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Il dottor Cordero si massaggiava il collo con insistenza, cercando l’origine del suo prurito. Soffriva da matti il caldo siciliano, a cui non era abituato. La Mucci non era venuta, sostenendo che qualcuno doveva pur restare a presidiare l’ufficio. Sospettai che non avesse una gran voglia di assistere, ma tenni per me le mie congetture.
Scacciai invano una mosca, sarebbe tornata. Vidi la ruspa penetrare nel punto segnato sulla mappa e provai un brivido al pensiero che quelle coordinate ci erano state indicate dal mio amico d’infanzia. La benna si sollevò carica di terra due volte, alla terza bloccai il conducente del mezzo con un gesto deciso, la buca era abbastanza profonda.
«Da questo momento scaviamo con le vanghe».
Non fu difficile ritrovare le spoglie di Michele Sanfilippo. Quel che a distanza di cinque anni rimaneva di un giornalista coraggioso, capace di trafiggere la mafia con le sue parole affilate, entrò comodamente in un baule di regola adibito al trasporto dei corredi. Ma erano pur sempre resti umani e il prete li benedisse col suo aspersorio, il maresciallo si segnò in silenzio, l’operaio imprecò a mezza voce: «Bastardi» e il medico legale stabilì che un tentativo di identificazione era possibile, esaminando la dentatura, a patto di avere gli strumenti adatti.
Io non dissi e non feci nulla, avevo in mente uno solo di quei bastardi. Per scacciarne il pensiero mi concentrai sul fascicolo, dal quale l’intestazione Scomparsa sarebbe stata presto cancellata. Si era trattato di un omicidio, ormai ne avevamo la certezza, e secondo la prassi sulla copertina del faldone il segretario avrebbe tracciato una croce.
In quel momento ne misi una su qualcos’altro: era morta per sempre la speranza che il rapporto con Nino non fosse definitivamente perduto, che le cose potessero tornare com’erano prima delle nostre rispettive scelte. Nonostante le promesse di amicizia tra bambini sappiano essere più forti di un giuramento all’Arma o alla ’ndrangheta, ora il ponte era reciso. Aver spento una vita era una colpa che non gli avrei perdonato.
Osservai le operazioni con il distacco di un paziente in anestesia, che vede il chirurgo armeggiare attorno al proprio corpo e non sente dolore. Avere a che fare con la morte è un’esperienza formativa, t’insegna che tornare alla polvere non è solo un modo di dire.
Mentre il caldo aumentava, il baule si richiuse sulle spoglie conservando un peso quasi immutato. Un raggio di luce trafisse i miei occhi.
In auto, al ritorno, cercai rifugio nella solidità di un magistrato che, a un’età vicina alla mia, divideva l’ufficio con una donna che non ricambiava il suo amore.
«Cosa dice, dell’attendibilità di Calabrò a questo punto ci possiamo fidare?» gli domandai.
«La prova che ci ha dato è decisiva» rispose convinto. «Ora dobbiamo concentrarci su Giuseppe Mandalà. Stando al collaboratore è lui il capomandamento che ha voluto questo omicidio».
Il nome mi diceva qualcosa. «Se non sbaglio, nel corso delle indagini era emersa una pista che andava nella sua direzione. Nel fascicolo ho trovato un rapporto della Squadra mobile che riferiva di un traffico di eroina fra la Sicilia e gli Stati Uniti. L’informativa era a firma del dottor Zunino, il dirigente della Sezione omicidi. Pensa che potrei fargli qualche domanda?».
«È stato trasferito, a quest’ora starà bevendo un caffè bollente all’ombra del suo Vesuvio». Sorrise. «Quelli che prendeva qui gli sembravano sempre troppo freddi. Al suo posto c’è un commissario arrivato un anno fa, una giovane molto in gamba. Credo fosse un ispettore che poi ha frequentato il corso per funzionari».
«Andrò a parlarci» assicurai.
Non potevo immaginare che quei pochi passi in direzione della Questura mi avrebbero portato a risvegliare un altro vulcano.