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L’orizzonte s’illuminò di colpo, il cuore rispose accelerando il battito. Il sole si alzò insieme allo strano velivolo, simile a un grande calabrone, che ci avrebbe portati a quota quattrocento metri. Ciuffi d’erba si mossero in modo innaturale, a spostarli erano le pale del famigerato Chinook. Imparai il suo nome insieme a varie nozioni sul volo. Ne feci tesoro per quando, finito il corso di paracadutismo che vivevo come una scommessa con la morte, mi sarei ritrovato da solo nell’abbraccio dell’aria.
Non avevo scelto io di lanciarmi nel vuoto, l’attività era parte del programma di addestramento. I carabinieri sono una forza militare e indossare la divisa contemplava rischi che non avevo messo in conto.
Parlando di volo le perplessità si collegavano al fatto, a mio avviso non secondario, che fin da bambino soffrivo di vertigini. Ero cresciuto al quinto piano di un vecchio palazzo e dal balcone di casa non riuscivo a sporgermi, mi girava la testa. Provai a raccontarlo al sergente della Folgore che guidava la mia squadra ma lui, impegnato a spiegarci come attutire la caduta per evitare moleste fratture, scacciò i miei dubbi con un gesto infastidito.
«Pensa a ripiegare il paracadute, Liguori, non vedi che i tuoi colleghi hanno finito?».
Lo disse senza degnarmi di uno sguardo. Mantenere la tabella di marcia era in quel momento più importante delle paturnie di un giovane allievo. Chissà quante volte, nell’imminenza del primo lancio, gli avevano posto le obiezioni più assurde. La verità nella sua mente era semplice: me la facevo sotto. La cosa non lo sconvolgeva più di tanto.
«L’obiettivo di un paracadutista non è cancellare la paura, ma imparare a dominarla» ci diceva sempre. «La paura è una reazione normale e ha un ruolo positivo, serve a mantenerci concentrati».
Le statistiche parlano chiaro, la causa principale degli incidenti è l’eccessiva sicurezza. Più di tutto, uccide la tendenza a tirare la leva di apertura all’ultimo momento, per una prova di estremo coraggio. A seguire vi è la routine, che porta a compiere i movimenti senza prestare attenzione. Una volta, ci raccontò il nostro istruttore, un veterano si era gettato trascurando un piccolo dettaglio: non aveva indossato il paracadute. Se me lo avesse detto il primo giorno non ci avrei creduto, ma giunto alla fine dell’addestramento avevo realizzato quanto fosse normale, per i ragazzi della Brigata livornese, salire in cielo a bordo di un Chinook e scenderne in volo come uccelli senz’ali, fra un cappuccino al bar della caserma e il racconto dell’ultima ganza espugnata sulla spiaggia di Castiglioncello.
Mentre il calabrone prendeva quota cercai di distrarmi. In quel periodo uscivo con una studentessa di Caserta. Concentrarmi su di lei non mi aiutò a scacciare l’incubo della morte.
L’apparire della luce verde mi sembrò l’accensione di una sedia elettrica, l’avevo vista in un documentario girato nel Texas o in altre lande del vecchio West.
Ci disponemmo in fila pronti all’uscita. Per fortuna non ero il primo, non avrei sopportato di restare davanti al portellone per tutto il tempo in attesa di saltare. Il cielo era nascosto ai miei occhi dalla schiena di un compagno, per distrarmi contavo le pieghe sulla sua tuta mimetica.
Saltare equivaleva a morire, ne ero consapevole. Ma per lunghe notti mi ero ripetuto che al momento opportuno non dovevo pensarci. Il segreto era quello: bastava isolare il cervello per un po’ e mi sarei ritrovato con il paracadute già aperto, riconsegnato alla vita come un disperso che all’improvviso ritorna al suo reparto.
Non riuscii a tener fede al proposito, nell’istante del lancio fui assalito da un terrore incontrollabile. Odiai l’istruttore, mio padre, colpevole di un fulgido esempio di vita, e la maledetta scelta di seguire i suoi passi, perché era stata la decisione di arruolarmi a portarmi lassù. Abbandonai l’aereo alla disperata, come se lasciassi il mondo per tuffarmi in un altrove sconosciuto.
Dovevo contare cinque secondi e solo allora controllare l’apertura del paracadute, che sarebbe avvenuta per lo sganciamento automatico della fune di vincolo. Non feci nulla, le cose seguirono il loro corso e, malgrado me, ogni cosa funzionò alla perfezione. Dopo un tempo che nel ricordo non riesco a stabilire mi resi conto che scendevo con una perfetta traiettoria verticale, alla giusta velocità, i colleghi a costante distanza.
In quel momento scattò la magia, mi piovve addosso una sensazione di pace che non sapevo possibile. Non era libertà ma qualcosa di più grande, il corpo e i pensieri fluttuavano insieme in assoluta leggerezza. Era l’infinito, una parola che a scuola non avevo capito, rispecchiava astratte formule matematiche o complesse speculazioni filosofiche.
L’infinito era lì e si toccava, aveva un’intensità che potevo abbracciare. Aprii la bocca e mi entrò nei polmoni, a occhi chiusi continuai a vederlo, meraviglioso come l’istante in cui ti innamori, sorprendente come un arcobaleno.
Era un’emozione misteriosa, originata da un segreto che a raccontarlo non si svela, per conoscerlo bisogna stare lassù, bisogna essere una foglia.
Fui colto da una frenesia incontrollabile, rientrato alla base mi misi a rapporto chiedendo di tornare subito in volo. Il sergente scosse la testa. «Sempre così, al primo lancio ve la fate sotto, poi scoprite che è una cazzata e volete giocare di nuovo. Ti sei divertito, ora levati dalle palle e lascia andare gli altri».
Non mi mossi. Lui si rimboccò le maniche come se volesse picchiarmi e mi fissò. Qualcosa nella mia espressione lo convinse, si voltò e fece cenno a un caporale. «Dagli un altro paracadute, autorizzo io».
Corsi ad afferrare il regalo prima che cambiasse idea e mi rispedisse a calci in camerata. «Peggio dei bambini» lo sentii mormorare. Ma mentre mi preparavo al lancio successivo, con la coda dell’occhio lo vidi sorridere.
In seguito ne annoverai altri diciotto e ogni volta era lo stesso tuffo nell’infinito. Nel frattempo divenni ufficiale e affrontai nuove prove, ulteriori occasioni perché la paura venisse a farmi visita. Fu a Pontecagnano, sede di uno scalo attrezzato per l’aviolancio, che mi arrivò la telefonata.
Stavo entrando nella doccia, assaporavo l’ebbrezza di quell’ultimo volo che, come sempre, mi era sembrato il migliore. Riaccesi il cellulare: una chiamata da un numero riservato. Non ebbi il tempo di chiedermi chi fosse che squillò di nuovo.
«Il tenente Liguori?».
«Chi parla?».
Identificai l’accento del centralinista, in Sicilia avevo trascorso estati meravigliose su una costa che, a cielo limpido, faceva apparire allo sguardo le Eolie. Non mi ero sbagliato, chiamava dal tribunale di Palermo. Doveva passarmi un sostituto procuratore della Distrettuale antimafia.
È incredibile quante domande possano arrivare insieme in pochi istanti. Mi chiesi cosa volesse, da quelle parti non avevo mai lavorato. Nello stesso tempo mi interrogavo su chi fosse, e da dove venisse, quel tipo che mostrava tanta urgenza di parlarmi. Dalla voce sembrava giovane, più o meno la mia età, e dopo qualche battuta circoscrissi la sua origine fra la Liguria e il Piemonte. Di ciò che mi disse ricordo due cose: dovevo andare a Palermo il più in fretta possibile, la ragione si legava a una persona a me nota.
Da quella volta non avevo più pensato al mio amico d’infanzia. Anni a cercare di dimenticarlo, di non ragionare sull’uomo che era diventato seguendo la retta parallela che mai avrebbe dovuto incrociare la mia. La vita un giorno ci aveva rimessi accanto, come da bambini sulla piazza del paese, quando il pallone era una lattina, i nostri sogni scorrevano vicini e a dividerci c’era una barriera che chiunque altro vedeva chiaramente.
La promessa della ’ndrina locale e il figlio del maresciallo, figurarsi. Giocare con lui, illudersi di crescere insieme, era sfidare il destino. Non potevamo vincere e il conto ci era stato presentato. Il confine era divenuto concreto, un muro fatto di pacchi di polvere bianca. Sette tonnellate di cocaina, partite dalla Colombia e dirette sulla costa laziale, erano state il prezzo della nostra amicizia. Pagato con un biglietto per il carcere, durata del viaggio a discrezione del giudice.
Non era bastato, eccoci accanto di nuovo. Il boss del narcotraffico Nino Calabrò e il tenente Liguori. Chiamavano proprio me a proteggere i suoi cari, la moglie che avevo visto sorridente in una foto, le bimbe certamente cresciute e il figlio in arrivo che mi aveva annunciato con orgoglio, quando si fidava di un infiltrato pronto a sbatterlo in galera.
Ingranai la prima senza pensare a niente. A tutto volume, da un cd, partì un brano dei Beach Boys. Il titolo, Wouldn’t It Be Nice?, rifletteva la mia domanda del momento. Non sarebbe bello se fossimo amici come i due bambini sulla piazza, se fra noi non ci fossero i macigni delle scelte giuste o sbagliate, se potessi entrare in casa sua con un vassoio di dolci, un mazzo di fiori per la moglie e un sorriso vero?
Arrivai in caserma a sera inoltrata. Nell’ufficio del comandante la luce era accesa, il capitano Baratta smadonnava avvelenato per il fonogramma appena ricevuto.
«Un’altra missione» brontolava, «giusto a me dovevano affibbiare il Serpico de’ noantri. Ma stavolta non mi faccio mettere i piedi in testa, chiamo il Comando generale e armo un casino che metà basta. Me lo volete togliere di nuovo? Allora mandatemi un sostituto, perché io di tenenti a mezzo servizio non ho bisogno!».
Lo lasciai sfogare, sapevo che in realtà, più che per l’aspetto professionale – mandare avanti la compagnia di Alba con un nuovo ufficiale non sarebbe risultato drammatico –, era dispiaciuto per la mia partenza. Fra un distacco e l’altro avevo fatto con lui parecchia strada e in quel momento ce l’aveva tutta davanti. Ero triste anch’io, al netto del fegato sempre pronto a scoppiare Baratta era un’ottima persona.
Lo sentii discutere con un maggiore dell’ufficio Personale, il suo tono virò dalla rabbia al lamento, fino a una sorda rassegnazione che poteva voler dire una sola cosa: lo avevano accontentato, mutando il mio comando temporaneo in un trasferimento definitivo nel capoluogo siciliano.
Più tardi mi chiamarono da Roma per acquisire il mio consenso. Ero ancora ospite del capitano, presi la linea da lì. Prima di rispondere lo fissai un istante, nei suoi occhi c’era dolore. Staccai lo sguardo e dissi d’un fiato che accettavo la nuova destinazione: Sezione omicidi del Nucleo investigativo di Palermo.
Giunto nella mia stanza calcolai con un’occhiata il tempo che avrei impiegato per impacchettare i miei effetti. Non ne serviva molto, c’è una fase della vita in cui quanto possediamo può entrare in un portabagagli di media capacità. Coi sentimenti è più difficile, li metti da una parte e si spostano, decidono loro dove andare e non ti resta che farci i conti, prima o poi.