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Sono all’esterno. A fissare il cielo. Per un secondo non riuscii a pensare chiaramente. Il rumore mi fracassava il cervello. Sei motori a ventotto cilindri mi rombarono sopra la testa e riuscivo solo a sentire la potenza dell’enorme Peacemaker che volava in cielo, il suo intenso e sconvolgente potere. Lo chiamavano Peacemaker perché bastava guardarlo avvicinarsi per ritrovarsi in ginocchio e invocare la pace all’istante.
Ma non ero pronta per fare pace. Non in quel momento, non mentre quegli uomini di guerra guardavano con tale devozione il cielo tanto da non notare quello che succedeva davanti ai loro nasi.
Ci avevano ammassati fuori e divisi in quattro gruppi per il tour, pronti per fare il giro delle strutture ricreative del campo: la palestra, la piscina, il cinema, i bar, la sala giochi, la biblioteca, il ring in palestra, oltre alla chiesa, all’ospedale e al centro di controllo tecnico. Mi sembrava una pessima idea. Era come mostrare a dei bambini affamati la bistecca e le patatine fritte che mangi ogni sera.
«Per prima cosa,» annunciò il maggiore Joel Dirke «vi mostreremo i protagonisti di oggi: gli aerei. Ma non avvicinatevi troppo. Non vorrei mai che veniste risucchiati da un jet o polverizzati da un’elica.» Fece oscillare la mano come un mago che estraeva tali aggeggi dal cilindro e ci girammo tutti a osservare il grande gruppo di velivoli all’inizio della pista, i motori già accesi. «I caccia Thunderjet si trovano davanti. I bombardieri B-50 sono dietro.»
Vidi come li guardava. Come un genitore guarda con orgoglio e gioia un figlio che canta sul palco. Clarisse era stata inserita in un altro gruppo ma io mi ero diretta subito verso quest’altro quando avevo visto che Joel sarebbe stato il nostro cicerone. Cosa interessante: il sindaco fece altrettanto. Mi si avvicinò.
«Hai fatto un po’ troppe domande, Eloïse» disse, sporgendosi per controllare le mie reazioni. «Ti stai mettendo in mezzo.»
Nessun preambolo. Nessuna gentilezza. Niente: «È bello vederti qui, Eloïse». Non mi ritrassi.
«In cosa mi starei mettendo in mezzo?» chiesi.
«In cose che non capisci. Tra persone che non conosci.» Aggiunse con enfasi: «Persone che è meglio che tu non conosca».
Aveva uno sguardo severo e cupo. Se pensava di potermi spaventare aveva ragione. Il sangue mi pulsava in petto.
Gli sorrisi. «Mi sorprende che oggi non abbia portato la sua macchina fotografica.»
«In che senso?»
«Be’, so che le piace tenere delle foto nei cassetti della scrivania.»
Lo stavo provocando. Alla grande.
Si morse il labbro così forte che doveva aver sentito il gusto del sangue. In effetti la cosa lo prevenne dal parlare ma l’espressione nei suoi occhi non fece altro che farmi aumentare il battito cardiaco.
«Ora, signori e signore,» disse il maggiore Dirke alzando la voce per farsi sentire oltre il crescente rumore dei motori degli aerei «vi presento la pista degli elefanti.»
In molti risero.
«La pista degli elefanti è un termine usato dall’USAF quando parecchi aerei si dispongono in formazione sulla pista per poi decollare in massa.» Mi sorrise. Non ricambiai.
Dodici aerei argentei stavano venendo verso di noi. Davanti c’erano sei caccia a coppie con sei enormi bombardieri al seguito e la scritta U.S. AIR FORCE incisa a grandi lettere sulle fiancate in caso ci dimenticassimo chi si stesse esibendo per noi quel giorno. Mi guardai attorno in cerca di Léon perché lo volevo al mio fianco ma era in fondo ai quattro gruppi, impegnato in una conversazione con il colonnello Masson. Immaginai stessero parlando dell’omicidio di Mickey Ashton, ma furono costretti al silenzio quando il gemito assordante dei jet si intensificò.
Una falange di puro potere ci superò rombando mentre i primi due caccia si sollevavano in aria con forza impressionante, tanto che ne sentii la soverchiante pressione sul corpo. Mi scuoteva i polmoni e mi comprimeva le orbite. Faceva vibrare la terra sotto ai piedi. Mi scuoteva. L’adrenalina pulsava. Quando il successivo paio di caccia accelerò con un’esplosione che ci perforò i timpani guardai le facce pietrificate che mi circondavano. Tutte eccetto una.
Il tempo sembrò rallentare quando mi accorsi di un viso i cui occhi sbattevano piano le palpebre, una mano senza anelli che sbottonava la giacca, si infilava all’interno, sotto a una camicetta color ostrica per estrarre…
Il tempo accelerò. Rotolò in avanti e cominciai a muovermi. Per aprire la bocca. Per gridare un avvertimento. Per trascinare i piedi lontano dall’asfalto in cui erano sprofondati e scagliarmi in avanti.
Troppo tardi. Allungai la mano ma… non trovai nulla. La preside se n’era andata. Mademoiselle Madeleine Caron stava correndo attraverso lo spazio che si era creato tra i visitatori e la pista quanto più veloce le consentivano le sue lunghe gambe e in ciascuna mano stringeva quello che sembrava un grande uovo marrone. L’ampia gonna le svolazzava attorno alle gambe a ogni falcata e il capello era volato via, così i lunghi capelli ingrigiti si libravano nell’aria.
Dagli astanti si levò un grido collettivo e i piloti urlarono per avvertire del pericolo. Ma entrambi vennero inghiottiti dal suono assordante dei motori. Lo sparo di un fucile riverberò nell’aria, ma la pallottola si conficcò senza danni ai piedi della donna. Lei lanciò una delle granate con la grazia e la velocità di un lanciatore di cricket inglese.
Il tempo rallentò. Vedemmo tutti la granata che si muoveva ad arco nel cielo per poi colpire la pista in cemento. Rotolò ancora e ancora. Nessuno respirò. Il tempo ripartì a gran velocità. L’esplosione. Il cratere. Il carrello di atterraggio di uno degli aerei squarciato, l’ala che si schiantava a terra. Il rumore di un tonfo sordo, lo stridio del metallo.
Madeleine Caron si voltò a guardarci, le pallottole che le danzavano attorno mentre lei ripartiva, scansandole con movimenti veloci, diretta verso di noi. Sulla spalla della sua giacca affiorò una chiazza rossa ma lei continuò a correre, ritraendo l’altro braccio per lanciare quello che teneva stretto in mano.
Tutto intorno a me le persone si voltarono per scappare, urlando. Stava accadendo tutto in fretta, la gente si accalcava. In quel momento vidi il suo volto privo di colore, come se il sangue fosse confluito nella rabbia che provava. Altre due pallottole la colpirono al fianco ma lei avanzò incespicando finché un abile tiratore non la colpì direttamente alla coscia. Lei cadde in ginocchio. Ritrasse il braccio e lanciò l’ultima granata. Direttamente verso di me.
Balzai all’indietro. Cercai di correre. Un gomito mi colpì alla schiena e un piede mi si arpionò alla caviglia. Inciampai e caddi posando mani e ginocchia a terra, le unghie che artigliavano il cemento in cerca di un appiglio. Il mio corpo si preparò al momento in cui mi si sarebbero strappate le membra, ma quando arrivò l’esplosione non fu come me l’aspettavo. Certo, sentii lo scoppio. Ma poi fu come essere colpita alle spalle da un camion. Mi schiantai a terra faccia all’ingiù e un dolore color cremisi sembrò divampare fino al cervello. Capii che dovevo trovarmi alle porte dell’inferno.