3
Mi svegliai in uno strano letto.
Un candore mi colmava la testa. Dapprima pensai che fosse ancora la nebbia informe che si levava dal Pont Neuf, ma era più spessa, più pesante. E mi stava schiacciando.
Aprii leggermente gli occhi e diedi un’occhiata veloce alla piccola porzione di reparto ospedaliero, con una donna nel letto di fronte al mio che leggeva una lettera e sogghignava tra sé e sé. Feci vagare lo sguardo dalla sua testa bendata al gesso bianco che avvolgeva il mio braccio sinistro. Sbattei le palpebre sorpresa e mi resi conto in ritardo del dolore che pulsava a ogni battito cardiaco. Ma il dolore venne accompagnato dai ricordi. Mi si rintanarono dentro come un ladro, e venni stretta in una morsa di soverchiante terrore per mio fratello.
Avevo svoltato a destra quando André aveva detto: «Gira a sinistra».
Avevo aperto la porta del garage quando lui mi aveva chiesto: «È prudente?».
Quel candore nella mia testa non era nebbia. Era senso di colpa.
Mi sforzai di scendere dal letto d’ospedale.
Trascinai i piedi, infilati in un paio di ciabatte che non avevo mai visto. Ogni dieci passi mi appoggiavo al muro e non riuscivo a capire se ero io a oscillare oppure la parete. Il corridoio dell’ospedale mi si stendeva davanti, luminoso e troppo, troppo lungo. Troppo pieno di luci. Mi facevano male gli occhi. Mi staccai dal muro e feci un passo in avanti. La strana ciabatta avanzò con me.
«Cosa ci fa qui, mademoiselle?»
«Sto cercando mio fratello» biascicai.
«Dovrebbe essere a letto, cara.»
Dalla voce sembrava gentile. Era una chiazza indistinta di bianco, una delle suore infermiere, e mi sforzai di focalizzare il mio sguardo sul suo. Mi guardava con dolci occhi grigi, carichi di preoccupazione. «Come si chiama suo fratello?»
«André Caussade» dissi. «Devo sapere se è…»
Vivo? Sì? È vivo? Non riuscivo a dirlo.
Mi prese a braccetto per offrirmi sostegno e si avviò lungo il corridoio a passo veloce.
La sagoma nel grigio letto d’ospedale in metallo sembrava morta. Non aveva bisogno di me. Aveva bisogno di un miracolo.
Chi è quella persona stesa immobile sul letto? Perché no, non sembra proprio mio fratello. Viso tumefatto, lineamenti scuri, gonfi e deformati. Naso fracassato. Ricoperto di bende. L’aggeggio in metallo sulle gambe mi spaventò. Era nascosto sotto le coperte ma mi si spezzava il cuore ogni volta che guardavo la piccola protuberanza che creava.
«André» lo chiamai piano. «Mi senti?»
Nessuna risposta. Nemmeno un battito delle sue ciglia rossicce. Non l’avevo protetto.
Il reparto non era male: lungo, pulito, senza sangue e movimentato, ma sentivo la bile risalirmi in gola perché oltre al nitido odore di disinfettante che aleggiava nell’aria sentivo lo stesso tanfo che infestava i nostri fienili l’anno in cui i tori si erano presi l’influenza. Carne rancida.
«André, rimani con me» gli sussurrai.
Gli presi la mano e rimasi seduta al suo capezzale tutto il giorno e tutta la notte, avvolta nella mia grigia veste da ospedale. Guardai le ombre sul suo viso nei punti in cui lo zigomo sinistro e la cavità oculare erano fratturati, mentre un piccolo fascio di luna filtrava attraverso una delle alte finestre, rendendo la sua pelle grigiastra. Volevo stringerlo tra le mie braccia e farlo guarire come avevo fatto con così tanti gattini, vitelli e puledri feriti fin da quando ero abbastanza grande da tenere in mano un biberon per nutrirli.
Appoggiai la testa sulla sua mano, le gambe che mi tremavano. Pensai all’enorme paraurti in ferro che andava a schiantarsi contro le povere ossa di mio fratello. Dietro a quei fari accecanti era seduto un autista, il piede che pigiava sull’acceleratore.
«Eloïse.»
Era appena un sussurro. Me l’ero immaginato? Sollevai la testa di scatto. Mi ero addormentata. Prima un’infermiera si era avvicinata silenziosamente al letto per controllare mio fratello e aveva dichiarato: «Nessun cambiamento. È ancora in condizioni critiche».
Milza spappolata. Ossa rotte. Sterno fracassato. Emorragia interna. La sua vita era appesa a un filo. Eppure i suoi occhi color ambra mi stavano fissando. Socchiusi, iniettati di sangue e malconci. Ma aperti.
«André» cercai di sussurrare, ma uscì come un gemito.
Era giorno. Sentivo lo sferragliare dei carrelli con la colazione, colpi di tosse mattutini e i cigolii delle vecchie molle dei materassi. Mi sporsi in avanti.
«Qui sei al sicuro. I medici sono…»
«No.»
Aprì le labbra e un rivolo scarlatto gli colò lungo il mento, luccicante sul suo accenno di barba.
«Non ti lascio solo» promisi. «Farò in modo che tu sia al sicuro.»
«Lo so.» Mi strinse le dita. «Grazie, Eloï…» Venne scosso da uno spasmo di dolore.
«Non parlare» lo supplicai.
Incrociammo lo sguardo e capii cosa gli serviva. Non c’era bisogno che me lo dicesse.
«Chi devo contattare?» chiesi.
Fece scivolare dolorante lo sguardo su un lato per indicare il piccolo armadietto accanto al letto. Aprii il cassetto. All’interno c’erano il suo nero portafoglio in pelle e il suo orologio. Li presi entrambi perché sapevo che non doveva lasciare tracce. Ero stata un’allieva attenta. Li infilai sotto il camice da ospedale.
«Un numero di telefono?» chiesi.
Chiuse gli occhi. Dopo tre minuti buoni durante i quali guardai il cuore pulsargli in gola, sussurrò un numero. Un numero parigino. Annuii e lo imparai a memoria.
«E tu?» Il suo sguardo acuto sorvolò sul mio viso. «Non mi sembri in gran forma.» Avevo un bel po’ di escoriazioni e lividi, la guancia coperta da una benda e il gesso al braccio.
Gli sorrisi. «Molto meglio di te di sicuro.»
Quando respirava faceva un rumore simile a quello di un uccello, stridulo e insopportabile. Gli baciai la guancia rigonfia.
«Mi spiace, André.» Le lacrime mi colavano dalle guance, depositandosi sulla sua. «Mi dispiace così tanto di aver preso la strada sbagliata.»
«No» sussurrò.
«Vado a telefonare.»
«Sbrigati.»
Mi alzai. La stanza vorticava, poi però le pareti rimasero al loro posto.
«Eloïse.»
«Adesso devi riposare.» Lo sforzo nel parlare lo stava uccidendo.
«Sta’ attenta.»
Annuii.
«Vai all’Hôtel d’Emilie. A Île Saint- Louis. Telefona… dalla… hall.»
Non gli chiesi perché. Se mi avesse chiesto di fare la telefonata dalla luna l’avrei fatto.
«Posso aiutarla, mademoiselle?»
«Grazie. Devo fare una telefonata.»
Il direttore d’hotel che mi si era parato davanti era elegante e fascinoso come la hall in cui eravamo. La facciata dell’Hôtel d’Emilie poteva anche essere classica, stile diciottesimo secolo, abbellita da mascaron in pietra ed elaborati intrecci in ferro battuto, ma l’interno era tutto pannellature in legno chiaro e sedute in colori primari, tipiche del 1953. Ci avevano investito soldi in quel posto.
Il direttore mi guardò preoccupato, osservando la fasciatura fradicia sul mio viso, le pantofole logore e il mantello di lana a cui mi aggrappavo, che avevo rubato a un’infermiera. Non mi cacciò, quindi forse aveva avuto a che fare con gente anche più strana di me. Indicò le due cabine telefoniche sul retro della hall, senza però distogliere lo sguardo.
«Sta bene, mademoiselle? Posso prenderle…?» Si fermò, chiedendosi quale cosa offrirmi tra tutte quelle che palesemente mi servivano. «Da bere?» offrì.
«Non, merci.»
Mi avviai di fretta verso le cabine, veloce quanto mi permetteva il ginocchio malconcio.
Composi il numero.
Squillò e risposero subito. Venni travolta da un’ondata di sollievo, e immaginai qualcuno all’altro capo chino sul telefono tutto il giorno, in attesa di persone in difficoltà.
«Chi parla?» chiese una voce maschile.
«Ho un pacco.»
«Cosa dice l’etichetta sul pacco?»
«Caussade.»
Silenzio. Non sentivo nulla, a parte il martellare del mio cuore.
«Non riagganci» dissi.
«Sono qui.» La voce era tranquilla. Volutamente rasserenante. «Dov’è il pacco?»
Esitai. «Con chi sto parlando?»
«Mi chiamo Victor. Dov’è il pacco? Le hanno detto di chiamare questo numero, quindi si fidi di noi.»
Non avevo altra scelta. «All’ospedale di Sainte Marie-Thérèse.»
«Mi ascolti attentamente, mademoiselle. Vado a consultarmi con una persona. Rimanga in linea. Torno fra poco.»
Contai i secondi.
Stando all’orologio a forma di stella appeso alla parete della hall passarono sei minuti e mezzo. Li trascorsi con la schiena appoggiata contro la cabina per sorreggermi, sperando che la gabbia toracica incrinata di André continuasse a sollevarsi e ad abbassarsi.
«Pronto?»
«Sono qui» risposi.
«Chi è lei?»
«Un’amica.»
Accennò una risata. «La sorella?»
Come cavolo faceva a saperlo? Mi guardai velocemente intorno ma non vedevo nessuno interessato a me. Non commentai.
La voce continuò con calma. «Rimanga dov’è.»
«Cosa avete in mente di fare? Lui è in pericolo e ha bisogno…»
La comunicazione venne interrotta.
Mi tremarono le dita mentre ricomponevo il numero. Ancora. E ancora.
Nessuna risposta. Rimasi lì. Come una stupida. Passarono i minuti prima che mi rendessi conto che quella voce pacata non mi avrebbe richiamata. Né sarebbe venuta a prendermi. Rimanga dov’è, aveva detto. Non per proteggermi. Ma per tenermi fuori dai piedi.
Sollevai il cappuccio del mantello sulla testa e costrinsi le mie gambe a correre verso la porta.