15. Nuova porta/arco al campo dei Saepta e riassetto del Serapeo-Iseo (con pigna del Belvedere). Vedi §§ 56-58, tav. 15.
La costruzione del complesso del Serapeo e dell’Iseo nel Campo Marzio era stata intrapresa nel 43 a.C. dai triumviri, probabilmente su un progetto di Cesare (Cassio Dione 47.15.4). Nulla si conosce di questo primo impianto, nemmeno la posizione, ma è probabile si trovasse dove poi sarà il complesso domizianeo. Esisteva sicuramente nel corso della prima età imperiale: è citato in più fonti in relazione a episodi del I secolo d.C., ma non ne conosciamo l’aspetto. Era stato dedicato a Iside un curioso e prezioso oggetto, la cosiddetta mensa Isiaca, conservata nel Museo Egizio di Torino. Non si conosce l’esatta provenienza dell’oggetto, acquistato a Roma dal cardinale Pietro Bembo nel 1527, ma data l’eccezionalità del pezzo è probabile venisse dal maggiore luogo di culto a Iside della città. Si tratta di una tabula in bronzo per offerte (128 × 75 cm) gremita d’intarsi e decorazioni di metalli diversi, anche mescolati tra loro, a seconda del colore che si voleva ottenere (Plinio, Storia Naturale, 33.46.131). La scena è egittizzante ma i geroglifici sono privi di senso. La mensa è un “falso” romano del I secolo d.C. che potrebbe essere stato dedicato nel tempio della prima fase, e riutilizzato nel tempio da Domiziano in poi, oppure risalire all’epoca del rifacimento di Domiziano. È sicuro che la figura principale entro un’edicola al centro della mensa sia Iside. Nell’80 d.C. il Serapeo e l’Iseo del Campo Marzio sono stati distrutti da un incendio (Cassio Dione 66.24.2) e sono stati ricostruiti da Domiziano (Eutropio, 7.23.5). Del complesso di questa fase conosciamo l’esatta posizione e l’aspetto grazie ai frammenti della forma Urbis marmorea severiana. Grazie all’edizione dei recentissimi dati di scavo (Ten 2016) abbiamo potuto aggiornare e rimeditare l’intero assetto di questo settore del Campo Marzio. Le indagini hanno portato (o riportato) alla luce lacerti di strutture rappresentate sulle lastre della forma Urbis. Si è quindi proceduto a un nuovo riallineamento dei frammenti basandosi su questi nuovi indizi e giungendo a una nuova definizione della topografia dell’area. Il complesso si trovava a est dei Saepta, con cui condivideva il muro di limite, e si articolava in cinque settori. All’estremità meridionale era una struttura triangolare chiamata [De]lta, che alludeva al delta del Nilo; una strada, parallela all’ipotenusa del Delta, chiudeva il complesso a sud. Il Delta è stato interpretato come una grande cisterna/ninfeo, circondata da portico, che alimentava la piscina, gli euripi e le altre fontane dell’area sacra. A nord del Delta, vi era una prima piazza in cui confluiva da nord un breve portico (tav. 15, n. 15) parallelo a ovest al muro dei Saepta, a est del quale sorgeva una vasca rettangolare (n. 16). Subito sopra al Delta, il muro di limite del complesso si interrompeva, permettendo di accedere alla piazza dei Saepta. Il passaggio era articolato in tre fornici, di cui quello centrale inquadrato da colonne. Dall’altra parte della piazza, sulla forma Urbis, sono rappresentati quattro elementi paralleli tra di loro (n. 18) e disposti perpendicolarmente alla strada obliqua che fungeva da limite occidentale del complesso. Il culto di Serapide era accolto nel settore subito a nord di questa prima piazza. Conosciamo l’aspetto del luogo di culto perché è rappresentato quasi interamente sui frammenti della lastra marmorea. Assomiglia al cosiddetto Serapeo (in realtà un triclinio monumentale) di Villa Adriana. È possibile che Adriano si sia ispirato all’edificio romano per il suo padiglione, piuttosto che il contrario (Ensoli). Anche per la ricostruzione di altri elementi del complesso campense non conservati abbiamo utilizzato come modello la planimetria degli edifici di Villa Adriana, immaginando che Adriano abbia preso spunto dai luoghi romani per realizzare i padiglioni della sua villa. La cella di Serapide, una profonda nicchia posta al centro, sul fondo del complesso, si apriva su un grandioso ninfeo con piscina semicircolare. Del simulacro del dio resta solo l’enorme piede sinistro visibile ancora oggi in via di S. Stefano del Cacco, all’angolo con la strada che dal piede ha preso nome (via Piè di marmo). Dalla stessa via di S. Stefano del Cacco proviene una dedica in greco a Serapide (IG, XIV 1031) e all’angolo tra via del Piè di Marmo e via della Minerva è stato trovato un frammento di trabeazione con i nomi di Settimio Severo e Caracalla, che attesta un restauro severiano, seguito da un altro di Alessandro Severo (Storia Augusta. Vita di Alessandro, 26.8). La piscina semicircolare era preceduta a nord da una via colonnata (n. 17) e un portico correva tutto intorno al lato curvo meridionale. Nel braccio occidentale del portico, nella parete di fondo si apriva una nicchia semicircolare; in quello orientale vi era una nicchia, disposta simmetricamente rispetto alla precedente, seguita da un’altra più profonda e da una stanzetta quadrangolare. Tali spazi potevano ospitare culti associati a quello di Serapide, tra i quali per esempio quello di Arpocrate. Davanti alla cella di Serapide, nella piscina semicircolare, si protendeva una piccola penisola dove potevano trovare posto le statue semidistese del Tevere, del Nilo – statue delle stesse divinità sono state rinvenute anche presso il Canopo di Villa Adriana – e di Oceano, qui rinvenute nel Cinquecento e risalenti al restauro domizianeo; una posizione molto simile è stata ipotizzata per la statua del Tevere che ornava la nicchia centrale del grande ninfeo severiano sul Palatino, chiamato Settizodio (Atlas, tab. 86). La dimensione delle statue è compatibile con questa ipotesi di collocazione. Il blocco più settentrionale dell’intero complesso era il più ampio ed era occupato da una grande area scoperta. Il giardino di Iside aveva il fronte settentrionale allineato con quello dei Saepta, probabilmente chiuso lungo il dotto dell’acquedotto Vergine. Una fila di alberi, forse palme al fine di ricreare un’ambientazione egizia, correva parallela al muro di limite dei Saepta; poteva esserci anche una seconda fila di alberi, parallela a questa (solo un frammento della forma Urbis, noto dai disegni rinascimentali, illustra il limite occidentale del giardino) a occidente. L’ampiezza del giardino è ricostruibile in base all’ampiezza del Serapeo, assumendo che fossero ugualmente larghi, ma non è escluso che il palmeto a oriente, settore per il quale non abbiamo indicazioni di nessun genere, si estendesse fino alla strada nord-sud che giungeva all’arco monumentale dell’aqua Virgo in un ampio isolato trapezoidale all’interno del quale non sono documentate strutture. Del tempio (n. 3) originario, posto al centro del lato breve settentrionale, mai rinvenuto – con un asse divergente un solo grado dall’asse del Serapeo – conosciamo l’aspetto grazie a un sesterzio del 71 d.C. di Vespaiano, devoto a questa divinità che lo aveva ospitato per una notte in attesa del trionfo giudaico del 71 stesso. Il tempio era tetrastilo e sorgeva su una scalinata, ai lati della quale vi erano due statue femminili (forse la dea Selkis?). Vicino alle gambe delle due statue c’è un piccolo elemento, un animale accovacciato, forse una sfinge o un babbuino (almeno tre cinocefali provengono da quest’area), rappresentazione simbolica delle divinità egizie Amon e Thoth. In secondo piano, tra le colonne, si intravedono delle transenne, forse basi per altre due statue stanti. La porta d’ingresso della cella è sormontata da un disco solare alato. Le ali sono quelle del dio Horus. All’altezza del collarino dei capitelli, nella parte centrale, vi sono sette elementi curvilinei, probabilmente degli urei. Al centro della trabeazione c’è un altro disco solare tra due urei. Sul frontone centinato, Iside è in groppa al cane Sirio tra astri. Gli acroteri laterali e centrale rappresentano probabilmente il falco di Horus, visti frontalmente (vedi il cosiddetto Sparviero della Collezione Casali, ora ai Musei Capitolini, tav. 15, B). Il bordo della centina è decorato da girali (ringrazio la professoressa Paola Buzi per l’aiuto nella lettura e identificazione degli elementi egizi raffigurati sulla moneta e il professor Ernesto Campana per l’identificazione come falco dello sparviero capitolino). L’aureo del 94-96 d.C. di Domiziano non sembra rappresentare il fronte del tempio di una fase successiva (Atlas, tab. 236), ma potrebbe trattarsi più semplicemente di un conio assai più rozzo di quello vespasianeo, dove è tutto meno dettagliato e dove il frontone non è rappresentato perché coincidente con il limite curvo della moneta. Ancora nel 219 d.C. il frontone aveva al centro la medesima Iside sul cane (Cassio Dione, 80.10). La statua di culto è stata identificata con il torso marmoreo di statua colossale di Iside (identificata grazie al caratteristico nodo della veste sotto il seno), visibile ancora oggi in Piazza S. Marco, la cosiddetta Madama Lucrezia, una delle romane statue parlanti (o meglio fatte parlare dal popolino tra Seicento e Ottocento tramite cartelli appesi su di loro. I destinatari delle invettive, spesso in rima, erano i papi, gli altri membri della Curia e della nobiltà). Nel giardino correvano euripi, due minori ai lati, di cui uno parzialmente rinvenuto (n. 4), e probabilmente uno più largo al centro (se il Canopo e Serapeo di Villa Adriana imitano il Serapeo-Iseo di Roma). Potrebbe trattarsi anche qui di un Canopo, un canale artificiale del delta del Nilo che congiungeva la località di Canopo, sede del culto di Serapide, con Alessandria. Le acque del Nilo, qui artificialmente riprodotte, venivano utilizzate per riti purificatori. Dalle acque di questo Canopo (n. 5) potevano affiorare, lungo le rive, coccodrilli e ippopotami (almeno un coccodrillo e un ippopotamo sono stati rinvenuti in questo settore del Campo Marzio), forse alternati a obelischi (come gli obelischi più piccoli Mediceo e Minerveo qui trovati). Ai lati del tempio, potevano sorgere due obelischi di misura intermedia, come i due in granito di Assuan di Ramses II, il Macuteo e il Dogali di identiche dimensioni – 6,34 m di altezza –, portati probabilmente a Roma da Domiziano e rinvenuti anch’essi in zona. Immaginiamo questi due obelischi in asse con due piccole strutture interpretabili forse come sacella o recinti per altari, quella orientale archeologicamente documentata, l’altra ricostruita per simmetria. Una piccola ara sacra a Iside, databile all’età adrianea/antonina, è stata rinvenuta nel Settecento in via di Sant’Ignazio (CIL, VI 344). Al restauro severiano sono riferibili tre colonne egizie, qui rinvenute, rastremate verso il basso, decorate a rilievo. Sono rappresentati i sacerdoti di Iside, identificabili per la caratteristica rasatura dei capelli, in piedi su sgabelli con offerte sulle spalle. Il settore dove rimangono tracce più evidenti dell’intervento di Adriano – mai ricordato dalle nostre sommarie fonti – è l’ampio piazzale lastricato posto tra Serapeo e Iseo. Questo fungeva da fulcro tra i due complessi ed era il luogo dove i leggeri disorientamenti tra gli assi nord-sud dei due templi (di Iside e di Serapide) e il disorientamento di secondo grado tra Saepta e complesso Campense, si risolvevano; era il luogo di ingresso all’intero complesso e punto di passaggio principale, oltre al già ricordato accesso presso il Delta, alla piazza dei Saepta. L’ingresso alla piazza avveniva da una via porticata nord-est/sud-ovest che si distaccava da una via nord-sud rappresentata sulla forma marmorea e proveniente dal complesso del Divorum. La via porticata, di sui sono stati rinvenuti solo pochi resti dei pilastri, entrava nel fornice centrale di una grande porta/arco domizianea, a tre fornici – all’estremità occidentale di Piazza del Collegio Romano – nota dal Rinascimento con il nome Arco di Camigliano. Le murature e gli elementi architettonici erano stati documentati da disegni rinascimentali (di A. Alberti e di B. Peruzzi). Recenti scavi hanno permesso d’individuare e porre esattamente nello spazio i piloni del fornice settentrionale della porta. Essa è rappresentata per intero in uno dei frammenti della forma Urbis (contra Ten) e rappresenta pertanto uno dei capisaldi in questo settore per il posizionamento della lastra nella topografia reale. Dalla parte opposta del piazzale lastricato Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546) aveva visto e disegnato un’altra porta/arco, notevolmente maggiore di quella di Camigliano, nota come Giano alla Minerva, per la vicinanza con la chiesa che prendeva a sua volta il nome dal vicino tempio rotondo dedicato da Domiziano a Minerva Chalcidica. L’arco, che deve aver sostituito un precedente ingresso meno monumentale, analogo a quello identificato a nord del Delta, interrompeva perfettamente al centro il portico orientale dei Saepta, quello detto di Meleagro. L’arco disegnato da Sangallo si articolava in tre fornici, uno maggiore al centro e due minori ai lati, eretti su otto piloni. La struttura, poi inglobata nei palazzi cinquecenteschi, è stata documentata anche in elevato, in occasione delle demolizioni ottocentesche (1872-73), per cui sappiamo che la struttura era dotata di un secondo piano. Alle operazioni di demolizioni aveva assistito R. Lanciani, che per ultimo ha potuto analizzare e rilevare i resti, confermando la planimetria di Sangallo, ma fornendo misure diverse, che meglio si armonizzano con i resti archeologici circostanti, la pianta marmorea e la topografia ricostruita. Si riporta di seguito la sua descrizione: «Vi si riconobbe un’ampia sala rettangola, coperta con volta a tutto sesto di 9,00 m di diametro [contro gli 11,06 di Sangallo]. Il cervello della volta giungeva all’altezza di m 16 [a cui sappiamo si devono aggiungere m 5 di interro moderno: A. Ten] sull’odierno piano stradale. Di qua e di là dalla sala furono scoperti altri ambienti di misura assai minore, in modo da essere divisi in due piani […] Ora i centocinquanta bolli, che io stesso ho trascritto nel vivo dei muri della casa de Pedis, man mano che li abbattevano, recano tutti concordemente la data dell’anno 123, di Adriano […]». In occasione dei recenti scavi è stato possibile rilevare i lacerti di due degli otto piloni (i due più settentrionali del fronte rivolto ai Saepta), sopravvissuti alla demolizione, ma fino a oggi celati. È stato quindi possibile, in base ai resti e alle indicazioni di R. Lanciani, ricostruire l’accesso monumentale a tre fornici e due piani, con un aspetto non dissimile da quello proposto da G. Gatti (contra Ten), struttura che trova stringente confronto nei prospetti dei coevi archi di Traiano a Timgad e di Adriano a Gerasa. Piazza centrale del complesso Iseo-Serapeo e piazza dei Saepta erano alla stessa quota. L’arco, così riposizionato, si viene a trovare esattamente al centro della lunghezza del portico di Meleagro, in un tratto lacunoso dalla forma Urbis marmorea. Dalla piazza, passando attraverso un vestibolo quadrangolare si accedeva al piazzale del Serapeo (vedi sopra). Qui, all’incrocio dell’asse del Serapeo con quello riorientato dell’arco adrianeo vi era una base quadrangolare, rappresentata sulla Forma (n. 8), sulla quale è stato ipotizzato potesse ergersi l’obelisco di Domiziano, il più alto fra tutti (16,53 m), trasportato nel Circo di Massenzio sulla via Appia e che ora si trova in Piazza Navona (contra Grenier), che quindi doveva essere il centro, non geometrico, ma simbolico della piazza. A ovest dell’obelisco è rappresentato, sempre nella Forma, un elemento circolare (diametro di circa 3 m, n. 9 e A nella tav. 15), già interpretato come bacino di fontana ma più probabilmente un’ara al centro della quale si ergeva come offerta l’enorme pigna bronzea (alta quasi quattro metri e del diametro di 1,70 m circa). La pigna proviene da questa zona di Roma – tanto da aver dato nome a una via e al rione – ed è databile al II secolo d.C.; ora si trova nel cortile del Belvedere in Vaticano (sul significato della pigna e sulla sua connessione con i culti di Iside e Osiride Vedi § 57). In posizione simmetrica alla fontana, rispetto all’asse nord-sud della piazza, poteva essere collocata la base o l’ara con iscrizione dedicata ad Antinoo synthronos degli dei Egizi (IG, XIV 961, n. 10) da parte di un suo sacerdote, trovata presso la porta/Arco di Camigliano. Questa importante piazza in età adrianea era divenuta quindi il luogo dove si venerava Antinoo divinizzato in Osiride-Serapide (vedi fig. 17). Potevano decorare il ninfeo di Serapide, il giardino di Iside e la piazza centrale, i due leoni in granito e uno in basalto (età tolemaica), la sfinge in basanite del faraone Amasis II (VI secolo a.C.), la sfinge in granito rosa di Assuan (tarda età tolemaica-prima età imperiale), una clessidra ad acqua in basalto con incisioni raffiguranti Tolomeo Filadelfo che sacrifica alle divinità (prima metà del III secolo a.C.) e due cinocefali in granito della metà del IV secolo a.C., il macaco (= «cacco») acefalo che ha dato nome alla Chiesa di Santo Stefano e un ultimo di provenienza genericamente urbana. Sono forse da attribuire al complesso anche una figura egizia inginocchiata in basalto nero, da corso Umberto, e una statuetta di Iside della seconda metà del II d.C. da Piazza San Marco: i due luoghi non sono infatti distanti dall’area dell’Iseo Campense. Va infine ricordata “la gatta” di marmo – i gatti erano animali sacri per gli egiziani – collocata sul cornicione del primo piano di Palazzo Grazioli in via della Gatta. La monumentalità e l’importanza che la piazza assume in età adrianea non è spiegabile solo in quanto luogo di culto per Antinoo; si spiega solo se la piazza e il complesso dell’Iseo Campense sono analizzati nel più ampio contesto topografico del Campo Marzio, percorso dai tracciati del pomerium (tav. 7b; Monumento 6) e del trionfo: doveva infatti essere proprio in questo luogo che, a partire dall’età flavia, l’imperatore, già accolto in città, si riuniva al suo esercito e dava inizio alla processione trionfale (per la ricostruzione del percorso dell’adventus in città dell’imperatore e del diverso tragitto dell’esercito in armi, del loro ricongiungimento e dell’inizio della processione trionfale Vedi § 56).
R. Lanciani, Relazione sull’isolamento del Pantheon, in “Notizie degli Scavi”, 1881, pp. 255-294 – G. Gatti, “Topografia dell’Iseo Campense”, in Rendiconti della Pontificia Accademia 1943-1944, pp. 117-163 – E. Leospo, La mensa isiaca di Torinto, 1978 – K. Lembke, Das Iseum Campense in Rom: Studie über den Isiskult unter Domitian, Heidelberg 1994. – F. Coarelli, s.v. Iseum et Serapeum, in LTUR III, 1996, pp. 107-109 – J.-C. Grenier, s.v. Obeliscus Domitiani, e Obelisci: Iseum Campense, in LTUR III, 1996, pp. 357-359 – S. Ensoli (a cura di), L’Egitto in Italia: dall’antichità al medioevo, Roma 1998 – S. Ensoli, E. La Rocca (a cura di), Aurea Roma. Dalla città pagana alla città cristiana, Roma 2001 – A. Ten, “Sulla ricostruzione del contesto topografico antico nel Campo Marzio centrale. Riflessioni e dati per un aggiornamento”, in F. Filippi (a cura di), Campo Marzio. Nuove ricerche, Atti del Seminario di studi sul Campo Marzio, Roma, Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps (18-19 Mazo 2013), Roma 2016, pp. 41-75 – M.T. D’Alessio, Region IX. Circus Flaminius, in Atlas 2017, pp. 493-542.