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Fuori dal sogno e dalla notte, seduto di fronte a lui nella sala del carcere destinata ai colloqui riservati, il volto di Nino mi parve quello di sempre. Mi sforzai di restare freddo, notando che provava le stesse emozioni. Partii da una domanda sulla famiglia, tanto per rompere il ghiaccio. «Il figlio maschio?».
Per un attimo sorrise. «È la luce dei miei occhi» rispose di getto, poi si rabbuiò. Stava giocando una partita delicata e lottava contro il tempo, avanzò col corpo sporgendo le braccia sul tavolo. «Rocco, non voglio che ai bambini tocchi la mia stessa vita. È per questo che ho deciso di collaborare».
Scrutai il suo sguardo, forse era sincero. Pensai a quante volte aveva mancato l’appuntamento con la sua parte migliore. Forse per lui era l’ultima occasione. «Hai fatto bene» replicai dopo una lunga pausa.
«Mi devi aiutare, non posso mettere il mio sangue nelle mani di gente estranea».
Una vampata di calore mi salì alle guance per quell’affermazione così netta nonostante le barriere che ci dividevano. Provai a innalzarne una nuova. «Come sai, alla sicurezza dei familiari è preposta una struttura specializzata, il Servizio centrale di protezione».
«Ma il dottor Cordero mi ha assicurato che tu…».
«Sì, è vero, potrò chiamarli o andarli a trovare tutte le volte che voglio. Non è poca cosa Nino, la regola è ben diversa».
«Lo capisco». Mi prese le mani. «Pero c’è una cosa che mi preoccupa, mia moglie non accetterà di trasferirsi senza Stefania».
Misi a fuoco lentamente. Parlava di una cugina a cui Maria era molto legata, nel mio ricordo era una ragazzina scontrosa. Non sapevo come fosse diventata, Nino m’illuminò senza tanti giri di parole.
«Quella femmina è una mina vagante. Non riesce a stare un giorno senza un uomo, se l’è fatta con mezzo paese. Non ha cervello, non si rende conto di niente».
Mi ritrassi. «Una così è pericolosa. I tuoi cari dovranno essere invisibili se vorranno mantenere la copertura. Scusa se te lo chiedo, ma Stefania non potrebbe restare con i suoi genitori?».
«In casa non la vogliono. Il padre l’ha cacciata, sta con noi da anni».
La mia mente si ribellava all’idea. Sottostare a un programma di protezione implica l’accettazione di regole precise, e dubitavo fortemente che la donna fosse in grado di rispettarle. Pronto a ribattere guardai Nino negli occhi e vi lessi disperazione. Era lo sguardo di chi non ha vie d’uscita.
«Proverò a parlarle» promisi.
«Lei ti conosce da bambino. Magari ti ascolterà».
Assentii poco convinto. Avevamo affrontato il problema che gli stava più a cuore, ora toccava a me fare una passeggiata sui carboni ardenti.
«La faccenda di Michele Sanfilippo?».
Abbassò gli occhi. Cosa mi passasse per la mente gli era chiaro, saperlo coinvolto in un omicidio superava la mia capacità di sopportazione. Per la nostra amicizia, messa a dura prova dall’incontro precedente, rappresentava un punto di non ritorno. Era la pietra tombale, più di qualunque altro crimine, più delle manette che avevo stretto ai suoi polsi per un traffico internazionale di cocaina.
«Non avrei dovuto entrarci» confessò.
Mi astenni da qualunque commento, lasciando che continuasse.
«Da molto tempo non andavo d’accordo col mio capo. Non ci trovavamo su niente, dal modo di gestire il pizzo alla spartizione dei proventi della droga. Mi mandò a Palermo per ripicca, sapeva che avevo sempre evitato di sporcarmi le mani di sangue».
Non volevo ascoltare le sue giustificazioni, correvo il rischio di farmi convincere, anche se una parte di me non chiedeva di meglio. Tagliai corto.
«Dunque il giornalista è stato ucciso».
Una conferma superflua. Me la diede con un cenno del capo.
Non mi arresi. «Il suo corpo non è stato rinvenuto».
Mi aggrappavo con ostinazione a una labile speranza, la risposta fu una doccia fredda. «Ho promesso a Cordero di rivelargli dove lo abbiamo sepolto, ma lo farò dopo l’avvio delle misure di protezione. Quando la mafia saprà che il cadavere è stato ritrovato le vite dei miei cari varranno meno di uno sputo».
Mi alzai e gli diedi le spalle. Quanto aveva detto era ragionevole, ma al tempo stesso puzzava di ricatto. In fondo era meglio così, diffidare di lui mi rendeva più lucido. Chiusi gli occhi e lo rividi bambino, nella piazza del paese con i pantaloni al ginocchio, in attesa che lo raggiungessi per la solita partita. Scacciai l’immagine con tutte le forze, della nostra infanzia in equilibrio sul filo del destino non restava niente.
«Farò in modo che il programma scatti al più presto» dissi soltanto.
Infilai la porta senza voltarmi, mi raggiunse la sua voce.
«Grazie, Rocco».
Volevo rispondergli che quelle parole erano fuori luogo, non lo facevo per lui. Mi trattenni, frenando al tempo stesso la tentazione di abbracciarlo.