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Rimasi in piedi nel cortile e guardai un enorme bombardiere argentato abbassare una lunga ala mentre virava verso est con un boato, le luci sull’alettone che risplendevano contro il cielo che si stava oscurando sullo sfondo. Sembrava appianare gli alberi e forare il cielo notturno. Quindi ecco di cosa si trattava. Era questo che mio padre voleva infliggere a Mas Caussade.
Perché? Non aveva senso.
L’intenzione era quella di andare dritta dal fienile alla casa per fargli delle domande, invece mi diressi alle stalle. Ero troppo tesa, non potevo fidarmi di me stessa. Avrei potuto rivolgermi a papà in modo sbagliato. Quale miglior modo di calmarsi se non strofinare il naso contro uno dei cavalli bianchi dei Caussade?
Il secondo motivo era Léon Roussel. L’avevo visto dirigersi verso le stalle dopo che avevamo parlato fuori dal fienile. Aveva lasciato me e André soli, perché potessimo parlare da fratello e sorella, se non fosse che, naturalmente, all’inizio non parlammo affatto. Ci fu solo silenzio, resistente come un muro. Sembrava non riuscissimo a scalfirne i mattoni.
Avevo detto: «Mi fa piacere che sei tornato a camminare, André».
«È così che lo definisci? Camminare.»
Mio fratello aveva sollevato da terra una delle stampelle e me l’aveva messa davanti perché la ammirassi. Era un bellissimo lavoro d’artigianato – sicuramente opera di mio padre – con una resistente imbottitura di pelle nera da posizionare sotto l’ascella.
«Le mie gambe» aveva detto. «Bellissime, non credi?»
«Sì.» Le parole mi si erano bloccate in gola. «Perché non mi hai detto che eri vivo, André? Sono quasi impazzita, avevo paura che fossi morto. Da quant’è che sei tornato qui?»
«Solo da un mese.»
«Un mese intero e né tu né papà avete pensato di dirmelo!»
«Non volevo farti sapere dov’ero, se qui o a Parigi. Perché immaginavo che saresti venuta e non ti volevo intorno. Tornatene a Parigi, Eloïse.»
Avevo continuato a respirare. Non so come, ma ero riuscita a far entrare e uscire l’aria dai polmoni. Non lo biasimavo. Se fossi stata al suo posto nemmeno io avrei voluto vicina una come me.
«Dovresti parlare con papà, Eloïse.»
«Lo farò.»
«Intendo subito.»
Ecco tutto. Non mi voleva lì. Ero uscita dal fienile, immergendomi nel rumore dell’aeroplano che rombava in cielo.
Nelle stalle mi accolse un suono diverso. Il nitrito squillante di benvenuto che conoscevo così bene, anche se non lo sentivo da tempo. Apparteneva a Cosette, la mia bella cavalla camarghese di dodici anni, che riconosceva ancora i miei passi e sbuffò in segno di saluto attraverso le grandi narici.
Léon Roussel era in piedi accanto alla porta a mezz’altezza della stalla. Le stava parlando con quel sorriso rilassato che mi riportò ai giorni spensierati prima della guerra, quando ridevamo tutti solo per il piacere di essere vivi. Ricordavo che era sempre stato bravo con i cavalli, non li spingeva al massimo e non gli faceva affrontare ostacoli troppo pericolosi. Mentre mi avvicinavo Cosette calciava con lo zoccolo la porta in legno e si sporgeva per annusarmi il collo e sbuffarmi aria umida in faccia. Per fortuna la luce nella stalla era fioca perché vederla così felice per il mio ritorno mi commosse, e fino a quel momento ero riuscita a evitare di piangere di fronte agli altri. Le passai una mano sul collo corto e muscoloso, poi le diedi una grattatina al muso vellutato. Aveva un odore buonissimo.
Mio padre possedeva circa centocinquanta cavalli camarghesi che si aggiravano per la campagna in piccoli branchi bianchi, ciascuno capeggiato da un bellissimo e selvaggio stallone. Da piccola avevo desiderato essere uno di quegli stalloni, vagare libera, gettare i capelli al vento e sbattere i piedi a terra se qualcuno si azzardava a guardarmi storto. Vivevano allo stato semibrado nelle paludi, e ci procreavano anche. Solo i cavalli da lavoro venivano tenuti nella stalla perché i gardian potessero cavalcarli quando dovevano radunare i tori. Papà possedeva più di trecento tori neri della Camargue, ma nessun esemplare spagnolo come alcuni dei manade confinanti. La specie di ringhio che fuoriusciva dai loro petti profondi e quel particolare odore muschiato che emanavano le loro pelli polverose erano stati le colonne portanti della mia infanzia.
«Cavalchi ancora?» chiesi a Léon. Era come fare un salto indietro nel tempo, a prima che ci dimenticassimo come si rideva.
«No.» Scosse la testa con un sorriso sprezzante. «Sono un cittadino. Adesso vado in moto, non a cavallo.» Passò una mano sulle orecchie appuntite di Cosette, un’elegante curva bianca come la neve dalla calotta interna color fumo. «Ma i manubri non si maneggiano bene come un paio di redini logore.» Mi guardò le mani, che continuavano ad accarezzare la cavalla. «E tu? Mi sa che sugli Champs-Élysées non c’è modo di cavalcare a pelo.»
Accennai una risata. «Non credevo saresti finito nella gendarmerie, Léon.»
«E io non credevo saresti diventata una parigina, Eloïse.»
Annuii. «Abbiamo entrambi le nostre motivazioni.» Diedi una grattatina al mento di Cosette e lei sbatté le sue lunghe, bianche ciglia. Feci un passo indietro e mi concentrai su quel poliziotto dalla minacciosa uniforme scura. Sembrava averlo inghiottito. Divorato. Il ragazzo spavaldo che conoscevo se n’era andato. Aveva ancora quegli occhi grigi limpidi e vivaci, in cerca di guai, ma dov’era il sorriso spumeggiante dai denti troppo larghi per la sua bocca? E la risata squillante? Non era il momento né il luogo per sfoderarli, lo ammetto, ma mi mancavano, comunque. I duri lineamenti del suo viso avevano assunto una rigidità e una seriosità che mi risultavano estranee. Mi chiesi se le indossasse ogni mattina assieme all’uniforme blu scuro o se gli si fossero impresse in modo permanente sulla pelle come un tatuaggio.
«Ti prego dimmi perché qui sta succedendo tutto questo» gli chiesi.
«Dovresti chiederlo a tuo padre.»
«Lo sto chiedendo a te.»
Le pieghe sul suo volto si fecero più marcate. «Perché non a tuo padre?»
«Mio padre potrebbe decidere di non dirmelo.»
Non controbatté.
Mentre gli ultimi raggi del sole filtravano attraverso la porta e formavano un polveroso rettangolo dorato sui ciottoli delle stalle mi diressi verso il davanzale dove un tripudio di piccole mele rosate traboccavano da una cesta di vimini. Ne presi tre, una per ciascuno. Cosette nitrì in modo grazioso per ringraziarmi.
Léon addentò la sua. «Sono venuto per fare delle domande, Mademoiselle Caussade,» disse in modo formale «non per dare risposte.» Ma sorrise. Un sorriso genuino, non di circostanza, e per la prima volta quel giorno sentii la morsa che mi stringeva il petto sciogliersi abbastanza da permettermi di respirare.
«È inutile che tu mi faccia delle domande» puntualizzai. «Non ne so niente dell’uccisione di Goliath. Sono venuta perché me l’ha chiesto mio padre, ma non ho idea di quello che sta succedendo qui.»
«Sai del progetto degli americani per la costruzione di undici basi aeree in Francia?»
«Certo. Ci sono state proteste di massa a Parigi contro quest’idea.»
«Come parte della NATO l’aeronautica degli Stati Uniti, l’USAF, sta organizzando una strategia difensiva contro la minaccia di un assembramento di forze dell’Unione Sovietica.»
«Ma credevo che le basi aeree sarebbero state costruite sul confine nordorientale della Francia, non quaggiù al sud. Perché qui?»
«Propongono questa come base d’appoggio. Hanno occupato il campo d’aviazione di Dumoulin e l’hanno ingrandito. Ma adesso vogliono espandere le piste ancora di più, ed è per questo che hanno bisogno della terra di tuo padre.»
«Quindi le nuove piste saranno…» Non riuscii a terminare la frase.
Léon si incupì e attese che la completassi. Non lo feci. Così alla fine pronunciò lui le parole. «Proprio accanto alla manade di tuo padre, al confine occidentale.»
Gli americani stavano mettendo in piedi un accampamento proprio sulla porta di casa nostra, dei Caussade.
«Ci terranno armi nucleari?»
«Certo. Pronte a rispondere in caso di attacco. Gli americani» nel frattempo Léon stava dando il torsolo della sua mela a Cosette «sono gli unici ad avere abbastanza soldi e potere per tenere testa ai sovietici. L’Europa è sull’orlo del disastro.»
Nonostante la temperatura mite della sera un brivido mi percorse la schiena. Guardai fuori attraverso la porta della stalla fino al fienile, in ombra negli ultimi, morenti raggi del giorno. Dentro c’era mio fratello.
«Léon.»
Il respiro di Cosette, che sapeva di mela, smosse l’aria stantia delle stalle.
«Vieni mai a trovare mio fratello? Una volta eravate amici.»
«Ci ho provato.»
«Ha cacciato anche te?»
«Non è in un bel periodo. Ha bisogno di stare solo.»
Con un fucile sulle ginocchia. Come se sapesse cosa stava per succedere. Non provai a parlare. Mi mancava la voce, e il silenzio si intensificò come le ombre, ma Léon non tentò di scacciarlo. Solo quando uno dei gardian che lavorava nella manade di mio padre arrivò a cavallo di Pépé, un muscoloso ed esuberante cavallo, le stalle ripresero vita grazie allo scalpiccio di zoccoli e allo scricchiolare della pelle calda della sella.
«Bonsoir, Mademoiselle Eloïse.»
«Bonsoir, Louis, ça va?»
L’uomo fece una smorfia e indicò il fienile dove giaceva il corpo senza vita di Goliath. Diede uno sguardo al poliziotto accanto a me, si passò il dorso della mano guantata sulla bocca quasi a voler scacciare le parole che gli affioravano alle labbra e si spostò verso il fondo della stalla. I poliziotti non erano mai i benvenuti. Significavano sempre guai. Feci un cenno di saluto a Léon e mi incamminai verso l’ampia porta. Era arrivato il momento di parlare con mio padre.
«Eloïse.»
Mi fermai. Léon si vedeva appena nella penombra. «Che c’è?»
«Se vai in città, a Serriac o anche ad Arles, sta’ attenta.»
«Attenta?» Il cuore mi pulsava in gola. «Perché?»
«Perché sono in tanti a sapere che sei la figlia di Aristide Caussade.»
«Léon, te lo dico: sono orgogliosa di essere la figlia di Aristide Caussade.»
Annuì. «Certo.» Percepii il sorriso nella sua voce piuttosto che vederlo sul suo volto.
Mi avvicinai. «Credi ci possa essere qualche altro motivo per la brutale morte del miglior toro di mio padre? A parte la terra per la base aerea?»
«Ne conosci uno?»
«No.»
«Sicura?»
«Sì.»
Non ero certa che mi credesse. Feci per tornare verso la casa, ma sentii i suoi stivali da poliziotto subito dietro di me.
«Eloïse, mi dispiace per la cicatrice.»
La maggior parte delle persone non la menzionava. Non osavano nemmeno guardarla. Come se potesse contaminarli. Mi si mise davanti e studiò il mio volto a lungo. «Non fa differenza» disse a bassa voce. «Sei quella che sei. Ancora la Eloïse Caussade che si è lanciata nel Reno dalla cima di un albero per dimostrare a suo fratello quant’era tosta.»
Allungò una mano e fece scivolare il pollice lungo la cicatrice, dal sopracciglio al mento. Non aveva idea di quanto quella lucida escrescenza bramasse un tocco umano. La sentii prendere vita. Pulsava. Respirava. Quando allontanò la mano mi incamminai rapida nel cortile oscuro, la mano posata sulla guancia per trattenere il calore del suo pollice.
«Grazie» gridai alle mie spalle.
«Per cosa?»
«Per l’avvertimento.»