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«Dov’è?»
«Chi?»
Mi sporsi verso l’anziano sul letto d’ospedale, così mi avrebbe vista per bene, avrebbe visto cosa mi balenava nello sguardo. Era tutto ossa e sottili ciuffi di capelli. «Il paziente che era nel letto qui accanto» dissi. «Non c’è più.»
«Sì, sono venuti a prenderlo.»
«Chi è venuto a prenderlo? Delle infermiere?»
«Due portantini. Con dei camici bianchi.»
«Come? Con una sedia a rotelle?»
«No, cara, con una barella.»
«Che aspetto avevano i portantini?»
Le sue fragili ossa tremarono sotto al lenzuolo. «Uomini normali, capelli castani, naso, bocca e occhi normali. Niente di particolare.» Il suo viso rugoso si increspò in un sorriso.
«Hanno parlato?»
«All’uomo steso a letto, sì.»
«Parlavano francese?»
«Sì. Ma piano. Le mie vecchie orecchie non sono più buone come un tempo. Non dovrebbe essere a letto, ragazza? Sembra stare peggio di me.»
Mi sforzai di sorridere. «Sto bene, grazie. Il paziente è andato con loro di sua spontanea volontà?»
«Oh, sì.»
Sospirai, sollevata. Mi avvicinai al letto vuoto e accostai le mani al cuscino dove si era posata la testa contusa di mio fratello, per cercare anche solo una traccia di lui, una flebile reminiscenza. Avevo commesso un errore imperdonabile. Avevo girato a destra anziché a sinistra. E adesso André ne stava pagando le conseguenze. Posai la testa sul cuscino e attesi.
Quando arrivarono ero seduta accanto al letto dell’anziano, a leggergli il giornale “Le Monde”. Un articolo sulla nostra recente vittoria nella guerra d’Indocina, in Vietnam. Le notizie di una vittoria vendevano sempre bene, soprattutto quando il governo stava affrontando una crisi convulsa.
Vidi le porte del reparto spalancarsi e gli uomini in completo che entravano. Erano in due. Sembravano fuori luogo come degli elefanti in una voliera. Uomini enormi, massicci, muscolosi, che entrarono petto all’infuori, come se fossero i padroni del posto. L’anziano li guardò e chiuse gli occhi. Si avvicinarono al letto vuoto, si sussurrarono qualcosa a vicenda e si voltarono per esaminarmi, osservando la veste da ospedale, il gesso e la fasciatura al viso.
«Dov’è l’uomo che era in questo letto?»
Feci spallucce. «Non lo so. Se n’era già andato quando sono arrivata. Provate a chiedere alle infermiere.»
«Il vecchio ha visto qualcosa?»
«Dormiva.»
Il tizio mi studiò a lungo, e provai una leggera sensazione di paura all’idea che associasse il mio viso tumefatto a un incidente d’auto. Mi alzai. Torreggiava su di me mentre imprimevo nella mente ogni lineamento del suo viso squadrato. Occhi grigi, freddi come il ghiaccio. Naso importante, capelli neri, a spazzola, come le sopracciglia, che si incontravano al centro della fronte in una linea retta.
«Chi è lei?» chiesi. «Un familiare?»
«Fatti gli affari tuoi, puttana.»
La tempia nascosta dalla fasciatura pulsava come un martello pneumatico.
L’altro tizio aggrottò la fronte e mormorò: «Tira la tenda».
Era più smilzo, aveva lo sguardo tipico di un uomo a cui piaceva impartire ordini. Baffi scuri curati. Efficiente e preciso nei movimenti. Una profonda fossetta sul mento.
Tirarono le tende attorno al letto con uno sprezzante movimento del polso e li sentii rovistare dall’altra parte. Le lenzuola erano già state tolte e contai fino a venti nella mia testa, poi allungai la mano e afferrai un pezzo di tenda. La strattonai. Dalla mano di uno degli uomini pendeva il cassetto vuoto dell’armadietto, l’altro aveva sollevato il materasso di sbieco e ne stava esaminando la parte inferiore. Come degli avvoltoi che si avventavano su una carcassa. Se era il portafoglio di André che cercavano lì non lo avrebbero trovato.
«Se torna,» dissi gentile «chi devo dire che lo cercava?»
«Vaffanculo.»
«Non è educato, monsieur.»
«Neanche tu lo sei, ficcanaso» commentò lui con sguardo gelido.
Mi si avvicinò, agganciando le sue tozze dita alla spessa fasciatura sul mio viso. Stavo quasi per ritrarmi di scatto, ma vedevo quanto desiderasse strapparla, così rimasi immobile.
«Come mai sei conciata così?» Mi rivolse un sorrisetto.
«Un incendio.»
«Posso darci un’occhiata?»
Gli afferrai la mano e lui non mi respinse.
«Cristo, Piquet» sbottò il tizio con i baffi. «Basta con queste stronzate.»
Questo è quanto. Se ne andarono senza aggiungere altro, spingendo i battenti della porta così forte che continuarono a oscillare sui cardini per parecchio tempo. Mi cedettero le ginocchia e mi accasciai su una sedia, la guancia in fiamme. Ero furiosa, e il bisogno di trovare mio fratello mi torturava, ma mi concessi di provare una timida soddisfazione. Nell’ultima ora avevo scoperto tre cose.
Primo, gli uomini inviati per uccidere mio fratello erano francesi, non russi. Anche se non significava che non fossero prezzolati dai sovietici.
Secondo, le persone a cui avevo telefonato e che si erano prese André avevano agito in fretta e con efficienza, e lui era andato con loro spontaneamente. Speravo solo che fossero altrettanto veloci ed efficienti con le cure mediche.
Terzo, avevo un nome: Piquet.
Era un inizio.
I bagni in ospedale sono i posti peggiori. Le pareti ricoperte da piastrelle hanno assorbito così tanto dolore e hanno visto le lacrime private di così tanti ammalati che sembrano portare il peso della tristezza.
Quello era verde, con una striscia bianca che correva sui muri a circa un metro d’altezza, e i rubinetti erano antiquati e pesanti, si faticava a girare le manopole. Ma chiusi la porta a chiave e mi lavai le mani troppo a lungo, insaponando ogni dito più e più volte, prestando attenzione a non bagnare il gesso, posticipando il momento in cui avrei dovuto guardarmi allo specchio. Le risciacquai. Le asciugai. E sollevai lo sguardo.
Quel volto non era il mio. Sbattei le palpebre, aspettandomi che cambiasse, ma non accadde, così sollevai un dito e toccai il vetro come se potesse esserci un’altra persona nascosta lì dietro. Trovai solo una piatta, distorta versione di quella che ero, l’unico elemento riconoscibile erano gli occhi. Erano marrone scuro. Gli occhi di mio padre. Ma dov’era la felicità che racchiudevano?
Non erano solo gli ematomi o le escoriazioni e i graffi e la mascella rigonfia a privarmi di me stessa. Era anche l’enorme fasciatura bianca che mi ricopriva il viso dalla tempia al mento, ed ero lì per rimediare proprio a quello. Avevo bisogno di vedermi. Di sapere che c’ero ancora.
Tolsi con cautela le strisce adesive a una a una, infilando l’unghia sotto al nastro colloso. Mi contorsi in una smorfia che non fece che peggiorare le cose, così cercai di sbrigarmi, e visto che ne mancavano solo due le strappai via.
Ero messa male. Non potevo fingere il contrario. Ma non male come avevo pensato. Una nitida cicatrice a forma di falce scorreva dalla parte anteriore dell’orecchio fino al mento, rossa e furente e gonfia per i sottili punti di sutura che la attraversavano a zigzag, scurita in cima per via del sangue rappreso. Mi guardai allo specchio e riuscii a sorridere leggermente.
«Ciao» dissi.
La ragazza nello specchio riprodusse il saluto muovendo le labbra; sembrava avere uno sguardo spaventato.
«Non avere paura» la rassicurai, scostandomi i capelli dal viso.
Lei fece altrettanto, lunghe ciocche scure e folte che avevano bisogno di una lavata per levare via il sangue. Quel viso aveva una forma diversa dal mio, che aveva zigomi alti e pelle chiara, e un naso dritto e importante, fin troppo per la mia faccia. Il suo era sgraziato, le labbra avevano una forma strana e la pelle era orrenda.
Mi sporsi sul lavandino, avvicinando il mio volto al suo. «Non preoccuparti» dissi. «Mi prenderò cura di te.»
Due lacrime cominciarono a scenderle lungo le guance.
Attesi.
Attesi giorno e notte. Settimana dopo settimana. Attesi marzo e aprile, mentre nuvole di fiori di ciliegio esplodevano nel Jardin des Plantes e i café all’aperto a Montparnasse dove vivevo brulicavano di innamorati da mattina a sera. Attesi di ricevere notizie da André. Aspettare non era la mia specialità, ma lui mi aveva insegnato la perseveranza, e mi consumai il dito a furia di comporre il numero di telefono che mi aveva detto di chiamare dall’Hôtel d’Emilie. Mai una risposta. Poi un giorno la linea smise di essere attiva e fu come perderlo un’altra volta.
Mi impegnai al massimo per rintracciare il veicolo che l’aveva prelevato all’ospedale, ma sembrava essere svanito nel nulla. Quel giorno un furgone verde Citroën H split screen era stato visto aggirarsi per un po’ lì intorno. Nient’altro. Un vicolo cieco.
E sapete quanti Piquet ci sono nell’elenco telefonico di Parigi? Abbastanza da farmi percorrere le strade della città giorno dopo giorno fin quasi alla guarigione completa del mio braccio, ma nessuno di loro aveva lo sguardo granitico dell’uomo che cercavo. Ogni mattina, all’alba, mi mettevo davanti alla finestra della mia stanza al quinto piano, un lieve dolore che mi pulsava nella testa. Sorvolavo con lo sguardo i meravigliosi tetti grigi di Parigi, fino al reticolo appuntito in ferro battuto della torre Eiffel, e immaginavo André fare lo stesso. Non era mai stato un dormiglione. Sempre irrequieto. Sempre in movimento. Di solito all’alba salivamo in groppa ai nostri robusti cavalli bianchi camarghesi, spronandoli attraverso le paludi, le incantevoli criniere che svolazzavano al vento, lucenti alla prima luce del mattino. I vistosi fenicotteri che infilavano le lunghe, affusolate zampe nelle languide lagune.
Appoggiai la fronte al vetro freddo della finestra.
Perché? André, perché non mi hai contattata? C’erano così tante possibili risposte. Il tuo corpo martoriato è ridotto così male da non riuscire a posare la penna sul foglio? O sei ancora troppo arrabbiato con me? Ripudi tua sorella? Forse non riesci a perdonarmi per l’errore che ho fatto. O ti sei dimenticato di me? È così?
Ma nell’ombra si aggirava sempre la grande domanda, quella che non volevo contemplare. Quella che mi pungolava come un attizzatoio ardente la notte.
Sei morto?