29
Infilai una mano nella tasca laterale della giacca da uomo appesa nel guardaroba.
Mi sfuggì un piccolo grido di dolore. Imprecai e la ritrassi in fretta. Era come se un furetto mi avesse morso le dita e quando le guardai vidi del sangue.
«Bastardo» sibilai contro il completo elegante.
Era grigio antracite a strisce sottili, un capo d’alta sartoria, con un copriabiti trasparente per ripararlo dalla polvere. Bertin era un uomo meticoloso. Avvolsi un fazzoletto attorno alle dita scarlatte e con l’altra mano aprii la tasca per sbirciare all’interno. Estrassi con cura quello che conteneva. Era il tappo di una bottiglia di vino con due lamette da barba conficcate nel sughero. Che tipo di persona si portava appresso un’arma simile? O serviva solo a dissuadere i ladruncoli?
O forse… mi leccai le labbra… forse sapeva che sarei andata lì.
Per aprire cassetti e armadietti, per aprire la sua valigia e ficcare un dito diffidente nei pacchetti di sigarette.
«Andiamo, Gilles Bertin, non puoi nasconderti per sempre.»
Rovistai in un grande secchio dell’immondizia. Rimestai il contenuto delle bustine di zucchero e tastai i chicchi di caffè in cerca di qualcosa di nascosto. Rovesciai i cuscini del divano. Mi infilai sotto al letto. Scostai le suole interne delle sue scarpe.
Niente.
Quanta prudenza, Gilles Bertin.
Fu in quel momento che infilai le dita nella tasca della sua giacca. Mi squarciai due polpastrelli. Eppure quando rovistai nel resto del completo mi accorsi che non nascondeva niente. Scherzetto di pessimo gusto, Gilles Bertin.
La casa era abbastanza carina, a due piani, pavimenti piastrellati, mobili semplici e discreti. Ma il guardaroba mi spaventò, perché accanto alla giacca con la sua arma segreta c’erano appese quattro camicie Galeries Lafayette, due nere, due bianche, dallo stile e taglia identici; finora tutto abbastanza normale. E poi una camicia blu. Di cotone scadente. Due taglie più grande.
Apparteneva a qualcun altro. E riuscivo a pensare solo a un’altra persona. Un uomo dalla pelle pallida e ciglia nere e appuntite in linea retta sopra a un grande naso. Occhi freddi come il ghiaccio. Un uomo di nome Maurice Piquet, il bastardo che aveva voluto lacerarmi la guancia all’ospedale. Richiusi con forza la porta del guardaroba.
Dovevo sbrigarmi.
Finii di perquisire la casa in fretta. Sotto al materasso, dentro alla federa. Dietro a due insignificanti quadri appesi al muro. Un veloce controllo al fondo delle sedie e dei tavoli. Nel forno. Nell’armadietto del bagno. Dentro alla cassetta del water, e con uno sforzo riuscii a infilarci una mano sul retro.
Mi scivolò in mano una busta.
La estrassi dal suo nascondiglio dietro alla cassetta. La fissai per un secondo, stupefatta. Presa alla sprovvista. Com’ero stata colta di sorpresa da un camion grigio una notte a Parigi. Mi sovvenne un ricordo rosso vivo di strisce di sangue che mi colpivano in faccia mentre mi ribaltavo nella mia macchina. Sbattei le palpebre e desiderai che solo per una volta la memoria mi raccontasse delle bugie.
Mi accasciai sulla tazza del water chiusa e senza avvertimento il mio corpo all’improvviso desiderò Léon. Desiderò averlo lì accanto a me. I suoi grigi occhi calmi. Mormorai il suo nome come miele sulla mia lingua, poi estrassi il contenuto dalla busta.
Mi cadde in grembo un plico di foto. Immagini di aerei. Che atterravano, che decollavano. Che rullavano. Caccia parcheggiati sull’area di stazionamento. Tutto alla base aerea di Dumoulin, e dovetti trattenere un grido d’esultanza. Sul retro di ciascuna erano indicati la data e il nome del velivolo: Boeing B-50, F-84 Thunderjet, C-47 Skytrain. Individualmente e in formazione. Tutte scattate con un teleobiettivo nell’ultima settimana. Presi la mia Minox dalla borsa e mentre cominciavo a fotografarle a una a una mi parve di sentire una nebbia soffocante che iniziava a librarsi. Per la prima volta vedevo un bagliore di speranza perché tenevo in mano la prova che Gilles Bertin stava raccogliendo informazioni d’Intelligence per i suoi capi russi.
Sarei andata da Léon con quella prova. Avrebbe saputo chi contattare. Gilles Bertin sarebbe andato in prigione, dove lo avrebbero ghigliottinato come traditore. André sarebbe stato al sicuro. Sarebbe finito tutto.
La mia mente si aggrappò a quel pensiero e in petto cominciò a formarsi una bolla di speranza. Rimisi le foto nel loro nascondiglio e diedi un’ultima occhiata in ogni stanza per vedere se mi fosse sfuggito qualcosa.
In seguito desiderai non averlo fatto.
Il letto non era appoggiato al muro. L’avevo già notato prima. La testiera in legno era scostata, come se qualcuno ci avesse rovistato dietro. Avrei potuto andarmene. Avrei dovuto farlo. Bertin o peggio, Piquet, sarebbero potuti tornare da un momento all’altro e dovevo andarmene in fretta da lì.
Ma ero troppo tentata. Corsi verso la testiera e strattonai il letto per guardarci dietro. Sul retro della testiera, attaccato con del nastro adesivo, c’era un sacchetto nero in pelle. Una voce nella mia testa mi diceva di allontanarmi, di lasciar perdere. Vattene. Non toccarlo.
Non scavalcare quello steccato.
Non arrampicarti su quel tetto.
Non correre quel rischio.
Non perquisire la scrivania di un sindaco.
Da quando in qua davo ascolto a quella voce?
Staccai il sacchetto e ne aprii la cerniera. Rimasi delusa. All’interno c’erano altre foto e le estrassi. Almeno una cinquantina. Ma non ritraevano bombardieri e caccia o armi antiaeree.
Ritraevano tutte me.
Fissai la mia immagine sparsa sul pavimento. Cinquanta Eloïse. Il tempo prese una strana piega e volevo riavvolgerlo, rimetterlo al suo posto. Non capivo se la sensazione che mi attanagliava lo stomaco fosse paura o rabbia.
Quelle foto mi ritraevano mentre facevo la mia vita, ignara di tutto. Immagini di me che entravo alla stazione di polizia con un cestino di uova per Léon, di me appollaiata sulla fontana a guardare la marcia di protesta a Serriac, di me che mi precipitavo fuori dalla chiesa, determinata. Di me con una sciarpa avvolta sulla parte inferiore del viso che spalavo i resti bruciati delle stalle. Di me che facevo passeggiare Cosette sul cortile. E, cosa peggiore: foto di me inginocchiata con le mani sporche di sangue e il viso contratto dal dolore accanto al corpo di Mickey sulla strada.
Io. Ancora e ancora.
Nei recessi della mente si diffuse un velo oscuro. Come osava? Come osava Gilles Bertin invadere ogni momento della mia vita?
Le immagini ravvicinate erano le peggiori. I miei occhi. La mia cicatrice. I miei capelli. La mia bocca. Volevo strapparle in mille pezzi. Troppo intime. Troppo private. Troppo intense.
Perché? Perché tutte quelle mie foto?
Il tempo tornò di punto in bianco a scorrere e raccolsi tutte le foto in una pila ordinata con mani tremanti. Imprecai a lungo e ad alta voce, poi rimisi tutto come l’avevo trovato e uscii da quella casa con un senso di sollievo. Come riaffiorare in superficie per una boccata d’aria.
All’esterno il cielo incombeva enorme e di un azzurro spettacolare sulla città di Arles, ma nella mia testa permaneva un’oscurità che non riuscivo a debellare.
«Eloïse.»
Quella voce mi sorprese. Mi voltai.
«Clarisse!»
Il mio capo era seduto con le gambe elegantemente accavallate a un café all’aperto che avevo appena superato, con addosso un vestito alla moda color lilla e occhiali da sole molto scuri. Con la sigaretta in una mano e il bicchiere nell’altra sembrava un esotico uccello del paradiso in un pollaio. Mi sorrideva raggiante, soddisfatta di sé.
«Clarisse, cosa cavolo ci fai ad Arles?»
«Ero preoccupata per te, così ho fatto un salto. Cristo, sembri cupa, chérie, e cos’è quell’orribile vestito da campagnola che ti sei messa?»
Risi e la baciai sulle guance. «Che bello vederti, capo.»
Mi fece accomodare su una sedia accanto alla sua e ordinò subito un caffè e del cognac a un cameriere intimidito.
«Cosa cavolo hai fatto quaggiù, chérie? Sembra che tu non dorma da quando sei partita da Parigi.»
«Sai com’è, mi manca farmi comandare a bacchetta da te.»
Rise, e un pizzico di quella risata scivolò in me, placando il mio battito cardiaco.
«Invece tu» dissi «stai da favola e spero che non te ne tornerai di corsa a Parigi. Puoi stare alla fattoria se vuoi.»
Assunse un’espressione orripilata, il tipo di espressione che rivelava la sua età. «Eloïse, preferirei strapparmi le ciglia piuttosto che dormire con dei tori.» Si sventolò le guance con movenze da diva angosciata. «No, tesoro, alloggio all’Hôtel Jules César a Boulevard des Lices, così a colazione non devo evitare lo sterco di vacca.»
Arrivò il mio drink. Tralasciai il caffè e bevvi subito il cognac. Clarisse mi guardava. Quando posai il bicchiere vuoto annuì.
«Ne avevi bisogno.»
«Già.»
Il calore all’interno del mio corpo mi aiutò. La mano smise di tremare. Quel liquido ambrato stava sciogliendo l’immagine congelata delle foto sparse sul pavimento. I miei occhi sorvegliarono la strada in cerca di una macchina fotografica, ma non ne vidi. Non significava nulla.
«Sei un po’ nervosa, chérie?»
«Clarisse, cos’hai scoperto che ti ha fatto precipitare qui nella terra dei tori e delle zanzare grandi come una granata?»
Scrollò con finta noncuranza le spalle e aspirò un’intensa boccata di fumo. «Sono venuta ad aiutarti.»
«Lo so» dissi piano. «Te ne sono grata.» Le strinsi la mano perché sapevo che non le sarebbe andato a genio l’abbraccio che ero tentata di darle.
Mi alzai in piedi mentre lei spegneva la sigaretta. «Non qui per strada» dissi. «Andiamo al tuo hotel.»
«Ho fatto altre ricerche» annunciò Clarisse.
«A giudicare dal tuo sorrisetto direi che hai scovato un bel po’ di cose.»
«Io non faccio sorrisetti, chérie. Io sorrido con grazia.»
«Dimmi cos’hai scoperto.»
Lei si passò una mano soddisfatta sui capelli castano chiaro raccolti in un lucido chignon. I suoi occhi verdi erano ardenti tanto da mascherare la sua natura indolente e mi chiesi cosa stesse per raccontarmi.
«Si tratta del tuo sindaco» disse. «Il cugino di Gilles Bertin.»
«Charles Durand?»
«Sì. Non è quello che sembra.»
«Una macchina da soldi dalla bella parlantina in corsa per l’elezione sponsorizzato da un moderato partito socialista.» Non menzionai la parola “ricattatore”.
«Esatto.» Sorseggiò il suo caffè e guardò con approvazione l’elegante stanza dai carini motivi a volute e i mobili in mogano lucido. «Bell’hotel. Che storia ha?»
«Era un convento carmelitano.» Scossi la testa. «Non scherzare. Cosa nasconde Charles Durand?»
«A quanto pare da giovane era un fanatico comunista.»
«Sul serio? È la prima volta che lo sento dire. Lo tiene nascosto.»
Clarisse sorrise in modo scaltro. «È ovvio che si è convertito, un’illuminazione sulla via di Damasco, così invece è diventato uno zelante uomo d’affari.»
«Che presta denaro agli agricoltori a tassi esorbitanti e quando non riescono a ripagarlo si prende le loro terre per costruirci case.»
«Cosa che non avrebbe mai fatto se fosse un comunista, giusto?» Fece una pausa per soffiare piano sul caffè. «A meno che…»
I nostri sguardi si incrociarono. «A meno che» conclusi io «non sia una talpa.»