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Pechino, Cina,
ore 08.40



Ni entrò nella tomba di Mao Tse-tung.

L’edificio di granito sorgeva sul lato meridionale di piazza Tiananmen, una costruzione tozza, contornata da colonne, eretta in poco più di un anno dopo la morte del Presidente. Pareva che settecentomila lavoratori avessero partecipato alla sua fabbricazione, simbolo dell’amore che i cinesi nutrivano per il loro Grande Timoniere. Ma era stato tutta propaganda. Quei «lavoratori» erano stati spediti alla capitale su un autobus ogni giorno: gente qualunque, ognuno costretto a portare un mattone sul sito. Il giorno dopo, un’altra infornata arrivava con un altro autobus e portava via gli stessi mattoni.

Una follia, ma niente d’insolito per la Cina.

Nell’ultimo anno il mausoleo era rimasto chiuso per restauri. Nella fretta di erigere un memoriale, l’ubicazione era stata poco curata, le regole del feng shui ignorate. Di conseguenza, negli anni si erano presentati parecchi problemi strutturali, che il nonno di Ni avrebbe potuto facilmente prevenire.

Sul volo dal Belgio, aveva inviato un’e-mail chiedendo un’udienza immediata col premier. Lo staff aveva risposto in fretta, dicendo che avrebbe potuto incontrarlo non appena fosse arrivato. Il fatto di riferire direttamente a proposito di un’indagine in corso non era nulla d’insolito, dato che la Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina rispondeva esclusivamente al premier. Incontrarsi alla tomba di Mao, però, era diverso. Gli avevano spiegato che il premier si trovava là a fare un’ultima ispezione prima che il sito riaprisse di lì a qualche giorno.

Nel vestibolo del mausoleo, un’enorme poltrona di marmo bianco ospitava una statua di Mao seduto. Alle sue spalle, un murale illustrava la portata geopolitica del regime postumo del Presidente. Gli uomini della sicurezza formavano un cerchio sul pavimento lucidato. Conosceva la procedura: due appositi agenti si avvicinarono e lui sollevò le braccia, pronto a farsi perquisire.

«Non occorre», sentì dire a una voce incrinata dalla vecchiaia.

Il premier entrò nel vestibolo. Era un uomo basso e tozzo, con sopracciglia cespugliose che s’impennavano verso le tempie. Indossava il tipico completo scuro con cravatta scura e camminava appoggiandosi a un bastone laccato di rosso. «Il ministro Ni gode della mia fiducia.» Fece un cenno col bastone. «Lasciatelo passare.»

Gli uomini della sicurezza si ritirarono, senza confiscargli la pistola nella fondina ascellare. Ni aveva trovato un’arma ad aspettarlo quand’era sceso dall’aereo. Gli era sembrato saggio, date le circostanze incerte.

«Camminiamo», disse il premier.

Si addentrarono nel mausoleo.

Le tracce dei restauri erano visibili ovunque, tra vernice fresca e pietra scintillante.

«Che cosa c’è di tanto urgente?» domandò il premier.

«Dimmi di Pau Wen.»

Il vecchio si fermò.

Sebbene avesse il fiato corto, la voce debole ed esitante, le mani e le dita ossute, Ni sapeva che la mente di quell’uomo non era affatto lenta.

«È un uomo pericoloso.»

«In che senso?» domandò.

«È un eunuco.»

«E questo cosa significa?»

Il premier sorrise. «Ora non sei onesto con me. Sai esattamente cosa significa.»

Ardevano poche luci nell’interno, cui l’aria condizionata aveva conferito un gelo invernale.

Lui aveva fatto la sua mossa; ora attendeva una reazione.

«Non ci si può fidare di un eunuco. La disonestà è insita in loro. Coi loro tradimenti hanno distrutto una dinastia dopo l’altra», disse il premier.

«Non mi servono lezioni di storia.»

«Forse sì, invece. Quando il Primo Imperatore morì, il suo primo eunuco cospirò per fare in modo che il figlio maggiore, l’erede prescelto, si suicidasse. Quindi aiutò il figlio minore a diventare Secondo Imperatore, pensando che in realtà sarebbe stato lui a esercitare il potere, dietro le quinte del trono. Ma quel regno durò soltanto quattro anni. Tutto ciò per cui Qin Shi aveva combattuto – e che era stato creato al prezzo di milioni di vite – scomparve nel giro di tre anni. E tutto a causa di un eunuco. Quel paria è tuttora ricordato dalla storia come ’uno che poteva, in tutta sicurezza, descrivere un cervo come un cavallo’.»

A Ni non importava un bel niente. «Devo sapere di Pau Wen e dei tuoi contatti con lui.»

Il vecchio strinse le palpebre, ma senza rimbrotti. «Anche Pau Wen può in tutta sicurezza descrivere un cervo come un cavallo.»

Quello, Ni non poteva metterlo in discussione.

Continuarono a camminare, col ticchettio regolare del bastone laccato sul pavimento di marmo, insieme col fruscio delle suole di cuoio.

«Decenni or sono, Pau Wen e io eravamo amici. Abbiamo fatto molte cose insieme. Entrambi ci siamo disamorati di Mao.» Il premier si fermò, la faccia contorta, come se si sforzasse di mettere insieme una lunga sfilza di pensieri fino a quel momento slegati tra loro, alcuni dei quali potevano essere spiacevoli. «Il periodo della Rivoluzione Culturale è stato terribile. Si spingevano i giovani ad attaccare i vecchi, gli stranieri, i borghesi. Credevamo che fosse tutto giusto, tutto necessario. Ma era una follia, ed è stato tutto per niente. Alla fine, il forte drago ha mostrato di non essere all’altezza del serpente locale.»

L’altro annuì a quel detto antico.

«La Cina è cambiata. Il popolo è cambiato. Purtroppo, non il governo.»

Ni non poté fare a meno di chiedergli: «Perché mi stai dicendo questo?»

«Perché, ministro, temo che non vincerai l’imminente battaglia con Karl Tang.»

L'esercito fantasma
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