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Calogero Mandalà quella mattina si svegliò con un presentimento. Andò a controllare in giardino ed ebbe conferma dei suoi sospetti: le rose si erano seccate. Non era superstizioso, ma recepire i messaggi della natura lo aveva salvato altre volte.
Il profilo solido della sua masseria lo rassicurò. Come una struttura secolare non poteva crollare per una folata di vento, così la sua autorità non sarebbe stata scalfita da una pagliacciata di poche ore. La legge stava per aggredire il suo impero, lo avvertì distintamente come si sente il lampo prima del tuono, ma l’intera faccenda si sarebbe risolta nel solito inutile fragore.
Ci voleva ben altro per impensierire lui, il puparo. Lo sbozzatore che non lasciava la firma sugli incidenti della storia, il condottiero che guidava le truppe tenendosi fuori dal campo di battaglia. Da bravo scacchista, anche quella volta il vecchio avrebbe mosso le pedine dal suo dorato palazzo. Senza rischiare di finire come uno dei suoi pezzi.
Il padrino era fatto così, assomigliava a uno di quei siciliani tratteggiati dal principe di Salina che si credono dèi senza esserlo, ma che al pari di loro sanno tenersi distanti dalle miserie umane.
Rientrato nella sua dimora vide andargli incontro Carmela, l’anziana governante. A dire il vero era qualcosa di più, l’aveva violata che era ancora bambina per quel diritto che i signori detenevano un tempo sulle famiglie a loro asservite. Da quel momento la ragazza gli era rimasta legata, come un cane tenuto alla catena che finisce per affezionarsi, malgrado sappia che è stato il padrone a renderlo schiavo. Non se n’era andata quando l’uomo si era sposato, quando gli erano nati prima il figlio e poi un nipote, devota ai suoi comandi di giorno e di notte.
Per tutta la vita era entrata e uscita dal suo letto secondo le sue voglie, attenta a non rubare la scena alla donna che era salita con lui sull’altare. Carmela era la sua serva concubina, la compagna presente a ogni bivio, sopravvissuta alla morte della moglie e ai rovesci di un’alterna fortuna, perché il destino non fa caso al potere degli uomini, riserva a ciascuno una uguale messe di dolori e soddisfazioni.
Pensando a tutto il suo vissuto Calogero la guardò con segreta tenerezza. Come lei non aveva amato nessuno, ma da ciò discendeva un rimorso e per risarcire i legittimi destinatari dei suoi sentimenti, che si accingeva ancora una volta a defraudare, non poteva concederle manifestazioni tangibili di affetto.
«È pronto il caffè?» le chiese senza un saluto o un sorriso.
Carmela chinò la testa, come la prima volta che aveva ceduto alle sue brame. Come sempre.
«Vossia lo può prendere in terrazza, è appena fatto».
L’uomo esultò in segreto. Non si era lasciata cogliere impreparata, poteva forse dubitarne?
Vera Morandi in quel momento aveva ben altri pensieri. Si era svegliata con una buona notizia, l’ispettore Cinà aveva lasciato l’ospedale. I medici lo avevano dimesso a malincuore, pressati dall’endemica penuria di posti nel reparto, confortati però dai suoi progressivi miglioramenti. E lei si era segnata due cose sull’agenda: di andarlo a trovare in serata e di non trattenere più alla Squadra mobile, nemmeno per un giorno, un sottoposto che le avesse chiesto di lasciarla.
Così il conto tornava, ma ce n’era un altro che non quadrava. Riguardava la vita privata, e confidarsi con Francesca non aveva sciolto i suoi dubbi. Le ultime conversazioni telefoniche non l’avevano soddisfatta, gli incontri a quattr’occhi erano stati evitati. Nessun gelato da Ilardo, nemmeno un caffè al bar Marocco, di fronte alla Cattedrale, o alla buvette del tribunale.
Della nostra cena non si parlava più, e del resto date le circostanze non potevamo certo preoccuparci della scelta di un piatto o di un vino. Ancora una volta aveva deciso la sorte, frapponendo un ostacolo sul quale c’era poco da recriminare. Il risultato ormai imminente, due boss del calibro di Corallo e Petronaci in carcere con i rispettivi stati maggiori, è un traguardo che può non arridere in una vita intera di lavoro. Il merito stavolta era stato della collocazione azzeccata di una microspia, che aveva fornito riscontri alle dichiarazioni di Nino Calabrò tali da consentire un ragionevole ottimismo sul rinvio a giudizio e la tenuta processuale del castello probatorio.
Che al quadro stesse per aggiungersi un tassello ulteriore ero il solo a saperlo. Per tutto il giorno mi tenni quel segreto, la mia scoperta mi sembrava così fragile che temevo potesse svanire, se l’avessi condivisa.
Controllavo l’orario di continuo, Steve rientrava in serata e sarei andato a prenderlo. La vista del mare da quel magnifico ristorante affacciato sulla spiaggia di Mondello, più o meno di strada tornando dall’aeroporto, era l’ideale per scacciare il mio tarlo. Senza contare che, l’ultima volta, il trancio di pesce spada e il Donnafugata che lo aveva accompagnato erano ascesi di diritto ai primi posti della mia classifica.
Solo, non mi aspettavo che dal fronte delle trame sentimentali di Steve Soriano potessero giungere nuove tanto dirompenti. Non citò direttamente Stefania, dato il suo status di persona sotto protezione mi avrebbe messo in imbarazzo. Se la cavò con un generico riferimento a errori che non doveva commettere. La parte esplosiva venne subito dopo.
«Mi sono reso conto di una cosa, signor tenente».
Mai la rigidità del suo tono mi era apparsa così stridente, a fronte di rivelazioni che si annunciavano tanto intime. Ma noi carabinieri siamo bravi a lasciar filtrare la sostanza fra le strette maglie della forma. Attesi il seguito con accresciuta curiosità.
Vuotò il sacco con encomiabile sintesi. «Non sono pronto per il matrimonio. Appena posso parlerò con Dineyra. Lei capirà, non abbiamo l’età giusta e non ci conosciamo ancora bene».
Bravo, fui tentato di aggiungere, per esempio non sai abbastanza dei suoi trascorsi professionali, che potresti prenderti la briga di approfondire. L’arrivo di due piatti paradisiaci salvò entrambi dalla pericolosa affermazione.