6. Rialzamento del Campo Marzio settentrionale e riassetto dell’Ara Pacis e del pomerium. Vedi § 67, tavv. 7a-b, 11a.
La pianura del Campo Marzio è una delle zone orograficamente più basse di Roma, al punto da essere stata sempre soggetta alle inondazioni del vicino Tevere che ne ha condizionato l’occupazione dall’età antica fino alla costruzione degli argini del fiume (i cosiddetti muraglioni) avvenuta in seguito alla straordinaria inondazione del 1870.
Le definizioni di «campo» o «valle» – si pensi alla Chiesa di Sant’Andrea della Valle – ricordano tuttora questa particolare situazione altimetrica che aveva visto il formarsi in età antica di alcuni corsi d’acqua e di una vasta palude chiamata palus Caprae, estesa su buona parte di quest’area fino alla costruzione dello stagno di Agrippa e del canale Euripo, che in età augustea ne avevano convogliato parzialmente le acque. L’innalzamento del Tevere in età augustea (Svetonio, Le vite dei Cesari. Augusto, 37; Cassio Dione, 57.14) aveva infatti creato disagi, tanto che si deve al primo principe l’istituzione dei curatores alvei Tiberis et riparum, magistrati – scelti principalmente tra i senatori – responsabili dell’alveo, delle rive del Tevere e delle fogne, ai quali spettava tenere sgombro e delimitare il fiume per evitare straripamenti. Ciononostante le numerose piene del fiume e l’accumulo conseguente di detriti – disposto a volte in modo da rialzare il terreno – avevano comportato in pochi anni l’innalzamento del Campo Marzio centrale e settentrionale dove si erano concentrate maggiormente le costruzioni di Augusto e Agrippa e l’interro di alcuni monumenti che rischiavano così di scomparire. Inondazioni particolarmente violente sono ricordate nel 69 d.C. (Tacito, Storie, 1.86.2; Plutarco, Vite Parallele. Otone, 4; Svetonio, Le vite dei Cesari. Otone, 8), durante il regno di Nerva (Aurelio Vittore, Epitome, 13) e poi ancora nel 105 d.C., da cui forse l’idea di alleggerire il corso del fiume ampliando il bacino di Portus e creando la Fossa Traiana (Plinio, Epistole, 8.17; Aurelio Vittore, Epitome, 13) e nel 119 d.C. (Storia Augusta. Vita di Adriano, 20). Negli anni intercorsi tra Augusto e i Flavi il livello si era già alzato in alcuni punti di circa due metri, tanto che il pavimento dell’Horologium di Augusto è stato sopraelevato per permetterne ancora il funzionamento (Plinio, Storia naturale, 36.15.6); inoltre il piano antistante il Mausoleo di Augusto aveva raggiunto una quota superiore, forse anche per velare le macerie relative ai grandi incendi del 64 e dell’80 d.C.
Durante il regno di Adriano il livello era salito ulteriormente, raggiungendo in alcuni punti una quota superiore di tre metri rispetto a quello augusteo. L’Horologium era ormai fuori uso, sulla pavimentazione sovrastante rifatta è stato costruito un vascone e solo l’obelisco/gnomone era ancora visibile. Per evitare che anche l’Ara Pacis (Atlas, tab. 230) finisse sommersa dagli interri, divenendo così irraggiungibile, si è costruito attorno a essa un recinto in laterizio – accessibile tramite scale per chi vi scendeva provenendo dalla via Lata – in modo da contenere la terra circostante. Per lo stesso motivo Adriano, riproponendo i limiti del pomerium di età flavia – il confine della città inaugurata, stabilito per la prima volta da Romolo intorno al Palatino e che si trovava all’interno delle mura – ne ha rialzato le pietre terminali (i cippi che lo delimitavano) disposte a un livello più basso. Infatti Adriano non ha esteso il circuito del pomerium che ha ristabilito su quello di Vespasiano del 75 d.C. Tale percorso modificava a sua volta di poco quello del grande ampliamento realizzato da Claudio nel 49 d.C. dal quale differiva proprio in questo tratto del Campo Marzio e in un limitato settore a sud dell’Isola Tiberina, dove scavalcava il fiume spingendosi nel Trans Tiberim. Quello stabilito da Claudio è il primo ampliamento certo del pomerio dal tempo di Servio Tullio e rimarrà – con le modifiche flavie – fino al nuovo limite connesso alle mura di Aureliano. Del limite pomeriale adrianeo sono stati trovati in situ in quest’area: a) un cippo contrassegnato dal n. 158 (2,10 × 0,88 × 0,75 m) all’angolo tra via Campo Marzio e via della Torretta; b) un cippo (alto 2,04 m, largo 0,85 m, profondo 0,52 m), con iscrizione frammentaria rinvenuta lungo corso Vittorio Emanuele II all’altezza di Piazza Sforza Cesarini; c) un cippo in travertino (alto 2,04 m, largo 0,85 m e profondo 0,42 m) recante iscritto il numero VI; d) un cippo privo di iscrizioni rinvenuto nelle fondazioni di una abitazione presso il Monastero di Santo Stefano.
Per meglio comprendere quanto il livello del terreno fosse salito nel corso del tempo è utile ricordare che agli inizi del III secolo d.C. l’imperatore Caracalla fece reperire e restaurare la tomba del dittatore L. Cornelio Silla che la tradizione pone in medio campo e della quale evidentemente si era persa la precisa collocazione (Lucano, 2.222; Cassio Dione, 78.13.7).
F. Coarelli, Il Campo Marzio: dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1997 – M. Sediari, La topografia della Regio IX di Roma in età severiana, in BullCom XCVIII, 1997, pp. 215-248 – J. Le Gall, Il Tevere: fiume di Roma nell’antichità (trad. it.), Roma 2005 – R. Funiciello, G. Giordano, “La nuova carta geologica di Roma: litostratigrafia e organizzazione stratigrafica”, in R. Funiciello, A. Praturlon, G. Giordano (edd.), La geologia di Roma, dal Centro storico alla periferia. Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, LXXX, vol. I, 39-85, Firenze 2008 – L. Quilici, S. Quilici Gigli, “Il Tevere nel corso inferiore: dalle divagazioni alle regimazioni”, in P.B. Harvey, C. Conybeare (eds.), Maxima debetur Magistro reverentia: Essays on Rome and the Roman Tradition in Honor of Russell T. Scott (Athenaeum 54), 2009, pp. 155-174 – M.T. D’Alessio, Region IX. Circus Flaminius, in Atlas 2017, pp. 493-541.