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Durante il volo di ritorno rimuginai sulle parole di Vincent. Lo spunto che riguardava il puparo era l’unico di un certo valore, come mi aspettavo Chiara Sanfilippo non aveva aggiunto dettagli rilevanti quando aveva reso le sue dichiarazioni.
Steve sfogliava una rivista di motociclismo. Durante la trasferta il suo inglese non era stato indispensabile e di ciò mi sentivo in colpa. «Mi dispiace, ti ho fatto trasferire a Palermo per niente».
Sollevò lo sguardo. «Sta scherzando? Mi ha salvato la vita!». Lo disse con scherzosa solennità per poi rituffarsi nella lettura. Ne riemerse poco dopo. «Le piacciono le Harley Davidson? A New York ne ho vista una stupenda».
Scossi la testa. Irrecuperabile, barattava il matrimonio con una moto. Nella fantasia mi sembrò di assistere al trasloco dei suoi risparmi, dalle bomboniere a una specie di transatlantico su due ruote.
Arrivammo a Punta Raisi al limitare della notte, la pista di atterraggio era un serpente illuminato che finiva nel nulla. L’aeroporto, schiacciato fra il mare e la montagna, è uno dei più pericolosi d’Europa. A parere di molti lo avrebbe voluto proprio lì il famigerato don Tano Badalamenti, boss del vicino centro di Cinisi.
Malgrado l’ora non rinunciai a passare in ufficio. Sulla scrivania trovai un appunto scritto a mano, vi riconobbi la grafia del maresciallo Iacono: mi aveva cercato la dottoressa Morandi della Squadra mobile. In più c’era un foglio che gettai nel cestino senza guardare, sapevo già che conteneva un messaggio uguale a quello ricevuto al mio arrivo, con l’ironico benvenuto e il disegno di una croce. Non avevo tempo per ammirare i progressi artistici di Cosa Nostra.
L’archivio era chiuso e al militare di servizio non andava di sbattersi per trovare il doppione della chiave. «Domani alle otto arrivano gli addetti» mi disse sperando che desistessi. Non infierii, la stanchezza si faceva sentire e attendere la mattina non cambiava le cose.
Qualche ora più tardi ero di nuovo davanti alla porta, per arrivare prima non avevo preso nemmeno il caffè. Avrei rimediato in tribunale, il dottor Cordero era sempre disponibile per una puntatina alla buvette.
Chiesi il fascicolo di Calogero Mandalà, l’archivista me lo consegnò con aria scettica. «Non ne abbiamo notizie da molto tempo» si limitò a dire. Lunghi anni di onorato servizio, nell’isola dove la miglior parola è quella che non si dice, gli avevano insegnato a non abbondare nei commenti.
Finite le mie ricerche raggiunsi l’ufficio del pubblico ministero. Mi ero spulciato ogni carta maturando una convinzione. La sciorinai di fronte al magistrato piemontese e alla dottoressa Mucci dopo il caffè.
«Il puparo sa tutto della morte di Sanfilippo» affermai come se potessi esserne certo. «I due si conoscevano, il giornalista lo aveva perfino intervistato. Guardi, dottore» gli porsi il ritaglio, «nel fascicolo ho trovato questo articolo di stampa. Calogero Mandalà all’epoca era incensurato e si aggirava nei salotti della politica, ricoprendo la carica di assessore ai lavori pubblici».
Cordero lesse allibito. «È pazzesco, facevano tutto alla luce del sole. Del resto, qualche decennio fa ben pochi conoscevano l’esistenza della piovra. Ricordo che nel ’72 la Doxa chiese a un campione di italiani chi fossero i mafiosi. Solo il quarantasette percento degli intervistati se la cavò. Molti risposero che si trattava di drogati o, come si diceva allora, di capelloni. E l’anno prima avevano già ucciso il giudice Scaglione» concluse sconsolato.
«Voglio andare a trovare il puparo» annunciai.
Francesca Mucci ruppe il silenzio. «Pensa davvero che le dirà qualcosa di utile?».
L’uso del lei per un attimo mi sorprese, poi mi ricordai del nostro patto. Mantenni a mia volta un tono formale. «C’è un solo modo per scoprirlo» replicai fissandola.
Cordero mi diede ragione. «Lasciamo che vada, in fondo non abbiamo nulla da perdere».
Lei non era d’accordo. «Infilarsi nella tana del lupo è sempre un rischio».
Alla fine si convinse, Steve mi avrebbe accompagnato e dopotutto il puparo risultava inattivo da anni.
Appena uscimmo dall’ufficio mi aggredì: «Secondo me il pericolo ti piace».
Parlava sul serio o mi prendeva in giro? Propendevo per la seconda ipotesi. «È solo un vecchio, cosa vuoi che mi faccia…».
Sorrise. «Tanto lo so che non riuscirò a convincerti, ma almeno stai attento. Credo che qualcuno, qui a Palermo, soffrirebbe parecchio se ti succedesse qualcosa».
Che Vera e Francesca fossero arrivate a confidenze tanto intime era una scoperta inattesa.
Promisi che avrei fatto attenzione, senza dare importanza a quel voto. I miei pensieri erano altri. Il puparo aveva una statura criminale formidabile, era stato per tanti anni al vertice di Cosa Nostra ma nessuno era riuscito a incastrarlo. Quali rivelazioni avrei potuto estorcergli io, l’ultimo arrivato? Piuttosto dovevo badare a non farmi manovrare, era quello il rischio più concreto.
Raggiunsi Steve nel cortile della caserma. Il comandante del Nucleo stava uscendo in quel momento con alcuni uomini, mi lanciò un’occhiata che voleva sembrare distratta.
«Dove vai di bello, Liguori?».
C’erano troppe persone in ascolto, nel parcheggio interno si era appena fermato il furgone del pane destinato alla mensa.
«Accertamenti di routine» risposi con tono neutro. L’ufficiale finse di crederci e tirò dritto, riservandosi di approfondire in un’occasione migliore. Sentii la sua auto partire sgommando.
L’aria di Palermo mi stava contagiando, imparavo a tenermi stretti i miei segreti. Mi voltai verso Steve, che aveva appena messo in moto: «Hai studiato il percorso?».
Lui si batté la mano aperta sulla fronte. «Il driver ha tutto qui dentro».
Guidò con sicurezza dal centro alla periferia ovest, quindi imboccò la statale per Agrigento. Osservando i cartelli vidi sfilare i paesi che incontravo nelle pagine della cronaca locale, di solito associati a gravi fatti di sangue: Villabate, Misilmeri. All’altezza di Bolognetta svoltammo a destra e prendemmo una strada tutta curve.
«Fra mezz’ora saremo a Corleone» disse Steve con aria esultante. Pareva un novello Mosè all’avvicinarsi della terra promessa.
Non eravamo diretti in paese. La residenza del puparo si trovava in una contrada isolata lungo una trazzèra accessibile dalla strada che stavamo percorrendo. La cosa un po’ mi dispiaceva, al solo pronunciarlo il nome del borgo conferiva al mio viaggio un’aura di mistero.
In ogni caso era meglio così, viaggiavamo a bordo di un’auto civetta e in Sicilia noi forze dell’ordine non siamo gli unici ad avere il vizio di prendere le targhe, c’è sempre un amico degli amici pronto a promuovere una verifica al pubblico registro. Non farsi notare per uno sbirro è buona norma, così trattenni la delusione per la visita turistica mancata, rinviabile a un momento più opportuno, per concentrarmi sul paesaggio che stavamo attraversando.
La campagna era brulla, il percorso ci conduceva nel cuore dell’isola e il Golfo degli Aranci si allontanava, gli alberi da frutto si diradavano lasciando spazio alle formazioni rocciose. Mi dissi che per generare uomini come il puparo occorreva un’argilla così, arida e forte, un po’ terra e un po’ pietra.
Avevo scelto di non annunciare il mio arrivo, non volevo rischiare che il mafioso potesse sottrarsi all’incontro. C’era anche un’altra ragione: in quel modo il colloquio sarebbe stato più spontaneo, senza le domande diffidenti che accompagnano la venuta di un ospite atteso.
Malgrado tutto non potei fare a meno di provare un’intensa emozione quando Steve imboccò la via di accesso alla fortezza di don Calogero. Quell’uomo custodiva i segreti più scottanti dell’intera storia repubblicana, aveva trattato con capi di go-verno e attraversato vicende incredibili, dal banditismo alla soppressione dei primi sindacalisti, dall’avvento delle raffinerie di droga alle guerre di mafia e ai cadaveri eccellenti dei servitori dello Stato.
Nel breve tragitto sulla trazzèra priva di asfalto che dalla via principale portava alla residenza del boss in disarmo l’auto si riempì di polvere. Pochi secondi e fummo circondati da un gruppo di uomini vestiti di nero, l’aspetto rapace e gli sguardi veloci.
Scesi senza mostrare timore e fronteggiai quello che sembrava il capo. «Vogliamo parlare con il signor Mandalà».
Lui mi rivolse un’occhiata ironica e al tempo stesso minacciosa. «I signori hanno un appuntamento?».
Estrassi il tesserino che in certi casi è la carta vincente, l’asso di briscola che risolve ogni partita. «Tenente Liguori».
Sotto il berretto scuro che lasciava scoperte le tempie i capelli dell’uomo erano brizzolati. Con un movimento impercettibile indicò la porta a un giovane che, in piedi accanto a lui, ci sfidava con i pugni sui fianchi e i muscoli in tensione. Quello capì e s’infilò nel caseggiato, una masseria di pietra antica di notevole bellezza. Ne riuscì poco dopo e, ignorandoci con ostentazione, si rivolse al suo capo: «Solo il tenente, per un colloquio non c’è bisogno di aiutanti».
Gli uomini in nero si aprirono come le ali di un falco prima che si lanci sulla preda. Passai in mezzo a loro e raggiunsi l’entrata provando un leggero rimorso nel lasciare Steve in quella ostile compagnia. Sapevo però che potevamo stare tranquilli: una volta ottenuta l’ospitalità del puparo, nessuno ci avrebbe torto un capello nella sua proprietà, sarebbe stata un’offesa alla sua persona.