse il capo, con violenza. «No, ho fatto uno sbaglio terribile. Perché credo che Reacher abbia ragione. Dev'essere così. Io avevo torto, fin dapprincipio. Ho incasinato tutto, ho sbagliato, avrei dovuto capirlo prima.»
«Non ci pensi ora», la esortò Blake.
Lei sollevò la testa e lo fissò. «Non ci dovrei pensare? Ma non capisce?
Tutto il tempo sprecato?»
«Non importa», rispose debolmente Blake.
Lei continuò a fissarlo. «Invece importa, eccome. Non capisce? Mia sorella è morta perché io ho sprecato tutto questo tempo. È colpa mia. Io ho ucciso mia sorella. Perché ho sbagliato.» La sala piombò di nuovo nel silenzio.
Blake la guardò, disorientato. «Ha bisogno di un po' di riposo», stabilì.
Lei scosse il capo e si asciugò gli occhi. «No, no, devo lavorare. Ho già sprecato troppo tempo. Adesso devo riflettere, devo recuperare.»
«Dovrebbe andare a casa, prendersi un paio di giorni.» Reacher la osservò. Era accasciata sulla sedia come se l'avessero pestata a sangue, il volto rosso e a chiazze, il respiro corto, gli occhi vitrei, vuoti.
«Ha bisogno di riposo», insistette Blake.
Lei si agitò e scosse la testa. «Forse, dopo», mormorò.
Seguì l'ennesimo attimo di silenzio.
Julia si raddrizzò a fatica sulla sedia e si sforzò di controllare il respiro.
«Forse riposerò dopo», ribadì. «Ma ora devo lavorare. Tutti dobbiamo lavorare. Dobbiamo pensare: all'esercito. Quale genere di racket?»
«Non lo so», ripeté Jack.
«Be', allora ci rifletta, santo cielo», ribatté la Lamarr con tono secco.
«Quale racket potrebbe tutelare?»
«Ci dica quello che sa, Reacher», intervenne Blake. «Non è arrivato fin qui senza avere un'idea.» Lui si strinse nelle spalle. «Be', una mezza idea ce l'ho.»
«Ci dica quello che sa.»
«D'accordo, che mansione svolgeva Amy Callan?» Blake restò interdetto e guardò Poulton.
«Addetta alle armi e munizioni», rispose questi.
«Lorraine Stanley?»
«Sergente furiere.» Reacher tacque per un istante. «Alison?»
«Supporto operativo alla fanteria», rispose Julia con tono indifferente.
«No, prima di quello.»
«Battaglione di trasporto.» Jack annuì. «Rita Scimeca?» La Harper s'intromise, dicendo: «Collaudo armi. Adesso capisco perché le ha chiesto di rivelarmelo».
«Perché?» domandò Blake.
«Perché qual è il potenziale nesso tra un addetto alle armi e munizioni, un sergente furiere, un autista di un battaglione di trasporto e un collaudatore d'armi?» chiese a sua volta Reacher.
«Ce lo dica lei.»
«Che cos'ho preso a quei tizi del ristorante?» Blake fece spallucce. «Non lo so. Quello è compito di James Cozo, a New York. So che ha rubato loro del denaro.»
«Avevano delle pistole», precisò Reacher. «Beretta M9, coi numeri di serie cancellati. Questo cosa significa?»
«Che se le erano procurate illegalmente.»
«Esatto. Dall'esercito. Le Beretta M9 sono d'ordinanza.» Blake appariva perplesso. «E allora?»
«Allora, se il nostro uomo è nell'esercito e tutela un racket, questo racket implica probabilmente il reato di furto e, se la posta in gioco è tanto alta da portare all'assassinio, probabilmente il furto riguarda armi, perché lì sta il denaro. E queste donne erano tutte in posizioni in cui avrebbero potuto essere testimoni di furti. Erano nel sistema, trasportavano e collaudavano le armi immagazzinate, in continuazione.» Ci fu ancora silenzio, poi Blake scosse il capo. «Lei è pazzo», esclamò.
«Sono solo coincidenze. Le connessioni sono ridicole. Quante possibilità ci sono che tutte le testimoni siano anche vittime di molestie?»
«È solo un'idea», mormorò Jack. «Ma la possibilità esiste, a mio parere.
L'unica che è stata veramente vittima di molestie è la sorella di Julia. Caroline Cooke non conta, perché nel suo caso si è trattato di un tecnicismo.»
«E che mi dice della Callan e della Stanley?» chiese Poulton. «Quelle non le chiama molestie?» Reacher scosse il capo, ma la Lamarr fu più svelta a rispondere. Aveva il busto chino, le dita tamburellanti sul tavolo, gli occhi di nuovo pieni di vita, completamente all'erta.
«No, usate la testa, ragazzi», esclamò. «Considerate la faccenda in modo trasversale. Non erano vittime di molestie e testimoni: erano vittime di molestie in quanto testimoni. Se fate parte di un racket all'interno dell'esercito e nella vostra unità c'è una donna che non è disposta a chiudere un occhio su ciò che vorreste invece ignorasse, che fate? Ve ne sbarazzate, ecco cosa. E qual è il modo più rapido per farlo? La mettete in imbarazzo sessualmente.» Seguirono altri istanti di silenzio, poi Blake scosse di nuovo la testa.
«No, Julia», affermò. «Reacher immagina cose che non esistono, e questo è quanto. Sono solo coincidenze. Quante possibilità ci sono che lui una sera, nel vicolo di un ristorante, si sia imbattuto nello stesso racket che sta uccidendo le nostre donne? Una su un milione, come minimo.»
«Una su un miliardo», gli fece eco Poulton.
La Lamarr lo fissò. «Santo cielo, usate la testa», gridò. «È ovvio che non dice di essersi imbattuto nello stesso racket, probabilmente quello è totalmente diverso, perché ci saranno centinaia di racket nell'esercito, giusto, Reacher?» Jack annuì. «Giusto. L'episodio del ristorante mi ha solo indotto a riflettere in questa direzione, nient'altro, in termini generali.» Ancora un attimo di silenzio.
Blake divenne paonazzo. «Centinaia di racket?» ripeté. «E questo in che modo ci aiuterà? Centinaia di racket, centinaia di militari coinvolti, come scoveremo quello giusto? Un ago in un maledetto pagliaio. Ci vorranno tre anni, e noi abbiamo solo tre settimane.»
«E la vernice?» chiese Poulton. «Se vuole eliminare delle testimoni, perché non spara loro alla testa con una calibro 22 silenziata? Non perderebbe tempo con tutta quella roba, e quel rituale tipico da serial killer.» Reacher lo guardò negli occhi. «Infatti», osservò. «La concezione che lei ha del movente è dettata dalla modalità dell'uccisione. Ci rifletta. Se tutte quante avessero avuto un proiettile di una calibro 22 silenziata in testa, che cosa avrebbe pensato?» Poulton non disse nulla, ma nel suo sguardo si leggeva il dubbio.
Blake si protese sulla sedia e posò le mani sul tavolo. «Le avremmo definite esecuzioni», rispose infine al posto di Poulton. «Non avrebbe cambiato la nostra valutazione del movente.»
«No, sia onesto con me», replicò Jack. «Credo avreste avuto una visione un po' più aperta, avreste gettato la vostra rete in un'area più ampia. Certo, avreste considerato la questione delle molestie, ma anche altri fattori. Fattori più comuni. Di fronte a una serie di cadaveri con un proiettile in testa, avreste considerato ragioni più banali.» Blake restò immobile, esitante e silenzioso. Il che equivaleva a una confessione.
«Un proiettile in testa è in un certo qual modo normale, giusto?» domandò Reacher. «Nella vostra ottica. Perciò avreste ricercato ragioni normali. Come l'eliminazione di un testimone di un crimine. Con un proiettile in testa, io penso che vi sareste già buttati sui loschi traffici dell'esercito, alla ricerca di un abile giustiziere. Ma il vostro uomo vi ha depistati, mascherandosi dietro tutte queste bizzarre stronzate. Vi ha gettato un po' di fumo negli occhi, si è camuffato e vi ha spinti a entrare in uno strano mondo psicologico. Vi ha manipolati, perché è molto in gamba.» Blake continuava a tacere.
«Non che la cosa fosse difficile», aggiunse Reacher.
«Sono solo congetture», replicò l'agente.
Jack ne conveniva. «Certamente, lo sono. Ve l'ho detto, è solo una mezza idea. Ma è quello che fate voi quaggiù, non è vero? Ve ne state seduti qui tutto il giorno, a consumarvi le braghe e a rimuginare mezze idee.» Nella sala ci furono altri lunghi attimi di silenzio.
«Tutte cazzate», commentò dopo un po' Blake.
«Sì, forse è così», disse Reacher. «Ma forse no. Forse è un militare che sta facendo soldi a palate coi suoi traffici di cui queste donne erano al corrente. E si sta nascondendo dietro le molestie sessuali, mettendo in scena una sorta di psicodramma. Sapeva che avreste abboccato subito, che vi avrebbe indotto a indagare nella direzione sbagliata. Perché è molto in gamba.» Silenzio.
«Ora sta a voi», concluse Reacher.
«Julia?» chiese Blake.
Il silenzio durò ancora per qualche minuto, poi la Lamarr annuì, lentamente. «È un quadro plausibile, anzi forse più che plausibile. Potrebbe avere perfettamente ragione. Tanto che credo dovremmo controllare. Massimo impegno, da subito.» Di nuovo silenzio.
«Non penso che dovremmo sprecare altro tempo», sussurrò Julia.
«Invece si sbaglia», replicò Poulton. Stava scartabellando tra i suoi dossier, la voce sonora e vivace. «Caroline Cooke lo dimostra», esclamò. «Era ai Piani di guerra alla NATO. Un incarico amministrativo d'alto livello.
Non è mai stata vicino ad armi, magazzini o furerie.» Reacher non disse nulla, e dopo pochi istanti il silenzio fu rotto dal rumore della porta che si spalancava. Stavely si precipitò nella sala, grosso, concitato, inopportuno. Indossava un camice bianco da laboratorio e aveva i polsi sporchi di verde là dove la vernice era fluita oltre i guanti.
La Lamarr vide quei segni e divenne più bianca del camice del patologo.
Li fissò per alcuni lunghi attimi, poi chiuse gli occhi e ondeggiò, quasi fosse sul punto di svenire. Si tenne al tavolo, i pollici sotto, le altre pallide dita sulla superficie, aperte, i tendini sottili in rilievo come fili tremanti.
«Ora andrò a casa», affermò in tono pacato. Quindi si chinò e afferrò la borsetta. Si mise la cinghia in spalla, si ravviò i capelli, spinse indietro la sedia e si alzò. Camminò con passo lento e incerto fino alla porta, gli occhi fissi sui resti degli ultimi attimi di vita della sorella spalmati sui polsi del patologo. Mentre avanzava, voltò il capo per non perderli di vista. Poi, a fatica, distolse lo sguardo e aprì la porta. La oltrepassò e lasciò che si richiudesse delicatamente alle sue spalle.
«Che c'è?» domandò Blake.
«So come le uccide», affermò il medico. «Ma c'è un problema.»
«Quale problema?»
«È impossibile.»