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Qualcuno stava trafficando con la mia auto. Un uomo con addosso una camicia chiara e un cappello scuro. Gli vedevo solo la schiena perché era piegato sul parabrezza della mia 2CV. Gridai e cominciai a correre.

«Ehi tu!»

Un carretto trainato da cavalli contenente gabbie piene di polli che ansimavano nel calore pomeridiano si frappose tra me e l’angolo dove avevo parcheggiato la macchina. Quando finalmente si spostò, l’uomo se n’era andato. Controllai l’auto e vidi che era a posto, ma infilato sotto al tergicristallo c’era un foglio di carta piegato. Lo afferrai.

Lo aprii. Tre righe, scritte a mano, in maiuscolo.

VUOI CHE TI UCCIDA?

COME GOLIATH. SOLA. AL BUIO.

TORNATENE A PARIGI. SUBITO.

Mi voltai di scatto sul posto e ispezionai ogni millimetro della piazza, ma era troppo tardi, davvero troppo tardi. Non si vedevano camicie chiare o cappelli scuri sulla soglia della farmacia, chiusa per il pomeriggio dietro a un’inferriata metallica. Né al di là delle colonne calcaree bucherellate della piccola sala concerti. Né nascosti tra i colori scarlatti e lavanda del chiosco dei fiori dove i piccioni si rincorrevano all’ombra.

Il tizio del biglietto era svanito nel nulla. Mi sentivo completamente spaesata, e l’istinto fu quello di fuggire. Non a Parigi. Ma a casa, a Mas Caussade come un cane bastonato con la coda tra le gambe, per cercare André, dirgli tutto perché sistemasse le cose, come quand’ero piccola. Ma non ero più una bambina, ero una donna.

Avrei dovuto denunciare l’accaduto alla polizia? No, no, andare dalla polizia non era un’opzione. Troppo pericoloso: avrei dovuto spiegare perché avrei potuto essere in pericolo, e André si sarebbe ritrovato coinvolto. Come potevo pensare anche solo per un secondo di sobbarcare mio fratello di altro dolore, oltre a quello che si portava appresso ogni giorno?

Mentre aprivo la macchina e ci salivo un grosso moscone svolazzò dentro con me e cominciò a picchiare furente contro il parabrezza. Mi sentivo esattamente così, sbattevo contro qualcosa di invisibile. Sapevo di non poter dire ad André del biglietto. Misi in moto, diedi un ultimo sguardo alla piazza e me ne andai con il senso di colpa radicato sul sedile posteriore.

Sulla strada del ritorno mi concentrai di più sul rettangolo sudicio dello specchietto retrovisore che non sulla via assolata di fronte a me. Era metà pomeriggio, faceva ancora caldo e l’aria era umida, il sole mi faceva sudare e strizzare gli occhi.

Nessuna auto rimase dietro di me a lungo e non erano quelle che avevo memorizzato alla piazza, anche se devo ammettere che le Citroën nere si assomigliano tutte. Ero arrivata a metà strada e la via era deserta, si stendeva dritta come un fuso attraverso il vasto, pianeggiante paesaggio che adoravo, costeggiato da purpurei cespugli di limonio. Le risaie di un verde intenso, alimentate da una rete di canali d’acqua, si erano potute diffondere nel dopoguerra grazie al finanziamento del piano Marshall. Quel familiare profumo che mi arrivava attraverso il finestrino aperto mi calmò.

Ero completamente sola. Vedevo l’orizzonte risplendere in ogni direzione. Niente case, nemmeno uno di quei vecchi capanni tradizionali con il tetto di paglia usati dai gardian in quel tratto di strada. Mi piaceva starmene sola. Mi acuiva i sensi. Ero in grado di vedere e sentire più chiaramente, i pensieri mi arrivavano nitidissimi.

Proprio quando stavo cominciando a rilassarmi e a ripensare a quello che era successo comparve una macchiolina nello specchietto retrovisore, che si ingrandiva a mano a mano che avanzava a grande velocità, finché non vidi che si trattava di una moto. Il suo ringhio sommesso mi raggiunse, facendomi venire la pelle d’oca, ma si mantenne a una distanza di circa cinquecento metri. Accelerai, spingendo il motore della 2CV al massimo, ma la moto tenne il passo senza difficoltà.

Cosa voleva?

Era troppo lontana perché potessi distinguere qualche dettaglio del veicolo o del motociclista.

Ero quasi arrivata a casa quando all’improvviso accostai. Sentii il motore della moto vibrare mentre afferravo una borsa di tela da sotto il sedile e ne estraevo la High Standard, la pistola di André. Avevo sempre e solo sparato in esercitazione, mai per rabbia, quindi fui sorpresa nel vedere la mia presa così salda. Mi girai velocemente sul sedile per sbirciare fuori dal lunotto e vidi che anche la moto si era fermata sul ciglio della strada, a circa cinquecento metri di distanza. Puntai la pistola.

Seguì un momento d’impasse.

Rimanemmo così per un minuto intero, a fissarci. Il dito premuto sul grilletto voleva disperatamente premerlo. Passò un altro minuto e poi, senza avvertimento, il tizio rimise in moto, puntò verso la direzione opposta e se ne tornò a razzo da dov’era venuto, avvolto in una nuvola di polvere. Ritornò a essere un puntino e infine scomparve.

Mi aggrappai al sollievo. Ecco cosa succedeva quando qualcuno minacciava di ucciderti: rimuovevi tutto. Tutto, tranne quell’unico pensiero, diventava nebuloso e sfocato.

Era stato il motociclista a scrivere il biglietto minatorio? E allora perché voltarsi e scappare? Non aveva senso, e nella mia mente si affollarono miriadi di domande che cercavano risposta. Misi in moto e con le nocche bianche strette sul volante guidai in direzione di Mas Caussade. Dovevo parlare con mio fratello.