6
Guidai. Verso sud. Dritta verso sud.
Spingevo al massimo la mia 2CV scassata, che gemeva e sferragliava, sbuffandomi addosso fumi che sapevano di impianto elettrico surriscaldato, ma non sollevai il piede dall’acceleratore nemmeno per un secondo, se non per fare benzina. Imprecai mille volte per quanto era lenta quella grigia scatola di latta. Poteva anche andar bene per girare in città, ma non era certo una saetta se dovevi percorrere settecentocinquanta chilometri.
Il richiamo del sud era forte. Lo percepivo. Mi attirava come una calamita, quasi dentro di me si fosse incastonato qualcosa di metallico che non poteva resistere alla sua forza, eppure mentre le ore scivolavano via sentivo i muscoli ammorbidirsi, un allentamento nelle ossa. Sulla N6 il sole giocava a nascondino con l’ombra della mia auto a forma di coccinella, e superai le città di Auxerre e Avallon quasi senza rendermene conto. La monotonia di quel piatto paesaggio mi cullava in una fallace sensazione di apatia in cui si potevano insinuare troppi ricordi del passato, come il braccio di André stretto attorno a me quando mi aveva salutata raccomandandomi di essere forte, prima di partire per Parigi. Avevo dodici anni, lui diciotto. Perderlo fu come se mi avessero amputato il braccio destro.
Il viso di mio padre quel giorno aveva assunto una strana tonalità di grigio, non uniforme però, ma tendente a tratti al purpureo. Avevo capito che era il colore di una rabbia così profonda da spazzare via le parole mi dispiace. Mio padre e mio fratello si scagliarono addosso parole come granate.
«Tornerà» aveva ringhiato la bocca di papà nascosta tra la barba mentre André si allontanava a piedi lungo il sentiero di ghiaia fino alla strada, con solo un piccolo zaino in spalla.
La mano di papà si era posata con forza sulla mia spalla ossuta, trattenendomi in una morsa di ferro. Desideravo che André si voltasse a salutarci con la mano, invece tenne i suoi occhi color ambra fissi sulla strada verso la libertà.
«Tornerà,» ripeté papà «perché ce l’ha nel sangue questa fattoria.» Mi conficcò ancora di più le dita nella spalla. «Te lo dico io, Eloïse, quel ragazzo ce l’ha nell’anima Mas Caussade, che gli piaccia o no.»
Ma non tornò. Non tornò mai più.
Gli alberi mi dicevano che ero quasi arrivata a casa. Furono il primo segnale. Al posto dei viali ombrosi costeggiati da platani dai tronchi smorti che si squamavano come lebbrosi lungo il ciglio della strada e da pioppi argentei e luccicanti, c’erano audaci boschetti di scuri cipressi e pini che si allungavano verso il cielo. Vigneti dai germogli verdi appena abbozzati cominciarono a sbucarmi intorno su entrambi i lati della strada, le api operaie che ronzavano, mentre io proseguivo gomito a gomito con il possente Rodano. Dovevo solo scendere di corsa lungo la sua ampia vallata e sarei arrivata ad Arles. Ero cresciuta con il Rodano, mi scorreva nel sangue. Avevo imparato a nuotarci prima ancora di camminare, mi ci immergevo per catturare i pesci gatto, ci pagaiavo su una zattera artigianale. Avevo rischiato di annegare più di una volta, e sentivo ancora il rumore delle sue acque scure fluire nei miei sogni la notte.
La calura mi colpì. Mi ero rammollita. Quattro anni a Parigi e mi ero dimenticata di quanto fosse umido l’agosto della Camargue e di come enormi zanzare ti pizzicassero la pelle scoperta.
Accostai e scesi dall’auto, sgranchendomi le gambe, inspirando a pieni polmoni la brezza che aveva un profumo tutto suo, come non si sentiva in nessun altro posto al mondo. Portava con sé la terra salata della Camargue, l’ampio delta del Rodano, il frusciare degli alti giunchi e il caldo profumo muschiato del manto dei tori e dei cavalli selvaggi che punteggiavano il paesaggio. Guardai i piatti campi paludosi e vidi un paio di aironi bianchi sollevarsi nell’aria cristallina, leggeri come fantasmi, diretti a sud verso le lagune salate. Sentii il battito del cuore rallentare. Sapeva di essere tornato a casa, anche se la mia mente continuava a insistere nel dirmi che adesso ero una parigina a tutti gli effetti, e che ero lì solo per uno scopo: trovare mio fratello e la persona che aveva cercato di ucciderlo, per ricomporre la mia famiglia.
Sentii un potente nitrito e un massiccio stallone sbucò da un folto gruppo di tamerici, mentre il suo harem di otto giumente rimaneva nascosto nell’ombra. Fece fluttuare la criniera color crema verso di me, sbattendo a terra il grande zoccolo anteriore, progettato per sopravvivere nei terreni paludosi.
Cominciai a piangere. Inesorabili lacrime silenziose per quello che avevo fatto e quello che non avevo fatto. In quel paesaggio familiare il mio fallimento giaceva tutto intorno a me, perché in ogni albero, in ogni distesa d’erba vellutata e in ogni spruzzata di sole sulla vitrea superficie degli stagni vedevo i pallidi fantasmi di noi bambini. Mi guizzavano davanti per poi sparire alla vista. Intravedevo frammenti dei miei fratelli ovunque. Quando smisi di piangere risalii in macchina e guidai fino a Mas Caussade.
Non era cambiato nulla da quando me n’ero andata. Avevo voltato le spalle alla Camargue e lei non se n’era nemmeno accorta.
La casa era immutata. Mi fissava. Quadrata, solida, faceva parte del paesaggio. Si ergeva in mezzo al nulla, costeggiata dai campi di mio padre che si allungavano in ogni direzione, a perdita d’occhio.
Percorsi il lungo viale in terra circondata da una nuvola di polvere, il petto oppresso, il cuore che batteva a mille, terrorizzata dalle notizie che mi aspettavano. Era una tradizionale mas della Camargue o fattoria che dir si voglia, costruita in pietra locale, a due piani, rivolta a sud. Il retro si affacciava a nord per proteggerla dalle fredde, implacabili sferzate del maestrale che se si incaponiva poteva divellerti il tetto. Niente finestre su quel lato della casa, solo un muro spoglio per tenere alla larga i pericoli.
Ero un pericolo, io?
La casa aveva bisogno di un muro spoglio da ergere tra i suoi occupanti e me?
La fattoria Mas Caussade era disposta a triangolo, con al centro un cortile acciottolato. Un lato era costituito dalla stessa fattoria, e gli altri due dalle stalle dai tetti in paglia e da lunghi fienili sonnolenti dove le galline si divertivano a dar fastidio al gatto di casa che sonnecchiava nella paglia. Tutto intorno, fin dove riusciva a spaziare la vista, si stendeva l’immenso pascolo di proprietà di mio padre, verde e rigoglioso, eccetto i punti in cui il brillante tappeto color smeraldo di salicornia aveva adottato i colori scarlatti dell’estate, assorbendo il calore del sole. Il livello costantemente alto della falda acquifera rendeva la vegetazione florida e palpitante. Vi si accavallavano innumerevoli tonalità diverse di verde, luccicanti per via delle diafane farfalle e delle raganelle dai colori sgargianti.
Non mi stancavo mai di quel paesaggio. Mi suscitava sensazioni che si perdevano schiacciate dal caos cittadino, ma che qui sentivo riaffiorare. Si facevano strada ancora una volta nel mio cuore.
Un aereo da combattimento sfrecciò basso nel cielo con un boato, infrangendo quella pace mentre fermavo l’auto di fronte al cortile e correvo verso casa, ma qualcuno mi aveva preceduta. Fuori dal portone c’era una macchina, la cromatura che risplendeva alla cocente luce del sole, i neri parafanghi tondeggianti e lucidi. Il cuore mi fece capriole nel petto. Tutti sapevano chi era a guidare delle Citroën Traction Avant nere.
La polizia.
Bussai. Avrei potuto sollevare il chiavistello ed entrare, ma non lo feci. Bussai. Sentii uno dei cani che abbaiava nel cortile sul retro – forse il vecchio Lyonette – e venni sfiorata dai ricordi d’infanzia che mi pizzicavano la pelle, come se stessi attraversando delle ragnatele.
La porta si spalancò e mio padre comparve sulla soglia. Fu dura non tendergli la mano, ma la tenni salda lungo il fianco. Non era quel tipo di padre. Aristide Caussade non era alto ma era un uomo tutto muscoli, come i suoi tori. I capelli e la barba si erano sbiancati anni addietro, ma le folte sopracciglia e gli occhi profondi erano ancora scuri come delle vecchie querce.
«Ciao, papà.»
Lui fece un cenno con la testa e fissò il suo sguardo severo sulla mia guancia. Non mostrò un minimo d’emozione. «Entra, Eloïse.»
Mentre si ritraeva per farmi passare non lasciai scivolare via il momento e prima che potesse allontanarsi lungo il corridoio e scomparire in una delle stanze gli afferrai il braccio. Fu come afferrare il tronco di un albero. Mi guardò, sorpreso.
«È qui papà, eh? Dimmelo subito. È vivo? L’hai sentito? Come sta? Sono stata malissimo senza avere sue notizie.»
«André è vivo, se è questo che intendi.»
Mi uscì un singulto straziante, e il sollievo mi pervase con una tale forza che mi tremarono le ginocchia e riuscii a rimanere in piedi solo perché ero aggrappata a mio padre. Mi portai la mano libera alla bocca per bloccare i suoni che minacciavano di uscire. Non mi resi conto che il dolore che mi portavo dentro doveva sfogarsi in qualche modo, e si riversò sulla stretta al braccio di mio padre. Gli conficcai le dita nei muscoli, tra i tendini, stringendolo con tutta la forza che avevo finché la carne dei Caussade si fuse nuovamente per un breve momento.
«Eloïse» disse, e percepii una strana sfumatura nella sua voce profonda.
Mi imposi di lasciarlo andare. In qualche modo riuscii a rimanere in piedi. «È qui?» chiesi.
«Sì.»
Superai mio padre nell’atrio, correndo verso le scale, ma mi fermò con un brusco: «André non è in camera sua».
«Allora dov’è?»
Andò in soggiorno. Lo seguii impaziente nella stanza in cui l’antica credenza si trovava nello stesso punto da tre generazioni e le piastrelle erano dello stesso colore degli occhi di mio padre.
«Papà» cominciai, ma mi fermai.
Una figura si alzò educatamente da una delle poltrone, e io mi resi conto della sua nera uniforme e della fondina appesa al fianco. Un poliziotto. Cosa ci faceva lì la polizia?
Mio padre indicò l’agente. «Ti ricordi del capitano Roussel?»
Ma non sentii quel nome. I miei occhi erano fissi sulla mano di mio padre. Era ricoperta di sangue rappreso.
«Bonjour, Eloïse.»
Guardai il poliziotto, sorpresa. «Certo, Léon Roussel.» Gli porsi la mano. «Scusa se non ti ho riconosciuto. Sei diverso in uniforme.»
Sorrise e notai che non si sforzò di distogliere lo sguardo dalla mia cicatrice come di solito facevano gli altri. La guardò senza farsi problemi, ma anche senza pietà, e mi piacque per questo. Léon Roussel aveva frequentato la mia stessa scuola, ma lui aveva sei anni più di me ed era stato un compagno di André. Mi sembrava strano vederlo in uniforme, dato che era sempre stato uno scapestrato. Era alto, con i capelli castani corti come un soldato e lo sguardo calmo; non era propriamente bello, ma c’era qualcosa nel suo volto che attirava la mia attenzione. Una pacata autorità che sicuramente non possedeva ancora quando aveva dato fuoco alla scrivania dell’insegnante di geografia.
«Sono qui per l’aggressione» disse.
«Quale aggressione?» Mi voltai di getto verso mio padre. «Contro André?»
Gli occhi gli si riempirono di lacrime, e la cosa mi terrorizzò. Non avevo mai visto mio padre piangere, mai una volta in tutta la mia vita. Nemmeno quand’era morta mia madre dando alla luce Isaac. Afferrò una statuetta in porcellana di Saint Genesius, il santo patrono di Arles, che si trovava da sempre sulla credenza a fissarci con sguardo truce, e la scagliò a terra con un urlo rabbioso. Senza dire una parola uscì dalla stanza, sbattendo la porta con così tanta forza da far crepare l’intonaco sul muro.
«Che significa?» chiesi con ansia a Léon Roussel. «Cos’è successo? André sta peggio?»
Si era adombrato, assumendo un’educata espressione da poliziotto.
«Goliath,» disse «l’hanno fatto a pezzi.»