9. Il Pantheon e il suo portico ricostruiti. Vedi §§ 54-55, tav. 10.
La parola Pantheon indica letteralmente un luogo di culto destinato a tutti gli dèi e con questo termine si intendevano anticamente i templi dedicati alle dodici divinità principali dell’Olimpo greco, accolte nella religione romana fin dalla media età repubblicana (III secolo a.C.). A Roma il nome è collegato a uno dei monumenti più noti e straordinariamente conservati del mondo antico, costruito e anche dedicato – fatto eccezionale – da Agrippa in Campo Marzio nel 25 a.C., bruciato in seguito due volte, nell’80 e nel 110 d.C., e completamente rifatto poco dopo, grazie a un intervento comunemente attribuito ad Adriano, il quale avrebbe riproposto sull’architrave il nome di Agrippa, suo primo costruttore, come era solito fare (Storia Augusta. Vita di Adriano, 19.9). Sono poi seguiti altri restauri sotto Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, ma lo straordinario stato di conservazione del monumento si deve alla sua trasformazione nella Chiesa di Sancta Maria ad Martyres dovuta al papa Bonifacio IV e datata al 609 d.C. Oggi il Pantheon è considerato generalmente come il simbolo dell’architettura adrianea a Roma, ma gli studi più recenti sull’edificio sacro hanno seriamente argomentato che il progetto e gran parte della sua ricostruzione, successivi all’incendio del 110 d.C. hanno preceduto Adriano, il quale si è limitato solamente a completare costruzione e decorazione della parte più elevata del monumento. Il settore del Campo Marzio che Agrippa aveva scelto per costruire il Pantheon è ricco di riferimenti a un evento leggendario delle origini di Roma. Lì infatti era la palude «della Capra» presso la quale gli autori antichi hanno ambientato una versione del mito di morte di Romolo, risalente all’età arcaica, che qui sarebbe scomparso in misteriose circostanze e salito in cielo per essere assimilato a Quirino, il dio delle curiae: i primi rioni del sito di Roma (Livio, 1.16.1; Plutarco, Vita di Romolo, 29.1-2, 9-11; Varrone, La lingua latina, 6.18). L’apoteosi di Romolo condizionerà molte scelte architettoniche e decorative del monumento e influenzerà poi la trasformazione di questo settore del Campo Marzio in luogo eletto per funerali e divinizzazione degli imperatori. Già Agrippa avrebbe voluto dedicare il Pantheon ad Augusto divinizzandolo da vivo, ma il princeps aveva rifiutato la proposta. Aveva però acconsentito a porre la propria statua e quella dello stesso Agrippa nel pronao del tempio, verosimilmente nelle due grandi nicchie laterali, inserendo invece nella cella solamente la statua del divo Cesare – lui sì morto e divinizzato – accanto a quelle dei dodici o più dèi, tra i quali sono ricordati Marte e Venere (Plinio, Storia naturale, 9.121; Cassio Dione, 53.27.2-3). La presenza di un uomo divinizzato come Cesare accanto agli dèi nella cella del tempio gettava tuttavia le basi per le apoteosi future dei principi, a partire proprio da quella di Augusto, preannunciata anche da un prodigio quando, poco prima della sua morte nel 14 d.C., un’aquila aveva volteggiato intorno a lui durante una cerimonia in quel settore del Campo Marzio, andandosi infine a posare sulla lettera A del nome Agrippa iscritto su un tempio: il Pantheon (Svetonio, Le vite dei Cesari. Augusto, 97). Né si può ritenere un caso se l’altro grande monumento circolare di età augustea in Campo Marzio è proprio il mausoleo del primo princeps, già edificato a nord del Pantheon e con l’ingresso rivolto a esso al quale era collegato, con un asse quasi perfetto (tra gli ingressi dei due monumenti c’è infatti una deviazione di soli quattro gradi), tramite un largo viale. A conferma di questo rapporto tra i due monumenti si può citare la pavimentazione in lastre di travertino di età flavia che forma la piazza antistante il Mausoleo di Augusto e che reca incisioni che ritraggono elementi architettonici. Tra questi sono un timpano di 17 metri e un altro lungo 36 metri che è stato interpretato come la fedele riproduzione di quello del Pantheon attribuito ad Adriano, con addirittura l’indicazione per la posizione delle colonne. Poteva trattarsi forse di un disegno preparatorio per la messa in opera dei marmi del Pantheon durante il cantiere del II secolo d.C.
Fino agli ultimi scavi condotti nel 1996-1997 si riteneva che la prima struttura del Pantheon, sulla quale si trovava l’iscrizione originaria di Agrippa (CIL, VI 896), fosse a pianta rettangolare, con orientamento est-ovest e aperta a sud. Si è invece chiarito ormai che la struttura era per forma, dimensioni e orientamento uguale al suo rifacimento (Atlas, tab. 242). Il pronao augusteo era fondato su un podio in conglomerato cementizio con dieci colonne sulla fronte – anziché le otto successive – e due scale di accesso laterali. Grazie a un rilievo con la raffigurazione di un tempio decastilo possiamo arguire che il frontone del primo Pantheon raffigurava scene legate alla leggenda romulea e alla salvazione dei gemelli, creando così un nesso tra la nascita di Romolo e il luogo della sua scomparsa miracolosa. La cella del tempio era circolare, dello stesso diametro della rotonda successiva, probabilmente coperta da un tetto ligneo che poteva sostenere – con il supporto di una fila di colonne disposte a cerchio al suo interno, secondo un sistema già utilizzato in Grecia – una falsa volta a cupola dotata al centro di apertura (oculus), che bene si prestava a suggerire l’apoteosi di Romolo. Il pavimento era in lastre di marmi pregiati (giallo antico e pavonazzetto) inclinate in modo da far defluire l’acqua che entrava dall’oculus. Di altissimo livello era anche tutta la decorazione che fortunatamente Plinio ha descritto: capitelli in bronzo, cariatidi realizzate dall’ateniese Diogene e statue di pregio come quella di Venere impreziosita da un orecchino di perle appartenute addirittura a Cleopatra regina d’Egitto (Plinio, Storia naturale, 34.13, 36.38, 9.121; Cassio Dione, 53.27.3; Macrobio, 3.17.17). L’incendio dell’80 ha distrutto questo primo Pantheon (Cassio Dione, 66.24.2). Domiziano aveva già iniziato il restauro del monumento (Girolamo, a. Abr. 2105) quando, sotto Traiano e precisamente nel 110 d.C., un fulmine ne ha causato un secondo incendio provocando una nuova distruzione (Orosio, Le storie contro i pagani, 7.12.5) alla quale è seguita la ricostruzione del tempio con l’impianto che oggi ammiriamo.
La nuova struttura del Pantheon è composta dalla sequenza di tre corpi di fabbrica orientati a nord: pronao, cella e un settore intermedio che li congiunge (tav. 10; Atlas, tab. 276). Al pronao si accedeva ancora tramite due scale laterali, fiancheggiate da fontane, che lasciavano libera la zona centrale e permettevano di superare il dislivello di circa 1,30 m rispetto alla quota della piazza porticata antistante – in età augustea il dislivello era invece di 2,30 m, ma il rialzamento della stessa piazza aveva ridotto questa distanza (Monumento 6). Il pronao presenta sulla fronte otto colonne di granito grigio alte 40 piedi (11,82 m) ed è diviso in tre navate da quattro file di due colonne in granito rosa. In fondo alle due navate laterali due nicchie contenevano statue, probabilmente quelle di Augusto e di Agrippa. La navata centrale consentiva invece l’accesso alla cella tramite un ingresso del quale si conserva – fatto straordinario – il portone originario in bronzo. Il frontone sovrastante l’iscrizione di Agrippa, riproposta sul fregio della trabeazione, presentava al centro una decorazione bronzea oggi scomparsa ma ricostruibile grazie ai fori tramite i quali era applicata ai blocchi. Vi compariva un’aquila con ali spiegate – simbolo di apoteosi – inserita in una corona di quercia, iconografia replicata su un rilievo proveniente dal Foro di Traiano, murato oggi nel portico della Basilica dei SS. Apostoli. Il corpo intermedio che unisce pronao e cella aveva una funzione di servizio, contenendo i sette piani delle due scale che, ai lati dell’ingresso, permettevano di accedere al livello superiore della cella e alla cupola, e allo stesso tempo univa armonizzandole due forme geometriche altrimenti inconciliabili. Sulla facciata di questo corpo intermedio si osserva l’attacco di un frontone vistosamente più alto di quello attuale, che denuncia un progetto più ambizioso – mai realizzato – sostenuto da colonne di 50 piedi (14,78 m) che avrebbero reso il pronao di dimensioni pari a quelle del suo modello: il Tempio di Marte Ultore. È possibile però che la rottura di una colonna o qualche inconveniente statico abbia costretto a cambiare progetto a danno di quello più organico e colossale (Atlas, tab. 242). Straordinaria è la conservazione del rivestimento esterno della struttura di collegamento tra pronao e cella in lastre di marmo pentelico, che costituisce uno dei rari esempi di decorazione architettonica di un alzato. La parete è scandita da lesene sormontate da capitelli corinzi tra le quali si sovrappongono tre registri di lastre separate da due fregi con festoni sorretti da bucrani e strumenti sacrificali.
La cella a pianta circolare del Pantheon – nota come Rotonda – è un capolavoro allo stesso tempo architettonico e matematico. Il diametro interno misura 150 piedi (44,30 m), esattamente quanto l’altezza da terra alla sommità della cupola, in modo che al suo interno si può inscrivere una sfera di diametro uguale a quello del cilindro corrispondente al tamburo della Rotonda. La sommità della cupola emisferica presenta un oculus largo 30 piedi (8,86 m) foderato con lastre di bronzo lavorate, ancora parzialmente in situ. Come per la fase precedente, l’oculus, oltre che illuminare la sala, alludeva all’ascesa in cielo che riguardava ormai non più solo Romolo e Cesare ma anche Augusto e i suoi successori giudicati dal senato meritevoli di divinizzazione (per il templum Matidiae, l’Hadrianeum e i vicini ustrina imperiali vedi i Monumenti 8, 10 e 11). Si tratta della più grande cupola mai costruita nel mondo antico, realizzata con strati orizzontali di conglomerato cementizio armati da un’ossatura in laterizi e contenenti inserti di materiale sempre più leggero man mano che si sale verso l’alto, e rivestita all’esterno da tegole bronzee successivamente asportate dall’imperatore bizantino Costante II nel 655. L’interno era decorato da cinque ordini di ventotto cassettoni prospettici, anch’essi di dimensioni gradualmente inferiori avvicinandosi all’oculus, che forse racchiudevano stelle in bronzo dorato, oggi scomparse, in modo da suggerire una volta celeste. L’interno è scandito in due ordini corinzi sovrapposti. Nell’ordine inferiore sono colonne in giallo antico e pavonazzetto con capitelli corinzi in marmo bianco. La parete della cella accoglie – oltre all’ingresso – un’esedra semicircolare maggiore posta di fronte a esso e, ai suoi lati, sei profonde nicchie di stile alternatamente rettangolari e semicircolari, tutte inquadrate da lesene. Tra una nicchia e l’altra vi sono anche otto edicole aggettanti più piccole sormontate da un timpano alternatamente triangolare e semicircolare retto da colonnine. Il pavimento, ancora conservato, è in marmi policromi (pavonazzetto, granito grigio, porfido e giallo antico) che formano un disegno geometrico con file di cerchi alternati a quadrati, in entrambi i casi contenuti entro quadrati maggiori. L’ordine superiore è stato integralmente rifatto alla metà del XVIII secolo, ma di quello romano restano iconografie più antiche che hanno anche permesso, nel 1930, di riproporre per un breve tratto la decorazione antica, restituita però in modo non troppo preciso. La decorazione prevedeva lesene in porfido che inquadravano pannelli rettangolari in opus sectile alternati a finestre. Queste si trovano sia in corrispondenza delle nicchie dell’ordine inferiore, aprendosi sul catino, sia in corrispondenza delle edicole minori, in tal caso affacciate sul primo corridoio anulare interno raggiungibile tramite le scale nella struttura intermedia. Tali lesene erano sormontate da capitelli corinzieggianti in marmo bianco, otto dei quali forse conservati a Londra, con motivo a doppie S contrapposte (fig. 15) che sostengono la trabeazione sulla quale si imposta la volta cassettonata (Atlas, tab. 276).
Il Pantheon che vediamo è stato da tempo attribuito quasi unanimamente ad Adriano, ma sul rapporto Adriano-Pantheon Cassio Dione tace, mentre l’autore dell’Historia Augusta ha imputato ad Adriano solamente uno dei vari restauri del Pantheon adoperando per il suo intervento il verbo instauravit, lo stesso con il quale cita anche il limitato restauro compiuto da Antonino Pio (Storia Augusta. Vita di Adriano, 19.9, Vita di Antonino Pio, 8.2). A confermare l’attribuzione era stata l’analisi di Bloch sui bolli laterizi impiegati nelle murature, che lo aveva portato a datare il monumento ai primi anni del regno di Adriano (118-119). Questa cronologia aveva il merito di riportare alla prima metà del II secolo la costruzione del Pantheon che R. Lanciani aveva attribuito a Settimio Severo. Un più attento e recente esame (Hetland in Marder, Wilson Jones 2015) ha però notato che i bolli più numerosi (CIL, XV 811-813) appartengono a un certo Anteros, la cui produzione è sicuramente attestata anche con Adriano, ma che inizia almeno venti anni prima con i grandi cantieri di Traiano: le terme, il foro e i cosiddetti mercati. A questi si aggiungono numerosi altri bolli prodotti tra Traiano e Adriano (114-117 d.C.) impiegati, oltre che nel Pantheon, in alcuni edifici di Ostia ritenuti traianei. Inoltre la distribuzione dei bolli in situ nel Pantheon dimostra che quelli risalenti a Traiano – inizialmente considerati appartenere a una rimanenza di materiale ancora disponibile sotto Adriano – o al periodo tra Traiano e Adriano sono impiegati sia nella struttura intermedia, sia nella rotonda, sia nella cupola. L’unico bollo rinvenuto in situ e sicuramente adrianeo (CIL, XV 549a) è collocato invece tra pronao e struttura intermedia, ma in un punto elevato costruito quando buona parte dell’edificio era stata già messa in opera. Il progetto del nuovo Pantheon e la prima fase della sua realizzazione risalgono quindi a Traiano e al suo architetto Apollodoro di Damasco, che devono averne seguito la realizzazione sicuramente fino al completamento di tutto il primo ordine – nel quale anche le colonne, tipicamente traianee, sono strutturali – e forse oltre, fino alla costruzione del secondo ordine e della parte inferiore della cupola. Ad Adriano spetterebbe così solamente la conclusione del cantiere tra il 125 e il 128, che ha compreso la decorazione del secondo ordine e forse anche il completamento e la decorazione della cupola, la quale – pur nelle sue dimensioni colossali – mostra ancora un aspetto tradizionale e austero, lontano dalle movimentate cupole a spicchi o “zucche” che Adriano senz’altro prediligeva e di cui restano numerose testimonianze (§ 29). Risultano evidenti le somiglianze architettoniche tra le ultime imprese di Traiano e le prime di Adriano, che entrambe risentono dell’opera di Apollodoro. All’architetto si attribuiscono sia le mezze cupole che coprono gli emicicli delle Terme di Traiano (tav. 10) – pari quasi alla metà della cupola del Pantheon – sia i loro cassettoni, ritenuti il confronto migliore per la cupola della Rotonda. A lui si dovrebbe anche l’affinità tra l’ordine corinzio utilizzato nel pronao e nell’ordine inferiore interno del Pantheon – realizzato congiuntamente alla parte bassa della Rotonda – e quello dei capitelli nel Foro di Traiano e nella basilica Ulpia. I capitelli “a doppia S” delle lesene dell’ordine superiore del Pantheon sono invece tipicamente adrianei (D.E. Strong, in PBSR XXI, 1953, p. 119, n. 5) e possono ragionevolmente essere stati realizzati sotto questo principe (fig. 15). Inoltre, le due colonne poste ai lati della grande esedra centrale, in posizione avanzata rispetto al perimetro della cella, pur presentando stesse dimensioni delle altre impiegano un pavonazzetto con venature più ricche e una lavorazione particolarmente pregiata (Thomas 2017), in cui le scanalature solo accennate sono separate, alle due estremità del fusto, da punte di lancia assai simili a quelle delle colonne rinvenute presso il Tempio del divo Traiano (Monumento 17), nella Piazza d’Oro di Villa Adriana e tra i materiali sparsi nel peristilio della domus Augustiana sul Palatino. Dal momento che queste due colonne non sostengono la trabeazione costitutiva della Rotonda ma un tratto aggettante che a essa si appoggia, si potrebbe anche pensare a un’aggiunta di età adrianea. È plausibile che l’incendio causato dal fulmine del 110 d.C., intervenuto su un monumento già danneggiato e in restauro, abbia comportato una grande quantità di macerie da smaltire per consentire l’impianto del nuovo cantiere, che potrebbe quindi essersi aperto solo intorno al 114, dopo il completamento degli altri grandi edifici traianei. È possibile che ad Adriano si debba datare anche il rialzamento della lunga piazza porticata antistante il Pantheon (lunga 150 m), della quale in alcuni punti sono state rintracciate lastre in travertino a una quota di circa due metri superiore a quella precedente, al fine di adattarsi ai nuovi livelli raggiunti dal Campo Marzio settentrionale (Monumento 6).
K. de Fine Licht, The rotunda in Rome: a study of Hadrian’s Pantheon, Copenhagen 1968 – A. Viscogliosi, “Il Pantheon e Apollodoro di Damasco”, in F. Festa Farina, G. Calcani, C. Meucci, M.L. Conforto, A.N. Al Azm (a cura di), Tra Damasco e Roma. L’architettura di Apollodoro nella cultura classica, Catalogo mostra, Roma 2001, pp. 156-161 – G. Grabhoff, M. Heinzelmann, M. Wäfler (edds.), The Pantheon in Rome. Pantheon I: contributions to the Conference (Bern, November 9-12, 2006), Bern 2009 – M. Wilson Jones, “Who built the Pantheon? Agrippa, Apollodorus, Hadrian and Trajan”, in Th. Opper, Hadrian: Art, Politics and Economy, London 2013, pp. 31-49 – P. Carafa, “39. Pantheon”, in A. Carandini (a cura di), La Roma di Augusto in 100 monumenti, Novara 2014, pp. 171-175 – E. La Rocca, Il Pantheon di Agrippa, Roma 2015 – T.A. Marder, M. Wilson Jones (edds.), The Pantheon. From antiquity to the present, Cambridge 2015 – E. Thomas, “The Cult Statues of the Pantheon”, in JRS 107, 2017, pp. 146-212.