La parola Pantheon indica letteralmente un luogo di culto
destinato a tutti gli dèi e con questo termine si intendevano
anticamente i templi dedicati alle dodici divinità principali
dell’Olimpo greco, accolte nella religione romana fin dalla media
età repubblicana (III secolo a.C.). A Roma il nome è collegato a
uno dei monumenti più noti e straordinariamente conservati del
mondo antico, costruito e anche dedicato – fatto eccezionale – da
Agrippa in Campo Marzio nel 25 a.C., bruciato in seguito due volte,
nell’80 e nel 110 d.C., e completamente rifatto poco dopo, grazie a
un intervento comunemente attribuito ad Adriano, il quale avrebbe
riproposto sull’architrave il nome di Agrippa, suo primo
costruttore, come era solito fare (Storia
Augusta. Vita di Adriano, 19.9). Sono poi seguiti altri
restauri sotto Antonino Pio, Settimio Severo e Caracalla, ma lo
straordinario stato di conservazione del monumento si deve alla sua
trasformazione nella Chiesa di Sancta Maria
ad Martyres dovuta al papa Bonifacio IV e datata al 609 d.C.
Oggi il Pantheon è considerato
generalmente come il simbolo dell’architettura adrianea a Roma, ma
gli studi più recenti sull’edificio sacro hanno seriamente
argomentato che il progetto e gran parte della sua ricostruzione,
successivi all’incendio del 110 d.C. hanno preceduto Adriano, il
quale si è limitato solamente a completare costruzione e
decorazione della parte più elevata del monumento. Il settore del
Campo Marzio che Agrippa aveva scelto per costruire il Pantheon è ricco di riferimenti a un evento
leggendario delle origini di Roma. Lì infatti era la palude «della
Capra» presso la quale gli autori antichi hanno ambientato una
versione del mito di morte di Romolo, risalente all’età arcaica,
che qui sarebbe scomparso in misteriose circostanze e salito in
cielo per essere assimilato a Quirino, il dio delle curiae: i primi rioni del sito di Roma (Livio,
1.16.1; Plutarco, Vita di Romolo,
29.1-2, 9-11; Varrone, La lingua
latina, 6.18). L’apoteosi di Romolo condizionerà molte
scelte architettoniche e decorative del monumento e influenzerà poi
la trasformazione di questo settore del Campo Marzio in luogo
eletto per funerali e divinizzazione degli imperatori. Già Agrippa
avrebbe voluto dedicare il Pantheon ad
Augusto divinizzandolo da vivo, ma il princeps aveva rifiutato la proposta. Aveva però
acconsentito a porre la propria statua e quella dello stesso
Agrippa nel pronao del tempio, verosimilmente nelle due grandi
nicchie laterali, inserendo invece nella cella solamente la statua
del divo Cesare – lui sì morto e divinizzato – accanto a quelle dei
dodici o più dèi, tra i quali sono ricordati Marte e Venere
(Plinio, Storia naturale, 9.121;
Cassio Dione, 53.27.2-3). La presenza di un uomo divinizzato come
Cesare accanto agli dèi nella cella del tempio gettava tuttavia le
basi per le apoteosi future dei principi, a partire proprio da
quella di Augusto, preannunciata anche da un prodigio quando, poco
prima della sua morte nel 14 d.C., un’aquila aveva volteggiato
intorno a lui durante una cerimonia in quel settore del Campo
Marzio, andandosi infine a posare sulla lettera A del nome Agrippa
iscritto su un tempio: il Pantheon
(Svetonio, Le vite dei Cesari.
Augusto, 97). Né si può ritenere un caso se l’altro grande
monumento circolare di età augustea in Campo Marzio è proprio il
mausoleo del primo princeps, già
edificato a nord del Pantheon e con
l’ingresso rivolto a esso al quale era collegato, con un asse quasi
perfetto (tra gli ingressi dei due monumenti c’è infatti una
deviazione di soli quattro gradi), tramite un largo viale. A
conferma di questo rapporto tra i due monumenti si può citare la
pavimentazione in lastre di travertino di età flavia che forma la
piazza antistante il Mausoleo di Augusto e che reca incisioni che
ritraggono elementi architettonici. Tra questi sono un timpano di
17 metri e un altro lungo 36 metri che è stato interpretato come la
fedele riproduzione di quello del Pantheon attribuito ad Adriano, con addirittura
l’indicazione per la posizione delle colonne. Poteva trattarsi
forse di un disegno preparatorio per la messa in opera dei marmi
del Pantheon durante il cantiere del
II secolo d.C.
Fino agli ultimi scavi
condotti nel 1996-1997 si riteneva che la prima struttura del
Pantheon, sulla quale si trovava
l’iscrizione originaria di Agrippa (CIL, VI 896), fosse a pianta rettangolare, con
orientamento est-ovest e aperta a sud. Si è invece chiarito ormai
che la struttura era per forma, dimensioni e orientamento uguale al
suo rifacimento (Atlas, tab. 242). Il
pronao augusteo era fondato su un podio in conglomerato cementizio
con dieci colonne sulla fronte – anziché le otto successive – e due
scale di accesso laterali. Grazie a un rilievo con la
raffigurazione di un tempio decastilo possiamo arguire che il
frontone del primo Pantheon
raffigurava scene legate alla leggenda romulea e alla salvazione
dei gemelli, creando così un nesso tra la nascita di Romolo e il
luogo della sua scomparsa miracolosa. La cella del tempio era
circolare, dello stesso diametro della rotonda successiva,
probabilmente coperta da un tetto ligneo che poteva sostenere – con
il supporto di una fila di colonne disposte a cerchio al suo
interno, secondo un sistema già utilizzato in Grecia – una falsa
volta a cupola dotata al centro di apertura (oculus), che bene si prestava a suggerire
l’apoteosi di Romolo. Il pavimento era in lastre di marmi pregiati
(giallo antico e pavonazzetto) inclinate in modo da far defluire
l’acqua che entrava dall’oculus. Di
altissimo livello era anche tutta la decorazione che fortunatamente
Plinio ha descritto: capitelli in bronzo, cariatidi realizzate
dall’ateniese Diogene e statue di pregio come quella di Venere
impreziosita da un orecchino di perle appartenute addirittura a
Cleopatra regina d’Egitto (Plinio, Storia
naturale, 34.13, 36.38, 9.121; Cassio Dione, 53.27.3;
Macrobio, 3.17.17). L’incendio dell’80 ha distrutto questo primo
Pantheon (Cassio Dione, 66.24.2).
Domiziano aveva già iniziato il restauro del monumento (Girolamo,
a. Abr. 2105) quando, sotto Traiano e
precisamente nel 110 d.C., un fulmine ne ha causato un secondo
incendio provocando una nuova distruzione (Orosio, Le storie contro i pagani, 7.12.5) alla quale è
seguita la ricostruzione del tempio con l’impianto che oggi
ammiriamo.
La nuova struttura del
Pantheon è composta dalla sequenza di
tre corpi di fabbrica orientati a nord: pronao, cella e un settore
intermedio che li congiunge (tav. 10;
Atlas, tab. 276). Al pronao si
accedeva ancora tramite due scale laterali, fiancheggiate da
fontane, che lasciavano libera la zona centrale e permettevano di
superare il dislivello di circa 1,30 m rispetto alla quota della
piazza porticata antistante – in età augustea il dislivello era
invece di 2,30 m, ma il rialzamento della stessa piazza aveva
ridotto questa distanza (Monumento 6). Il pronao presenta sulla fronte
otto colonne di granito grigio alte 40 piedi (11,82 m) ed è diviso
in tre navate da quattro file di due colonne in granito rosa. In
fondo alle due navate laterali due nicchie contenevano statue,
probabilmente quelle di Augusto e di Agrippa. La navata centrale
consentiva invece l’accesso alla cella tramite un ingresso del
quale si conserva – fatto straordinario – il portone originario in
bronzo. Il frontone sovrastante l’iscrizione di Agrippa, riproposta
sul fregio della trabeazione, presentava al centro una decorazione
bronzea oggi scomparsa ma ricostruibile grazie ai fori tramite i
quali era applicata ai blocchi. Vi compariva un’aquila con ali
spiegate – simbolo di apoteosi – inserita in una corona di quercia,
iconografia replicata su un rilievo proveniente dal Foro di
Traiano, murato oggi nel portico della Basilica dei SS. Apostoli.
Il corpo intermedio che unisce pronao e cella aveva una funzione di
servizio, contenendo i sette piani delle due scale che, ai lati
dell’ingresso, permettevano di accedere al livello superiore della
cella e alla cupola, e allo stesso tempo univa armonizzandole due
forme geometriche altrimenti inconciliabili. Sulla facciata di
questo corpo intermedio si osserva l’attacco di un frontone
vistosamente più alto di quello attuale, che denuncia un progetto
più ambizioso – mai realizzato – sostenuto da colonne di 50 piedi
(14,78 m) che avrebbero reso il pronao di dimensioni pari a quelle
del suo modello: il Tempio di Marte Ultore. È possibile però che la
rottura di una colonna o qualche inconveniente statico abbia
costretto a cambiare progetto a danno di quello più organico e
colossale (Atlas, tab. 242).
Straordinaria è la conservazione del rivestimento esterno della
struttura di collegamento tra pronao e cella in lastre di marmo
pentelico, che costituisce uno dei rari esempi di decorazione
architettonica di un alzato. La parete è scandita da lesene
sormontate da capitelli corinzi tra le quali si sovrappongono tre
registri di lastre separate da due fregi con festoni sorretti da
bucrani e strumenti sacrificali.
La cella a pianta circolare
del Pantheon – nota come Rotonda – è un capolavoro allo stesso tempo
architettonico e matematico. Il diametro interno misura 150 piedi
(44,30 m), esattamente quanto l’altezza da terra alla sommità della
cupola, in modo che al suo interno si può inscrivere una sfera di
diametro uguale a quello del cilindro corrispondente al tamburo
della Rotonda. La sommità della cupola
emisferica presenta un oculus largo 30
piedi (8,86 m) foderato con lastre di bronzo lavorate, ancora
parzialmente in situ. Come per la fase
precedente, l’oculus, oltre che
illuminare la sala, alludeva all’ascesa in cielo che riguardava
ormai non più solo Romolo e Cesare ma anche Augusto e i suoi
successori giudicati dal senato meritevoli di divinizzazione (per
il templum Matidiae, l’Hadrianeum e i vicini ustrina imperiali vedi i Monumenti 8, 10 e 11). Si
tratta della più grande cupola mai costruita nel mondo antico,
realizzata con strati orizzontali di conglomerato cementizio armati
da un’ossatura in laterizi e contenenti inserti di materiale sempre
più leggero man mano che si sale verso l’alto, e rivestita
all’esterno da tegole bronzee successivamente asportate
dall’imperatore bizantino Costante II nel 655. L’interno era
decorato da cinque ordini di ventotto cassettoni prospettici,
anch’essi di dimensioni gradualmente inferiori avvicinandosi
all’oculus, che forse racchiudevano
stelle in bronzo dorato, oggi scomparse, in modo da suggerire una
volta celeste. L’interno è scandito in due ordini corinzi
sovrapposti. Nell’ordine inferiore sono colonne in giallo antico e
pavonazzetto con capitelli corinzi in marmo bianco. La parete della
cella accoglie – oltre all’ingresso – un’esedra semicircolare
maggiore posta di fronte a esso e, ai suoi lati, sei profonde
nicchie di stile alternatamente rettangolari e semicircolari, tutte
inquadrate da lesene. Tra una nicchia e l’altra vi sono anche otto
edicole aggettanti più piccole sormontate da un timpano
alternatamente triangolare e semicircolare retto da colonnine. Il
pavimento, ancora conservato, è in marmi policromi (pavonazzetto,
granito grigio, porfido e giallo antico) che formano un disegno
geometrico con file di cerchi alternati a quadrati, in entrambi i
casi contenuti entro quadrati maggiori. L’ordine superiore è stato
integralmente rifatto alla metà del XVIII secolo, ma di quello
romano restano iconografie più antiche che hanno anche permesso,
nel 1930, di riproporre per un breve tratto la decorazione antica,
restituita però in modo non troppo preciso. La decorazione
prevedeva lesene in porfido che inquadravano pannelli rettangolari
in opus sectile alternati a finestre.
Queste si trovano sia in corrispondenza delle nicchie dell’ordine
inferiore, aprendosi sul catino, sia in corrispondenza delle
edicole minori, in tal caso affacciate sul primo corridoio anulare
interno raggiungibile tramite le scale nella struttura intermedia.
Tali lesene erano sormontate da capitelli corinzieggianti in marmo
bianco, otto dei quali forse conservati a Londra, con motivo a
doppie S contrapposte (fig. 15) che
sostengono la trabeazione sulla quale si imposta la volta
cassettonata (Atlas, tab. 276).
Il Pantheon che vediamo è stato da tempo attribuito
quasi unanimamente ad Adriano, ma sul rapporto Adriano-Pantheon Cassio Dione tace, mentre l’autore
dell’Historia Augusta ha imputato ad
Adriano solamente uno dei vari restauri del Pantheon adoperando per il suo intervento il verbo
instauravit, lo stesso con il quale
cita anche il limitato restauro compiuto da Antonino Pio
(Storia Augusta. Vita di Adriano,
19.9, Vita di Antonino Pio, 8.2). A
confermare l’attribuzione era stata l’analisi di Bloch sui bolli
laterizi impiegati nelle murature, che lo aveva portato a datare il
monumento ai primi anni del regno di Adriano (118-119). Questa
cronologia aveva il merito di riportare alla prima metà del II
secolo la costruzione del Pantheon che
R. Lanciani aveva attribuito a Settimio Severo. Un più attento e
recente esame (Hetland in Marder, Wilson Jones 2015) ha però notato
che i bolli più numerosi (CIL, XV
811-813) appartengono a un certo Anteros, la cui produzione è sicuramente attestata
anche con Adriano, ma che inizia almeno venti anni prima con i
grandi cantieri di Traiano: le terme, il foro e i cosiddetti
mercati. A questi si aggiungono numerosi altri bolli prodotti tra
Traiano e Adriano (114-117 d.C.) impiegati, oltre che nel
Pantheon, in alcuni edifici di Ostia
ritenuti traianei. Inoltre la distribuzione dei bolli in situ nel Pantheon
dimostra che quelli risalenti a Traiano – inizialmente considerati
appartenere a una rimanenza di materiale ancora disponibile sotto
Adriano – o al periodo tra Traiano e Adriano sono impiegati sia
nella struttura intermedia, sia nella rotonda, sia nella cupola.
L’unico bollo rinvenuto in situ e
sicuramente adrianeo (CIL, XV 549a) è
collocato invece tra pronao e struttura intermedia, ma in un punto
elevato costruito quando buona parte dell’edificio era stata già
messa in opera. Il progetto del nuovo Pantheon e la prima fase della sua realizzazione
risalgono quindi a Traiano e al suo architetto Apollodoro di
Damasco, che devono averne seguito la realizzazione sicuramente
fino al completamento di tutto il primo ordine – nel quale anche le
colonne, tipicamente traianee, sono strutturali – e forse oltre,
fino alla costruzione del secondo ordine e della parte inferiore
della cupola. Ad Adriano spetterebbe così solamente la conclusione
del cantiere tra il 125 e il 128, che ha compreso la decorazione
del secondo ordine e forse anche il completamento e la decorazione
della cupola, la quale – pur nelle sue dimensioni colossali –
mostra ancora un aspetto tradizionale e austero, lontano dalle
movimentate cupole a spicchi o “zucche” che Adriano senz’altro
prediligeva e di cui restano numerose testimonianze (§ 29).
Risultano evidenti le somiglianze architettoniche tra le ultime
imprese di Traiano e le prime di Adriano, che entrambe risentono
dell’opera di Apollodoro. All’architetto si attribuiscono sia le
mezze cupole che coprono gli emicicli delle Terme di Traiano (tav.
10) – pari
quasi alla metà della cupola del Pantheon – sia i loro cassettoni, ritenuti il
confronto migliore per la cupola della Rotonda. A lui si dovrebbe anche l’affinità tra
l’ordine corinzio utilizzato nel pronao e nell’ordine inferiore
interno del Pantheon – realizzato
congiuntamente alla parte bassa della Rotonda – e quello dei capitelli nel Foro di
Traiano e nella basilica Ulpia. I capitelli “a doppia S” delle
lesene dell’ordine superiore del Pantheon sono invece tipicamente adrianei (D.E.
Strong, in PBSR XXI, 1953, p. 119, n.
5) e possono ragionevolmente essere stati realizzati sotto questo
principe (fig. 15).
Inoltre, le due colonne poste ai lati della grande esedra centrale,
in posizione avanzata rispetto al perimetro della cella, pur
presentando stesse dimensioni delle altre impiegano un pavonazzetto
con venature più ricche e una lavorazione particolarmente pregiata
(Thomas 2017), in cui le scanalature solo accennate sono separate,
alle due estremità del fusto, da punte di lancia assai simili a
quelle delle colonne rinvenute presso il Tempio del divo Traiano
(Monumento 17), nella Piazza d’Oro di Villa
Adriana e tra i materiali sparsi nel peristilio della domus Augustiana sul Palatino. Dal momento che
queste due colonne non sostengono la trabeazione costitutiva della
Rotonda ma un tratto aggettante che a
essa si appoggia, si potrebbe anche pensare a un’aggiunta di età
adrianea. È plausibile che l’incendio causato dal fulmine del 110
d.C., intervenuto su un monumento già danneggiato e in restauro,
abbia comportato una grande quantità di macerie da smaltire per
consentire l’impianto del nuovo cantiere, che potrebbe quindi
essersi aperto solo intorno al 114, dopo il completamento degli
altri grandi edifici traianei. È possibile che ad Adriano si debba
datare anche il rialzamento della lunga piazza porticata antistante
il Pantheon (lunga 150 m), della quale
in alcuni punti sono state rintracciate lastre in travertino a una
quota di circa due metri superiore a quella precedente, al fine di
adattarsi ai nuovi livelli raggiunti dal Campo Marzio
settentrionale (Monumento 6).
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