EPILOGO

 

 

Rientrando da un viaggio portiamo indietro tante cose, le più importanti non sono in valigia. Dalla Grande Mela tornai con un successo che sapeva di amaro. Alla felice soluzione del caso si univa il dispiacere per la famiglia distrutta. Pensavo al bambino che contemplava placidamente un cane all’aeroporto di Linate. A Chiara Sanfilippo che avrebbe scoperto nel marito l’assassino di suo padre. Aveva più speranze Nino di mettere insieme i cocci, a dividerlo dalla moglie non c’era un episodio così lacerante.

 

La stretta di mano del dottor Cordero fu insolitamente cordiale, avevamo alle spalle una guerra comune. Mi illustrò nel dettaglio le dichiarazioni di Corallo, secondo il quale Giuseppe Mandalà era defunto e a ucciderlo era stato il genitore. Al pari degli altri era stato ingannato. Il puparo aveva concepito un piano perfetto, quando tutti reclamavano il potere aveva sottratto il figlio alle insidie inscenando il suo assassinio, dichiarandosi egli stesso carnefice.

 

Ripensai a quanto mi aveva detto, sulla sua firma che non avrei trovato accanto a nessun crimine. La situazione in questo caso si rovesciava, c’era il suo nome su un delitto inesistente. Quel giorno, a casa sua, aveva aggiunto una frase: per svelare la scomparsa del figlio dovevo chiedermi cui prodest. Non aveva mentito, farlo credere morto serviva proprio a lui, che lo metteva al riparo dagli agguati dei rivali.

 

Nell’incontro col magistrato fu inevitabile commentare la vittoria. Dopo l’arresto di Mandalà poteva dirsi soddisfatto, restava fuori solo il vecchio, un osso che non si lasciava rosicchiare al primo morso.

 

«Vorrei avere la metà di questo successo nella vita privata» mi confidò Cordero con aria avvilita.

 

Era un’inattesa incursione nel terreno dei sentimenti. Avevo guadagnato la porta, mi fermai. «Sulla mafia ha trionfato grazie al suo coraggio. Magari funziona anche in altri campi».

 

Mi guardò negli occhi e capì che sapevo di Francesca. «Pensa che dovrei…».

 

Tornai verso di lui. «Dovrebbe proprio, sì».

 

Si allentò il nodo della cravatta e girò attorno alla scrivania un paio di volte, pensoso. Sorrisi: l’uomo che aveva affrontato la piovra era terrorizzato da un’uditrice giudiziaria appena assegnata al suo ufficio.

 

«Forse potremmo approfondire il discorso» mi disse a occhi bassi, mentre le guance gli si tingevano di rosso. Cercava appigli, era incerto, ma in qualche modo si fidava. «Ha impegni per oggi?».

 

Il mio sorriso si allargò. «Mi spiace, dottore. Stasera ho una cena che non posso rinviare».

 

Discesi le scale cercando di immaginare il seguito. Per la mia ospite avevo finalmente scelto l’antipasto, invece delle tapas avrei servito un cocktail di gamberi. Ora il menu era completo e la mia mente non sapeva andare oltre. Eppure anche il mio discorso era pronto, suonava più o meno così:

 

Ho attraversato l’amore come un sommelier, che assaggia da ogni bicchiere senza decidersi. Ho vagato senza una meta trovando in fondo alla strada solo me stesso. Ma c’è un momento in cui capisci come stanno le cose: che la storia più importante non è la prima ma l’ultima, che niente torna indietro, che bisogna correre veloci perché il destino non ci raggiunga. C’è un momento, ed è questo, e adesso ci sei tu. Tu che non sei l’unica al mondo, ma solo quella che ho scelto di amare.

 

Ci si innamora dell’altro come si apprende una lingua sconosciuta. È un fatto graduale che richiede passione e costanza. Si scopre ogni giorno qualcosa, ci si può sempre imbattere in un termine nuovo. Da oggi in poi voglio imparare il tuo cuore.

 

Uscii. Nel cielo la luce era fortissima, dovetti stringere gli occhi per non restarne accecato. Senza una ragione il mio petto fu invaso da un sentimento di speranza. Forse il domani era come il sole, mi figurai: non potevo guardarlo perché troppo luminoso. Benedetta fantasia, che ci fa scorgere segnali dove c’è solo la normalità della vita.