18
Lo zoppo si staccò da terra issandosi sulle braccia. Cinquanta piegamenti, da ragazzo ne faceva altrettanti ed era un risultato che parlava da solo. Bastano cose del genere a illuderti che il tempo si possa fermare? Nel suo caso non funzionava, ma era soddisfatto. Spalancò la finestra, l’aria fresca invase la stanza insieme al profumo dell’estate. Non era una sensazione che potesse rallegrarlo, il mutare delle stagioni gli metteva comunque tristezza. Nei suoi anni, nei capelli che si andavano imbiancando, era autunno inoltrato. Per non pensarci si tolse la maglietta, gli piaceva ammirarsi allo specchio a torso nudo, con i muscoli ancora possenti.
In bagno Vito Buscemi passò in rassegna i programmi della giornata. Aveva un paio di appuntamenti uno dei quali, il più importante, era ancora da confermare. All’improvviso si ricordò di non aver acceso il cellulare. Disponeva di schede telefoniche intestate a persone inesistenti, ma le precauzioni per un latitante non sono mai troppe e così la sera lo spegneva, staccando la batteria come gli avevano consigliato. Riattivò il collegamento e dopo qualche secondo l’apparecchio si mise a squillare.
A chiamarlo era il suo capo. Vito ovviamente non fece nomi e non usò le formule di rispetto che avrebbe utilizzato incontrandolo di persona. Parla come se fossi sicuro di essere intercettato: per Cosa Nostra è la regola.
«Abbiamo un problema» annunciò il boss.
Si riferiva alla riapertura delle indagini su Sanfilippo, non ci voleva molto per indovinarlo.
«Ho letto qualcosa sui giornali» confermò lo zoppo.
«Aspettiamo notizie dagli amici dell’altra volta. Tieniti pronto a partire, questa cosa va risolta al più presto».
Buscemi impiegò un istante a realizzare che il suo capo parlava dei calabresi. Poi diede la risposta che l’altro si attendeva.
«Io sugnu sempre pronto».
«Allora parliamo dell’altra questione».
In quello stesso momento qualcuno aveva un approccio più allegro con la nuova stagione: un uomo e una donna che, per discutere di lavoro, avevano scelto i tavolini di una gelateria aperta a Palermo prima della Spedizione dei Mille.
«Mi spieghi cos’è la scorzonera?».
«Gelsomino e cannella, te l’ho ripetuto quattro volte. Come al solito Rocco Liguori non mi ascolta, ha sempre altri pensieri per la testa» mi canzonò Vera.
«Ti ho ascoltata, ma il mio inconscio rifiuta le tue informazioni, perché sa che comunque prenderò nocciola e pistacchio».
«Sei monotono».
«In fatto di gelati sì, lo ammetto».
«Cosa conti di fare?» chiese poi.
«Capire a chi potesse giovare la morte di Giuseppe Mandalà».
«Dopo la sua scomparsa nel mandamento è scoppiata la guerra. A scatenarla è stata la famiglia di Francesco Petronaci, un uomo ambizioso che per avere più potere ammazzerebbe chiunque».
«È il primo su cui dobbiamo indagare?».
«Non è la sola ipotesi possibile. La Cupola ha nominato un nuovo capo mandamento, Salvatore Corallo, un uomo fedele a Mandalà che senza la sua scomparsa non avrebbe mai ottenuto quell’incarico. Anche lui ci ha guadagnato, è una pista che non possiamo trascurare. Ora però lasciami in pace, sta arrivando il cameriere».
Mi voltai, un giovanotto allampanato avanzava verso di noi reggendo un vassoio. Osservai le coppe con sospetto, i gusti avevano colori sgargianti. In compenso la qualità era superba, come al solito Vera aveva ragione. Guardai verso l’alto, sulle mura del Foro Italico si stagliava l’insegna del locale e un’illustrazione mostrava il giardinetto: un gelato dalla consistenza dura con strati di fragola, limone e pistacchio, abbinamento tricolore creato in onore di Garibaldi.
Per tornare ai rispettivi uffici percorremmo un pezzo di strada insieme. Quanto al lavoro, la cosa migliore era promuovere una riunione in Procura per dividerci i compiti. Arrivati ai Quattro Canti ci fermammo, da lì lei avrebbe tirato dritto e io avrei svoltato verso piazza Verdi. Presi coraggio.
«Una di queste sere ti posso invitare a cena da me?».
Rispose subito. «Rifiutare sarebbe scortesia».
Mi fermai a quel sì, volevo assorbirlo prima di fissare una data. Era il momento dei baci di commiato, ma Vera cercò una scusa per prolungare l’istante. «Non mi hai detto cosa pensi del gelato di Ilardo».
Dovevano includerlo nel Patrimonio mondiale dell’umanità, ecco cosa ne pensavo. «Non era male» dissi invece provocatoriamente.
Fu lapidaria. «Brutto stronzo».
E come lo disse mi piacque più dei baci.