25
Entrai in casa di mio padre. Dico che entrai, ma in realtà mi ci precipitai. Uscii di corsa dall’auto per entrare nel freddo e buio corridoio come se avessi il fuoco ai piedi. Durante il tragitto verso casa avevo passato più tempo a guardare lo specchietto retrovisore che la strada.
Dall’esterno provenivano lo sbatacchiare dei colpi di martello e dei badili e l’odore della cenere che veniva smossa nell’aria umida. Gli uomini stavano smantellando i resti carbonizzati delle stalle, ma all’interno regnava il silenzio. La casa sembrava vuota. Mi diressi verso la scura credenza in salotto e mi versai un bel goccio del cognac di papà. Lo deglutii in due sorsate, sentendolo bruciare attraverso la rabbia glaciale che avevo in corpo. Soffrivo per Mickey, un uomo che conoscevo appena, e non sapevo come cullare quel dolore, come dondolarlo tra le mie braccia, perché non mi apparteneva.
Sentii un rumore e quando mi voltai vidi papà in piedi sulla soglia, il solito cappello di feltro nero in testa, la camicia nera tesa sul suo petto possente. Aveva gli stivali inzaccherati. Altri pavimenti da pulire per Mathilde.
«Stai bene, Eloïse?»
Mio padre non mi chiedeva se stavo bene da quando Goliath mi aveva staccato un pezzo di carne dalla scapola con un corno quando avevo sette anni e stavo scappando da lui. Mi ero intrufolata nel suo pascolo per salvare un cucciolo di volpe che era rimasto incastrato in una trappola ma a quello straordinario toro dalla vista formidabile non sfuggiva niente. Mi ricordai all’istante che era stato Léon a medicarmi e ad asciugarmi le lacrime. Me n’ero scordata. Agli occhi di mio padre si era trattato di un fallimento sul quale fino ad allora non avevo voluto soffermarmi.
«Sto bene» dissi.
«Sembri…»
Non continuò, ma le sue spesse sopracciglia si incontrarono sulla fronte e lui fece vagare lo sguardo dal bicchiere vuoto che avevo in una mano alla bottiglia che tenevo nell’altra. Alla fine fece un commento sul mio abito.
«Quello sul vestito è sangue?»
Guardai in basso. Il vestito si era asciugato, ma la chiazza scura sul davanti era inconfondibile. Entrò a grandi passi nella stanza, colmando lo spazio, e sentii su di lui il dolce profumo del fieno. Aveva dato da mangiare a Cosette?
«Dov’è André?» chiesi.
«È andato dal dottore a Nîmes. Per farsi delle lastre.»
«È peggiorato?»
«Lui dice di no. Devo credergli per forza. Mi dice poco.» Fece oscillare la testa da parte a parte, un’abitudine che aveva ereditato dai suoi tori. «L’ha accompagnato Louis con il mio furgone.»
«Papà, oggi ho visto morire un uomo.»
Imprecò a bassa voce. «Chi?»
Posai il bicchiere e la bottiglia di brandy. «Un pilota americano, per strada, a Serriac. C’è stata una manifestazione antinucleare dei lavoratori di Marsiglia e sono scoppiati dei tafferugli. Era come una…» Feci una pausa. «…una guerra.»
Papà si voltò. «Tu non ne sia niente della guerra, ragazzina.»
«Papà, per favore.» Mi avvicinai a lui, abbastanza vicino da vedere che i tendini sul lato del collo erano tesi come corde. «So delle cinquantatré persone» dissi piano «giustiziate a colpi d’arma da fuoco in un fienile durante la Prima guerra mondiale.»
Emise un rumore. Un colpo di tosse. Come se qualcuno gli avesse dato un pugno in petto.
«Papà, ti prego, parlamene. Dimmi cos’è successo e perché importa al sindaco Durand.»
«Uno di questi giorni lo uccido quel bastardo» ringhiò la sua bocca tra la barba.
«Papà, è tutto un intrico di bugie e segreti che mi hanno portata nella direzione sbagliata. Per favore, papà. Parla con me. Devo sapere cos’è successo.»
«Eloïse, non devi sapere niente.»
Frugai nella mia borsa, presi la busta proveniente dalla scrivania del sindaco Durand e la porsi a mio padre. Per un secondo pensai che non l’avrebbe presa, invece lo fece ed estrasse il foglio di giornale ingiallito. Lo sentii inspirare, una boccata d’aria. Niente di più. Rimanemmo in silenzio per due minuti finché la sua voce non si levò lentamente da qualche recesso nel suo petto.
«È stato quello schifoso inverno alla fine della battaglia della Somme nel nord della Francia; avevamo fango negli stivali, fango sui denti, fango nell’anima. Una notte io e Jerome ci siamo ritrovati separati dal nostro battaglione. Siamo finiti ai margini di un paese, poco più di una pila di macerie bruciate, ma era rimasto in piedi un fienile in pietra. Era pieno di soldati crucchi in divise grigie da tedeschi addormentati sulla paglia, perfino la guardia. Io e Jerome abbiamo sparato a tutti e cinquantatré. Li abbiamo contati uno a uno.»
Papà aveva il respiro affannoso, la bocca aperta per inspirare aria. Lo ascoltai in silenzio, immaginandomi il fucile caldo tra le sue mani.
«Eravamo ragazzi» disse. «Avevamo appena diciassette anni. Avevamo visto i nostri amici macellati ai nostri piedi, cervelli o viscere sparsi tra il fango dai fucili e dalle bombe tedesche. Quando abbiamo cominciato a sparare nel fienile non siamo riusciti a fermarci. Le dita continuavano a premere il grilletto, e poi abbiamo lanciato delle granate. L’odore era terribile.»
Si fermò, scosse la testa e mi guardò come se non mi avesse mai vista prima.
«In qualche modo Charles Durand ha messo le mani su un ritaglio di un giornale locale di quelle parti. Sono anni che lo usa per ricattarmi.»
«Perché qualcuno dovrebbe ricattarti per aver sparato al nemico?»
«Non erano nemici. Quei bastardi tedeschi avevano travestito un gruppo di prigionieri francesi con delle uniformi militari per farci credere che avessero altre truppe in quella zona.»
Mi si strinse il cuore per lui. «Erano francesi?»
«Sì.»
«Oh, papà, dev’essere stato terribile. Per te e per Padre Jerome. Non c’è da stupirsi se si è rivolto alla chiesa per trovare perdono.»
Mi diede le spalle. Posò le mani con forza sull’antica credenza continuando a stringere quel pezzo di giornale tra le dita, poi chinò la testa e mi ricordò un bellissimo toro nell’arena. «Jerome è stato fortunato» mormorò. «Non è facile trovare il perdono.»
Mi avvicinai. «Lo so» dissi piano.
«Cinquantatré vite francesi.» Fissò le proprie mani, le dita nodose e la sottile fede dorata, come se fossero insanguinate.
«Non è stata colpa tua, papà.»
«Sì invece. Proprio come le ferite di André sono colpa tua. Le cose non cambiano solo perché lo desideriamo.»
«Lo so» dissi di nuovo.
Emise un sospiro gutturale, le pesanti costole che si sollevavano e si abbassavano ancora e ancora, poi disse: «Non l’ho mai detto a nessuno. Nemmeno a tua madre. Io e Jerome non ne parliamo mai. È la croce che devo portare».
Allungai una mano e gli toccai la schiena, gli appoggiai piano il palmo sulla scapola muscolosa, per offrirgli un briciolo di conforto. Volevo che per una volta accettasse il mio amore e non lo respingesse. Solo per una volta. Non si mosse, non si ritrasse.
«Il sindaco Durand ti estorceva denaro?» chiesi.
«Sì. Sapeva che mi avrebbero processato e probabilmente condannato a morte se si fosse scoperta la verità.»
Sentivo il tremore che lo scuoteva. «È per questo che hai venduto parte della nostra terra agli americani? Perché Durand ha insistito?»
«Sì. Prendeva mazzette da loro per convincermi a vendere.»
«Papà, mi dispiace tanto. Avresti dovuto dirmelo prima.»
Mi misi davanti a mio padre, ma lui continuava a non voltarsi per non guardarmi in faccia. Appoggiai la fronte sulla sua ampia schiena e sentii il profumo dei tori e dei cavalli e della rigogliosa terra di Mas Caussade, non solo sulla sua camicia, ma fin nelle ossa.
«Ti voglio bene, papà» sussurrai.
Rimanemmo immobili. Per un breve momento eravamo padre e figlia, e sentii un calore sprigionarsi da qualche parte dentro di me, dove prima c’era stato solo il gelo.
«Grazie per il ritaglio di giornale, Eloïse. Non ne parleremo mai più.»
Raddrizzò le spalle e senza rivolgermi uno sguardo uscì in cortile, dove la sua fedele Juno aspettava di salutarlo, strofinandogli il muso in mano. Lo guardai grattarle il collo snello, accendersi uno dei suoi schifosi sigari che gli insozzavano la barba e guardare a lungo in alto, verso la finestra della camera di André, poi si diresse verso le stalle in rovina.
È una gioia tenere qualcosa di bello in mano. Riesce incredibilmente a donarti conforto. È questo che sente Padre Jerome quando tiene in mano la Bibbia?
Ero seduta in camera mia – un luogo spoglio e che non apprezzavo – con in mano due cose bellissime. La mia macchina fotografica miniaturizzata. E il mio kit per sviluppare le foto. Entrambi creati alla perfezione da un genio lettone-tedesco di nome Walter Zapp, etichettati come Minox. Allineai l’attrezzatura in modo ordinato sulla superficie della specchiera e mi misi subito al lavoro. Volevo sviluppare la pellicola 9 millimetri in tempo per quando André sarebbe tornato dal medico.
Aprii l’elegante macchina fotografica argentata, rimossi il piccolo nastro di trentasei fotogrammi e lo inserii nel fondo del cilindro nero lucido per lo sviluppo, grande circa metà di una bottiglia di vino e con un interno a vite che lo rendeva facile all’uso. Meno male, perché le mie mani presero le distanze dal cervello e cominciarono a lavorare con facilità e precisione. La mia mente prese il volo. Ripensavo alla giornata appena trascorsa.
Isaac. Il mio smilzo fratellino Isaac.
Padre Jerome e la sua toga nera, che anelava l’anima di papà.
Le mie dita ruotarono il tamburo per acquisire la pellicola, poi rovesciai il cilindro, premendo con forza sull’anello sigillante. In questo modo il cilindro con all’interno la pellicola era chiuso ermeticamente e a tenuta di luce.
L’ufficio del sindaco Durand.
Il frenetico scattare della macchina fotografica.
I segreti della base aerea americana sparsi davanti a me come ciliegie pronte a essere colte.
Quelle immagini lampeggiavano luminose come fuochi d’artificio nella mia testa.
Lentamente, con precisione, le mie mani avvitarono il tamburo in senso antiorario all’interno del nero cilindro.
Papà e padre Jerome in una foto sgranata in bianco e nero. Giovani soldati.
Sempre un’altra guerra. Una Guerra Fredda adesso.
Pensai a quello che significava per la mia famiglia mentre prendevo la boccetta con il liquido per sviluppare foto e lo versavo attraverso un foro in cima per poi agitarlo piano con il termometro.
Cinquantatré corpi in un fienile.
Quali azioni terribili ti portava a compiere la guerra? Ripensai alla pistola che tenevo in borsa. Di cos’ero capace pur di aiutare il mio paese?
Di proteggere la mia famiglia.
Le mie mani sapevano quello che stavano facendo, ma io no. Scuotevano, svuotavano, sciacquavano la pellicola ancora e ancora con acqua pulita all’interno del cilindro per eliminare ogni traccia di emulsione.
I manifesti sulla strada. Una creatura famelica dalle mille gambe.
Versavano il fissatore. Aspettavano. Aspettavano. E mentre aspetto delle voci mi riempiono la mente.
Fuori! Fuori! Fuori!
Una barra di metallo.
Mickey, il povero Mickey dal tragico destino. Eri qui per aiutare a proteggerci.
Le mie dita versarono l’agente umettante per evitare striature dovute all’asciugatura mentre le parole mi riaffioravano alla mente come bolle intrappolate nel mio kit da sviluppo. Parole che avevo sentito anni prima pronunciate dalla bocca di Padre Jerome.
«Occhio per occhio, dente per dente.»
La mia mano rimosse la pellicola. La srotolò. Appese il negativo ad asciugare.
Mickey addormentato sul lastricato bagnato con una macchia circolare color cremisi, come un bersaglio disegnato sulla sua schiena.
Léon in ginocchio. La mia testa bagnata appoggiata alla sua spalla.
Quel coltello era indirizzato a me?
I fuochi d’artificio nel mio cervello si spensero di colpo. Tutto quello che vidi in quel momento era il sangue sul mio vestito; ne afferrai l’orlo, me lo sfilai da sopra la testa e lo gettai in un angolo.
C’era un’altra citazione di Padre Jerome presa dal Nuovo Testamento che riecheggiava piano in me come una campana in lontananza.
«Non contrastate il malvagio.»
Composi un numero parigino. Lasciai squillare due volte, riagganciai e lo ricomposi. Così avrebbe capito che ero io.
«Chérie!» Fu come una folata di fumo parigino al mio orecchio. «Ti avrei telefonato stasera.»
La voce vellutata di Clarisse smussò gli angoli affilati dentro di me. Sembrava così reale e normale che mi fece sorridere, anche se lei non poteva vedermi. Non avrei mai pensato di poter definire normale il mio capo.
«Qualche novità su Gilles Bertin?» chiesi.
«Qualcuna.»
«Buona o no?»
«Tutte e due.»
«Dài, sbottonati.»
Rise, una risata calda, gutturale e contagiosa, tanto che risi anch’io. Un suono non familiare in casa di mio padre. Ero in piedi alla luce fioca del corridoio, sola in quella casa, e non sapevo se sentirmi spaventata o sollevata.
«Andiamo, Clarisse, cos’hai scoperto?»
«Il tuo Gilles è un tipo tosto.»
«Non è il mio Gilles. E comunque sei un’esperta di tipi tosti.»
Ancora quella debole risata. La sentii accendersi una sigaretta e riuscivo quasi a percepire il profumo del whisky nel suo alito anche se era solo metà pomeriggio.
«Cos’hai in mano?»
Mi fece attendere abbastanza, tanto che cominciai a seccarmi, poi entrò in modalità professionale, da investigatrice. «Va bene. Gilles Bertin è nato e cresciuto in Bretagna. A Concarneau. I genitori erano ferventi gesuiti. Entrambi morti.»
«Gesuiti.»
«Lo so. Va a braccetto con il lavoro di Intelligence.»
«Esatto. Entrambe le correnti di pensiero possono portare a dei fanatismi riguardo a certe idee. Altro?»
«Vive in un bell’appartamento vicino al Trocadéro. Mantiene un profilo basso. Lavora al ministero della Difesa come analista e gli piace l’opera.»
«Sei davvero brava, Clarisse. Sono impressionata.»
Lei esalò una boccata di fumo, soddisfatta. «C’è dell’altro.»
«Sentiamo.»
«Si trova ad Arles perché gli hanno dato l’incarico di collaborare con la base aerea dell’USAF.»
«Collaborare a cosa?»
Un’altra morbida risata. «Ah, dimmelo tu, chérie. Spetta a te scoprirlo.»
Guardai storto il telefono che avevo in mano. Ero delusa. Clarisse non mi aveva dato niente di nuovo, nonostante avesse fatto un buon lavoro. Me l’aveva già detto André che i sovietici dell’MGB lo avevano inserito al ministero della Difesa.
«Grazie, Clarisse.»
«Non ho finito.»
Percepii un sorrisetto nella sua voce. «Che altro?» chiesi in fretta.
«Gilles Bertin è cugino del vostro sindaco, Charles Durand.»
Mi profusi in un grido di sollievo che riecheggiò per tutta la casa vuota.
«Clarisse, ti adoro.»
Feci un’altra telefonata. Stavolta una chiamata urbana. Mi risposero subito.
«Buon pomeriggio, base aerea di Dumoulin. Parla il pilota Starkey. Come posso aiutarla?»
Gli americani erano molto gentili.
«Vorrei parlare con il maggiore Joel Dirke, per favore.»
«Al momento non è possibile, mi spiace, signora. Vuole lasciare un messaggio?»
«Sì, grazie. Può chiedergli per favore di chiamare Eloïse Caussade?»
Fornii il numero di telefono di mio padre e lui mi assicurò che il mio messaggio sarebbe stato recapitato.
«Grazie molte.»
«È un piacere, signora.»
Riagganciai. Gli ingranaggi si stavano muovendo.
All’esterno l’odore di legno carbonizzato si era sparso nel cortile e l’aria era densa di ceneri grigie. Papà e quattro gardian stavano spalando i resti anneriti delle stalle in un grande rimorchio con movimenti intrisi di rabbia. Coprii la parte inferiore del viso con una sciarpa e presi una pala. Lavorai accanto a loro; era faticoso, i miei muscoli protestavano. Mi ero impigrita. A Parigi non c’era molta richiesta di lavoro di pala, a meno che non si trattasse di scavare nel marcio per conto di clienti.
Quando il rimorchio fu pieno zeppo di detriti bruciacchiati e se ne andò portai fuori una caraffa di limonata fresca per tutti e per un attimo fu come tornare ai vecchi tempi. Condividevamo un bicchiere e qualche battuta. La sensazione di aver completato un lavoro. Il cameratismo affettuoso che contraddistingue i contadini della Camargue. Mi era mancato. Mi rinfrescai e indossai pantaloni e camicia puliti, poi andai ad accudire Cosette.
Le stavo facendo fare esercizio all’interno del grande fienile, guidandola con le redini a un passo lento per farla tornare in forma, mentre controllavo quanto peso poteva sostenere sull’arto anteriore destro quando sentii il rumore del motore. Cosette nitrì in saluto e drizzò le orecchie candide. Conosceva bene quel rumore, quanto me. Il furgone di papà.
Gli concessi quindici minuti. Ecco tutto.
Abbastanza per entrare in casa con le stampelle. Non guardai. Abbastanza per sistemarsi. Poi baciai la guancia di Cosette e attraversai il cortile per entrare in casa.
«Ciao, André. Com’è andata in ospedale?»
«Tutto bene, grazie.»
Non aveva un bell’aspetto. Sembrava che i medici gli avessero prosciugato il sangue. Pallido, labbra bianche, e uno strato lucido sulla pelle che mi diede i brividi. Era steso a letto e volevo allungargli le gambe, ma sapevo che non avrebbe voluto. Ogni volta che guardavo le sue gambe storpiate, ogni singola volta, vedevo il camion che ci veniva addosso a Parigi. Vedevo strisce di sangue.
Ma quando entrai nella stanza gli si illuminarono gli occhi, accesi d’aspettativa. Ero i suoi occhi e le sue orecchie. Ero le sue gambe.
«Cos’hanno detto i dottori?» chiesi, sedendomi al solito posto, sulla sedia. Il solo fatto di aver acquisito un posto abituale nella sua stanza mi fece sorridere.
«Al diavolo le lastre.» Vide la mia espressione e aggiunse: «Okay, andavano bene. Nessun cambiamento».
«Ti opereranno di nuovo?»
Bofonchiò qualcosa.
«Lo faranno, André?»
«Forse.»
«Che significa?»
«Non molli, eh?»
«No. Ho imparato dal maestro.»
Rise. Lo avevo fatto ridere.
«Allora, lo faranno?» chiesi di nuovo.
«Vogliono operarmi. Pensano di poter migliorare la mia mobilità.»
«È una notizia meravigliosa, André. Perché non accetti subito?»
I suoi perspicaci occhi ambrati mi guardarono a lungo e sapevamo entrambi perché. Se si fosse sottoposto all’operazione sarebbe stato fuori gioco per settimane.
«Operati, André» lo spronai piano. «Sgambetterò io per te.»
Mi sorrise. «Allora corri a prendermi qualcosa da bere, che ne dici?»
«Non cambiare argomento.»
«Per favore. Allora raccontami com’è andata la tua giornata.»
«A una condizione.»
«Quale?»
«Ti devi operare.»
Rise di nuovo, scoprendo i suoi denti da leone.