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Il giorno che un gregario gli svelò il suo soprannome, Calogero Mandalà lo schiaffeggiò e lo cacciò via. Non si doveva permettere di chiamarlo in quel modo, neppure per interposta persona. Dentro di sé però era contento, essere accostato a un puparo non gli dispiaceva per niente. Teneva i fili, non era certo una colpa, e poi quella metafora rifletteva alla perfezione la sua immagine del mondo. È solo teatro, l’agitazione apparente di chi recita da tutore della legge, o sulla scena interpreta un ruolo opposto. La verità è che tutti, alla vita, chiediamo le stesse cose. Vogliamo essere rispettati, decidere per gli altri, ottenere il massimo dell’attenzione. Usiamo il prossimo secondo il nostro tornaconto, perché l’egoismo è alla base della condotta umana, e chi lo nega è un ipocrita. Niente è più importante del proprio orticello, grande o piccolo che sia. Giudicare la natura di una persona dal potere che esercita è uno sbaglio, ciascuno pur di comandare passerebbe sul cadavere del vicino. È la prima regola dell’esistenza, e vale tanto per un padrino quanto per un capocantiere, un giudice o un sindaco. A chi sta sotto non manca l’ambizione, mancano le qualità per emergere.
L’uomo che si accingeva a ricevere, per esempio. Veniva a porgergli i suoi omaggi con assoluta deferenza, portava acqua al suo mulino con lo zelo di un prete sull’altare. Ma pure lui, con i suoi modi untuosi e il suo vestito di marca, cosa aveva in mente ogni volta che accedeva alla magione del puparo? Una fetta della sua torta. Gli avanzi della tavola da cui il padrino dominava la città di Palermo.
Lo fece accomodare e gli rivolse un sorriso, per ripagarlo con la sua stessa moneta di falsità.
«Avvocato, a cosa debbo il piacere?».
L’azzimato legale non trascurò di manifestare il suo ossequio. Esauriti i convenevoli, fra i quali rientrava l’omaggio di una cassa di vini dell’Etna, arrivò finalmente al dunque.
«Le porto cattive notizie, don Calogero. La mattina che hanno sparato a Corallo, proprio mentre avveniva il fatto, il piemontese si è incontrato in tribunale con i responsabili della polizia e dei carabinieri. Quel magistrato sta tramando qualcosa, è poco ma sicuro. Che fosse un ambizioso, del resto, vossia l’aveva capito subito».
Al puparo non sfuggì l’intento adulatorio della frase, del quale comunque si compiacque. Qualcuno ha scritto che perfino a Dio piace sentir suonare le campane. Si riprese.
«Sappiamo cosa si sono detti?».
«Chi mi ha passato la notizia è il segretario di Cordero, che per inciso le manda i suoi saluti. Lui alla riunione non ha partecipato, ma ha promesso che ci farà sapere gli sviluppi».
Il vecchio rimase in silenzio. Oscuri presagi e propositi di contromosse adeguate si dividevano a metà il suo cervello. Poi formulò una domanda che l’avvocato non si aspettava.
«A questo vertice, come dicono i giornalisti, c’era pure il tenente nuovo arrivato?».
L’uomo superò lo stupore e fece appello alla sua memoria. Per fortuna si era fatto riferire l’episodio nei minimi dettagli.
«Era presente, glielo confermo».
Mentre l’ospite si sistemava la piega dei pantaloni, sempre a rischio quando si sprofonda in un comodo divano, il puparo pensò che fra gli argomenti trattati dagli inquirenti doveva esservi la scomparsa di suo figlio. Quell’ufficiale si era fatto la strada fino a Corleone soltanto per parlargli. Sull’episodio non avrebbe mollato, al riguardo il vecchio aveva pochi dubbi.
Scacciò il fastidio provocato dalle notizie e fissò di nuovo l’avvocato.
«Non manchi di ringraziare il segretario. Gli dica che, per qualunque cosa, può sempre contare sul nostro aiuto».
«Sarà fatto, don Calogero».
Il boss continuava a fissarlo. Ora che aveva parlato poteva pure andarsene, diceva il suo sguardo. Ma l’avvocato da quell’orecchio non voleva sentire, il vero scopo della sua visita era una richiesta personale, che si era tenuto da parte in attesa di trovare una merce di scambio. Alla fine si decise, le notizie che aveva portato erano importanti, il boss doveva essergli grato. Chiese il permesso e, avuto il via, sviscerò la questione che gli stava a cuore. Un nipote al quale era particolarmente affezionato si era appena diplomato geometra. Il ragazzo aveva preso il massimo dei voti e, a parte la bravura negli studi, era pure un picciotto molto serio, sul quale si poteva fare pieno affidamento.
Ebbene, l’avvocato aveva sentito dire che all’ufficio tecnico del Comune c’erano diversi nuovi progetti, per i quali le sue competenze potevano servire.
Mandalà si stava annoiando. Troncò il panegirico del ragazzo con un gesto, si fece lasciare il nominativo e promise il suo interessamento. Rimasto infine da solo, pensò a come volgere la situazione a suo vantaggio. Le indagini della Procura non lo impensierivano sul piano personale, come al solito su di lui non avrebbero trovato alcuna prova. Ma uno scossone alla cosca Corallo sarebbe stato inevitabile. Non era un danno così grave, al contrario. Forse era tempo che la sua scuderia cambiasse un po’ di cavalli. Chiamò a voce alta: «Salvatore!».
Una figura alta e massiccia apparve sulla porta. «All’obbedienza».
«A che punto siamo con la cosa di Petronaci?».
«Il negozio è sotto controllo, don Calogero. Fra qualche giorno saremo pronti ad agire».
Lo guardò in tralice e quell’uomo, che aveva la metà dei suoi anni e il doppio della sua forza, si sentì il cuore tremare. Lo puntò a dito.
«Vedete di accelerare. Avete perso fin troppo tempo».