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Tornai al lavoro a maggio, quando il braccio era finalmente guarito. Avevo l’affitto da pagare. La città scivolò con entusiasmo verso l’estate, accogliendo il piacere di pigre giornate più lunghe, ogni respiro caldo e profumato, mentre un colorato tripudio di rosso scarlatto e oro sbocciava nei parchi. Era così piena di vita da farmi male.

Ancora nessuna notizia.

Non partii nemmeno quando la città si svuotò il primo di agosto, i parigini che si riversarono in massa a sud per l’esodo estivo. Rimasi. Ogni sera facevo il giro dei bar in cui mi aveva portata e percorrevo le promenade lungo il molo perché ero convinta, assolutamente convinta che lo avrei trovato.

All’epoca non sapevo quanto sia facile autoingannarsi.

Una delle cose che mi aveva insegnato André era come forzare una serratura, un regalo fraterno. Come usare un kit di strumenti a punta fine, sentire la pressione, le dita precise e delicate come quelle di un chirurgo. Mi aveva mostrato come farlo e devo ammettere che mi divertiva. Provavo soddisfazione nel superare ogni sfida, che si trattasse di una serratura a leva protetta o di una semplice chiusura cilindrica. Così rimasi delusa la sera in cui mi misi al lavoro su una serratura d’ottone e mi sembrò troppo facile.

Aprii la porta. L’ufficio era avvolto nel buio, quel tipo di buio in cui non si vede a un palmo dal naso. Non era un problema per me. Entrai senza far rumore, mi richiusi la porta alle spalle e inspirai. L’aria era viziata e maleodorante. Troppo calda. E qualcosa era andato a male. Ma avevo sentito di peggio. Accesi la torcia elettrica e la puntai in giro per la stanza lungo le assi in legno spoglie, sorvolando sugli angoli, controllando che il proprietario dell’ufficio, quel grassone bastardo, non si stesse riprendendo da una sbronza sotto alla scrivania.

No, non c’era nessuno. Espirai.

Le ombre correvano lungo le pareti, sembrava che mi stessero aspettando. Gli puntai contro il fascio di luce e svanirono, come evaporano i sogni quando cerchi di afferrarli per la gola.

Mi diressi verso lo schedario grande quanto una bara appoggiato al muro, ma il puzzo mi dava alla testa. Proveniva dalla scrivania. Mi avvicinai e ne ispezionai la superficie. Era un ammasso di raccoglitori e pile di scartoffie traballanti assemblate alla rinfusa, ma in mezzo al pallido registro la mia torcia colse un indumento intimo di pizzo femminile. Era chiazzato di rosso scuro. Non capivo se si trattasse di vino o sangue, ma le mosche avevano affondato le zampe nella macchia e avevano creato una scia sul registro. Incartai l’indumento prendendo un foglio da una delle pile sulla scrivania e lo infilai in borsa.

Il fascio della torcia illuminò il bicchiere torbido e la bottiglia di vino poco distante dalla sedia, ma io mi diressi allo schedario. La serratura fu un gioco da ragazzi. Sentii l’inconfondibile rumore del meccanismo che cedeva e aprii ogni cassetto. Dov’erano le massicce misure di sicurezza che un fotografo – anche uno da quattro soldi come quello – avrebbe dovuto adottare?

Sentii un rumore. Dei leggeri colpi. Mi immobilizzai. Le orecchie ben aperte. Ma non era altro che un improvviso piovasco che si abbatteva contro le persiane. Feci scorrere rapidamente le dita sul contenuto dello schedario, la busta marrone che cercavo era nascosta nel terzo cassetto. Estrassi l’intero fascicolo, lo misi nella borsa che avevo in spalla e sistemai la cassettiera. Ero pronta ad andarmene, prima però tornai alla bottiglia sulla scrivania. La tagliai abilmente con il rivestimento metallico della torcia. Vetro e vino esplosero sopra il suo mucchio di fogli del cazzo.

Perché mi trovo qui, a rovistare in un ufficio?

Perché è quello che faccio per vivere.

Lasciai cadere la grande busta marrone sulla scrivania di Clarisse Favre, che mi guardò con un luminoso sorriso scarlatto. La scrivania era curatissima, come la proprietaria, raffinata e lucente, di quelle che si vedono solo sulle riviste. Per quanto presto arrivassi nell’ufficio della Favre Detective Agency, lei era sempre lì prima di me, e rimaneva per molto tempo dopo che mi trascinavo a casa a mezzanotte. Poteva essere tagliente come un rasoio o morbida come il suo piumino da cipria di Dior, non sapevo mai quale Clarisse mi sarei ritrovata davanti.

«Ma chère Eloïse,» mi sorrise raggiante «sei l’arma segreta della Favre Agency.»

Rise, un suono caldo che mi attirava sempre e mi faceva venire voglia di sentirlo ancora. I capelli castano chiaro erano raccolti in un elegante chignon e indossava lo stesso abito grigio tortora che aveva la prima volta che l’avevo vista. Mi aveva portata nel suo elegante ufficio a Saint-Germain esattamente un anno prima, quando mi ero appena laureata alla Sorbonne e avevo scoperto che né i servizi segreti francesi né la CIA erano minimamente interessati a usufruire dei miei talenti.

Quindi com’è che sono finita qui? È stato uno di quei colpi di fortuna imprevisti. Ero seduta a un café all’aperto con la mia amica Nicole dell’università, ricurva su un tavolino rotondo con un posacenere in metallo stracolmo di mozziconi di sigarette. Fumavamo come parigine incallite e bevevamo troppo caffè, entrambe nervose e frustrate per non essere riuscite a trovare i lavori che volevamo, adesso che avevamo terminato gli studi. Nicole era una scienziata dai ricci castano ramati con una fulgida determinazione nel diventare una delle più importanti fisiche di tutta la Francia.

Io mi occupavo di tutt’altro, mi ero laureata in lingue. Esile, al verde e depressa. L’essere stata rifiutata dalla CIA nonostante parlassi correntemente russo e inglese mi aveva destabilizzata. Ero così sicura che il mio futuro sarebbe stato quello di seguire le orme di mio fratello che mi sembrava di trovarmi in piedi su una lastra di ghiaccio che continuava a farmi scivolare. Io e Nicole ci stavamo lamentando a vicenda mentre guardavamo gli artisti di strada che dipingevano in mezzo alla frenesia di Place du Tertre, e notai vagamente un’elegante donna dal buon profumo che si sedette al tavolo accanto al nostro. Dopo dieci minuti si sfilò gli occhiali da sole, si sporse in avanti e mi picchiettò il braccio con l’angolo del suo biglietto da visita.

«Tieni» disse, e lasciò cadere il cartoncino sul nostro tavolo. «Non ho potuto fare a meno di ascoltare quello che dicevate. Se cerchi davvero un lavoro chiama il mio ufficio. Prendi un appuntamento. Ho una posizione che potrebbe interessare una ragazza sveglia come te.»

Osservai la mia benefattrice, sorpresa. Un viso dai lineamenti perfetti, trucco impeccabile, bocca ampia che mi rivolgeva un caloroso sorriso e occhi verdi intensi come smeraldi.

Annuii, cercando di nascondere il mio entusiasmo. Presi in mano il biglietto da visita. «Perché io?» chiesi.

«Perché mi sembri una stronzetta tutt’altro che accomodante e pronta per un po’ di movimento.»

Risi. Mi aveva conquistata con le parole stronzetta e movimento.

«Perché il russo?» mi aveva chiesto quand’ero andata a bussare alla sua porta quella prima, piovosa mattina.

«Ho pensato che avrebbe potuto tornarmi utile.»

Non le dissi che ai miei occhi l’alfabeto cirillico era una sorta di codice irresistibile. In ogni caso doveva aver intravisto qualcosa in me che le aveva fatto pensare che fossi adatta a fare l’investigatrice privata, perché mi assunse e mi mandò a un corso di due settimane a Neuilly-sur-Seine. Me ne andai in giro a imparare tecniche di pedinamento e a maneggiare diversi tipi di macchine fotografiche per scattare foto rubate. In questo modo imparai i ferri del mestiere, a quanto pare. E comunque ero portata. Quando lo raccontai ad André ero tutta orgogliosa e lui si mise a ridere stappando una bottiglia di champagne per festeggiare.

Clarisse infilò un’unghia accuratamente smaltata sotto al risvolto della busta che le avevo dato e ne fece scivolare il contenuto sulla scrivania, di fronte a lei. Un plico di foto. Cinque, patinate, in bianco e nero, otto centimetri per dieci. Inoltre, cosa più importante, la fila di negativi che avevo “preso in prestito”. Dopo aver studiato brevemente le fotografie fece una smorfia disgustata e le rimise nella busta, per non vederle. Aveva un viso espressivo, sempre mutevole e interessato, lineamenti definiti e occhi che potevano portarti a credere di sapere a cosa stesse pensando. Ma ti sbagliavi. Nessuno sapeva cosa pensasse Clarisse. A volte la sorprendevo a guardarmi. Chissà perché.

Sollevò la striscia di negativi verso la luce e li osservò strizzando gli occhi. «Dove hai preso questa merda?»

«Nell’ufficio di quel bastardo.»

Annuì, in segno d’approvazione. Non mi chiese come fossi riuscita a entrarci.

Il bastardo era il fotografo. Un verme schifoso che aveva l’abitudine di scattare foto compromettenti delle figlie sedicenni di facoltosi personaggi pubblici, ragazze sbandate, che stavano prendendo una brutta strada. Erano gli anni Cinquanta. Credevamo di esserci lasciati alle spalle i tempi bui. Avevamo tutti una gran voglia di positività, ma le droghe, l’alcol e la minaccia nucleare di un’estinzione immediata continuavano a far ruotare intorno a noi squali dai grandi occhi neri. Il paese era in subbuglio, e i servizi di Clarisse erano molto richiesti.

Lavorammo per un’ora, parlando di due nuovi clienti che le avevano chiesto di risolvere i loro problemi – uno era un caso di ricatto, l’altro di sospetta frode – e io stavo annotando i dettagli nel mio taccuino quando mi resi conto che ormai si era azzittita da un po’. Sollevai lo sguardo. Era seduta immobile, mi osservava. Senza motivo apparente sentii un brivido di paura.

«Che c’è?» chiesi.

Appoggiò i gomiti sulla scrivania. «Dimmi, Eloïse, hai sentito qualcosa?»

Aveva un tono dolce, talmente dolce da spaventarmi. Sapevamo entrambe cosa intendeva con qualcosa.

«No.»

«Nessuna notizia di tuo fratello?»

«No.»

Spostò lo sguardo verso la cicatrice sul mio viso. Era stata carina con me dopo l’incidente, mi aveva concesso del tempo per riprendermi e ogni tanto si presentava al mio piccolo appartamento con una scatola di invitanti pasticcini o un libro osé o l’ultimo numero di “Vogue”. Tenevo alla sua amicizia, mi aveva fatta quasi sentire di nuovo umana, ma adesso i suoi occhi, brillanti e coriacei come l’enorme smeraldo che aveva al dito, si erano ridotti a due fessure verdi.

«Devi liberartene, Eloïse.»

«Liberarmi di cosa?»

«Del senso di colpa.»

«Quale senso di colpa?»

La fissai di rimando, non accettavo che provasse pena per me, ma lei allungò un braccio e staccò le mie dita dal bordo della scrivania, al quale mi ero avvinghiata. La sua mano era delicata. Il silenzio si fece strada nella stanza e tutto quello che riuscivo a sentire erano i nostri respiri nell’ufficio silente, con le sue poltrone Eames e gli attaccapanni colorati e moderni. Nella mia testa ronzava l’oscurità.

«Che c’è?» chiesi. «Cosa mi nascondi?»

Clarisse si adagiò allo schienale, picchiettò le unghie sulla scrivania, poi aprì un cassetto e ne estrasse un foglio di carta. Me lo piazzò di fronte.

«Per te» annunciò.

Un telegramma. Vidi che era stato aperto anche se era indirizzato a me. Da parte di mio padre. Sentii un dolore così acuto sul retro delle orbite da non riuscire a leggere. Poteva esserci solo un motivo se mio padre mi aveva inviato un telegramma.

André era morto.

Mi si offuscò la vista. Il mondo assunse un colore grigio fumo.

«L’ho aperto» mi disse piano. «Gli avevi dato l’indirizzo dell’agenzia e così l’ho aperto. Leggilo.»

Sbattei le palpebre, forzandomi di focalizzare lo sguardo. C’erano scritte solo due parole. Vieni subito.