13
Stefania si affacciò a guardare Mantova dal balcone. Era soddisfatta, l’appartamento appena assegnato ai Calabrò dal Servizio centrale di protezione era di suo gradimento. Il sole splendeva e la vista era magnifica, il canale sembrava rubato alla laguna di Venezia, i palazzi di via Orefici si allineavano come soldatini in una fila che guidava il viandante verso la basilica di Sant’Andrea. Fu solo un attimo, poi i pensieri della ragazza virarono altrove e il suo animo mutò. C’era ben poco di cui rallegrarsi, il contratto firmato con lo Stato la vincolava a una clausura che non poteva tollerare. Niente contatti con l’esterno, niente uscite serali, niente di niente.
«Che posto del cazzo» sbottò.
Maria la guardò male. Da quando erano arrivate non si era fermata un momento, mentre la cugina girava a vuoto per le stanze. Si stava stufando. Portarsela dietro era una scommessa anche per lei, la sola persona al mondo capace di gestirla. Alle tre creature uscite dal suo ventre ne aveva aggiunta una quarta più grande, rivelatasi la più difficile di tutte.
«Cosa c’è che non va, si può sapere?» le chiese mentre con uno straccio toglieva la polvere da un cassetto.
L’altra scosse le spalle. «Fa freddo».
Maria rinunciò, che la contrarietà di Stefania al trasloco fosse ideologica era di tutta evidenza. Indicò le gemelle che stazionavano davanti al televisore. Lo avevano collegato e acceso da sole, unico contributo alla sistemazione della casa.
«Guardale tu, io devo dare il latte al piccolo».
Si accostò alla culla, ne estrasse il bimbo ancora mezzo addormentato e come sempre si sentì inondare il cuore di tenerezza.
Con Nino era stato tutto in salita fin dall’inizio: il fidanzamento osteggiato dalla propria famiglia, che verso i Calabrò aveva più timore che rispetto, il matrimonio ingessato dalla presenza ingombrante dei padrini, un marito che non dava spiegazioni e che, rientrando da assenze sempre più lunghe e più oscure, portava in casa un denaro che puzzava.
Non era quella la vita che immaginava, il giorno lontano in cui aveva incrociato lo sguardo del ragazzo. L’amore, per lei, era stato un alito di vento: l’istante che Nino aveva impiegato per passarle dagli occhi al cuore. Gli aveva detto sì prima di diventare maggiorenne e di capire cosa fosse la ’ndrangheta, un nome che, ancora bambina, sentiva pronunciare sottovoce, con un’aria di mistero che in qualche modo la affascinava.
Sua madre sapeva bene cosa significasse quel nome. Ne aveva visti di morti ammazzati e soprusi brucianti. L’aveva implorata di aspettare, di rifletterci ancora, ma lei non aveva ascoltato. Si sentiva sicura come lo sono gli adolescenti, che dietro le spalle hanno poca vita e guardano al mondo come a un’immensa distesa tutta verde, piena di mattini da respirare, pomeriggi per rincorrersi e notti per l’amore.
Maria in mezzo a quei rimpianti si scoprì il seno, provando un piacere istintivo quando le labbra del piccolo iniziarono a succhiare. Essere madre è questo, si disse: un flusso di vita che scorre da te a chi hai generato. Se solo avesse capito per tempo cos’era la maternità, se fosse stata più adulta! Avrebbe dato retta a sua madre, non al fuoco che le incendiava i sensi. E non avrebbe commesso il suo errore più grave. Di quella donna, dura all’esterno, che per lei trovava la dolcezza del pane, poteva fidarsi ciecamente. Un genitore non inganna, un marito sì. Ormai lo aveva capito, il suo Nino l’aveva tradita, se non con le donne di certo col lavoro. Le diceva: «Ti amo», «Sei tutto per me», ma nel suo cuore covava un’altra smania. Voleva salire più in alto, gli interessava solo quello.
Le era servito del tempo, ma alla fine aveva scoperto quale molla lo spingesse con tanta forza: doveva superare suo padre. «Finché non sarò più importante» si era fatto sfuggire Nino una volta, «non potrò dire di essere arrivato».
Maria era giovane, molto più piccola delle responsabilità che portava, ma una cosa a sue spese l’aveva imparata: il solo possibile traguardo, per un uomo ambizioso come il marito, era la tomba. Prima di quell’approdo si sarebbe sentito costantemente in lotta con la vita.
Stefania lanciò uno sguardo sofferente alle scatole accatastate nell’ingresso. Una di esse conteneva il computer, la sola maniera per comunicare con il mondo. Non era un destinatario generico a interessarle. Qualche giorno prima che quella maledetta partenza le fosse annunciata era riuscita a lanciare il suo amo, intercettando per strada l’oggetto del desiderio. Ci aveva scambiato poche battute, ma erano quelle che servivano.
«Se non mi trovi in piazza puoi cercarmi su Facebook, ho aperto un profilo segreto col nome Fiorediluna. Scrivimi quando ne hai voglia, mi farà piacere».
Glielo aveva detto all’orecchio mentre nessuno guardava, Domenico nelle relazioni con l’altro sesso era molto riservato. Forse si regolava così per timidezza, forse per dovere se era vero, come si diceva, che fosse entrato nell’Onorata Società. In ogni caso aveva destato il suo interesse. Malgrado il caos del mercato, infatti, a quelle parole il giovane aveva chinato la testa. Un movimento quasi impercettibile, ma era chiaramente un cenno di assenso. Aveva ascoltato, e chissà che a Fiorediluna non fosse già arrivato il messaggio che sognava.
Le due pesti seguivano il loro programma preferito. Stefania le guardò e si convinse che poteva controllarle anche dall’ingresso. Così cominciò ad aprire i pacchi sigillati. Doveva scartare solo i più grandi, Maria le aveva detto che tutti gli accessori del computer erano stati collocati nella stessa scatola.
«Ma quanto scotch ci ha messo?» si lamentò a bassa voce per non farsi udire dalla cugina. Innervosita si diresse in cucina per procurarsi un paio di forbici.
«Zia Stefania, ci porti i biscotti e il succo di pera?» sentì urlare dal soggiorno. Se ne fregò, aveva altre urgenze. Le richieste continuarono e poco dopo sulla soglia apparve Maria, che aveva finito di allattare.
«Ti sei accorta che le bambine hanno fame?».
Non l’aveva sentita arrivare, presa alla sprovvista si girò di scatto e le forbici le caddero di mano. La cugina capì al volo cosa stesse facendo, che Stefania volesse collaborare alla sistemazione della casa non era credibile.
«Se ci metti nei guai te lo spacco, quel computer!» la minacciò.
Lei fu presa dalla rabbia. Si alzò e fronteggiò la cugina. Si fissarono un lungo istante con gli occhi che mandavano lampi. Fu Stefania ad abbassare lo sguardo.
«Sbrigati, le piccole aspettano» disse Maria.
«Al diavolo» rispose l’altra mentre le sue gambe puntavano alla cucina. Nella testa aveva ancora Domenico.