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Nell’oscurità sentivo il respiro di André che entrava e usciva dal suo ampio petto. Lento. Rilassato. Come se non fossimo rinchiusi in quel garage, circondati da feci di ratto. Come se non ci stessimo nascondendo da uomini dai colli taurini chi si chiamavano Volkov o Zazlavsky.
«Questi uomini uccidono» mi aveva detto una volta. La cosa mi aveva fatto rabbrividire, ma ero convinta di aver superato lo shock di quella rivelazione. Avevo lavorato con i tori selvaggi nella fattoria di mio padre, giusto? E li avevo visti uccidere degli uomini, quindi sapevo cosa voleva dire. Pensavo di essere venuta a patti con la realtà che mi aveva descritto mio fratello, era ciò che credevo nella mia ingenuità. Ma mi sbagliavo. Solo adesso, a contatto con una minaccia imminente, mi resi conto del reale significato, della concretezza di quelle tre parole. Questi uomini uccidono. E provai una sensazione di puro terrore che mi gelò il sangue nelle vene.
Lasciai la presa sul volante, sollevando le dita una alla volta. Non volevo che André percepisse la mia agitazione, ma probabilmente se ne accorse comunque, e allungò una mano a sfiorare per un attimo la mia. Aveva sempre avuto dita lunghe dalle punte squadrate, le mani di un uomo che era stato abituato al duro lavoro fisico fin da ragazzo, ma adesso la sua pelle era liscia. Aveva le unghie curate in stile parigino, non erano più scheggiate e sporche. A volte mi preoccupava. Era come se il fratello che avevo conosciuto e amato per tutta la vita mi stesse abbandonando.
«Stai bene?» gli chiesi piano.
«Sto bene.»
Ci volle un po’ perché il suo sorriso mi arrivasse alla fioca luce del lampione che si insinuava da sotto il portone del garage, ma era valsa la pena aspettare. Quand’era rilassato aveva il viso allungato e serio, gli occhi guardinghi. In passato il suo aspetto selvaggio faceva pensare a un pirata dai lunghi ricci biondi incolti, che cavalcava a pelo nella Camargue un destriero bianco dal carattere sanguigno di nome Charlemagne. Ma in quei giorni lo si sarebbe scambiato per un avvocato. Di quelli con il completo inamidato. I capelli corti. Bocca rigida. Valigetta sottobraccio.
Il mio travestimento, lo definiva.
La tua anima domata, lo canzonavo.
«Sei stata brava» mi disse. «Davvero brava. Non avrei saputo guidare meglio. Qui siamo al sicuro. Sono fortunato che tu abbia preso in prestito questo posto.» Rise piano, sorprendendomi. «Cos’hai in mente di fare, adesso?» mi chiese. «Ce ne stiamo chiusi qui in questo garage per una settimana?»
«Rilassati» risposi. «Fidati di me.»
Mi fissò al buio. «Mi fido di te» disse.
Balzai fuori dalla macchina, spalancai il portone del garage, ansiosa di uscire di lì, e lasciai che la luce del lampione invadesse l’oscurità. A volte perdevo la bussola tra le ombre del mondo nebuloso di André e mi ritrovavo senza più punti di riferimento. Lo vidi accigliarsi mentre scivolavo di nuovo al posto di guida e mettevo in moto.
«Pensi che sia prudente?» mi chiese.
«Se ne saranno andati da un pezzo» lo rassicurai, radiosa e sicura di me. «Siamo stati qui per più di un’ora e saranno tornati di corsa al buco da cui sono venuti. Vedrai.»
Il rombo del motore rimbombò sulle vecchie pareti in mattoni, squarciando il silenzio dell’ultima mezz’ora trascorsa in quel sudicio garage. Ingranai la marcia e condussi l’auto fuori, nel cortile di ciottoli. Un levriero con un solo orecchio legato con una catena si mise a sedere e ci abbaiò contro, ma nessun’altro fece caso a noi.
«Fidati di me, André.»
Superai piano l’arco che portava alla strada, con cautela. La luce dei fanali brillava, perforando le strade scure. Le auto scorrevano veloci. Il traffico parigino non si acquietava nemmeno di notte. Riuscivo a sentire la tensione di André accanto a me, i suoi occhi che scandagliavano gli angoli bui della strada, controllando le porte in ombra e il bagliore dei mozziconi di sigaretta che punteggiavano l’oscurità, la sua mente che valutava i punti pericolosi.
Sussurrai: «Sembra tutto a posto».
André annuì.
Individuai uno spazio vuoto e sterzai, inserendomi nel traffico. Fu in quel momento che un imponente camion grigio si staccò dal marciapiede, gli enormi fanali che mi accecavano. Strattonai con violenza il volante, i muscoli tesi. Troppo tardi. Il camion colpì con il paraurti in acciaio il lato passeggero e ci travolse, facendoci roteare in aria.
Stranamente non sentii nulla. Nessun suono. Nessun impatto. Nessun tipo di rumore. Il silenzio si fece strada nella mia testa.
Ero già morta?
No, sentivo il gusto del sangue mentre i denti mi si conficcavano nella lingua. Venivo sballottata a tutta velocità in una vibrante bolla di metallo che non era fatta per volare. Schegge di vetro mi tagliavano la pelle. Il motore filava al massimo, le ruote giravano in modo frenetico mentre mulinavano sopra di me nella notte parigina, ma non sentivo alcun grido, anche se avevo la bocca aperta e percepivo l’aria che mi usciva veloce dai polmoni.
Nessun dolore.
Più che vedere il sangue lo sentii. Strisce scarlatte. Vorticavano nell’aria, piombandomi in faccia. Era mio quel sangue? O di André?
Non lo sapevo.
Vidi la sua mano. Si allungava verso di me attraverso quel velo rossastro all’interno dell’auto. O erano i miei occhi a essere ricoperti da un velo? Si allungava per afferrarmi. Per tenermi al sicuro.
Poi l’auto si schiantò al suolo, e il mio mondo si frantumò in mille pezzi.