30
Mas Caussade non mi era mai sembrata così accogliente.
Ero corsa a casa da Arles spingendo al massimo il mio macinino. Se qualcuno mi stava seguendo non l’avevo visto, ma non credevo valesse la pena pedinarmi visto che era ovvio dov’ero diretta. Ero volata a casa.
Attorno alla casa c’era fermento: stavano già costruendo delle nuove stalle, si sentivano martelli e seghe e il chiaro fresco profumo del legno nuovo. Mio padre si stava dando da fare con gli altri, piantando chiodi e impartendo ordini. Rimasi a osservarlo per qualche minuto. Sembrava felice di costruire una nuova casa per i suoi amati cavalli, più allegro di quando si trovava in compagnia mia o di André. Qualcuno gli aveva spuntato la barba.
I cani sonnecchiavano all’ombra con gli occhi sempre fissi su papà e una manciata di galline e oche becchettavano a terra, bisticciando le une con le altre. Una fila di corvi era appollaiata sul tetto del fienile come sudici discoli lungo un muro, pronti a scagliarsi su ogni scarabeo abbastanza sciocco da correre fuori dalla stalla. Quella vista risvegliò qualcosa in me, la parte che avevo dimenticato da tempo e che era plasmata dalla terra scura della Camargue.
Voltai le spalle alla scena e corsi in casa. Mi richiusi la porta alle spalle con un tonfo e nel corridoio buio appoggiai la guancia al muro. Sentivo il respiro della casa e piano piano il mio stesso respiro si placò. Sentii Mas Caussade che mi avvolgeva ancora una volta tra le sue braccia.
Era la mia casa, che lo volessi o meno. Mi offriva sicurezza. Mi offriva un riparo. Mi offriva un posto dove leccarmi le ferite, e per un attimo mi concessi di crederci.
Ma mi scostai dal muro, allontanando il suo tocco dalla mia guancia. Erano tutte bugie. Non aveva salvato Goliath e non aveva protetto Cosette. Allora perché avrei dovuto credere anche solo per un secondo che mi avrebbe salvata da quello che stava per accadere?
André non sembrava felice di vedermi. In camera sua faceva un caldo soffocante. Aveva la pelle imperlata di sudore, il che mi fece pensare si fosse di nuovo allenato troppo. Avrei voluto che uscisse per lasciare che il sole e i profumi e la vista dei tori avessero un effetto su di lui.
O mi sbagliavo? Stava facendo qualcosa che non voleva farmi sapere? Mi aveva detto che si fidava di me. Stava mentendo? Un’ulteriore bugia che si mescolava invisibile tra le altre. Come potevo aiutare mio fratello se lui non aiutava me?
«Ho lasciato il messaggio senza difficoltà» gli dissi.
«Non avevo dubbi.»
Era in piedi accanto alla finestra, sembrava non voler staccare gli occhi dal paesaggio. Cosa stava guardando? Mio padre e i gardian che ricostruivano le stalle?
O qualcos’altro? Qualcun altro?
Mi avvicinai a lui. «Non ho avuto difficoltà a trovare il posto,» dissi «ho infilato la busta e me ne sono andata subito, come mi hai detto.» Seguii il suo sguardo nel cortile e oltre i campi. Un ambizioso gruppo di giovani tori stava combattendo per testare la loro forza.
La loro forza. Tanto semplice. Era quello che guardava e agognava?
«Grazie, Eloïse, sei stata brava.»
«Quand’è che andranno a prenderlo?»
«Non sono affari tuoi.» Ammorbidì quelle parole con un sorriso di scuse, ma per poco. «Hai agito in modo molto professionale. Hai trovato i progetti. Li hai fotografati. Lo scambio segreto. Posso fidarmi delle mie “gambe”.»
«Domani vado a cavallo con uno dei piloti.»
«Bene. Più familiarizziamo con la base aerea meglio è. Ovviamente hanno la loro sicurezza interna ma anche quella è compromessa finché non troviamo chi ha provocato la fuga di notizie.»
«Cosa facciamo con il sindaco?»
«Al momento niente. Prima troviamo da dove proviene la fuga di informazioni. Il sindaco Durand ci sarà d’aiuto.» André smise di parlare e mi squadrò da capo a piedi. Quello scrutinio mi mise a disagio.
«Che c’è che non va?» mi chiese.
«Niente. È andato tutto bene.»
«È successo qualcos’altro?»
«No.»
«Sicura?»
Lo guardai dritto negli occhi. «Sì.»
«Bene. Allora puoi rilassarti.»
«Mi è successa una cosa mentre stavo tornando a casa.»
Scoprì i denti. «Sapevo che c’era qualcosa.»
«Stavo ripensando ai negativi.»
«E?»
«E credo di aver riconosciuto qualcuno tra i manifestanti.»
«Chi?»
«L’uomo dell’ospedale. Quello con gli occhi di ghiaccio. Maurice Piquet.»
Avrei potuto benissimo accoltellarlo in quel preciso istante. Avrei voluto rimangiarmi le parole perché il suo viso già pallido divenne bianchissimo. Mi afferrò il polso.
«Come faccio a salvarti, Eloïse?» sussurrò.
Lasciò la presa e guardò ancora una volta fuori dalla finestra, ma adesso il suo sguardo era rivolto verso la grande tamerice appena oltre il cortile, con la sua densa massa di fiori rosa. Credeva che qualcuno fosse appostato dietro al tronco?
«André, vuoi dire che era Piquet a guidare il camion?»
Non c’era bisogno di specificare quale camion. Per noi ne esisteva solo uno.
Senza spostare lo sguardo rispose: «Se Piquet è qui devi tornartene a Parigi».
«Non ti lascio solo.»
Si voltò piano a guardarmi, pensieroso. «Allora uno di noi due dovrà uccidere Maurice Piquet.»