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Per tutta Palermo le manette scattarono al chiarore dell’alba, e di boss e gregari si fece pieno raccolto.              Flavio Cordero non riuscì a chiudere occhio, era il suo primo blitz importante dall’approdo alla Distrettuale e avrebbe voluto partecipare, ma il procuratore aggiunto gli sconsigliò vivamente certe intrusioni nel campo d’azione della polizia giudiziaria. Si tenne il cellulare accanto controllando ogni minuto che captasse il segnale.

 

Sentì il telefono squillare. Si precipitò a rispondere, nel leggere sul display il cognome Morandi il suo battito accelerò. «Tutti presi» fu il responso consegnato senza preamboli.

 

Per le sue orecchie non poteva esserci musica migliore, la cosca Petronaci era in ginocchio. Mancava il fronte opposto, per averne notizia dovette attendere un’altra mezz’ora. La passò in una tensione spasmodica, trattenendosi dal chiamare, voleva evitare di turbare lo svolgimento delle operazioni.

 

La prima sorpresa, quanto ai carabinieri, fu che la telefonata gli giunse da un numero sconosciuto. La seconda fu la voce del maresciallo Iacono, non era lui a doverlo chiamare. Gli dava buone notizie, i picciotti del clan Corallo erano finiti senza eccezioni nella rete.

 

Si tolse subito il dubbio. «Il tenente non c’è?».

 

Iacono prese fiato per la sfida più difficile di una dura giornata: essere costretto a mentire. «Ha avuto un’urgenza ed è partito ieri sera sul tardi, non l’ha chiamata per non disturbare. L’operazione è stata diretta da un ufficiale della Catturandi, ma per qualunque evenienza può fare riferimento a me».

 

Cordero non si bevve del tutto la panzana, ma era troppo preso dalle buone notizie per soffermarsi sulla sola nota stridente. Chiamò senza indugio l’autista, voleva correre in ufficio a organizzarsi, entro la mattinata la sala interrogatori del carcere doveva essere pronta e così gli avvocati difensori. Sarebbe partito da Salvatore Corallo, dopo l’attentato di cui era stato vittima lo aveva visto vacillare, il soffio della morte fa sempre un effetto imprevedibile. Non basta condurre una vita nel pericolo incombente, quando un proiettile fischia vicino ti coglie comunque impreparato.

 

Il boss non rivelò granché sulla guerra in corso, lo coinvolgeva troppo per sbilanciarsi in affermazioni che lo avrebbero trascinato più a fondo di dove stava. La sua offerta di collaborazione, avanzata dopo un colloquio riservato con il legale di fiducia, riguardò un episodio che Cordero non immaginava di vedere riesumato.

 

«Se per la scomparsa di Giuseppe Mandalà avete sospetti su di me siete fuori strada» affermò con un’aria che ai presenti, Vera in prima linea, parve molto preoccupata. «Io non c’entro, non mi sarei permesso di toccare il cucciolo con il leone ancora nella savana».

 

Il magistrato non fece una piega, aveva sempre considerato più attendibile l’ipotesi opposta. Non volle restare nel vago.

 

«Mi sta dicendo che la responsabilità è da attribuire a Ciccio Petronaci?».

 

«Nemmeno lui avrebbe osato e, se lo avesse fatto, non sarebbe durato un mese, il vecchio lo avrebbe spellato vivo. Credetemi, c’è una sola persona che può aver deciso la morte di Mandalà, e non va cercata lontano da casa sua».

 

Cordero guardò Francesca Mucci che, pur non avendo aperto bocca, non si era persa una parola dall’inizio. La donna tossì leggermente, fu sufficiente perché tutti gli sguardi si volgessero nella sua direzione.

 

«Ci faccia capire meglio, signor Corallo».

 

La sua voce non aveva mai avuto un tono così deciso e professionale. Il boss si concentrò su di lei.

 

«Dottoressa, la questione è molto delicata, prima di espormi vorrei delle garanzie».

 

Il difensore aspettava quella frase per intervenire. «Il mio cliente ha ragione. L’argomento è di un’importanza che all’ufficio del pubblico ministero non può sfuggire, e il codice di procedura…».

 

Francesca Mucci lo ignorò e continuò a fissare Corallo. «Avrà tutti i benefici previsti dalla legge, stia tranquillo. Adesso vada avanti, abbiamo perso fin troppo tempo».