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Pechino



Ni aveva capito che il premier si esprimeva in maniera sottile, per tenere sulla corda l’interlocutore. In precedenza c’era sempre stata una scrivania a separarli, i suoi rapporti investigativi erano sempre stati ricevuti con un barlume d’interesse e pochi commenti. Ma quella conversazione era diversa.

«Ricordo quando tutti i finestrini degli autobus erano tappezzati di slogan e immagini di Mao», continuò il vecchio. «Stessa cosa per le vetrine dei negozi. Le radio trasmettevano soltanto musica rivoluzionaria, pensieri di Mao o il notiziario nazionale. Nei cinema si vedeva soltanto Mao che salutava le Guardie Rosse. Anche il teatro d’opera e il balletto mettevano in scena soltanto opere rivoluzionarie. Tutti noi andavamo sempre in giro col nostro libretto delle citazioni, perché non si sapeva mai quando poteva capitarti di doverne snocciolare una.» La voce del premier era bassa, ruvida, come se quei ricordi fossero amaramente dolorosi. «’Servire il Popolo’, era questo il messaggio di Mao. In realtà, tutti noi servivamo soltanto lui. Questo edificio dimostra che lo facciamo ancora.»

Ni cominciò a capire perché si trovavano lì.

«L’egemonia è la nostra debolezza. Quella riluttanza insita in noi quando si tratta di lavorare con qualsiasi potenza straniera, anche se non c’è nessuna minaccia. L’egemonia è una naturale espressione del nostro totalitarismo, come le relazioni pacifiche lo sono della democrazia. Abbiamo sempre creduto di essere il centro geografico e geopolitico del mondo. Per secoli, e specialmente dal 1949, l’unico obiettivo della nostra politica estera è stato dominare i nostri vicini e poi, alla fine, il resto del globo.»

«Questo è totalmente fuori dalla nostra portata.»

«Lo sappiamo tu e io, ma il mondo lo sa? Ricordo quand’è venuto Kissinger nel 1971, in missione segreta per preparare il terreno ai rinnovati contatti tra Stati Uniti e Cina. L’uso della parola ’egemonia’ ha confuso i traduttori americani. Non riuscivano a renderne in maniera corretta il significato. Il concetto era per loro letteralmente sconosciuto...» Il premier indicò la cripta. «Allora Mao ha detto: ’La Cina si è alzata in piedi’. Voleva comunicare al mondo che nessuno ci avrebbe mai più controllato dall’esterno. Però temo che nessuno stesse ascoltando.»

«Siamo sempre stati ignorati. Ritenuti arretrati, refrattari alla modernità. Peggio: repressivi e dittatoriali», commentò Ni.

«E la colpa è nostra. Non abbiamo mai fatto granché per cancellare quella percezione. Sembra quasi che in realtà godiamo di quella luce negativa.»

Ni era perplesso. «Perché sei così cinico?»

«Dico semplicemente la verità, e ho il sospetto che tu la conosca bene. La democrazia è la nemesi dell’egemonia. Disperdere il potere tra i funzionari eletti invece di concentrarlo nelle mani del governante, dando autorità al popolo invece di soggiogarlo... Sono concetti che vanno al di là della nostra comprensione.»

«Ma non può più continuare così.»

«Ricordo gli anni ’50, quando Mao era all’apice del suo potere. Si disegnavano mappe che mostravano i nostri confini notevolmente spostati a nord, sud e ovest, in territori che allora non erano sotto il nostro controllo. Venivano distribuite ai funzionari unicamente per motivarli a pensare in termini così ambiziosi. E funzionava. Alla fine siamo intervenuti in Corea, abbiamo invaso il Tibet, bombardato Quemoy, attaccato l’India e aiutato il Vietnam, sempre con l’intento di dominare quei territori.» Il premier tacque per qualche istante. «Oggi, soltanto il Tibet rimane sotto il nostro controllo, e lì abbiamo una presa fragile, basata solo sulla forza.»

Ni ricordò quello che aveva detto Pau. «Stai dicendo che non avremmo dovuto, o non dovremmo ora, avere un orgoglio nazionale?»

«L’orgoglio è tutto ciò che abbiamo, pare. Siamo la cultura più antica del pianeta, eppure guardaci: abbiamo poco da esibire per le nostre conquiste, a parte una marea di problemi insormontabili. Temo che ospitare le Olimpiadi abbia sortito un effetto simile a quello che avevano un tempo quelle mappe: motivare gli ambiziosi all’interno del governo a fare sciocchezze.» Per la prima volta, la voce si fece irta di rabbia e gli occhi lampeggiarono furenti. «Non riusciamo a dimenticare affronti subiti decenni o anche secoli fa. Ci basta il minimo pretesto per vendicarli, per quanto futili essi siano. È ridicolo, e questa assurdità sarà la nostra rovina.»

«Non tutti la pensiamo a questo modo», disse Ni.

Il premier annuì. «Lo so. Soltanto i vecchi. Ma siamo ancora tanti, e ci sono i giovani pronti a sfruttare le nostre paure.»

Capì perfettamente a chi era indirizzato quel commento.

«Mao giace lì perché noi lo adoriamo. L’imitazione di cera di un leader fallito, un’illusione... Eppure un miliardo e mezzo di cinesi lo venera ancora», continuò il premier.

«Non io.» Ni si sentì autorizzato a dichiararlo.

«Non farlo. Mai.»

Ni tacque.

«Uomini come Karl Tang sono un pericolo per tutti noi», disse il premier. «Sosterranno la ripresa con la forza di Taiwan, poi di tutta la regione del mar Cinese Meridionale. Vorranno il Vietnam, il Laos, la Thailandia, la Cambogia, la Birmania, anche la Corea. Ritrovare la nostra grandezza perduta.»

Per la prima volta, Ni cominciò ad afferrare la gravità dell’imminente battaglia. «E così facendo ci distruggeranno. Il mondo non resterà a guardare mentre accade tutto questo.»

«Ho tenuto le cose in ordine. Sapevo di non poter cambiare nulla, soltanto mantenere quello che già c’era fino all’arrivo del mio successore, il quale si troverebbe in una posizione più favorevole per esigere il cambiamento. Sei pronto, ministro, a essere quella persona?»

Tre giorni prima, alla stessa domanda avrebbe risposto di sì. Ora non ne era più tanto sicuro, e qualcosa nei suoi occhi doveva aver tradito il dubbio.

Il vecchio annuì e disse: «Aver paura è giusto. La paura mantiene umili, e l’umiltà rende saggi. È questo che manca a Karl Tang. È la sua debolezza».

Tra i due passò qualche momento di silenzio. Una voce interiore avvertì Ni di stare attento a quelle parole, mentre gli tornava in mente un altro pensiero di Mao.

La Campagna dei Cento Fiori.

Negli anni ’50, periodo in cui la critica al governo era stata incoraggiata, come pure nuove soluzioni e nuove idee, era arrivata una valanga di milioni di lettere. Alla fine erano apparsi poster nei campus, si erano tenute manifestazioni, pubblicati articoli, tutti a favore di una svolta verso la democrazia.

Ma era stata una trappola politica, un sistema furbo per stanare i dissidenti. Oltre mezzo milione di persone era stato imprigionato, torturato o ucciso.

«Conosci la storia degli eunuchi?» domandò il premier, prendendolo alla sprovvista.

Lui annuì.

«Pau Wen e io avevamo entrambi fatto domanda per entrare nel Ba. Ci siamo impegnati durante i due anni di meditazione e istruzione, preparandoci all’iniziazione. Ci siamo entrambi spogliati, ci siamo fatti bendare l’addome, abbiamo immerso il corpo in acqua bollente pepata. Io ho trattenuto Pau mentre veniva castrato, ho sentito il tremore delle sue gambe, visto l’angoscia sul suo volto; l’ho osservato accettare la mutilazione con onore.» La voce si era ridotta a un sussurro. «Però, quando è venuto il mio momento e il Tao ha domandato se avrei avuto dei rimpianti, io ho risposto di sì.»

Ni lo fissò incredulo.

«Ho avuto paura. Di fronte alla prospettiva di quello che stava per accadere, qualcosa mi ha detto che il coltello non era il mio destino.»

«E quella voce aveva ragione.»

Un’espressione stanca affiorò sul vecchio volto. «Forse. Ma sappi che gli uomini capaci di affrontare il coltello, senza mai emettere un suono, possiedono una forza che tu e io non possiamo comprendere.»

Ni non lo avrebbe dimenticato.

«La linea ufficiale del Partito, allora come ora, è che Mao avesse ragione al settanta per cento e torto al trenta per cento. Ma non individuiamo mai quale parte del suo pensiero sia sbagliata e quale giusta.» Dalle labbra sottili del premier sfuggì una risatina. «Che sciocchi siamo.» Accennò al corpo di Mao. «In apparenza giace su una pietra nera del Tai Shan per ricordare quello che Sima Qian scrisse nello Shiji: ’La vita di un uomo può essere più pesante del monte Tai o più leggera di una piuma d’oca’. Devi decidere, ministro. Quale delle due?»



Malone manteneva l’aereo a una quota intorno ai millecinquecento metri. Non aveva mai pensato che si sarebbe trovato a svolazzare tranquillamente attraverso lo spazio aereo vietnamita. Sotto di loro si stendeva un panorama di montagne frastagliate e pendii, molti dei quali striati da risaie a terrazze, che si ergevano sopra lussureggianti vallate verdi velate dalla foschia.

«Ci stiamo avvicinando al confine», lo avvertì Cassiopea. Aveva studiato la carta fornita da Ivan.

«I funzionari locali nella provincia dello Yunnan hanno buoni rapporti coi loro vicini», disse Pau. «Si trovano di fronte non soltanto il Vietnam, ma anche il Laos e la Birmania. Pechino è parecchio lontana, quindi la loro lealtà si è sempre espressa più a livello locale.»

«Spero che sia ancora così. Non siamo molto forniti, in fatto di armamenti», commentò Malone.

«Durante le purghe di Mao, molti sono scappati nello Yunnan. È un luogo isolato, che offriva rifugio. Il territorio a nord di qui, in Cina, è simile a quello che si vede ora sotto di noi.»

Ivan aveva detto loro di seguire la ferrovia Kunming-Hekou, una linea costruita dai francesi nei primi anni del XX secolo, che entrava in Cina passando per il Vietnam e per le popolose città di Gejiu e Kaiyuan.

«Voi lavorate spesso coi russi?» gli domandò Pau.

«Solitamente no.»

«Quali interessi hanno, qui?»

Cassiopea si voltò a guardare il vecchio. «Come se venissimo a dirlo a lei. Che ne dice di questo? Lei ci spiega perché sta tornando a casa e noi le diremo perché i russi sono qui.»

«Per fermare una rivoluzione.»

«Per cominciarne una, più probabilmente», ribatté lei.

«È sempre così aggressiva?»

«E lei è sempre così subdolo?»

«A quanto pare, lei non ha mai sentito parlare del guanxi

«M’illumini.»

«Nel corso di tutta la nostra storia, per superare i tempi duri, i cinesi si sono sempre affidati agli amici e alla famiglia. Alle persone che possono essere in grado di aiutare. Si chiama zôu hòu mén, ’dalla porta di servizio’. Naturalmente, se un favore viene offerto e accettato, il ricevente è obbligato a ricambiarlo. Questo mantiene in equilibrio il guanxi

«E cosa le impedisce di spedirci nel bel mezzo di un disastro?» domandò lei.

«Non sono io il nemico. Quel privilegio appartiene a Karl Tang.»

«Vedo il confine», disse Malone.

Cassiopea tornò a osservare dai finestrini.

La ferrovia si snodava verso nord, attraversando una strada statale che, a quanto aveva detto Ivan, ora collegava la Cina col Vietnam. La strada voltava a ovest, la ferrovia a nord. Il Fiume Rosso era attraversato da un ponte intasato di auto ferme a un posto di controllo.

Malone si abbassò a poco più di trecento metri. «Eccoci.»

L'esercito fantasma
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