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Quando Filippo Calabrò vide i due uomini andargli incontro sul corso principale non mosse un muscolo. Prima o poi doveva succedere, si disse, rassegnato all’ineluttabile. Il chiacchiericcio della piazza si diradò al passaggio dei delegati dell’Onorata Società sino a farsi silenzio. Tutti sapevano, tutti avevano capito. In paese non c’era mai stato un infame, Nino aveva infranto una regola che vigeva da secoli. Ne sarebbe seguito qualcosa di terribile e i pensieri della gente oscillavano fra il disprezzo e la pena.
Una cosa era certa, il disonore si era abbattuto sulla sua famiglia e il patriarca ne avrebbe risposto. Quando le due figure scure lo raggiunsero, l’aria intorno al gruppo era come sospesa. I più vicini osservavano la scena, attenti a non perdersi neppure un movimento delle labbra.
«Il capo ti vuole» disse uno dei nuovi arrivati.
Pronunziò la frase a mezza voce e anche se intorno non fu percepita, nessuno ebbe dubbi sul senso di quelle parole, perché un attimo dopo l’anziano si unì agli altri, che gli fecero strada verso l’uscita dal paese.
Mentalmente Filippo si fece il segno della croce. La partenza dei suoi familiari non era passata inosservata, i padrini avevano atteso un tempo ragionevole per tirare le somme, ma nel frattempo le notizie volavano. Dal carcere erano venuti segni inequivocabili, gli spostamenti di cella e di sezione che sempre accompagnano la genesi di un collaboratore.
Di tutto ciò toccava a lui fornire spiegazione, proprio a lui che una ragione non se la sarebbe mai data. Per ascoltarla lo condussero nel luogo più segreto, quello in cui, emozionato come un attore alla prima recita, aveva assistito al giuramento del figlio.
Con lo sguardo tagliente come un rasoio, il capobastone non rinunciò al saluto rituale. Filippo sentì l’umido di quelle labbra rugose sulle guance e pensò all’Ultima cena. Era il bacio di Giuda, ma stavolta chi lo offriva era la persona tradita. Nessun convenevole gli fu risparmiato. «Come va la campagna, Filippo? Tua moglie sta bene?».
Avrebbe urlato, si sarebbe strappato la carne di dosso, invece rispose con pazienza a tutte le domande finché arrivò quella che più temeva. Prima della sua inevitabile convocazione aveva studiato ogni possibile difesa. Mancava la prova che Nino avesse saltato il fosso, doveva rispondere così. Si doveva aspettare, capire meglio.
«I fatti sono gravi e lo capisco» balbettò, «ma una soluzione se si vuole si trova sempre». Lo ripeté più volte e finalmente tacque, fissando quegli occhi che nella penombra della caverna brillavano come lanterne.
La voce del boss suonò incredibilmente dolce. «E come si risolve questa faccenda? Ce l’hai tu la soluzione? Se è così me la puoi dare, ti ascolto».
Non ci fu risposta. Dal gruppo degli astanti si sollevò un brusio che il capobastone spense con un’occhiata. Era il momento del responso, bisognava tacere e ascoltare la sola persona autorizzata a fornirlo.
«Caro Filippo, per tanti anni sei stato un compagno fedele. Hai eseguito lealmente i tuoi compiti, hai affrontato qualunque impresa senza tirarti indietro. Dunque capisci con quanta sofferenza ti devo dare questa notizia».
Calabrò perse il controllo. Era in arrivo la sentenza e sarebbe stata feroce, la premessa affettuosa ne era l’annuncio lampante.
«Si aggiusterà tutto» prese a mormorare, «si aggiusterà tutto».
Il padrino scosse la testa. «Di fronte a una mancanza tanto grave io sono costretto a prendere i più seri provvedimenti, nell’interesse della nostra Società e nel rispetto di regole che non possono cambiare».
Il lamento dell’uomo era sempre più flebile. «Si aggiusterà tutto, vedrai». Neppure lui ascoltava la propria voce, l’attenzione di tutti era concentrata sulle parole del capo.
«La risposta a quanto è accaduto» disse quello appoggiando una mano sulla spalla di Filippo, «è scritta nella Bibbia. Qualcuno ricorda come recita l’Antico Testamento?».
Rivolse la domanda all’intero uditorio, ma nessuno sapeva dove volesse andare a parare e nessuno rispose. Lui allora fissò il destinatario del verdetto. Parlò lentamente, per essere certo che ogni sillaba si scolpisse nel suo cervello. «Le colpe dei padri ricadono sui figli».
Per un attimo l’uomo non capì, nella famiglia Calabrò il padre era lui e non era sua la colpa, cosa voleva dire quel discorso?
Poi la verità si fece strada nella sua mente. Si sentì morire, ebbe l’impulso di piangere, si trattenne, cadde in ginocchio. Per quel bambino appena entrato nel mondo si sarebbe fatto tagliare a pezzettini. Afferrò le mani del boss e le baciò. «Prendi me al suo posto, ti prego».
L’altro arretrò di un passo. Ora la sua voce era metallo. «Dovrebbe essere Nino a pagare, ma in questo caso non è così semplice. Lo hanno messo in isolamento, e dove si trova neanche noi possiamo raggiungerlo».
Filippo unì le mani in segno di preghiera, ma il boss non era un santo a cui bastava votarsi.
Si schiarì la gola. «Non perdere la dignità, ci hai messo troppo tempo a guadagnarla e una vita intera a difenderla. La mia decisione te l’ho detta, e non può cambiare».
Uscì per primo, i suoi uomini lo seguirono. Nell’antro in penombra rimase solo il condannato, il suo lamento era un disco rotto che continuava a ripetere: «Si aggiusterà tutto, si aggiusterà tutto».