16

Avevo le mani ricoperte di sangue, denso e lucido come seta scarlatta. Non era il mio. Mon Dieu, magari fosse stato il mio. Era di Cosette.

Avete mai visto un cavallo bianco ricoperto di sangue, i folti crini rilucenti di un rosso vivo? Mi si spezzò il cuore. Il respiro della mia Cosette usciva in rantoli profondi e tormentati, come il mio, eppure le parlai con calma mentre le bagnavo il terribile squarcio che si allungava a forma di C dal garrese alla base della criniera attraverso la muscolosa spalla sinistra, fin davanti al petto. Era l’immagine speculare della mia guancia.

L’avevo legata all’interno del fienile e l’avevo abbracciata. Appoggiò il suo muso pesante alla mia spalla, la pelle tremante e i muscoli che fremevano, il respiro affannoso, i baffi che si torcevano. Dalla sua gola si sprigionò un suono terrorizzato.

«La mia povera Cosette» sussurrai, e corsi in casa a prendere acqua e bende.

All’esterno regnava un caos ordinato. I gardian sapevano come gestire il fuoco e avevano formato una fila per trasportare secchi d’acqua e attaccare una canna alla pompa, ma era troppo poco, troppo tardi. Le fiamme avevano vinto. I cavalli e le persone ferite venivano accuditi, mentre Mathilde correva dall’uno all’altro con unguento e lenzuola strappate.

Vidi Léon che dava indicazioni alle auto e ai camion di bloccare l’entrata della fattoria. Nessuno poteva andarsene o entrare. Capii che adesso si trattava di una scena del crimine e che lui stava svolgendo il suo lavoro. Ma volevo che se ne andassero tutti, che ci lasciassero in pace nella nostra terra. Léon avrebbe chiamato dei colleghi ad aiutarlo e ci avrebbero fatto delle domande. Domande su domande.

Volevo solo silenzio.

Passai le mani sul petto ansimante di Cosette. Non sapevo se ero io a calmare lei o il contrario, dato che le convulsioni scuotevano entrambe. Il veterinario stava cucendo i lembi slabbrati della ferita mentre lei si dimostrava coraggiosa quanto un toro, anche se le orbite cerchiate di nero erano pallide per lo shock. Le aveva iniettato un sedativo e quando mi aveva guardato si era messo a ridere chiedendomi se ne volessi uno anch’io.

Stavo quasi per dirgli di sì.

La gente andava e veniva. Non parlai con nessuno. La mia mano non lasciò mai la cavalla. Nella mia testa il rumore di grida e il crepitio delle fiamme confluivano in una domanda: chi aveva appiccato il fuoco?

Perché?

Prima Goliath. Adesso i cavalli.

Si trattava della stessa persona? O di due persone diverse?

Stavo accarezzando il caldo collo di Cosette quando mio padre entrò nel fienile, i suoi duri lineamenti tesi, e io mi ritrassi per fargli esaminare la cavalla. La accarezzò con le sue grandi mani, mormorando dolci parole d’affetto, e ne fui gelosa. Non avevo mai ricevuto simili parole da lui. La fissò negli occhi marroni carichi d’ansia, poi controllò che le zampe e i nodelli fossero sani nonostante la ferita. Esaminò le bruciature sul fianco e le passò una mano lungo le guance bianche e sporgenti, giù fino al solco giugulare. Soddisfatto, appoggiò l’ampia fronte alla sua con tale devozione che Cosette nitrì piano in risposta.

Quando alla fine si voltò per osservarmi sembrò sorpreso. Non m’importava del mio aspetto. Per una volta ero sola con lui e non avrei sprecato l’opportunità per saperne di più.

«Papà, è vero che hai già firmato il contratto per vendere la nostra terra all’aeronautica degli Stati Uniti?»

Non riuscii a trattenere la rabbia dal mio tono di voce, anche se ci avevo provato.

«Sì, è vero.»

«Perché hai detto di sì?»

«Non avevo altra scelta.»

«Non è quello che dice il sindaco Durand.»

«Allora il sindaco mente.»

Mente. Chi dei due mi stava mentendo? Chi dei due aveva un motivo per farlo?

«Ti hanno espropriato il terreno?»

«No.»

«Allora perché lo vendi?»

«Lo so io il perché.»

Sapevo di non dover chiedere quale fosse il motivo. «Prima Goliath. Adesso i cavalli, papà. E poi? I tuoi figli?»

Assunse un’espressione impenetrabile e fece per andarsene.

«Papà, chi sono queste persone che uccidono il nostro bestiame? Lo sai?»

Strinse la barba striata di sangue come faceva quando cercava di controllare la rabbia. «Sono comunisti di merda.»

«Ti hanno chiesto qualcosa? Hanno insistito perché annullassi la vendita?»

«Troppe domande, ragazza.» Si accigliò, e le sue sopracciglia arruffate si abbassarono a formare una profonda V. «Ho già abbastanza cose a cui pensare là fuori senza che tu ti metta a…»

«Perché mi hai chiesto di venire da Parigi? A che scopo?»

«Quando i Caussade sono in difficoltà rimangono uniti, fianco a fianco. Lo sai.» La sua bocca, larga e dalle labbra ampie, si ammorbidì per un attimo. «È per questo che sei venuta.»

Non era per quello. Ero tornata perché pensavo che André fosse morto. Eppure sì, mi aveva mandata a chiamare e io mi ero precipitata lì.

«Se i Caussade rimangono uniti,» dissi «dov’è mio fratello Isaac?»

Mio padre voltò la testa e sputò sulla paglia. «I comunisti sono dei traditori bastardi, tutti quanti. Stanno portando il paese alla guerra civile. Sono in ogni posto di lavoro, in ogni fabbrica, a raggirare la mente di quei poveri scemi finché non arriveremo a uno sciopero generale e quell’ameba del primo ministro Joseph Laniel non ha la più pallida idea di come impedire che questo distrugga il paese. Pensano di avere idee intelligenti da intellettuali quando invece sono dei pupazzi senza cervello che si fanno manipolare dai violenti burattinai del Cremlino. Chissà quanto quei luridi bastardi se la stanno ridendo sfregandosi le mani. La Francia cadrà a pezzi, e l’armata rossa è lì in attesa appena oltre il confine. Secondo te abbiamo combattuto una guerra contro un dittatore solo per consegnare il nostro paese nelle mani di un altro? Eh?»

Le parole si placarono. Ma non la rabbia, che aveva riempito ogni angolo del fienile. Perfino Cosette la percepiva. Si spostava da uno zoccolo all’altro e lo guardava con le orecchie tese e gli occhi sgranati, le bianche sopracciglia che sbattevano ansiose.

Non avevo mai sentito mio padre parlare a quel modo. Di rado mi rivolgeva più di una dozzina di parole. E non parlava mai di politica con me. Ci guardammo per un intero minuto, persi nei nostri pensieri.

«Papà,» dissi con calma, per non spezzare il sottile filo che si era creato «sai chi è la persona che uccide i nostri animali?»

Sentivo il mio cuore martellare e pensai che fosse il suo.

«No» disse infine. E uscì dal fienile.

Quando Mathilde entrò a passo svelto nel granaio con un vassoio stavo radunando del fieno per Cosette e gli altri quattro cavalli feriti che nel frattempo si erano aggiunti al computo.

«Voilà» disse allegra. «Ne hai bisogno, chérie, e poi devi fare un bel bagno. Hai un aspetto orribile.»

Sul vassoio c’erano una gardiane de taureau con una bottiglia dell’aspro vino rosso di mio padre e un bicchiere. Era tardo pomeriggio e Mathilde avrebbe dovuto essere a casa sua già da tempo, ma come sempre era più che disponibile con la famiglia Caussade, ed era rimasta a dare una mano.

«Grazie» dissi, e posai il vassoio su un barile. «Novità?»

«La polizia è ancora qui, una bella scocciatura.»

«Ho sentito.»

«Il capitano Roussel, come si fa chiamare adesso Léon, interroga tutti.»

«Hai visto mio fratello?»

«André? Credo sia in camera sua. Non l’ho visto ma mentre ero in cucina ho sentito quel povero cucciolo. Sulle scale.»

Ci scambiammo uno sguardo. Sapevamo entrambe a quale suono dolente e faticoso si stava riferendo.

Quando Mathilde se ne andò, uno dei giovani cani da caccia di mio padre, Demeter, dal manto striato e gli occhi azzurri, sgattaiolò dentro accoccolandosi accanto a me nella paglia, il suo ossuto corpo caldo e confortante. Gli diedi il cibo del vassoio mentre deglutivo il vino rosso direttamente dalla bottiglia.

Ne ho abbastanza, André. Ne ho abbastanza, te lo dico.

Quando finalmente Cosette si addormentò scostai con delicatezza la testa di Demeter dal mio grembo e uscii dal fienile senza far rumore, proprio come aveva fatto il cane quand’era entrato. Raggiunsi la casa e salii in fretta le scale, le dita ancora strette attorno al collo della bottiglia di vino. Adesso era mezza vuota, ma ne avevo tenuto da parte un po’ per André. Ne avrebbe avuto bisogno.

Eccome se ne avrebbe avuto bisogno, Mon Dieu.

Entrai in camera sua senza bussare. Mi ritrovai subito una pistola puntata in faccia.

Dritta in faccia.

«Che accoglienza» dissi.

«Stupida. Avresti potuto essere…»

Inserì la sicura nella pistola; la infilò nella cinta e si appoggiò schiena al muro, ma non gli permisi di scappare così facilmente. Posai la bottiglia a terra e mi avvicinai a lui. Gli afferrai la camicia e lo strattonai. Ancora e ancora. Sbattendolo contro il muro finché non riuscì più a respirare.

Non cercò di fermarmi.

Quando finii gli lasciai andare la camicia e mi pulii le mani sui pantaloni, come se avessero qualcosa che non andava. André era paonazzo e aveva lo sguardo tagliente, ma non disse nulla. Sapeva che non avevo finito.

«Dimmelo, André. Dimmelo subito.» Cercai di mantenere un tono basso, ma uscì amaro e astioso. «Non tollererò il tuo silenzio un minuto di più. Chi sarà il prossimo a morire? Io? tu?» Deglutii vistosamente. «Papà?»

«Non farlo, Eloïse. Non farlo. Sai che non posso dire niente. Non chiedermelo.»

Odiavo la tranquillità nella sua voce, quell’autocontrollo.

«Te lo sto chiedendo, André. E voglio una risposta, altrimenti vado dritta da quei poliziotti in cortile e gli dico tutto quello che so su di te e sulle persone per cui lavori.»

«No.»

«Sì. Lo faccio, André. Te lo giuro.»

«Se lo fai firmi la mia condanna a morte.»

«Sta a te scegliere.»

Ero così dura. Così spietata. Mi spaventai.

Qualcosa nella sua espressione cambiò, scivolò via. Lo vidi nei suoi occhi fulvi. Come se sentisse di scivolare su una lastra di ghiaccio. Sarebbe stato così facile allungare una mano verso di lui, ero tentata di ritrarre il coltello verbale che gli avevo infilzato nelle costole, ma tenni le mani ferme lungo i fianchi, la bocca chiusa, lo sguardo piatto. Doveva credere alle mie parole, anche se io per prima non ci credevo.

Ci fissammo per un lungo momento.

«Chi sta cercando di ucciderti?» chiesi. «I nomi.»

Scrollò le spalle con infinita indolenza. «Tanto vale che mi spari un colpo da solo.» Sorrise e si puntò due dita alla tempia. «Sarebbe più facile per tutti voi.»

Mi avvicinai al suo fucile da caccia, appoggiato in un angolo della stanza, e lo afferrai. «Se non mi dai subito dei nomi ti sparerò con le mie mani, André Caussade.»

Rise. Da dove cavolo gli usciva quella risata?

«So che ne saresti capace.»

«Siediti» dissi.

Zoppicò fino al letto e si sedette in modo maldestro sulla trapunta patchwork cucita da mia madre. Rimisi a posto il fucile e mi sedetti sulla sedia accanto al letto. Non osai sedermi più vicino. Non potevo permettermi di ricordare che era mio fratello.

«I nomi» dissi. «Dammi i nomi.»

Si era ritratto nel suo guscio. Mi esaminava. «Ti rendi conto di quanto sei conciata male?»

Diedi un’occhiata al sangue e alle bruciature sul mio corpo. Le maniche della camicetta erano piene di buchi, e da sotto il tessuto vedevo le vesciche che scintillavano. I miei capelli sapevano di lana bruciacchiata.

«Non è niente» dissi «in confronto a quello che mi faranno i tuoi amici, lo sappiamo entrambi.»

«Esagerata come sempre.» Tentò di abbozzare un sorriso ma non mi convinse. Si sporse in avanti e mi prese le dita tra le sue. «Va’ a casa, Eloïse, tornatene a Parigi» disse con calma. «Non ti vogliamo qui. Ce la possiamo cavare senza di te.»

Allontanai la mano e mi alzai, torreggiando su di lui. «No, André, non potete farcela. Sei mezzo paralizzato dal collo in giù, non puoi fare niente per sistemare questo casino. Hai bisogno di me, lo sai. Posso essere i tuoi occhi e le tue orecchie, posso essere le tue…» guardammo entrambi gli immacolati pantaloni del suo completo da funerale «gambe. Hai bisogno di me» sussurrai.

Dovetti usare tutta la forza che possedevo per pronunciare quelle parole crudeli.

Lo vidi morire dentro. All’esterno l’aria della sera era afosa, non c’era un filo di vento, e una nebbia grigio perla era strisciata fin lì dai campi, tanto che la luce nella stanza era quasi traslucida.

«Sì, hai tutte le ragioni per avercela con me» dissi «per quello che ti ho fatto a Parigi. Puoi inveire e infuriarti. Lo faccio anch’io ogni notte. Sì, puoi anche ricacciarmi a Parigi, ma prima scoviamo gli assassini che hanno cercato di distruggerti e che adesso perseguitano questa fattoria. E chiunque abbia scritto questo biglietto.»

Estrassi dalla tasca il foglio quadrato privo di firma che avevo trovato infilato nel tergicristallo a Serriac. André lo prese, lo aprì, e lo lesse con espressione impassibile. Eppure quando mi guardò, per un solo attimo, era di nuovo mio fratello, gli occhi che gli brillavano per via di un sentimento che credevo si fosse perso tra noi. Infilò una mano nella tasca dei pantaloni e prese il coltellino tascabile rosso sangue che si portava appresso fin da quando era ragazzo. Fece scattare il serramanico e sapevo cosa stava per succedere. Si incise il polpastrello del pollice e quando allungai il mio fece lo stesso, poi li unimmo. Era un rituale d’infanzia, il sangue dei Caussade.

«Se ti rifugi a Parigi,» mormorò «non faranno altro che starti addosso. Sono addestrati per farlo.»

In quel momento un paio di colpi di pistola risuonarono in cortile e mi precipitai alla finestra. Due dei cavalli feriti non ce l’avevano fatta. Mentre tornavo a sedermi sulla sedia impagliata il dolore mi attanagliò il petto.

«Nomi» ripetei. «Mi servono dei nomi.»