78

Malone si avvicinò al monastero. Dopo la curva del sentiero, aveva subito cominciato a studiare la grande muraglia merlata, tutta di un rosso purpureo, che formava un solido baluardo; i parapetti erano interrotti da un unico cancello.

Si fermò all’ingresso ricoperto di tegole dorate. Sopra i massicci battenti laccati di rosso del portone era appesa una targa.

Simbolo_393

Aveva visto quei simboli sia sulla mappa di seta nella residenza di Pau Wen, sia sulla mappa mostrata dal premier cinese.

Afang.

Il nome del palazzo di Qin Shi. Oltre che il simbolo della Sala per la Conservazione dell’Armonia.

Malone prese il portone aperto per un invito, entrò e si trovò su un viale lastricato, abbastanza largo da consentire il passaggio di sei persone. Tre ingressi più elaborati immettevano in un cortile, circondato da edifici a più piani e porticati, cui gli alberi ornamentali, gli arbusti, i fiori e il gocciolio dell’acqua trasmettevano un assoluto senso di pace.

Ma lui si rese conto che in quel luogo non regnava affatto la serenità.

Di fronte a lui si ergeva la figura di una divinità con molte braccia e varie facce. Sul lato opposto, in cima a tre strette terrazze, c’era una porta aperta, protetta da zanne d’avorio, il cui interno era ben illuminato.

Malone non aveva ancora visto nessuno.

Teneva la pistola sul fianco, il dito sul grilletto, lottando col cuore che batteva come un tamburo e con la fiacchezza causata dall’aria rarefatta.

Poi udì un rumore.

Risate.

Un bambino.

Che parlava in russo.

Osservò attentamente il cortile e individuò la fonte del suono. Alla sua destra, un piano più su, da una finestra aperta.

Sokolov e il figlio?

Doveva scoprirlo.



Cassiopea si arrampicò sul sentiero, zigzagando verso l’alto, verso il punto in cui lei e Cotton sarebbero arrivati se non fossero stati interrotti mentre attraversavano il fiume. Gli alberi erano buoni appigli per le mani, con le radici nodose agganciate come rigidi tentacoli alla terra.

La fatica la rimise in sesto. Viktor faceva strada, ma la teneva d’occhio girandosi di tanto in tanto. Sul fiume l’aveva abbracciata stretta. Troppo stretta. Lei aveva percepito le sue emozioni, aveva capito che lui teneva a lei ma, proprio come lei e Cotton, Viktor nascondeva molto più di quanto non lasciasse vedere. L’omicidio di quel pilota cinese sembrava disturbarlo; insolito. Gli uomini come Viktor di rado analizzano le proprie azioni o esprimono rammarico. Un lavoro è un lavoro, al diavolo l’etica. Almeno, era così che lui si era sempre comportato. Cassiopea gli credeva, riguardo a Sokolov: Stephanie voleva certamente il russo vivo. Ivan, però, era un’altra faccenda. Lui certamente voleva Sokolov zitto.

I vestiti bagnati e macchiati dall’acqua limosa pesavano e la polvere del sentiero le si appiccicava addosso come attirata da un magnete. Aveva perso la pistola nella caduta e aveva notato che Viktor portava soltanto un pugnale, sicché stavano andando Dio sapeva dove disarmati.

Arrivarono in cima al sentiero e passarono davanti a incisioni sulla roccia e a un altare. Girato un angolo, scorsero il blocco purpureo del monastero, appollaiato in alto a dominare un anfiteatro naturale di dirupi e valli.

E udirono un gong.



Ni si avvicinò con calma a un assortimento di spade di bronzo. Lame affilate dalle sfaccettature sottili splendevano alle luci incandescenti.

Fa’ qualcosa.

Anche se è sbagliato.

Pau si voltò verso Tang, e Ni approfittò di quell’istante per afferrare un’arma e puntarla alla gola del vecchio, di piatto, per il momento. «Questa le taglierà la gola facilmente», disse all’orecchio di Pau.

Tang reagì alla minaccia chiamando gli uomini che erano fuori. Due fratelli accorsero e puntarono le balestre.

«Dica loro di mettere giù le armi e di andarsene. Non le ci vorrà molto a morire dissanguato», fece Ni a Pau.

Il vecchio rimase immobile.

«Avanti.» Per sottolineare il concetto, Ni ruotò la lama di novanta gradi, di taglio sulla gola.

«Fate come dice», ordinò Pau.

I due fratelli posarono le armi e si ritirarono.



Malone entrò in uno degli edifici che circondavano il cortile e salì una scalinata. Una volta in cima, si addentrò in punta di piedi in un ampio corridoio, fino a un incrocio. Sbirciò cauto dietro l’angolo e vide un giovane con una veste di lana che stava di guardia davanti alla porta di una stanza che, secondo i suoi calcoli, si affacciava sul cortile nel punto in cui aveva visto la finestra aperta.

Tra lui e la guardia, apparentemente disarmata, c’erano circa sei metri. Decise che un approccio diretto era la cosa migliore, quindi infilò la pistola nella tasca posteriore e si preparò.

Uno.

Due.

Girò l’angolo di corsa e andò alla carica. Come aveva immaginato, la vista inattesa di una persona fece sì che la reazione della guardia fosse ritardata di una frazione di secondo, quanto bastò a Malone per stordirla con un pugno, mandandola a sbattere con la testa contro il muro di pietra.

L’uomo crollò a terra.

Malone controllò, per sicurezza: niente armi. Interessante. Forse non le reputavano necessarie, dietro le imponenti fortificazioni che proteggevano il complesso.

Prese la pistola, controllò alle sue spalle – tutto tranquillo – e aprì lentamente la porta.



Tang si domandò che cosa sperasse di ottenere Ni. Non poteva andare da nessuna parte. «Non puoi sfuggire.»

«Ma posso uccidere il tuo maestro.»

«Io non temo la morte», disse Pau.

«Neanch’io. Non più. In realtà preferirei essere morto che vivere in una Cina governata da voi due.»

Tang si congratulò con se stesso per la sua lungimiranza. Non doveva far altro che attirare nuovamente Ni nella sala.

Lì avrebbe potuto chiudere la faccenda una volta per tutte.



Malone vide Sokolov che stringeva il bambino accoccolato sulle sue ginocchia, il volto decisamente più rilassato.

«Malone! Mi domandavo cosa vi fosse successo», esordì il russo.

Lui attraversò la camera da letto vuota e sbirciò rapidamente fuori dalla finestra. Il cortile era ancora tranquillo. «Quanti uomini ci sono qui dentro?»

«Non molti. Io ne ho visti solo un paio. Però c’è Tang.»

«E Ni?»

«Ci hanno separati circa un’ora fa.»

Il bambino lo fissava con occhi duri.

«Sta bene?» domandò Malone a Sokolov.

«Sembra di sì.»

«Dobbiamo andare, ma non devi farti sentire.»

Sokolov sussurrò qualcosa al piccolo, che confermò di aver capito annuendo ripetutamente. A un cenno di Malone, i tre uscirono dalla stanza, poi lui li guidò al pianterreno.

Per raggiungere il portone occorreva attraversare il cortile.

Malone osservò le gallerie più alte. Non vedendo nessuno, li invitò con un gesto ad affrettarsi. Attraversarono una galleria più bassa, superarono uno dei ponti di legno sopra il ruscello artificiale e trovarono momentaneamente rifugio in una galleria sul lato opposto del cortile.

Fino a quel momento tutto bene.



Ni si rendeva conto che, più a lungo si tratteneva in quello spazio ristretto, più grande era il rischio che correva. Non aveva idea di quanti fratelli aspettassero fuori. Più di quanti potesse affrontarne, quello era certo, ma era deciso ad agire. «Andiamo fuori di qui», disse a Tang.

Il suo avversario si spostò lentamente verso la porta.

«Attento, ministro. Sembra che la voglia là fuori», sussurrò Pau.

«Zitto.»

Però Pau aveva ragione, lo aveva letto negli occhi di Tang. Ma non poteva restare lì. Come gli aveva detto il premier? La vita di un uomo può essere più pesante del monte Tai o più leggera di una piuma d’oca. Devi decidere ministro. Quale delle due? «Si muova», ordinò a Pau.

Uscirono dalla sala lentamente, in punta di piedi. Ni scrutò le gallerie in cerca di minacce, tenendo d’occhio al contempo i tre uomini che si trovavano a pochi metri da loro.

C’era un mucchio di nascondigli.

E lui era totalmente esposto, su una piattaforma rialzata, con un vecchio come unico baluardo tra lui e la morte.

«Non possiamo andare da nessuna parte», ribadì Tang con calma.

«Di’ alle persone nascoste in quelle gallerie di farsi vedere», gli ordinò Ni. Per rimarcare il concetto, premette la lama sulla gola di Pau, che trasalì. Bene. Era ora che provasse cos’era la paura.

«Diglielo tu stesso», rispose Tang.

«Fatevi vedere. Subito. Ne va della vita del vostro maestro», gridò.



Malone udì un grido. «Sembrava la voce di Ni», sussurrò.

Sokolov cullava il figlio stretto fra le braccia, tenendo il viso sepolto nella sua spalla. «Diceva qualcosa a proposito di loro o del loro maestro che moriranno», tradusse.

Malone si lasciò sfuggire dalle labbra un lieve sospiro mentre rifletteva sul da farsi. Vide un ingresso a un paio di metri da lì. Prese Sokolov per un braccio e lo condusse dentro l’edificio. Davanti a loro si apriva un altro lungo corridoio pieno di porte. Lui si avvicinò pian piano a una e sganciò lentamente il saliscendi. Quando l’uscio si aprì rivelò una stanza senza finestre, grande circa quattro metri quadrati, piena di enormi terraglie, forse destinate al cortile.

Aspettate qui, disse a Sokolov a fior di labbra.

Il russo annuì, e parve formare le parole: Hai ragione, non possiamo abbandonarlo.

«Tornerò, nascondetevi dietro questa roba.»

«Dov’è Cassiopea?»

Non poteva raccontargli quello che era successo. Non era il momento. «Pensate a stare qui tranquilli. Andrà tutto bene.» Chiuse la porta, uscì dall’edificio e andò dritto verso il varco aperto dall’altra parte del cortile, dove si udivano ancora le voci.



Tang si stava godendo quel momento.

Ni Yong era in trappola.

Il monastero era presidiato da nove fratelli: due erano lì, un altro sorvegliava Lev Sokolov. Gli altri sei erano sparsi per il complesso, in attesa dei suoi ordini.



Malone entrò.

Al di là del portale aperto trovò un vestibolo, poi una maestosa sala riunioni, anch’essa sormontata da un tetto di splendenti tegole gialle. Il bagliore di sei bracieri, tre per lato, inondava le pareti colorate di una brillantezza incandescente. Lungo tutto il perimetro facevano mostra di sé armi e armature. Sul lato opposto vide cinque uomini.

Pau, Tang, Ni e altri due.

Ni teneva una spada premuta sulla gola di Pau.

Si trovavano davanti a una scaffalatura diagonale piena zeppa di manoscritti arrotolati. Erano migliaia, fino a quindici metri d’altezza. Malone si tenne nell’ombra, sperando che nulla avesse tradito la sua presenza. Aveva notato che stanze e padiglioni più modesti formavano un perimetro stretto intorno al pianterreno, che escludeva il mondo esterno. La luce pioveva dai colonnati più in alto, che evidentemente avevano molte finestre.

Da fuori si udì nuovamente il gong.

Malone si nascose dietro un’armatura. Scrutò i due piani superiori di gallerie. Gli parve di cogliere un movimento, ma non ne era sicuro.

Doveva aiutare Ni.

A un paio di metri ardeva un braciere, proprio fuori dalla galleria dov’era nascosto. Lui avanzò facendosi schermo con l’enorme vaso di rame, caldissimo, e guardò a sinistra e a destra in cerca di eventuali pericoli.

Niente. «Ministro Ni, sono Cotton Malone. Ho una pistola, la sto coprendo!»



Ni non riusciva a credere alla propria fortuna e gridò: «È bello sentire la sua voce».

Malone spuntò da dietro un braciere, la pistola puntata.

«Ora posso tagliarle la gola e farla finita. Ha chiuso con le sue menzogne», sussurrò il ministro all’orecchio di Pau.

«Ha trovato il coraggio di togliere la vita?»

«Se si tratta della sua, non ho nessun problema.»

«Scelga con saggezza, ministro. La posta in gioco è alta.»

La lama era premuta sulla pelle; con un solo fendente, squarciare la gola del vecchio sarebbe stato un gioco. Fissò Karl Tang, rimpiangendo che non fosse lui ad affrontare la spada al posto di Pau.

Quella sarebbe stata una decisione facile.

Ni vide uno scintillio negli occhi di Tang.

«Lui vuole che lei lo faccia», sussurrò Pau.

L'esercito fantasma
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