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Non sappiamo esattamente a quando risalga, ma di certo la mattanza dei tonni è un rituale antichissimo.

 

 

 

L’uomo trascinò la gamba offesa fino all’unica finestra, da cui filtravano raggi che illuminavano appena il magazzino. Sollevò il coltello per osservarlo in controluce. Sulla lama c’era ancora una macchiolina, constatò con fastidio. Minuscola ma c’era, e il rosso s’intravedeva. La perfezione non è di questa terra, si disse per calmarsi, ma la rabbia rimase. Era già abbastanza seccante essere ricorso a quell’arma, invece di terminare il lavoro con le consuete modalità. Per giunta scopriva che nel suo magnifico covo sul litorale di Palermo – ingresso dalla strada e sbocco sul retro verso un mare già caldo e lucente – c’era una traccia sufficiente a distruggerlo. Non era più come una volta, quando si sparava a un uomo e si poteva fumare accanto al suo cadavere per allentare la tensione. Ora bisognava stare attenti a ogni minimo dettaglio: i mozziconi, i capelli, le gocce di saliva. I laboratori degli sbirri si erano trasformati in una macchina perfetta, in grado di individuare una persona dall’odore rimasto in un casolare di campagna.

 

 

 

Il momento giusto per una mattanza non si può stabilire in anticipo. Dipende dalla rotta dei tonni e dalle condizioni del vento: una muciara, la barca usata dai tonnaroti, non ha la stazza sufficiente per affrontare una tempesta in mare aperto.

 

 

 

Per giorni avevano seguito quell’uomo nei suoi spostamenti da casa al banco di frutta alla Vucciria, con l’obiettivo di trovare una falla nell’itinerario, una variazione che consentisse di caricarlo sull’auto senza essere visti. Non era colpa sua se il traditore abitava di fronte a una caserma e per di più lavorava in un mercato pieno di occhi buoni a vedere e di bocche pronte a riferire. Un’altra preoccupazione che ai bei tempi – quelli senza i pentiti, i comitati dei lenzuoli e i telefonini che riprendevano ogni angolo – non lo avrebbe sfiorato.

 

Una volta si poteva arrivare in una piazza gremita e fare quanto necessario senza porsi il minimo problema. Anzi, se la gente assisteva era meglio, così certi grilli per la testa passavano a chiunque. Adesso, per liberare la terra da un cornuto indegno di campare, ci si doveva nascondere come i topi.

 

Per fortuna una soluzione si trovava sempre. Anche l’ultima volta, per fare un esempio recente, la costanza aveva premiato. Il bastardo, oltre a fare la cresta sul pizzo che estorceva ai negozianti del suo quartiere, aveva pure il vizio delle femmine. Del resto c’era da aspettarselo, i piccioli servono a farsi belli con le donne se non sai conquistarle col tuo valore di uomo.

 

Nel pensarci Vito Buscemi si lisciò con soddisfazione la lama del coltello sulla gamba. Prima che un soldato di una famiglia rivale gliela aprisse con un uncino da macellaio, lo zoppo si passava le donne più belle di Palermo, quelle eleganti che la sera sculettano per via Ruggero Settimo in equilibrio sui loro tacchi vertiginosi, fatti apposta per stuzzicare l’appetito maschile.

 

 

 

In tarda primavera i tonni, spinti dall’istinto di riproduzione, lasciano l’oceano e passando lo stretto di Gibilterra raggiungono il Mediterraneo. È allora che si possono pescare facilmente lungo le coste settentrionali della Sicilia.

 

 

 

La vittima designata, come tutti, aveva un punto debole. Per incontrare l’amante, la consorte di un ingegnere troppo preso dal gioco per chiedersi dove andasse a finire la sua mogliettina quando lui sprecava le serate alla roulette, aveva affittato un delizioso monolocale in viale della Libertà.

 

Un nome appropriato, quello della strada alberata che sfocia su piazza Politeama, per una coppia clandestina che di libertà se ne prendeva a iosa, mentre il cornuto spandeva soldi e onore al tavolo da gioco. Ma ci avrebbero pensato loro a fare giustizia, per la Famiglia e per l’uomo tradito che non la meritava. Studiati i giorni e le ore migliori per l’agguato, lo zoppo e i suoi picciotti avevano riferito a chi di dovere.

 

 

 

Ogni mattanza è diretta da un capo, che nel gergo dei tonnaroti è chiamato raìs. È lui a decidere quando iniziare e concludere l’operazione, a disporre le barche in modo che i tonni cadano facilmente in trappola.

 

 

 

Un ottimo lavoro, sentenziò soddisfatto il rappresentante della cosca, c’erano elementi sufficienti per mettere in piedi l’azione. Stabilì una data, predisponendo ogni dettaglio perché la condanna scattasse come un orologio. Quel giorno lo zoppo si fece anche la barba, voleva essere in ordine per il suo appuntamento con la morte. A prelevare il giovane dopo uno dei suoi convegni amorosi si recò da solo, non voleva insospettirlo. Lo attese pazientemente sull’altro lato della strada finché non lo vide uscire dal portone, l’aria grata e stanca di chi, col sudore dei lombi, si è appena preso un regalo dalla vita. Mise in moto e lo raggiunse. Finse di passare per caso e Vincenzo non si sorprese più di tanto. Non sapeva che gli ammanchi erano stati scoperti, così accettò di salire in auto senza storie. Il tempo di una bevuta, gli garantì lo zoppo ridendo, poi lo avrebbe riconsegnato alle sottane della moglie.

 

Quando l’auto di Buscemi imboccò per il Foro Italico in direzione di Sant’Erasmo il passeggero fiutò il pericolo e iniziò ad agitarsi. Stavano facendo troppa strada per un bicchiere di vino, che avrebbero trovato in locali ben più a portata di mano. Vito lo rassicurò: «Ho scelto un posto che conosco, ti voglio presentare una persona».

 

Ma l’istinto della preda non si era ingannato. Giunti al magazzino dove si regolavano i conti della famiglia il giovane si trovò di fronte l’intero gruppo di assassini capitanato dallo zoppo. Guardò d’istinto la porta, qualcuno l’aveva già bloccata col proprio corpo.

 

 

 

Con le reti delle muciare, che sono l’una attaccata all’altra, si forma una sequenza di camere comunicanti. Una volta entrati i tonni sono spinti attraverso un sistema di apertura e chiusura di reti mobili nella camera della morte, che è l’unica a essere serrata anche sul fondo. Da lì non potranno più uscire.

 

 

 

Vincenzo provò prima a difendersi a voce, ostentando un tono spavaldo. «Mi spiegate questa mascariata? Cosa credete di fare?». Poi, quando realizzò che si trattava di un’esecuzione, che presupponeva una sentenza pronunciata ai massimi livelli, si mise a implorare: «Non mi consumate, restituirò ogni cosa».

 

Lo zoppo fu lapidario: «Risparmia il fiato, ti servirà».

 

Lo presero in tre e lo costrinsero a sedere su uno sgabello, era il sistema per tenerlo fermo. Secondo un’esperienza collaudata, per strangolare un uomo occorrono una decina di minuti, contemplando in quel calcolo la resistenza fisiologica, la forza della disperazione, l’ossigeno che si ostina a passare anche quando le vie respiratorie vengono occluse.

 

L’uomo però non accettava di morire. Se avevano contato sulla stanchezza dell’amore la previsione si rivelò errata, anche con le mani dietro la schiena il bastardo dava filo da torcere e per due volte i sicari furono respinti dalla sua potenza sviluppata nel trasportare cassette di frutta.

 

 

 

Quando i tonni sono entrati nella camera della morte, le muciare si dispongono in modo da formare un quadrato. È allora che i pescatori iniziano a issare le reti, portando le prede verso l’alto e stringendole in una morsa letale. Quindi scattano gli arpioni uncinati e l’acqua, per un vasto tratto, si tinge del rosso del sangue.

 

 

 

La lotta fu estenuante, il giovane si aggrappava alla vita con ogni atomo di energia disponibile. Si dimenava, irrigidiva il collo e le braccia, spostava lo sgabello col suo peso per sbilanciare gli avversari. Dopo qualche minuto la situazione era ancora in stallo e gli assassini ansimavano. Uno di loro mollò la presa per asciugarsi il sudore dalla fronte. Vincenzo aveva forza e fiato per insultare gli avversari: «Vigliacchi e fetusi, nemmeno tutti insieme riuscite ad ammazzarmi».

 

Lo zoppo non si scompose. «Sfogati adesso, fra poco dovrai tacere per sempre. Ma sappi una cosa: da nullità sei vissuto e da nullità morirai, del tuo cadavere non resterà traccia».

 

Precludere alla famiglia il culto dei morti era l’offesa più grave, la vittima lo sapeva e tentò un’estrema reazione.

 

Vito fece un passo indietro, nella penombra scintillò una lama. «Fate attenzione!» urlò ai suoi uomini, quindi si avventò di nuovo su quel corpo che non voleva cedere. Fissò il condannato negli occhi sconvolti dalla paura e, mentre con la mano sinistra gli bloccava il mento, il coltello tracciò una linea perfetta sulla sua gola. Il sangue si affacciò inizialmente a piccole gocce, per poi prendere a sgorgare copioso. Qualcuno, raggiunto dagli schizzi, imprecò a voce alta. Bastò uno sguardo a zittirlo, le lamentele non erano ammesse.

 

 

 

Nel ricordare l’episodio lo zoppo sorrise. Non poteva considerarlo un successo, l’esecuzione era stata imperfetta, bastava pensare al tempo impiegato per ripulire la stanza, mentre in un ristorante di Sferracavallo li attendeva una cena sontuosa. D’altra parte non si era mai divertito così tanto. Terminato il lavoro avevano infilato il cadavere in un barile pieno d’acido, tenendolo a mollo il tempo sufficiente a farlo sciogliere. Infine avevano scaricato i rifiuti in mare, lo stesso mare che ogni anno assisteva alla mattanza dei tonni.