Oggi ho fatto un salto dalla torre per l’ultima volta. Ho sentito il vento danzarmi attorno mentre precipitavo lungo il lato est, superando la torre fino alle colline sottostanti. Mi mancherà.
Dal cassetto 10-1, zaffiro
Veil inclinò la testa per guardare attraverso la finestra nel vecchio negozio sfasciato al mercato. Grund, il ragazzino di strada, sedeva al solito posto, raschiando con attenzione la pelle di cinghiale da un vecchio paio di scarpe. Quando udì Veil, lasciò cadere l’attrezzo e afferrò un coltello con la mano buona.
Vide che era lei, e prese il pacchetto di cibo che gli veniva gettato. Stavolta era più piccolo, ma conteneva della frutta. Molto rara in città in quel periodo. Il ragazzino richiuse il sacco, poi chiuse gli occhi verdi, assumendo un’aria… riservata. Che strana espressione.
“È ancora sospettoso nei miei confronti” pensò lei. “Si sta domandando cosa pretenderò un giorno in cambio di tutto questo.”
«Dove sono Ma e Seland?» chiese Veil. Aveva preparato dei pacchetti per le due donne che stavano lì con Grund.
«Si sono trasferite al posto del vecchio calderaio» disse il ragazzino. Indicò verso l’alto con il pollice, in direzione del soffitto incurvato. «Pensano che qui stia diventando troppo pericoloso.»
«Sei sicuro di non voler fare lo stesso?»
«Nah» rispose lui. «Finalmente posso muovermi senza prendere a calci qualcuno.»
Lei lo lasciò e si ficcò le mani nelle tasche, indossava cappotto e cappello nuovi per ripararsi dall’aria fresca. Aveva sperato che Kholinar si sarebbe rivelata più calda, dopo aver passato così tanto tempo sulle Pianure Infrante o a Urithiru. Ma anche lì faceva freddo, a causa di una stagione dal clima invernale. Forse la colpa era dell’arrivo della Tempesta Infinita.
Poi andò a controllare Muri, l’ex sarta con tre figlie. Era del secondo nahn, un rango alto per una occhiscuri, e aveva gestito un’impresa di successo in una cittadina vicino Revolar. Ora setacciava i canali di scolo dopo le tempeste in cerca di cadaveri di ratti e cremling.
Muri aveva sempre dei pettegolezzi, divertenti ma solitamente inutili. Veil se ne andò un’ora dopo e si diresse fuori del mercato, lasciando cadere l’ultimo pacchetto nel grembo di un mendicante a caso.
Il vecchio lo annusò, poi lanciò un urlo di esultanza. «Il Lestospren!» disse, dando di gomito a un altro mendicante. «Guarda, il Lestospren!» Ridacchiò, frugando nel pacchetto, e l’amico si svegliò dal suo torpore e arraffò del panpiatto.
«Lestospren?» chiese Veil.
«Sei tu!» rispose. «Sì, sì! Ho sentito di te. Rubi alla gente ricca in tutta la città, oh sì! E nessuno ti può fermare, perché sei uno spren. Puoi passare attraverso le pareti, oh sì. Cappello bianco, cappotto bianco. Non hai sempre lo stesso aspetto, vero?»
Il mendicante iniziò a rimpinzarsi. Veil sorrise: la sua reputazione si stava diffondendo. L’aveva incrementata mandando in giro Ishnah e Vathah a distribuire cibo mentre indossavano illusioni per sembrare Veil. Di sicuro, il culto non avrebbe potuto ignorarla ancora per molto. Schema canticchiò mentre lei si stiracchiava, con faticaspren – tutti del tipo corrotto – che le roteavano attorno nell’aria come piccoli turbini rossi. Il mercante che aveva derubato prima l’aveva cacciata di persona, e si era dimostrato agile per la sua età.
«Perché?» chiese Schema.
«Perché cosa?» domandò a sua volta Veil. «Perché il cielo è blu, e il sole è luminoso? Perché soffiano le tempeste o cade la pioggia?»
«Hmmm… Perché sei tanto felice di nutrirne così pochi?»
«Nutrire questi pochi è alla nostra portata.»
«Anche saltare da un edificio» ribatté lui in tono franco, come se non comprendesse il sarcasmo che usava. «Ma non lo facciamo. Tu menti, Shallan.»
«Veil.»
«Le tue bugie avvolgono altre bugie. Hmmm…» Sembrava assonnato. Gli spren potevano esserlo? «Ricorda il tuo Ideale, la verità che hai pronunciato.»
Lei si ficcò le mani nelle tasche. Scendeva la sera e il sole scivolava verso l’orizzonte occidentale. Come se stesse scappando dall’Origine e dalle tempeste.
Era il tocco individuale, la luce negli occhi delle persone a cui donava, a eccitarla davvero. Nutrirle sembrava molto più reale del resto del piano per infiltrarsi nel culto e investigare la Giuriporta.
“È troppo piccolo.” Era quello che avrebbe detto Jasnah. “Sto pensando troppo in piccolo.”
Lungo la strada, passò accanto a persone che soffrivano e piagnucolavano. C’erano fin troppi famespren nell’aria e pauraspren quasi a ogni angolo. Lei doveva fare qualcosa per aiutare.
“Come gettare un ditale d’acqua su un falò.”
Si fermò a un incrocio, col capo chino, e le ombre si allungarono, stendendosi verso la notte. Una cantilena la riscosse dalla catalessi. Per quanto tempo era rimasta lì immobile?
Delle luci guizzanti, color arancione e primordiali, dipingevano una strada sulla sua sinistra. Nessuna sfera brillava di quel colore. Camminò in quella direzione, togliendosi il cappello e risucchiando Folgoluce. La lasciò andare in uno sbuffo, poi vi passò attraverso, formando una scia di viticci che le si avvolsero attorno e trasfigurarono il suo aspetto.
Le persone si erano radunate come era consuetudine quando il Culto dei Momenti sfilava. Lestospren passò in mezzo a loro, indossando il costume di uno spren dai suoi appunti… che aveva perso in mare. Uno spren a forma di punta di freccia che zigzagava in cielo attorno alle anguille celesti.
Strisce dorate le svolazzavano dietro la schiena, lunghe, terminando a punta di freccia alle estremità. Tutto il davanti era avvolto in stoffa, con uno strascico dietro; braccia, gambe e faccia erano coperte. Lestospren ondeggiò tra i cultisti e attirò perfino i loro sguardi.
“Devo fare di più” pensò. “Devo pensare più in grande.”
Le menzogne di Shallan potevano aiutarla a essere qualcosa di più di una ragazza spezzata proveniente dalla parte rurale di Jah Keved? Una ragazza che, nel profondo, era terrorizzata di non avere alcuna idea di cosa stesse facendo.
I cultisti cantilenarono piano, ripetendo le parole dei capi che li precedevano.
«Il nostro tempo è passato.»
«Il nostro tempo è passato.»
«Gli spren sono giunti.»
«Gli spren sono giunti.»
«Date loro i vostri peccati.»
«Date loro i vostri peccati…»
Sì… poteva percepirla. La libertà che provavano quelle persone. Era la pace della resa. Procedevano lungo la strada, protendendo le loro torce e lanterne verso il cielo, indossando travestimenti da spren. Perché preoccuparsi? Accogliete la liberazione, accogliete la transizione, accogliete l’avvento della tempesta e degli spren.
Accogliete la fine.
Lestospren inspirò i loro canti e si saturò con le loro idee. Divenne parte di loro e Shallan poteva udirlo, che sussurrava in fondo alla sua mente.
Arrenditi.
Dammi la tua passione. Il tuo dolore. Il tuo amore.
Dammi la tua colpa.
Accogli la fine.
Shallan, io non sono tuo nemico.
L’ultima frase risaltò, come la cicatrice sul volto di un uomo bellissimo. Stridente.
Tornò in sé. Tempeste. All’inizio aveva pensato che quel gruppo potesse condurla alla baldoria sulla piattaforma della Giuriporta, ma… si era lasciata trascinare dall’oscurità. Tremando, si fermò dove si trovava.
Gli altri si arrestarono attorno a lei. L’illusione – le strisce simili a spren dietro di lei – continuava a muoversi anche quando Shallan non stava camminando. Non soffiava alcun vento.
La cantilena dei cultisti si interruppe e stuporespren corrotti esplosero attorno a diverse teste. Sbuffi neri come fuliggine. Alcuni crollarono in ginocchio. A loro – avvolta in stoffa svolazzante, il volto celato, che ignorava vento e gravità – doveva sembrare un vero spren.
«Ci sono spren» disse Shallan alla folla radunata, usando un Tessiluce per distorcere la propria voce «e spren. Voi avete seguito quelli oscuri. Vi sussurrano di abbandonare voi stessi. Essi mentono.»
I cultisti restarono senza fiato.
«Noi non vogliamo la vostra devozione. Quando mai gli spren hanno preteso la vostra devozione? Smettetela di danzare per le strade e riprendete a essere uomini e donne. Toglietevi quei costumi idioti e tornate dalle vostre famiglie!»
Quelli non si mossero abbastanza rapidamente, così Shallan fece svolazzare le strisce verso l’alto, arricciandole tra loro e allungandole. Una luce potente balenò da lei.
«Andate!» urlò.
Fuggirono e alcuni gettarono via i loro costumi mentre lo facevano. Shallan attese tremante finché non fu da sola. Lasciò svanire il bagliore e si avvolse nell’oscurità, poi si tolse dalla strada.
Quando emerse dall’oscurità, aveva di nuovo l’aspetto di Veil. Tempeste! Era… era diventata uno di loro così facilmente. La sua mente si lasciava corrompere con tanta rapidità?
Avvolse le braccia attorno a sé, trascinandosi fra strade e mercati. Jasnah sarebbe stata abbastanza forte da continuare con loro finché non avessero raggiunto la piattaforma. E se a quelli non fosse stato permesso salire – molti di coloro che vagavano per le strade non erano abbastanza privilegiati da unirsi alla festa –, allora avrebbe tentato qualcos’altro. Forse avrebbe preso il posto di una delle guardie della baldoria.
La verità era che a lei piaceva rubare e nutrire la gente. Veil voleva essere un’eroina delle strade, come nelle vecchie storie. Quello aveva corrotto Shallan, impedendole di procedere con qualcosa di più logico.
Ma lei non era mai stata logica. Jasnah era così, e Shallan non poteva essere lei. Forse… forse poteva diventare Radiosa e…
Si rannicchiò contro un muro, le braccia strette attorno al proprio corpo. Sudata, tremante, andò in cerca di una luce. La trovò lungo una strada: un bagliore calmo e uniforme. La luce amichevole di sfere, e insieme un suono che sembrava impossibile. Risate?
La inseguì, affamata, finché non raggiunse un raduno di persone che cantavano sotto lo sguardo azzurro di Nomon. Avevano rovesciato delle casse e si erano riunite in un anello mentre un uomo intonava canzoni vivaci.
Shallan rimase a osservare, la mano sulla parete di un edificio e il cappello di Veil tenuto mollemente nella manosalva guantata. Quelle risate non avrebbero dovuto essere più disperate? Come potevano essere così felici? Come potevano cantare? In quel momento, quelle persone le sembrarono strane bestie, che andavano oltre la sua comprensione.
A volte si sentiva come una cosa che indossava una pelle umana. Era quella creatura a Urithiru, il Disfatto, che inviava fantocci per simulare umanità.
“È lui” notò distrattamente. “È Arguzia che guida le canzoni.”
Non le aveva lasciato altri messaggi alla locanda. L’ultima volta che vi aveva fatto visita, il locandiere si era lamentato che Arguzia se n’era andato e l’aveva costretta a pagare il conto.
Veil si mise il cappello, poi si voltò e si allontanò lungo la piccola strada del mercato.
Si trasformò in Shallan appena prima di raggiungere la bottega della sarta. Veil lasciò la presa con riluttanza, insisteva a voler rintracciare Kaladin nella Guardia delle mura. Lui non la conosceva, così avrebbe potuto avvicinarlo e fingere di volerlo conoscere. Forse cercare di sedurlo un po’…
Radiosa inorridì a quell’idea. I suoi giuramenti a Adolin non erano completi, ma erano importanti. Lei lo rispettava, e le piaceva il tempo che trascorrevano insieme a addestrarsi con la spada.
E Shallan… cosa desiderava allora Shallan? Aveva importanza? Perché mai bisognava preoccuparsi per lei?
Veil infine cedette. Piegò cappello e cappotto, poi usò un’illusione per camuffarli come una cartella. Posò un’illusione di Shallan e del suo havah sopra pantaloni e camicia, poi entrò nella bottega, dove trovò Drehy e Sfregio che giocavano a carte e discutevano su quale tipo di zaupa fosse il migliore. Ce n’erano diversi tipi?
Shallan li salutò con un cenno del capo, poi – esausta – guardò su per le scale. Alcuni famespren, però, le ricordarono che non aveva conservato nulla per sé dai furti di quel giorno. Ripose i vestiti, e scese in cucina.
Lì trovò Elhokar che beveva da un’unica coppa di vino in cui aveva lasciato cadere una sfera. Quel bagliore rosso-violetto era l’unica luce della stanza. Sul tavolo davanti a lui c’era un foglio di glifi: un elenco delle casate che aveva avvicinato alle feste. Aveva tirato una linea su alcuni dei nomi, ma aveva cerchiato gli altri, annotando numeri di truppe che potevano essere in grado di fornire. Cinquanta armigeri qui, trenta lì.
Alzò la coppa lucente verso di lei quando Shallan prese panpiatto e zucchero. «Cos’è quel motivo sulla vostra gonna? Mi… sembra familiare.»
Shallan lanciò un’occhiata in basso. Schema, che di solito era aggrappato al cappotto, era stato replicato nell’illusione sul lato dell’havah. «Familiare?»
Elhokar annuì. Non sembrava ubriaco, solo meditabondo. «Una volta mi consideravo un eroe, come voi. Immaginavo di conquistare le Pianure Infrante nel nome di mio padre. Vendetta per il sangue versato. Ora non ha la minima importanza, giusto? Che abbiamo vinto?»
«Certo che ha importanza» disse Shallan. «Abbiamo Urithiru e abbiamo sconfitto un vasto esercito di Nichiliferi.»
Lui grugnì. «A volte penso che, se continuo semplicemente a insistere, il mondo si trasformerà. Ma desiderio e aspettative sono delle Passioni. Un’eresia. Un bravo Vorin si preoccupa di trasformare se stesso.»
Dammi la tua passione…
«Avete notizie sulla Giuriporta o sul Culto dei Momenti?» chiese Elhokar.
«No. Ma ho idee su come arrivare lassù. Idee nuove.»
«Bene. Potrei avere presto delle truppe per noi, anche se il loro numero sarà inferiore a quanto speravo. Dipendiamo dalla vostra ricognizione, però. Vorrei sapere cosa sta succedendo su quella piattaforma prima di farvi marciare le truppe.»
«Datemi qualche altro giorno. Salirò sulla piattaforma, lo prometto.»
Lui prese un sorso del vino. «Restano alcune persone per cui posso ancora essere un eroe, Radiosa. Questa città. Mio figlio. Tempeste! Era un neonato l’ultima volta che l’ho visto. Ora dovrebbe avere tre anni. Rinchiuso nel palazzo…»
Shallan posò il cibo. «Aspettate qui.» Andò a prendere il blocco da disegno e le matite da un ripiano nella stanza da esposizione, poi tornò da Elhokar e si accomodò. Piazzò alcune sfere per fare luce e quindi cominciò a disegnare.
Elhokar sedeva al tavolo di fronte a lei, illuminato dalla coppa di vino. «Cosa state facendo?»
«Non ho un vostro disegno vero e proprio» disse Shallan. «Ne voglio uno.»
Creazionespren cominciarono immediatamente ad apparire attorno a lei. Sembravano normali, anche se erano comunque così strani che era difficile stabilirlo.
Elhokar era un brav’uomo. Nel suo cuore, almeno. Non avrebbe dovuto contare di più? Lui si spostò per guardare sopra la spalla di lei, tanto Shallan non aveva più bisogno di osservarlo.
«Li salveremo» sussurrò Shallan. «Li salverete. Andrà tutto bene.»
Elhokar seguì in silenzio mentre lei riempiva le ombreggiature e terminava il ritratto. Quando ebbe sollevato la matita, Elhokar allungò una mano e posò le dita sulla pagina. C’era ritratto Elhokar inginocchiato a terra, sconfitto, gli abiti laceri. Ma guardava verso l’alto e verso l’esterno, il mento sollevato. Non era sconfitto. No, quell’uomo era nobile, regale.
«È così che appaio?» mormorò lui.
«Sì.» “È come potreste essere, almeno.”
«Posso… posso averlo?»
Lei mise il fissante sulla pagina, poi gliela porse.
«Grazie.» Tempeste! Sembrava quasi che stesse per piangere!
Sentendosi in imbarazzo, Shallan raccolse i suoi attrezzi e il cibo, poi si affrettò a uscire dalla cucina. Una volta nelle sue stanze, incontrò Ishnah che stava sorridendo. La bassa donna occhiscuri era stata fuori, indossando la faccia e gli abiti di Veil.
Le porse un foglietto di carta. «Qualcuno mi ha dato questo, luminosità, mentre distribuivo del cibo.»
Accigliandosi, Shallan prese il messaggio.
“Incontrati con noi ai margini della baldoria tra due notti, il giorno della prossima Tempesta Infinita” diceva. “Vieni da sola. Porta del cibo. Unisciti al banchetto.”